Torna uno straordinario autore che già ci aveva incantato con il suo introspezioni. Stavolta ci consegna un libro diverso ma non meno intrigante, frutto di una cultura immensa “Pleistocenica” di Giuseppe Calendi, Antipodes edizioni. Da non perdere!

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Con Pleistocenica, ciò che viene rimarcato, e che rappresenta l’oggetto della trama nelle varie storie che si susseguono, sono tre ‘fasi’ salienti della fase finale della nostra evoluzione, ossia dell’evoluzione del genere umano, a partire dagli ultimi 75mila anni prima del passaggio al Neolitico, sulla base di reperti fossili e pubblicazioni che hanno costituito lo spunto, sulla base del quale, è stato elaborata la narrazione, a cui sono stati aggiunti elementi ‘fantasy’ che l’hanno trasformata in un romanzo (breve).

  1. A Blombos, in Sudafrica, viene sancita la nascita ufficiale del pensiero simbolico come attività mentale nel genere Homo, con reperti principali consistenti in gusci forati datati a circa 75 mila anni fa ed usati, presumibilmente, dagli uomini di quell’epoca per addobbare il proprio corpo a scopo puramente estetico. In nessun altro sito paleoantropologico di epoche antecedenti tale datazione sono mai stati trovati, almeno finora, elementi tali da portare a simili conclusioni.

(Fonte di ispirazione per ‘Ekon, il signore di Blombos’)

  1. L’arte rupestre all’interno di grotte e ripari, attività che ha avuto la sua esplosione, a livello di ritrovamenti e reperti consistenti in raffigurazioni e disegni, durante il periodo dell’uomo di Cro Magnon, nell’Europa del Paleolitico Superiore, rientrante in fase di tardo Pleistocene, a partire da circa 35-40 mila anni fa.

(Fonte di ispirazione per ‘Kos, il pittore’)

  1. La cultura Natufiana, a cavallo tra la fine del paleolitico e l’inizio del neolitico, la prima in cui vengono utilizzati arnesi, tipo falcetti e simili, che avrebbero poi portato alla nascita dell’agricoltura, che ha origine circa 10 mila anni fa , nelle zone dell’attuale Medio Oriente.  (Fonte di ispirazione per ‘Murad, l’artigiano’)

 

L’autore

Nato a San Benedetto del Tronto il 6-01-1966, sposato con due figli. Lavora come Operatore Socio Sanitario presso una Comunità Socio Educativa Riabilitativa. Ha partecipato ad alcuni concorsi letterari ottenendo un Riconoscimento Speciale alla VII edizione del Premio Letterario in onore di Alda Merini del 2014 di San Benedetto con il racconto ‘Estate 93’ e un attestato di Merito alla III edizione del Premio di Narrativa, Teatro e Poesia ‘Il buon riso fa buon sangue’ dell’Associazione culturale e teatrale ‘Luce dell’Arte’ con il racconto ‘Aula 17’. Ha all’attivo anche alcune poesie più altri brevi racconti di cui due in forma di ‘saggio romanzato’ nati dalla sua passione per le Scienze Naturali e dedicati al tema dell’evoluzionismo. Uno è ‘Il discepolo di Darwin’ che compare anche nel numero 29 della Collana Racconti curata dalla Casa Editrice Pagine. Con il racconto ‘Il Dio dell’inverno’, ha ottenuto una segnalazione di merito al 7° concorso letterario ‘Città di Grottammare’ organizzato dall’Ass. ‘Pelasgo 968.’ Tutti i racconti sopracitati fanno parte, insieme ad altri, della raccolta ‘Introspezioni’ autopubblicata nel 2016. Nel Giugno dello stesso anno, all’interno della raccolta ‘A.A V.V. – Racconti in libertà’ della Historica Edizioni, come premio conferito dal Concorso letterario Stampalibri.it, compare la versione racconto di ‘Ekon, il signore di Blombos’ la quale, dopo un successivo completamento, diviene un capitolo del romanzo breve ‘Pleistocenica’, appena pubblicato dalla Casa Editrice ‘Antipodes’ di Palermo.

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“La malacarne” di Luca Calò, Les Flaneurs edizioni, collana Le Marais. A cura di Ilaria Grossi

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Al salone del libro di Torino, il mio incontro con Luca Calò e il suo libro.

Non conoscevo l’autore né la storia, ma chi mi ha consigliato il libro aveva ed ha tutt’ora, occhi grandi e una forte sensibilità.

