“Il battesimo di luce” di Natascia Lucchetti. A cura di Alessandra Micheli

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Van Helsing è uno dei libri a cui, Natascia tiene maggiormente. Non è solo un ritorno al suo stile e alle tematica a lei care, ma è anche una prova di quanto oggi sia cresciuta come autrice ma sopratutto come persona.

Un autore deve immettere nel libro se stesso.

Altrimenti la narrazione è solo una simpatica accozzaglia di parole che auto glorificano l’ego dello scrittore.

Ma a noi, del suo ego non ci interessa.

Vogliamo ritrovarci nella sua anima, consapevole che quello spicchio di cielo è un po’ uno specchio in cui rivedere noi stessi.

E pertanto dio, il male e la scelta qua in van Helsing intendo, diviene preponderante.

E’ vero che per Natascia i mostri veri sono altri.

E’ vero che Dracula è da lei visto come modello per una critica feroce alla società.

Che molte delle scelta fatte dai “mostri” sono necessarie al mantenimento di una determinata compagine collettiva.

Ma è vero che non è detto che, davanti la bivio tra noi e le esigenze degli altri, dobbiamo scegliere sangue e oscurità.

Possiamo anche decidere di abbracciare la luce e la lotta contro il male. Che esso sia o no risposta a un modello valoriale corrotto poco importa. Una volta compreso e pianto sopra ai carnefici non bisogna restare in silenzio.

Ma Van Helsing ha un solo grande problema: è come se fosse troppo immediato.

Pregevole arte di chi intesse storia con il dono di una parca, sembrava inesorabilmente e stranamente affrettato nel raccontarci l’evoluzione di Abhram.

Perché io conosco Natascia e a lei del dato scenico non frega un cazzo.

A lei serve vedere il percorso psicologico del suo figlio per poter conoscere ancor di più se stessa.

A lei interessa sapere come si arriva la bene o al male, per poter scegliere e scegliendo essere libera. Cosi come asserisce il suo meraviglioso Emanuel:

Esiste il libero arbitrio» disse Emanuel. «E non si può biasimare Dio se l’uomo si fa del male da solo, o cerca le ombre per avere più di quanto non possa. Capisco i vostri dubbi, sono quelli di tutta l’umanità. Le malattie, le carestie, le guerre, un Dio buono non dovrebbe permetterlo. Eppure Dio non è una balia, non è nemmeno un djinn che esaudisce desideri, egli ha creato la natura e l’uomo e ha dato loro il potere di gestirsi da soli.»

«Ci ha abbandonato?» conclusi io.

No. Ci ha reso liberi» ribatté lui, distendendo il braccio armato di un’altra spada di legno, con la quale colpì quella che stringevo io, debolmente. «E dobbiamo mantenerci liberi.»

Ed è la libertà il vero senso di questo racconto che va ad arricchire completare e delucidare il percorso di un uomo che al battesimo di sangue, forse più immediato, più capibile, decise il percorso irto di ferite, di dolore di solitudine: quello degli angeli e della luce.

Abram è libero perché non si lascia andare a un destino già tracciato.

Lui sceglie.

Andare dove anche gli angeli spesso esitano, perché significa superare la propria mortale umanità.

È tosta.

Ma se vogliamo essere liberi, non serve bestemmiare dio.

Serve solo comprendere che ci ha amato cosi tanto:

Era un Creatore che aveva donato il suo mondo alla natura e agli uomini e aveva lasciato loro la libertà di gestirlo.

E in un piccolo, agevole, scorrevole libro che va a completare e arricchire il suo testo principale, Natascia è capace ancora una volta di lasciare il segno.

Cosa che libri più autorevoli e forse complessi del suo non riesco a fare: un inno alla meravigliosa particolarità di un uomo, che è speciale proprio perché libero.

Allora spezzate le catene e fate come Abraham: cercate la luce, e con essa illuminate il buio

“I custodi e la pergamena del potere” di Federica Loreti, Les Flaneurs edizioni. A cura di Alessandra Micheli

 

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Credo che il mio amore per i libri, un amore atavico iniziato ancor prima della mia nascita, si stia ingigantendo grazie ai nuovi talenti.

Mai come quest’anno il mio senso della bellezza si sente coccolato, e venerato.

