Vi sveliamo la cover del nuovo libro della Dri editore “Bugie a Santorini” di Pamela Boiocchi e Michela Piazza. Da non perdere!

BugieASantorini_CR.jpg

 

 

Sinossi:

“Potresti essere sincera. Questa eventualità non la prendi neanche in considerazione?”

Dire la verità ad Alex? Mai. Piuttosto la morte.

Metti una scrittrice che ha perso l’ispirazione e un affascinante, impudente sconosciuto.

Falli scontrare, attrarre, bisticciare. E poi baciare.

Immagina che lui sia l’unico in grado di sbloccare la crisi da pagina bianca della nostra autrice e che lei decida di sfruttare i suoi consigli e le sue carezze per riuscire a terminare il libro.

Aggiungi le isole greche, un mare cristallino, due amiche pazze e una coscienza che parla con la voce di una piratessa del Settecento.

Ah, e non scordare la passione, perché in questa faccenda c’è una dose abbondante di peperoncino.

Cosa può andare storto? Che anche il ragazzo misterioso nasconda dei segreti…

Pronti a fare il doppio gioco?

Qui ognuno mette in palio il proprio cuore, ma la verità non è mai quella che sembra.

“Bugie a Santorini”, una brillante commedia romantica in cui le menzogne hanno il sapore piccante del vero amore.

 

SCHEDA PRODOTTO

Titolo: “Bugie a Santorini”

Autore: Michela Piazza – Pamela Boiocchi

Editore: Dri Editore

Genere: Chick lit

Collana: Brand New Romance

Formati disponibili: ebook 2.99/ cartaceo 12.99

Lancio ufficiale 6 giugno, in preorder dal 2 giugno

Annunci

Il nostro amico Gatto. A cura di Alfredo Betocchi

 

Gattino 1

Chi, come me, ha un gatto che gironzola per casa, orgoglioso, egoista e sprezzante, sa che ogni giorno deve conquistarsi la sua fiducia e il suo amore.

I gatti sono diventati animali da compagnia molto tardi nella storia moderna, solo all’inizio del XIX secolo, con la moda dei gatti da esposizione, prevalse nelle famiglie l’abitudine di ospitare uno o due gatti in casa, ma il rapporto uomo/gatto è molto più antico, risale nientemeno che a 9000 anni fa.

Non è un segreto che l’unico animale addomesticato con certezza dagli Egizi sia proprio il gatto, discendente da una sottospecie felina di origine libica. La sua presenza è attestata sin dal Neolitico, ma solo nel Nuovo Regno (1550 a.C.) è possibile parlare di gatti domestici.

La diffusione del gatto è dovuta alla spietata caccia che dava ai roditori che minacciavano di distruggere i depositi di granaglie utili al sostentamento della popolazione. A qiesto scopo veniva adorata Bastet, la Dea raffigurata con le sembianze di gatto o come una donna dalla testa di felino.

A partire dal Nuovo Regno l’animale fu associato alla Dea Tefnet dalla quale prese il titolo di “Occhio di Ra”, personificando il calore vivificante del Sole.

Nel 57 a.C. Diodoro Siculo, famoso storico greco, riferisce di una legge faraonica che recitava così: “Chiunque ammazzi un gatto viene condannato alla pena capitale, a prescindere dall’intenzionalità del suo crimine”.

I gatti occupavano, nell’antico Egitto una posizione analoga a quella della vacca sacra nell’Induismo.

Esistono innumerevoli varianti di questi felini ma tutte le razze domestiche presentano minime differenze nell’aspetto e hanno più o meno la medesima taglia.

Un Gatto è un gatto e lo si riconosce subito, qualsiasi sia il suo colore o la lunghezza del suo pelo. Ci sono gatti più tozzi e più longilinei, con orecchie a punta o arrotondate, col pelo corto o lungo, ma esso rimane inequivocabilmente Lui, il padrone incontrastato delle nostre case.

I gatti, specialmente i cuccioli, suscitano una tenerezza spontanea in coloro che li guardano, con le loro moine e le loro buffe posizioni.

gattino 2.jpg

I felini devono, in tutte le età, esprimere la loro capacità di cacciare. Nei cuccioli questa capacità si esprime nel gioco, inseguendo una pallina o un altro oggetto ludico, quelli più adulti, se vivono in appartamento, devono poter praticare almeno una volta al giorno quest’attività. Bisogna quindi farlo giocare con ciondoli o topini di stoffa.

