Società del Sandrone: appuntamento il 26 maggio con “Jean”, romanzo storico di Carlo Cavazzuti Il testo nasce da un lungo lavoro di ricerca: preziosi i documenti custoditi negli archivi di Modena e Reggio Emilia

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Modena, 21 maggio 2019 –

Appuntamento domenica 26 maggio, alle ore 16,30, nella sede della Società del Sandrone, Piazza San Domenico 6, a Modena, per la presentazione di “Jean”, il romanzo ad ambientazione storica di Carlo Cavazzuti pubblicato per la casa editrice Apollo Edizioni. Si tratta di un romanzo scritto dopo un ampio studio alla scoperta tra l’altro di preziosi documenti del periodo napoleonico, come quelli riferiti alla Repubblica Cisalpina, custoditi nell’archivio di stato e in quello comunale di Modena, nella Biblioteca estense di Modena e nell’archivio di stato di Reggio Emilia. Un lavoro letterario basato dunque sull’analisi di un ricco patrimonio culturale di cui Cavazzuti parlerà nel corso della presentazione del suo libro.

Jean e Marc: così si chiamano i due personaggi principali di quest’opera letteraria, che comprende il periodo della Francia prerivoluzionaria, quello della Rivoluzione del 1789, fino al periodo napoleonico. Jean è di origine contadina, Marc invece è un nobile; ma sono fratelli di latte e grandi amici. E nelle scelte che contano si ritrovano sempre insieme e uguali, nonostante le differenze di rango. Sono insieme quando, entrambi militari del re, accolgono il vento della Rivoluzione francese scegliendo di stare con il “popolo” anziché sparare sulle folle. E insieme quando combattono al fianco di Napoleone fino a partecipare alla “campagna di Russia”.

Tra duelli, guerre e ideali, c’è la vita: le marachelle d’infanzia, l’amicizia, e l’amore contrastato di Jean per Marie, la nobildonna che diventerà sua moglie. E c’è ancora lui, Jean Gauthier, con le sue contraddizioni e la sua (umana) complessità: da un lato il contadino affascinato e sedotto dai moti del Terzo stato, dall’altro il militare in carriera che cerca di dare alla sua Marie il tenore di vita nobiliare cui era abituata e che sceglie di assecondare il nuovo corso della storia francese, quella d’impronta napoleonica. Jean personaggio tra due rivoluzioni, dunque; oppure, Jean personaggio tra rivoluzione e colpo di stato, a seconda di come la si voglia vedere.

Il lavoro preliminare alla stesura di questo testo è durato circa un anno. Il risultato è un’opera ricca di sfumature e di dettagli pensati per dare credibilità al romanzo, con cui nel 2018 Cavazzuti si classifica finalista al premio letterario nazionale “La Penna Perfetta”.

Anche le manovre in sella descritte nel romanzo sono state studiate a fondo e poi provate sul campo con il supporto degli istruttori equestri Carlo Branchetti Abati e Mauro Guidolin: esperimenti fatti in prima persona dallo stesso autore, che per l’occasione ha guadagnato la patente Sef (Scuola formazione equestre) per la monta storica e classica.

Stesso metodo certosino per la descrizione dei duelli: le regole sono state prese dal Codice cavalleresco di Jacopo Gelli alla base in Italia delle dispute fino al 1922. Mentre per i movimenti di scherma, l’autore si è basato su diversi trattati d’epoca provandoli in sala d’arme con suoi ex allievi oggi istruttori come lui: Cavazzuti, infatti, oltre a scrivere per il teatro e il cinema, è maestro nazionale, direttore di gara e arbitro internazionale per la scherma storica e arbitro regionale per le discipline schermistiche olimpiche.

A ciò si aggiunge, ad esempio, lo studio di numerosi editti della Repubblica cisalpina, alcuni epistolari di soldati italiani al fronte, diversi trattati di autori moderni dedicati alle guerre napoleoniche, senza dimenticare il “Memoriale di Sant’Elena” di Emmanuel Las Casas. E poi: la ricostruzione del rito di consacrazione dei cosacchi resa possibile grazie al recupero di un testo e un contributo orale di fonte anonima russa e al lavoro di traduzione realizzato da Irene Manganelli ed Elena Paimtsema.

L’autore.

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Carlo Cavazzuti, trentasei anni, di Mirandola, provincia di Modena, non è nuovo alla scrittura di libri. Prima di “Jean”, pubblicato quest’anno, l’esordio nel 2015 con il saggio storico-schermistico “Gladiatoria”, Gilgamesh Edizioni. Mentre per il teatro e per la macchina da presa inizia a scrivere tra il 2010 e il 2017.