Libri che brillano come fari un una notte oscura, sarà retorica, ma è cosi che valuto il mondo letterario moderno.

Troppo funestato da tante polemiche, da tante lamentele inutili e tentativi abietti di affossare gli stili ricchi e pieni di significato a favore di un mostrare ma non raccontare che è l’anticamera del nulla.

Un libro che mostra ma non racconta è un libro fallito.

E’ un libro che sgarra la sua prima regola narrare.

L’autore anche oggi che la tradizione orale è andata scemando deve recuperare il suo tempo perduto a rincorrere chimere e riallacciare i fili del rapporto con la gente che è e rappresenta il suo unico referente. Pertanto per narrare, come ha dimostrato un grande saggista Francesco Amoruso, bisogna falsificare il reale e irrorarlo di simboli eterni e sempre nuovi capaci di illuminare anche le parti scabrose della nostra esperienza umana.

I custodi della pergamena del potere è un libro che coniuga storia e invenzione e che quindi, udite udite, si comporta da libro.

Prende un evento e lo colora, lo veste di nuovo e lo regale la pubblico che estasiato, abbandona i sensi comuni per bearsi di quel sesto cosi poco considerato e troppo spesso disprezzato.

Abbiamo terrore, un terrore strano inquietante, verso l’immaginazione. Ci va bene purché non raggiunga mai un limite elevato: si ci piace la fantasia ma che sia poco fantasiosa.

E cosi l’uomo resta a terra, schiavo delle sue mondane ossessioni, perdendo la strada verso l’infinito.

Federica, invece, ci dona la chiave per le porta del cielo, che si spalancano davanti ai nostri sensi rapiti e ci immergono in quel mondo delle idee di cui tutti parlano e che è riservato ai pochi.

Laddove gli angeli esitano si trova il libro.

Altrimenti è solo un insieme più o meno grammaticalmente e sintatticamente corretto di parole.

Ma non è un libro.

Non è porta, non è significato, non è evasione non è quell’input che ci spinge a ribellarci alle stantie convinzioni finto borghesi e abbracciare il vero unico moto umano: la scoperta.

Nel testo di Federica (dio come venero questa saggia donna) c’è l’uomo che ci aspetta e che ci guiderà negli abissi ma anche nel paradiso più radioso, quello in cui un personaggio apparentemente noioso, abulico e antipatico può divenire eroe responsabile del suo tempo e del tempo di tutti noi.

L’ossessione è sempre quella: il potere.

Non la gestione responsabile di essa ma la possibilità di usarlo per scopi privati non sempre brillanti e leciti.

E cosi per il proprio successo si deve per forza dare in cambio a mammona la propria coscienza.

Una bella pala e una bara pronta per darle l’estremo ultimo saluto.

Il potere corrompe perché non viene compreso.

Il potere logora perché chi non lo possiede fa di tutto per abbracciarlo. Chi lo abbraccia non si accorge che esso non è una bellissima fata, ma una vergine e di Norimberga che ti stritola nel suo mortale abbraccio.

E come sempre, dietro le quinte come racconterebbero i nomadi c’è un re che muove ridendo crudele i fili.

E noi burattini che non hanno più libertà, che non hanno più speranza di esserlo e giocano la partita di scacchi sanguinosa chiamata guerra. Perché il potere ha sempre come mezzo la guerra.

Ascoltate le parole di questa grande donna e imparate da esse:

Il mondo è in pericolo, ci sono forze che intendono attaccare

gli uomini e punirli per la loro crudeltà. Arriveranno tiranni

che penseranno di poter vincere facendo del male agli altri, ma

condurranno lentamente le vittime e se stessi alla distruzione

del genere umano.

Vi devo descrivere gli eventi che rendono questa frase verità?

Non credo.

E qua l’è allora l’unica speranza di questo mondo atrocemente disfatto?

finché i Custodi del Potere proteggeranno la Pergamena e i suoi segreti, il mondo sarà al sicuro,

Finché ci sarà l’uomo che si stanca di essere “qualunque” e vorrà divenite esso stesso custode e paladino di questa perduta umanità. Allora avremo speranza.

Anche se accanto ai prodi per l’equilibrio del mondo ci saranno sempre:

ma attenzione a chi percorrerà questa strada: non sei il solo cavaliere che trotta verso il Potere.