Il gatto è sempre stato considerato un animale misterioso per il suo carattere indipendente e solitario. Con i suoi occhi lucenti e il passo felpato, è sempre stato considerato fonte di stupore e turbamento, di venerazione e di superstizione.

Sono capricciosi, affettuosi, circospetti, socievoli e scontrosi, feroci o arrendevoli e distaccati, orgogliosi e giocherelloni, sospettosi e teneri, insomma sono tutto e il contrario di tutto e questo contradditorio comportamento ha suscitato nell’uomo i sentimenti più contrastanti: dall’adorazione all’odio profondo.

Nel Medioevo sono state scritte cupe pagine sanguinarie di persecuzioni, specialmente contro i felini dal pelo nero. I gatti neri erano considerati animali magici e personificazione del Diavolo soprattutto nell’Europa centrale.

Gatto nero.jpg

Dove la superstizione portava alla famigerata caccia alle streghe, i poveri felini furono accumunati nella credenza che assieme a quelle donne praticassero riti demoniaci e procurassero alla popolazioni infinite sofferenze. Nella fantasia popolare, i gatti e le streghe potevano tramutarsi l’uno nell’altra ed entrambi servire Satana. Le streghe, però, non si limitavano a tramutarsi in gatti ma pare che si servissero di loro per raggiungere i luoghi del Sabba, le Messe Nere.

Nei villaggi tedeschi e generalmente del centro Europa, furono sterminati milioni di povere bestiole innocenti, come anche migliaia di povere donne, colpevoli solo di praticare arti d’erboristeria e sciamanesimo.

Le chiavi di identificazione del gatto sono quattro:

  1. Lunghezza del pelo.

  2. Forma del muso.

  3. Lunghezza della coda.

  4. Origine e provenienza della razza.

Sarebbe qui troppo lungo elencare tutti i tipi di razze feline, per semplificare, si può affermare che la Grande Famiglia del Gatto ha avuto origine nei tre continenti che circondano il mare Mediterraneo. Il gruppo “Silvestris” è europeo, il gruppo “Lybica” dall’Africa e quello “Ornata” dall’Asia.

I gatti domestici, se reinseriti in natura, rinselvatichiscono. In America ci sono ben 40 milioni di gatti domestici tornati selvatici contro 75 milioni di gatti ancora domestici. I gatti non soffrono per questi passaggi da domestico a selvatico e viceversa, perché la loro natura indipendente impedisce di sottomettersi completamente all’uomo, come fanno invece i cani che hanno un carattere gregario.

Infine due parole sull’interessantissimo linguaggio dei nostri “a-mici”.

Il gatto “parla” a noi con il comportamento e i miagolii.

Due sono i bisogni primari del nostro amico: soddisfare il bisogno di nutrirsi e il desiderio di affetto.

Quando il gatto ha fame vi girerà intorno, guardandovi fisso poi monterà con le sue zampe sulle vostre scarpe e, se voi ancora insensibili non gli date retta, chinerà e struscerà il muso sulle vostre gambe. Infine, se vede che siete ancora sordi alle sue moine, miagolerà e, in ultima istanza, aggredirà i vostri polpacci con un bel morso!

Diverso è il suo comportamento se vuole le “coccole”. Emetterà piccoli miagolii e si dirigerà verso il più vicino tappeto di casa, sdraiandovisi e allungando il collo. Voi comincerete a carezzargli dolcemente la schiena con movimenti lenti, mai bruschi. Il gatto alzerà, a un certo punto, la testa per dirvi che gradisce molto i grattini dietro le orecchie e soprattutto sulle sue guance. Queste carezze lo fanno andare in estasi e così emetterà dei versi chiamate “Fusa”, manifestando una emozione intensa. Questo fatto, solitamente, gratifica anche il padrone che vede confermato così l’amore del suo gatto per lui.

Il massimo atteggiamento di fiducia del gatto verso il padrone è mostrargli la pancia, che è la parte più vulnerabile di sé. Nessun animale ama mostrare la pancia, quindi questo gesto indica proprio una sconfinata fiducia verso il suo padrone.

Quando il gatto si sarà stancato delle carezze, vi mollerà un bel morso, non troppo forte e riprenderà la sua aria altera e distaccata che lo distingue dal cane, sempre remissivo e disponibile per il suo padrone.

I felini sono pure animali freddolosi e non è raro che si accoccolino sul vostro letto nelle sere d’inverno cercando riposo e caldo.