La storia si compone di due parti, ciascuna narra la sua fetta di storia: Annita Sonnino, la moglie e Alfredo Sonnino, il marito.

E’ la terra partenopea, la cornice di un quadro che sottointende un doppio dramma personale e familiare. Annita ha da poco dato alla luce, dopo un difficile e travagliato parto, il piccolo Nino. Annita è un fantasma che si aggira tra le stanze della sua casa, apatica e distante da ciò che la circonda, anaffettiva come neomamma, vittima di quella voce che le ricorda e conferma la sua paura “Alfredo ti tradisce” “Alfredo è nu ricchiòn” .

La mamma Concetta e le sorelle Claudia e Grazia, non lasciano sola Annita, cercano di capire quale male oscuro si è impossessato della sua anima, anestetizzata a tratti e a tratti folle.

La seconda parte ci proietta nell’infanzia di Alfredo Sonnino, tra lusso e privilegi nella villa di famiglia a Posilippo sino alla caduta dell’impero Sonnino e l’incontro con Fabio Capolongo, che risveglia in lui senza vergogna, anima e corpo. Mi fermo qui.

Luca Calò diretto, cristallino, sincero, così preciso nelle descrizioni e nel definire le peculiarità di ogni personaggio, un intreccio di storie, dicerie, superstizioni, espressioni dialettali, il dramma nel dramma, in solo 70 pagine, un romanzo breve sì ma potente.

La malacarne è la paura dell’abbandono, è la vergogna dello scandalo, il mettere a nudo corpo e anima, che bruciano inevitabilmente.

La malacarne è un vortice di emozioni carnali, desideri sopiti e poi risvegliati. Ho respirato e sentito, nelle pieghe del libro la mia Napoli, dannata e contraddittoria dove i drammi sono fatti di pareti di case che profumano di candele, ragù sul fuoco, preghiere silenziose e occhi che vogliono a tutti i costi nascondere la verità “amara”, lo scandalo e la vergogna.

Ho letto, tra i luoghi descritti e a me familiari, Pozzuoli la mia città e mi sono emozionata.

Un bel traguardo Luca Calò, perché chi scrive non deve solo creare una “bella storia”, deve saper regalare infinite emozioni.

Complimenti.

Buona Lettura

Ilaria Grossi

“La Vendetta nel vento” di Roberto Ciardiello, Dark Zone. A cura di Alessandra Micheli

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E’ una recensione molto difficile questa per me.

Perché il libro tocca corde molto sensibili della mia anima.

Anzi oso asserire, dell’anima di tutti.

Per questo essere distaccati risulta difficile, se non impossibile.

Quindi l’unico modo di procedere è raccontarvi e raccontarmi le suggestioni provate durante la lettura.

Premetto che è la prima volta che ho dovuto lasciar decantare il testo, affinché i residui evaporati dopo un lasso accettabile di tempo, potessero deporsi sul fondo e essere osservati senza l’ebbrezza che quel vino amaro, l’amaro calice, mi ha provocato.

Perché se è vero che il libro ci racconta, apparentemente il tema della vendetta, dietro l’elemento sanguinario che stuzzica i nostri impulsi più oscuri, esiste un tema scottante, fastidioso, stridente: la violenza sulle donne.

ANZI sulle bambine.

Capirete che vedere l’innocenza spezzata e vilipesa non può non farmi urlare di rabbia e non può non rendermi felice dell’epilogo.

Parlo io che ho sempre e da sempre rifiutato la violenza sia verbale sia fisica, che ho rifiutato questo sistema basato sulla rivendicazione assoluta dei torti, sull’occhio per occhio e dente per dente.

L’ho fatto convinta che il fucile, raccontato nella canzone dei nomadi, quello impugnato da Salvador fosse semplicemente l’archetipo della forza perturbante della parola.

Dell’impegno e dell’esempio.

Di chi non cede alla volontà di questa civiltà allo sbando, che tenta di livellarti e di farti suo complice.

Ma se una bimba piena di sogni, viene stuprata e uccisa solo per soddisfare la noia, allora è molto difficile per me mantenere l’impegno. Quella ragazza non conoscerà la dolcezza dell’amore, il bellissimo fiato corto di una corsa per i prati o l’eccitazione senza pudore dell’amore fisico.