E allora una persona quasi invisibile come Gabin, che in fondo è n po’ il simbolo di tutti noi, annoiati e affranti, diventerà il protagonista di una strana ma indispensabile storia della salvezza, fino a crescere e scegliere la via meno facile

Io ho la Pergamena e non intendo usarla: voglio trovare l’ultimo simbolo del potere e tornare a Londra dove questo segreto mi seguirà fin nella tomba.

Perché l’atto supremo di coraggio è affrontare la conoscenza e non esserne soggiogati.

L’atto di coraggio più grande è vedere quel re che comanda, e forse comanderà sempre e sapere che tu, uomo piccolo e quasi evanescente, hai saputo dire no.

C’è un re che dorme rapito dalle rose,

non si sveglia nemmeno quando madri silenziose

unite nel dolore a giovani spose,

gli mostrano un anello con inciso sopra un nome.

C’è un re, c’è un re,

che non scende dal trono,

c’è un re, c’è un re

che non fa nessun dono.

Io spero sempre che la prossima strofa da aggiungere sia la seguente:

c’è un re che è stato FINALMENTE spodestato dal trono.

“Paradosso della ricompensa” di Lucrezia Lombardo, Eretica edizioni. A cura di Alessandra Micheli

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Il mondo è quel disastro che vedete, non tanto per i guai combinati dai delinquenti, ma per l’inerzia dei giusti che se ne accorgono e stanno lì a guardare.
(Albert Einstein)

Ero una bambina strana lo ammetto.

Mentre le altre mie coetanee sognavano sulle storie di principesse e di donzelle salvate dal loro principe, io invece mi perdevo nei racconti dei prodi della foresta di Sherwood.

Ero io il Robin Hood vestito di calzamaglia, difensore dei deboli, ostacolo e tormento del perfido principe Giovanni Senza Terra.

Ero con fra Tuck e immersa nelle azioni guerrigliere, di un uomo che della giustizia vestiva i panni.

Quando non ero Robin ero il cavaliere del al tavola rotonda, a difesa del sogno arturiano contro Mordread.

E non è un caso che tenevo affisso sopra la mia scrivania i precetti del buon cavaliere, abilmente espressi dal film dragon Heart:

Un cavaliere è votato al coraggio, 

il suo cuore conosce solo la virtù, 

la sua spada difende gli inermi, 

la sua forza sostiene i deboli, 

le sue parole dicono solo la verità, 

la sua ira abbatte i malvagi. 

Quei precetti ancor oggi risuonano nella mia testa ogni volta che mi trovo a un bivio, ogni volta che devo scegliere la strada da seguire.

Persino in ogni mia recensioni essi sono la colonna sonora che accompagna ogni mio scritto, proprio perché sono convinta come il mio amato Albert Enistein, che il male riesce a trionfare perché tutti noi siamo sudditi del silenzio, complici di una malsano mondo in cui ordine viene annichilito da caos, senza che questo porti evoluzione.

Non ho nulla, se il drago (ossia simbolo del caso) sia l’antesignano del nuovo che si adatta e deve adattarsi alla crescita dell’essere umano.

Sono contro il sistema che rende gli uomini sudditi senza dignità, che li rende schiavi di un dio troppo permaloso e pigro per prendersi le responsabilità della sua creazione.

Dire la ricompensa del giusto è in un altro universo, in una dimensione lontana evanescente è l’alibi del vigliacco che non ha per niente volontà di movimento e si adagia, e accetta di essere calpestato.

Il vero Dio ci ama.

Il vero dio ritiene che l’umo dia più importante del sabato e non accetta che l’uomo sia crocifisso assieme alla sua divinità.

Il vero dio scende dalla croce e porta con se l’umo e lo fa avanzare verso un avvenire pieno di promesse.

Forse è per questo che l’unica religione che riesce a acquietare il mio senso di giustizia è la teologia della liberazione, liberazione dal padrone troppo ottuso per darci del vero pane, e liberazione dalle catene delle convenienza, del potere e dello status quò.

Ecco perché la ricompensa deve essere qui e ora, deve modificare alla radice gli assunti del sistema, deve illuminare l’avvenire con un sole luminoso e troppo forte per chi non ha le palle per guardarlo dritto dritto nei suoi focosi occhi.