Due parole anche sull’enigmatica “Erba Gatta”. I gatti sono animali carnivori e il loro intestino non è adatto a digerire i vegetali. Unica eccezione questa pianta aromatica della famiglia della menta che ha un irresistibile attrazione sui felini. Basta la visione di questa piantina per fare impazzire dal desiderio il vostro micio. Si butterà a capofitto su di essa, mordendone le foglie e inghiottendole come se fossero un dolce al cioccolato.

Il mistero dell’Erba Gatta è una molecola simile all’LSD. Fortunatamente questa pianta non ha nessun effetto nefasto sulla salute del gatto ma non è, tuttavia, l’unica a far andare fuori di testa il nostro micio.

E’ il caso dell’ulivo, del papiro, della mimosa, del kiwi e dell’asparago.

Attenzione però, non date mai al vostro micio del cioccolato, è puro veleno per il suo organismo!

Adesso, se vi è venuta voglia di farvi accompagnare nella vostra vita da uno di questi meravigliosi, amorosi, orgogliosi e sprezzanti animali, dovete solo recarvi presso una sede dell’Associazione Nazionale della Protezione Animali e adottarne uno abbandonato.

Vi consolerà nei momenti tristi e vi divertirà con le sue moine e gli atteggiamenti comici e burleschi.

“Cuori Neri. Il direttore” di Simona Pino D’Astore, Graus edizioni. A cura di Alessandra Micheli

9788883466908.jpg

 

 

Non sono un’amante dei mondi virtuali, più che altro amo il mondo immaginario creato dalla letteratura e mi è capitato più volte, girando per i vicoli della mia disfatta ma fiera Roma, di essere Robin Hood, o l’impavido Edmond Dantes.

A volte ho bisogno di follia e divento un po’ Alice vestendomi, magari, nel mondo stravagante con cui ho sempre visualizzato il Cappellaio. Perfettamente definito, come se Burton fosse entrato nelle mie visioni, dal film Alice in Wonderland.

E quando ho voglia di un po’ di raffinatezza divento il dandy per eccellenza, un Dorian Grey libero da ogni convenzione, tanto ci sta un quadro in soffitta a patire per i miei sbagli.

Ecco.

Io mi sento grande divorando pagine di libri e di classici.

Forse mi invento, forse mi sento amata dalle dolci soffici mani di Mamma March.

Per questo non riesco molto a comprendere il mondo dei miei coetanei, o di tanti giovani che si identificano con una realtà brutale dalla quale rifuggo.

Mentre io faccio mie le massime di un triste Svevo, vedo post con aforismi presi nientedimeno che da Gomorra o da Rosy Abate.

Frasi di disprezzo per la legge, che fanno di semplici occhi spaventati o di menti frustrate dalla troppa arida quotidianità, dei veri guappi da manuale.

Ecco io questo vostro amore per il banale non lo comprendo.

Perché ritengo, e la Arendet mi è testimone, che la criminalità non sia altro che la faccia di una banalità del male, che pensa di rendere tutti rispettati, ma che li rende buffi e patetici burattini del potere che li manovra.

E leggendo il libro inchiesta da brivido, Cuori neri, queste domande sono tornate. Perché in questo testo sono mostrate tutte le facce dell’ignoranza, della povertà e dell’educazione che manca in quei “ghetti” inutilmente dannosi chiamati “quartieri a rischio”.

Come descrisse la bravissima Ela Zanel, raccontando del “quartiere”, al pari la Pino D’astore tratteggia quella mancanza di responsabilità della società che, per sentirsi proba, onesta, migliore, compassionevole, cristianamente dedita al bene, ammassa quel prodotto scarto del suo benessere in luoghi precisi.

Ecco i quartieri penosi, dallo Zen al Serpentone di Roma, ai famigerati quartieri di Scampia, all’orrore dei casermoni di Quarto Oggiaro.

E anche la nostra bella Puglia ha la sua maddalena da compatire e magari redimere. Luoghi in cui la violenza è un fatto di famiglia è una scarna eredità blasfema da regalare a figli non amati, non desiderati, a cui è stata strappata l’infanzia e quella purezza che del bimbo tanto incantò Pascoli.