Per il teatro, ad esempio, nel 2010 apre la stagione estiva del Teatro delle Passioni di Modena con “Operazione Hipparion”, il suo primo lavoro da drammaturgo. E non mancano i premi: ad esempio, con il cortometraggio “50 ASA” scritto con Amerigo Porcu guadagna il terzo posto al concorso nazionale “Storie” per la categoria “popolare”, così denominata per la presenza in giuria di una componente non tecnica. Nel 2016, invece, insieme a Marco Cavalli e Massimiliano Montaguti ottiene il primo posto al concorso “50 secondi Lumière”, categoria “lavoro”, per il cortometraggio “Jouxe des Routes”.

 

 

Whiborne & Griffin. Widdershins” di Jordan L. Hawk, Triskell Edizioni. A cura di Alessandra Micheli

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Miei adorati lettori.

Permettetemi una breve digressione.

Come ormai ben saprete, io ho un approccio strano ai libri.

Devo entrare dentro i mondi creati, devo familiarizzare con i protagonisti e trovare entro di loro un po di me.

E pertanto, siccome quello descritto è un evento raro, ho scelto l’approccio oggettivo.

Cosa mi fa “innamorare” del testo?

È un insieme di elementi apparentemente strutturali.

Le descrizioni ad esempio.

Sono quelle che iniziano a farmi intravvedere il dipinto.

La psicologia dei personaggi.

Ognuno dei protagonisti incontrati, cosi come le comparse, non erano altro che sfaccettature di un io umano ricco e variegato che, il buon autore, decideva di aggiungere al dipinto.

E poi qualcosa che è impossibile da spiegare se non con una parola: il talento.

E’ la capacità di renderei il mondo nato nella mente, pertanto immaginario e illusorio, credibile.

E riporlo con cura su carta.

E dalla carta per mezzo dell’arcano potere della parola, farlo rivivere.

E trasportare il lettore attraverso i significati che le frasi e i loro simboli possono raccontare.

Ci sono testi apparentemente semplici che, per me, non sono altro che scrigni segreti di cui io solo ho la chiave.

E ridente e un po’ vanitosa la guardo e la rimiro estasiata, finché non mi decido ad aprirlo e balzano con allegria lettere, parole, emozioni, sensazioni e frasi e mi prendono per mano, iniziando un ballo circolare. Un canto hondo come lo chiamerebbe la Pikola Estes.

E dal quel canto ripetuto come un incantesimo, (in-canto appunto) ripetuto nella fertile mente di un’eterna sognatrice, iniziano a manifestarsi i personaggi che contribuiscono a comporre la schiera dei miei amici, quelli che mi accompagnano per strada e che mi strappano un sorriso o una risata nei momenti meno opportuni, mentre la gente mi fissa strana.

O che mi fanno l’occhiolino quando mi annoio o prendono il tè con me e con il mio accompagnatore, fisso messer Cappellaio Matto.

Da oggi avrò nuovi amici con me, Messer Griffin e Messer Whiborne. E la spavalda Chaterine.

Anche ora sono accanto a me e mi sorridono mentre mi accingo a raccontarvi la loro storia.

Vi sembro matta forse?

Ah la meraviglia della sana pazzia!

Percival Whiborne e Griffin Flaeherty, mai persone e più diverse si ritrovano a lavorare accanto, pelle a pelle tanto da far scattare le scintille…ma alt.

So che per molte lettrici la parte migliore e più succosa del libro è sicuramente un amore un po’ inconsueto tra due anime affini ma divise dal genere sessuale.

Ma il libro non è solo questo.

Griffin mi sussurra che ci sono vicina alla verità del loro messaggio.

Cosi mi concentro e tendo l’orecchio verso la loro acuta eppur melodiosa voce.

Prima di tutto mi avvertono di indicarvi il periodo in cui la storia inizia. Fine ottocento, America, New England.

Insomma, la patria della novità, dell’ambizione e del self made man.

O almeno cosi ci narrano le cronache.

Ma è davvero cosi?

E’ l’America la patria migliore, l’oltreoceano laddove ci si possa liberare dalla moralità angosciosa di un vittoriano che cadeva pezzo per pezzo?

La risposta è no.

Widdershins, contea creata da uno strano e ambiguo personaggio, è in realtà una sorta di baluardo del puritanesimo.

Conoscete un po’ la storia di questo stato vero?

Tolti i vestiti pesanti dei padri pellegrini, e indossati quelli dell’uomo che si affacciava nel millennio ricco di promesse, i fondatori, i ricchi, i nobili la crema della crema, un freno all’innovazione assoluta dovevano metterlo.