Il sole dell’avvenire è il credo di chi non vuole essere schiavo né padrone; vuole vivere e gustarsi ogni momento di questa straordinaria avventura chiamata vita.

Ecco che Lucrezia usa la sua ars poetica in senso riformista.

Non celebra lontani assurdi sentimentalsimi.

Non è solo un modo dell’albatros di rimpiangere il suo lontano cielo, mentre viene dileggiato sulla nave da stolti marinai.

No.

La sua è poesia simile a uno schiaffo sulla guancia capace di denunciare, squarciare il velo dell’illusione della comoda stabilità e spronare l’uomo a riprendere il posto che gli spetta: al centro di quell’universo creato per lui, perché celebrasse la gloria divina.

Chi soffre non deve essere redento solo dall’oblio delle ferite.

Quel sangue copioso deve far germoliare un sentimento chiamato giustizia, unico capace non di far sopportare la costante umiliazione della propria dignità.

Ma che comporti l’azione salvifica per eccellenza: dire no e cambiarlo sto sistema marcio.

Perché solo attraverso la conoscenza dell’abisso, delle più oscura caduta che si può iniziare a fissare lo sguardo spavaldo al sole e divenire noi stessi parte di un immenso cielo.

Non più anime crocifisse, ma uomini risorti che trionfano con la loro eticità sul mondo, su mammona e su ogni suo servitore.

Il riscatto non è ultraterreno, non fatevi fregare, il riscatto è qua e ora, trascina, modifica e cambia.

E’ il giorno che illumina l’uomo nuovo che non abbassa mai lo sguardo, fa fronte al dolore, all’ingiustizia e parte in cerca di un altra vita.

Perché noi siamo stati creati per essere amore e verità. Non scimmie ammaestrate.

Vi è un legame intimo che tiene unite Giustizia e Misura: nel senso della misura vi è giustizia. La Giustizia -distribuzione equilibrata del merito e della colpa, così come dei beni e dell’avere- ha un carattere anzi-tutto quantitativo, che richiede un riassestamento del concetto di misura.

Diario di una Bookblogger. Elena di Sogni di carta e altre storie, si racconta. A cura di Alessandra Micheli

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Instancabile Elena.

Elena dai mille interessi.

Elena e il suo amore per la Bellezza.

Elena e il suo profondo, inestinguibile bisogno di comunicare.

Elena sorridente e disponibile, amata e forse perché limpida odiata.

Oggi la nostra eroina ci parla dell’altro suo interesse: i libri.

E ci racconta attraverso di essi la sa visione della letteratura, dei suoi limiti ma anche di quelle immense potenzialità che le permettono di salvarsi sempre a un passo dall’abisso.

Buon viaggio

Ciao Alessandra, innanzi tutto grazie per aver scelto di ospitarmi, per me è un onore immenso essere intervistata da te!

Cosa significa essere un book blogger

Significa avere la possibilità di essere immersa dai libri, di dare voce a una grande passione quale la lettura e conoscere talenti nascosti e persone meravigliose.

Alcune delle amicizie più importanti per me, sono nate proprio grazie al mio status di Blogger e questa è una cosa bellissima.

Che cultura letteraria deve avere secondo te un book blogger?

Quanto più ampia possibile. Deve saper spaziare tra i generi, conoscere i grandi classici cosi come i testi degli emergenti. Un book blogger che si rispetti, a parer mio non deve porre limiti alla conoscenza letteraria.

Non esistono solo gli autori classici come Calvino e Wilde esistono anche autori emergenti dotati di una bravura straordinaria e che spesso, proprio a causa di preconcetti e limitazioni dei lettori non riescono ad emergere…ecco, un book blogger, non deve essere un lettore qualunque, ma deve avere una visuale e una mente molto più aperta.

Recensioni o opinioni personali?

Opinioni personali. Un book blogger amatoriale, può avere una buona tecnica di scrittura e un’ampia conoscenza letteraria, caratteristiche che permettono un’analisi approfondita e strutturata, ma che non fanno di lui un critico letterario. Io personalmente non mi sento all’altezza di giudicare professionalmente il lavoro altrui, quindi, mi limito ad esprimere il mio parere, nel modo più “professionale” possibile.