Non avrà un futuro, non diventerà la persona che i suoi sogni dipingono. E tutto questo perché ci hanno insegnato che esistono vittime e carnefici. Che la donna è solo un mero trastullo, un oggetto da giostrare a piacimento.

All’uomo hanno insegnato che la noia si combatte con la trasgressione, che il piacere sia strettamente connesso al dolore e al supercemento egoico dei limiti.

Violazione.

E’ quella a donarci l’ebbrezza.

Ci hanno insegnato che l’istinto domina l’uomo e quindi perché farsi scrupoli?

E l’ideale, la compassione non hanno posto in occhi che di umano hanno ben poco.

Perché quando non senti più il dolore di nessuno su di te, come una ferita aperta, un ingiustizia che senti tua, che senti sulla tua pelle, fatta a ognuno, in ogni misera, microscopica parte del mondo, hai perso l’umanità .

Sei già morto.

Quando voi guardate con libidine e non con incantata meraviglia una donna, un’adolescente e pensate “Me la farò” voi siete già perduti.

Perché per voi, ogni essere vivente non è altro che uno strumento, di possesso, di piacere, di guadagno.

Di riparazione di torti subiti chissà quando.

E invece, è nella sofferenza acuta, è nell’esistenza delll’abisso, nel nostro sostare in quella fossa oscura, l’arte di imparare a ammirare il cielo e cercare di uscire dalla tomba, scavata dal re di turno.

Ed è l’incazzatura contro quell’assurda realtà che scava quelle prigioni di terra brulla, di terra arida, la vera chiave per la liberazione di tutti noi, perché quel re lo detestiamo, a quel re non crediamo più.

Nel libro il Demiurgo crudele della gnosi, ha vinto.

Ha ucciso e fatto uccidere.

Ma, sopratutto, ha fatto prevalere la vendetta come unica arma di rivalsa. Una vita per una vita.

Ed è cosi che funziona.

Nessuno va alla radice del problema.

Una ragazzina in un quartiere a rischio, isolato e dimenticato persino dai sogni.

Cammina e tutti divengono sordi e ciechi.

In fondo, il pregiudizio, l’omertà ci salva dalla colpa di aver permesso che la solidarietà contadina, fatta di reciproco controllo sociale, venga messa a tacere.

Morta e rinsecchita, raccontata come una favola che ci priva della libertà. Siamo liberi dicono.

Io questa decantata indipendenza non la vedo.

Non l’avverto nel libro che è e resta, reale.

Perché quello descritto non è null’altro che una rappresentazione di cosa accade oggi.

Uomini che stuprano, che uccidono.

Che fotografano il risultato della loro perversa volontà si superare i limiti.

E poi il senso di colpa li corrode, fino a farli diventare bestie.

E assistiamo al trito coro di chi davanti al cadavere non fa altro che urlare. Ma un urlo senza la forza del cambiamento.

Nessuno urla cambiamo la musica.

Cambiano la sceneggiatura e impariamo a cambiare gli attori.

La vendetta è nel vento.

La respiriamo e l’ho respirata io.

E se pensavo che l’epilogo tragico del testo mi desse sollievo, beh non è stato cosi.

Mille altre ragazzine rischieranno e saranno altrettante cappuccetto rosso preda dei lupi famelici.

Eppure, ricordo che il lupo è non il simbolo di impulsi osceni, ma della solidarietà e della crescita.

Il lupo è insegnate e difensore dei principi che fondano la vera collettività.

In una notte buia, in una notte senza luna, nessuna bimba deve andare incontro alla morte o alla violenza.

Nessuno deve restare indifferente.

I mostri non si combattono con la vendetta che non è altro che la violenza giustificata.

Si combatte con il coraggio di cambiare finalmente le note.

Se una ragazza, vuole di sera

andare sola per strada

non lo può fare

non è corretto

che non sia accompagnata

Andare sola per la città

e non c’è niente di male

ma una ragazza

chissà perché

questo non lo può fare

Andare sola, per la città

mi sembra un fatto normale

ma una ragazza

chissà perché

questo non lo può fare

E’ un incantesimo strano, che la colpisce da sempre

mentre il duemila, non è più tanto lontano

Tutte le sere rinchiusa in casa

ma questa volta ha deciso

e vuole andare

per la città

sola col suo sorriso

Sola per strada col suo sorriso

e chi può farle del male

se ci saranno

mille ragazze

che la vorranno imitare!…

Edoardo Bennato