Per quanto decisi a cavalcarle l’onda del progresso, con omnibus, commercio, allettanti scoperte scientifiche e tecnologiche, non potevano rinunciare alla sicurezza delle concezioni, delle leggende e delle superstizioni del passato.

Vi ricordate per caso il mistero di Sleepy Hollow?

E’ la parabola del progresso che si arrende, inerme, davanti alla comodità di tante tradizioni che di scienza hanno poco.

Sono i deliri soprannaturali che tolgono ai personaggi l’aridità dell’imprenditore, li allontanano dal ruolo di protagonisti scarni e rigidi di una società che si apprestava a diventare capitalista, sicuri e convinti della loro identità.

Culti antichi, vecchie storie di spettri, demoni e di antichi dei…

L’atmosfera del testo ricorderà quella del libro di Arthur Macham, il grande Dio Pan.

E qua a far capolino sotto il substrato dell’apparente normalità, c’è proprio un richiamo a quelli dell’altra parte…

Non vi viene in mente nulla?

E se vi parlassi di grandi antichi?

Ecco che i vagheggiamenti occultistici prendono il posto di quella parte religiosa che all’America manca.

Devota al dio successo, al dio denaro, all’arrivismo sfrenato, alla decisione di creare una nuova opportunità per chi era fuori dalle rigide gerarchie inglesi.

Sapete benissimo che lo spirito capitalistico è nato in seno all’etica protestante.

Se non lo sapete beh leggetevi Max Weber.

E’ proprio, per ironia della sorte, i voler togliere orpelli mistici e spirituali a una religione che doveva solo servire a mostrarsi migliori al mondo e per migliori significa ricchi, che creò una notevole mancanza nell’animo umano.

La conoscenza al servizio della crescita economica e industriale era una conoscenza a metà, che sopprimeva quegli istinti e impulsi atavici dell’uomo a appropriarsi dell’ignoto.

Anzi soffocava proprio quest’istinto.

Pericoloso, reo di condurre al caso e forse…all’anarchia.

Pensate a una conoscenza capace di rendere consapevoli gli uomini della loro diversità e al tempo stesso della loro fondamentale comunione di diritti, non solo di doveri.

Ecco che, specie nell’America nostra, tanto sognata, ma profondamente denigrata da studiosi del calibro di Tocqueville, la cosiddetta mancanza apparente di stratificazione sociale si risolveva in un tutti uguali, quindi nessuno uguale.

L’omologazione diventava lo strumento in mano a pochi, i più furbi, per decidere le sorti del paese ma mantenendo il controllo sociale grazie alla diffusione che, siccome tutti uguali, ognuno con il lavoro, l’iniziativa e la liberà imprenditoria poteva far parte della cerchia benedetta.

Widdeshins smentisce l’assunto culturale americano.

La città è fondata da poche famiglie che la gestiscono a loro piacimento, in attesa dell’occasione giusta per ottenere altri vantaggi.

Chi denaro, chi potere, chi una sorta di riparazione dei torti.

E ognuno di loro legato a una sorta di decoro che serviva da facciata per continuare a essere i migliori, gli esempi, le forze propulsive della società.

Niente caos ma ordine, quello che portava il progresso senza che però la società progredisse davvero.

Del resto primato economico o no, l’America è uno dei paesi più razzisti che esista.

Ne è una prova la fede nel modello WASP, o l’insorgere di terribili società segrete, assai peggiori della massoneria come Skulls and Bones, o il Ku Kluk Klan.

In questo caso, esiste la Fratellanza.

Rispettabilità e superiorità.

E per garantire questi due irreprensibili caratteristiche, bisognava soffocare gli istinti.

Quelli che permettevano al modello di sfaldarsi.

Come immaginare, leggere, sognare, scrivere, osare e persino amare fuori dagli schemi.

Perceval è l’anello debole della catena del potere familiare.

Non è manipolabile, è goffo ma al tempo stesso cosi forte da dire no a un destino tracciato.

Capace di lasciarsi andare, anche se questo cozza contro gli insegnamenti paterni.

E’ l’uomo più coraggioso che abbia mai incontrato.

E ancor più di Edmond Dantes.

Mi scusi Edmond e non arrossire Perceval, lo penso davvero.

Una persona che, nonostante le convezioni è capace di dire no e tracciare la sua personale via di felicità, è a tutti gli effetti un grande eroe.

La sua purezza e persino il suo sentirsi sbagliato lo rendono profondamente umano ma al tempo stesso capace di rappresentate…ognuno di noi.