Cosa serve per scrivere recensioni

Cultura letteraria, una buona conoscenza della lingua italiana e tanta sensibilità e amore per l’arte della scrittura.

Obiettività o soggettività, cosa caratterizza un blogger

Entrambe le cose. Ogni book blogger ha un suo modo di approcciare alle letture e alle recensioni: c’è chi agisce e reagisce in maniera più emotiva e di pancia e chi invece in maniera più razionale e di testa.

Personalmente credo di appartenere più alla prima categoria, ma cerco comunque di fondere le due parti in modo da lasciar trasparire la soggettività emotiva e l’oggettività tecnica.

Cosa pensi del mondo letterario contemporaneo

Penso che ci siano troppi cloni dei cloni e che i veri talenti facciano fatica ad emergere per via di pregiudizi enormi insiti nel lettore medio.

Quanto conta il talento oggi nella stesura dei libri

Tantissimo, è FONDAMENTALE. Senza talento la tecnica non basta e viceversa. Sono due punti fondamentali, contrapposti troppo spesso, ma comunque complementari.

Cosa pensi del self pubblishing?

Penso che sia insieme croce e delizia per i lettori. Da un lato lo apprezzo, poiché ha reso l’arte della scrittura accessibile a tutti, dall’altra per lo stesso motivo lo detesto.

Credo che un libro pubblicato in self publishing non abbia nulla da invidiare a uno pubblicato da C.E, a patto che sia curato nel dettaglio.

Penso che se alcuni autori si impegnassero di più e si affidassero ad un editor prima della pubblicazione, la categoria del Self sarebbe meno discriminata .

Penso che la scrittura non sia per tutti come tutte le forme d’arte.

Il fatto che io ami la musica, non fa di me il nuovo Chopin, per intenderci…

Secondo te il livello del lettore medio è davvero basso?

Purtroppo si! Mi trovo di frequente a parlare di letteratura con le persone e quando chiedo cosa leggono, le risposte mi lasciano sempre perplessa.

Il lettore medio è di livello basso perché si auto impone limiti inesistenti, sente la necessità di affiggere etichette a generi e autori, etichette che sono simbolo di menti chiuse molto spesso.

C’è una certa responsabilità dei blog nel creare la sensazione che, esista oramai solo un certo tipo di romanzi? (romance o erotici)

Il blogger esiste perché l’autore scrive. Il mercato vuole un certo tipo di romanzi e molto spesso gli autori si adattano alla moda.

Il blogger che vuole le view e i follower, di frequente segue la stessa scia degli autori.

Un blogger può essere anche uno scrittore secondo te?

Assolutamente si, a patto che riesca a mantenere il distacco necessario per rimanere obbiettivo e che non si lasci intimorire dalla paura delle ripercussioni.

Le guerre delle recensioni sono all’ordine del giorno, se si ha il coraggio di affrontarle, allora si, un autore può essere blogger e viceversa.

In una recensione ci sono limiti da non superare?

Io credo che il rispetto limite che bisogna imporsi.

Che la recensione sia positiva o negativa, poco importa…è necessario avere sempre rispetto totale verso l’opera e verso chi l’ha messa nelle tue mani.

Quali sono i generi che si leggono e quali sono penalizzati

I generi più letti credo siano il romance e l’erotico, quelli penalizzati: la narrativa, l’horror e gli storici.

Cosa può ancora dare ancora leggere un libro, in un mondo cosi immediato come quello di oggi

Può dare tempo: tempo per se stessi, tempo per sognare, tempo per vivere mille vite differenti.

Un libro può essere una valida alternativa alla tendenza di oggi a non pensare?

Un libro DEVE essere una valida alternativa alla tendenza di non pensare. Un libro deve necessariamente scatenare un pensiero, non importa di che tipo, importa che lo faccia.

Case editrici e Self richiedono trattamenti diversi

Assolutamente no! Il libro merita attenzioni in quanto tale, indipendentemente da chi e come è stato pubblicato.

Leggere interessa ancora le giovani generazioni?

Si, magari non in grande misura, ma ci sono tanti bambini e ragazzi che allo smartphone, preferiscono un buon libro.

Si può rifiutare una recensione? E se si per quali motivi?

