“Il bambino che non poteva amare” di Federica D’ascani, Triskell editore. A cura di Francesca Giovannetti

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Il giorno in cui Teresa conosce suo figlio è lo stesso in cui ne piange la morte. Il suo angelo, il suo Paolo, è nato deforme e deceduto subito dopo la nascita. O almeno è ciò che le viene detto.

La realtà, se possibile, è ancora più atroce.

Paolo, nato con la sindrome di Down, viene disconosciuto dal padre e trasferito in una struttura pubblica che dovrebbe prendersene cura: un manicomio.

È possibile che il coraggio di pochi possa cambiare un destino ?

Ambientato nell’immediato dopoguerra, questo libro è un vero e proprio pugno nello stomaco. Erroneamente si tende a voler credere che, una volta spazzato via lo spettro del fascismo, la società sia tornata a una placida normalità scevra di preconcetti ed estremismi ideologici.

Ma così non fu e queste pagine ce lo ricordano con brutalità.

Durante il fascismo, i bambini nati con la sindrome di Down, quelli che durante lo sviluppo manifestavano segnali di comportamento anomalo,( si cominciava allora a definire l’autismo), coloro che nascevano con deformità fisiche, venivano soppressi. Dopo la guerra la pratica non venne abbandonata; molti medici che avevano collaborato con il governo erano sostenitori convinti della purezza della razza e della necessità di eliminare tutto ciò che non rispettava i canoni della perfezione. Ma le prime voci di ribellione cominciavano ad alzarsi: coraggiose e ostacolate, voci di novelli Don Chisciotte, pronte a rischiare, pronte a sacrificarsi.

Il 1945 segnò la fine della guerra, non la fine della ideologia.

Federica d’Ascani sceglie di rendere le donne protagoniste e nelle note finali si comprende il perché :

“ …spiegando come dietro ogni storia d’autismo vi fosse una genitrice colpevole di anaffettività […]concetto frutto di elucubrazioni mentali derivanti da una società patriarcale e da convinzioni misogine, che volevano la donna inutile e prevalentemente stupida.”

Le donne di questo romanzo sono intelligenti, sensibili , coraggiose, pronte a sfidare il mondo.

Mara, medico presso il manicomio di Santa Maria della Pietà.

Sara, infermiera giovane e determinata.

Suor Germana, burbera ma con un cuore d’oro.

Teresa e il suo immenso amore materno che la porta a superare ostacoli insormontabili.

Donne forti e fragili, spaventate e temerarie, che metteranno il gioco la loro stessa vita per tentare di donarne una nuova al piccolo Paolo, vittima innocente di un sistema preverso.

Paolo non è il solo bambino che ha bisogno di essere salvato, ma è l’unico che abbia la possibilità di farcela.

È il tormento peggiore per Sara e Mara, infermiera e medico, inorridite dalla brutalità dei manicomi dove i maltrattamenti sono la cura; vorrebbero salvarli tutti, ma non possono. Le maglie del potere, delle vecchie protezioni politiche, i pregiudizi che camminano costantemente nella società consentono a queste donne fuori dal comune un raggio d’azione limitato. Ma loro sono tutto, sono luce, speranza, umanità e amore incondizionato per i più deboli.

Nelle attuali strategie di negoziazioni per il rilascio di ostaggi si parla della tecnica definita “goccia- fiotto-flusso”.

Si basa sulla gradualità dell’evolversi della situazione: si richiede il rilascio di un unico ostaggio, poi di un gruppo e infine di tutti quanti. Questo romanzo me lo ha ricordato. Questi bambini sono ostaggio di un potere e di una società malata e devono essere liberati. Ma non è possibile farlo in massa. Paolo è la prima goccia, Sara e Mara le mani che ostinatamente e ingannevolmente aprono un rubinetto arrugginito e chiuso da troppo tempo.

Il bambino che non sapeva amare : un titolo forte e devastante. Si scrive al singolare, ci si riferisce a una figura precisa della trama, ma in realtà tutti i piccoli internati erano visti in questo modo: essere inutili , incapaci di dare amore, gusci vuoti coi quali sperimentare le proprie teorie di pseudoscienza.

Un romanzo profondo e intenso, umano, doloroso e difficile.

Una scrittura che lascia poco all’immaginazione, essenziale ed efficace, un tunnel profondo immersi nel quale è possibile vedere un’uscita. Una denuncia della barbarie, dei pregiudizi, della lotta occorsa per smantellare un sistema malato.

In ultima battuta, non possiamo dimenticare le figure maschili del libro.

Gli spregevoli medici che portano avanti pratiche barbariche spacciandole per una cura, ma esistono anche uomini buoni, come l’ispettore Ascanio Tremigi, l’enigmatico padre Nereo, il debole ma umano Libero, marito di Teresa, e Bartolo, capofamiglia schietto e genuino.

Un romanzo da leggere e che abbiamo il dovere di non dimenticare.

 

2 pensieri su ““Il bambino che non poteva amare” di Federica D’ascani, Triskell editore. A cura di Francesca Giovannetti

  1. Alla fine di questa lettura esce fuori la romana che è in me con una frase: e che je voi di’ a ‘na recensione così?
    Grazie di cuore, davvero, perché il pensiero e la consapevolezza di essere riuscita a esprimere quello che era il mio messaggio fin dall’inizio mi rende davvero felice. Sono contenta ti sia piaciuto il mio romanzo, non sai quanto.
    P.S.: recensione fighissima e di cui andare orgogliosa!

    "Mi piace"

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