Immerso nella sua privata rete di legami, di obblighi e di maschere.

Ecco che dall’ambientazione esce un monito, un consiglio o una seduzione: essere se stessi a costo di perdersi.

Perché ciò che si perde è solo una recita, una finzione una terrificante farsa a cui ci hanno costretti da piccoli.

Ma è anche la miglior parabola della purezza che vince il male.

E’ il sacrificio di chi vuole che Widdeshins smetta di essere antioraria o di girare per un verso contrario al sole, ossia alla luce della verità e della compassione, e tornare a splendere e se non eliminare a affrontare con coraggio i suoi demoni.

I demoni presenti in questo libro sono le aberrazioni di istinti asserviti alla volontà di potere senza etica.

E potrei anche definire quelle sue terrificanti e oscene immagini come un ulteriore avvertimento verso un umanità che tenta di sostituirsi all’energia creatrice, senza però avere il suo medesimo rispetto per la vita.

Perché se consideriamo la scienza, la conoscenza, la sperimentazione non un atto che intende omaggiare l’intero cosmo, ma solo un modo per auto esaltarci, creeremo solo abomini.

L’amore esiste in questo libro.

Ma non è solo l’amore tra due persone.

E’ l’amore per il bello, per il giusto, per il sole, per la libertà.

Anche se questo significa accettare signora morte, o il dolore, o la delusione, o gli affronti, le ingiurie.

Perché in fondo la vita è fatta anche di questi orrendi abissi.

E solo il prode, il giusto, il coraggioso dall’abisso sa osservare con ardore e stupore il cielo.

Ora vi saluto.

Griffin e Perceval hanno ancora delle avventure da narrarmi.

 

“La verità sul caso Harry Quebert” di Joel Dicker, Bombpiani editore. A cura di Carlotta Casolaro.

 

E adesso dove andrai, Harry?”

Da qualche parte, Marcus. Ad aspettare Nola”

 

30 agosto, 1975. Una ragazza di appena 15 anni, Nola Kellergan, scompare nel nulla.

I suoi resti vengono rivenuti 30 anni dopo, sepolti nel giardino del celebre scrittore de “Le origini del male”.

Da lì, comincia il percorso che condurrà Marcus Goldman, scrittore di successo nel pieno di un blocco creativo e suo ex allievo, a svelare, una volta per tutte, la verità sul caso Harry Quebert.

Il romanzo, pubblicato per Bompiani e trasmesso su Sky nella forma di una serie di Jean-Jacques Annaud, è puro ritmo creativo. Le pagine palpitano, sotto l’impulso narrativo che vede un Quebert ormai sessantenne parlare della sua relazione 30 anni prima con la piccola Kellergan. La narrazione di Joel Dicker ha una melodia malinconica ed inquieta: Harry Quebert è sepolto dal letame di un amore che non può, in alcun modo, sfogare, a causa dell’enorme differenza di età che li accomuna. L’amore di un trentaduenne verso una quindicenne è errore, strazio, frustrazione e tuttavia è una meravigliosa perversione senza filtri, è brama priva di possesso, è colore puro senza forma. L’amore tratteggiato senza l’ausilio di passione è la prima singolarità dell’opera ; un sentimento represso ha, in sé, più intensità di uno sfogato, disperso nelle mere vie carnali. Ma non è solo l’amore ad addolcire le noti di scalpitante suspanse dell’opera. Difatti, Marcus ed Harry condividono la stessa aspirazione: diventare scrittori del calibro degli “autori-monumento” della letteratura americana.

A scandire il ritmo narrativo, i consigli di Harry a Marcus per mettere a frutto il proprio talento nel migliore dei modi. Ed Harry Quebert lo fa con un’umanità encomiabile; lo scrittore non è solo un caotico insieme di parole, ma anche una nobile fusione di cuori e speranze dei lettori, è velleità che non si esaurisce mai, è malattia di non voler più scrivere ma di doverlo fare per necessità. Non c’è cura, per gli scrittori: la malattia è degenerativa e porta alla lenta morte di una realtà che sa troppo di stereotipo per chi si libra nei sogni.

La piccola Nola Kellergan è costruita con abilità e raffinatezza: non è altro che l’incarnazione della vita, è la gioia sotto le mentite spoglie della fragilità, è ossigeno in un mondo soffocato dai gas.

Harry Quebert è un sommerso di sentimento, ma non è in grado di custodirlo, a primo impatto: è spaventato, privo di guide, condotto dalla menzogna verso una verità troppo complessa per la comprensione umana.

“Ci sono due cose, Marcus, che danno un senso alla vita”

dice

La scrittura e l’amore”.