È il luogo dei soldi facili, spesso costrizione di chi una parvenza di vita migliore non la concepisce, se non tramite le vie traverse dello Stato. L’illegalità in un paese che non si cura delle sue parti ma le lascia marcire, è quello che fu, per l’unità d’Italia il brigantaggio: uno Stato nello Stato promessa di, se non redenzione, di ricchezza e di riscatto. Un riscatto nel sangue, ma sempre meglio di una vita eterna da fallito, da vittima compiacente per far sentire meglio il santo di turno.

Ecco sfilare la voci di tanti, troppi uomini perduti.

Peccato che mentre raccontano il loro travaglio interiore, a perdere siamo tutti noi.

Complici di uno Stato sanguisuga, che per accrescere le pance dei mille coglioni che si siedono su poltrone di velluto, spreme le giovani vite, convincendole che la strada, l’unica giusta, è quella del crimine, della mafia e della camorra. E loro sono convinti di avere uno Stato padrone da combattere, uno Stato che non li considera né cittadini né esseri umani, che se ne frega della loro disperazione, di situazioni al limite della povertà. Guardiamo tanto all’Africa ma fidatevi, da noi in Italia siamo messi peggio, perché almeno in quei paesi un po’ di speranza, nonostante l’orrore, resta, noi non abbiamo neanche quella.

Perché dei paesi del terzo mondo se ne parla, dei paesi nostri, dei quartieri degradati, no. O almeno se non in campagna elettorale, quando l’Ercolino di Turno tuona contro l’insicurezza provocata da chi alla legge non crede.

E sapete cosa tira fuori di sconvolgente la D’astore?

Che la legge, il cui Stato deve esserne il protettore, viene violata non dalle organizzazioni criminali, bensì dallo Stato stesso. Ciancimino e i processi ad Andreotti ne sono la prova. Le commistioni tra mafia, camorra e politica sono all’ordine del giorno. Anche oggi al TG ho sentito di scambi di favori, appalti truccati, mazzette per chiudere un occhio, voto compromesso dall’incidenza di minacce dei settori dell’illegalità. Continuo?

Ma non ho ancora sentito una sola dannata voce che dicesse: “ora basta!” Solo protesta, ma proprio ora che ci sono le elezioni le raccontano. Voi, cari miei finti probi cittadini, non dovreste indignarvi quando vengono fuori le notizie di commistione mafia/camorra e politica, dovreste incazzarvi come bisce per queste notizie, perché ci sono questi tentacolari legami.

Io credo che quel re che siede panciuto sul trono e si nutre di noi, dei sogni, delle speranze, delle energie e dei soldi, debba essere spodestato.

E questo libro, specie alla fine, può aiutarci a farlo. Perché anche nell’orrore più nero esiste sempre la speranza di redenzione. Di redimere e amare così tanto la nostra terra da aiutarla ad alzarsi di nuovo, più bella e luminosa di prima.

Fatelo cadere questo maledetto, dannato RE!

Mentre il fucile urla fuoco tutto il giorno

volano avvoltoi nel cielo blu attorno,

avanza il battaglione, brilla il ferro e l’ottone,

e cadono sull’erba mille bravi cittadini.

C’è un re, c’è un re

che non vuol vedere,

c’è un re, c’è un re

che non vuol sapere.

Mentre il cannone lancia lampi nel cielo,

rullano tamburi incalzano zampogne,

insieme nella polvere, sangue e sudore

e cadono sull’erba mille bravi contadini.

C’è un re, c’è un re che non vuol vedere,

c’è un re, c’è un re

che non vuol sapere.

C’è un re che dorme rapito dalle rose,

non si sveglia nemmeno quando madri silenziose

unite nel dolore a giovani spose,

gli mostrano un anello con inciso sopra un nome.

C’è un re, c’è un re,

che non scende dal trono,

c’è un re, c’è un re

che non fa nessun dono.

C’è un re, c’è un re

che non scende dal trono,

c’è un re, c’è un re

che non fa l’ultimo dono.

Una volta il brigantaggio era la reazione contro gli interessi dei ricchi, che volevano cambiare solo il suonatore e mai la musica.

Oggi è solo la mano sporca che spiana la strada a eleganti scarpe firmate. Lui muore, lui si sacrifica, mentre i maiali si ingozzano.

E vi rubano la libertà per cui tanti uomini hanno versato il loro sangue.

Omme se nasce

Brigante se more

ma fino all’ultimo avimmo a sparà

e se murimmo relate nu fiore

è na preghiera pe sta libertà.

Dove sta la vostra?

L’avete barattata per un Rolex?