Si, per tanti motivi differenti:

  • Il libro non è di un genere che i lettori del blog apprezzano e quindi quest’ultimo non potrebbe dargli la giusta visibilità

  • L’autore si è presentato con maleducazione…eh si, mi spiace ma se un autore si presenta in maniera inopportuna io rifiuto la richiesta di recensione.

  • La trama del libro non coincide con l’interesse del blogger.

 

Ci sono autori che consiglieresti?

TANTISSIMI! Non vorrai mica l’elenco?

Lasciaci con una frase che ti identifichi

Vi lascio una citazione che amo.

Una citazione che ha dato una svolta importante alla mia vita.

Quante cose cambiano nell’arco di un solo istante”

Il libro da cui è tratta è Waiting di Daniel Di Benedetto.

Grazie per lo spazio che mi hai concesso, lascio un abbraccio immenso a tutti i tuoi lettori.

 

Grazie a te Elena per regalarci ogni volta una piccola parte della tua anima.

I libri sono stati i miei uccelli e i miei nidi, i miei animali domestici, la mia stalla e la mia campagna; la libreria era il mondo chiuso in uno specchio; di uno specchio aveva la profondità infinita, la varietà, l’imprevedibilità.
(Jean-Paul Sartre)

 

“Nella purezza” di Giorgio Montanari. A cura di Rita Fassi.

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Uno-due-tre.

Inizio-fine-inizio-

nascita -evoluzione-rinascita.

Ecco una probabile chiave di lettura delle poesie di Giorgio Montanari.

Uno: sé stessi. Nella nascita, nell’evoluzione, nella vita. Uno come l’inizio di tutto. L’alpha la creazione.

Osservo il disegno dello yin e yang, onnipresente nel libro.

È uno, è due è tre. Può sembrare paradossale ciò che sto cercando di spiegare, ma per farlo ricorrerò a qualcosa di familiare.

L’altra metà della mela.

Concetto espresso da Platone che ha ossessionato per anni ogni uomo o donna che ne sia venuto a conoscenza.

In un suo racconto, Primo Levi, ci illustra questo mito (rivisitato dalla cultura ebraica). Dio creò un golem , poi lo spezzò: ne uscirono due esseri, distinti e separati che tuttavia ambivano a ricongiungersi ogni volta che potevano per tornare ad essere Uno.

Una formula strana per cui un individuo sommato a un altro formano un solo individuo più evoluto che però curiosamente forma tre unità.

E cos’è il tao se non l’unione di due elementi che ne formano un terzo che però è una singola parte?

Può sembrare folle questa mia argomentazione per spiegare una raccolta di poesie.

Ma quando si leggono versi come questi

Fortificato da mura

di ego

il mondo non mi tange.

Non piango

se non da solo.

La farfalla,

prima attirata

dalla luce,

ora si agita

cercando di salvarsi

dalla lampada.

 

Non posso non pensare a una percezione di consapevolezza.

E parlando di consapevolezza, non posso non rimandare il mio pensiero a Antony de Mello e alla sua incitazione a svegliarsi. Secondo la sua visone siamo intrappolati in un sonno volontario di cui però non ci rendiamo appieno conto, un incubo per la precisione, dove come sonnambuli non facciamo altro che vivere senza vivere. Siamo proprio come questa farfalla. Attratti dalla luce finiamo per bruciarci, senza renderci conto che le mura di cui ci siamo attorniati non solo non ci hanno protetto, ma ci hanno condotto alla rovina. Questo perchè non siamo stati in grado di svegliarci in tempo. Ci siamo lasciati trascinare da quella cosa che chiamiamo vita, ma che tutto è meno che vita.

È sopravvivenza, forse.

Chi siamo in realtà?

Il caro de Mello ci ricorda che l’uomo è trinitario, proprio come lo è Dio.

Siamo corpo spirito e anima (per San Paolo) “io e me” per il gesuita.

Voi mi direte: e la terza parte? Sempre il nostro caro contenitore (il corpo) mosso da queste due identità che ci compongono, ma che non coincidono e di cui spesso non abbiamo neanche consapevolezza.

Sempre il de Mello insiste nel dirci che se capissimo che il problema non è nel mondo ma in noi, che se cambiamo noi, tutto cambia potremmo essere eternamente felici anche in questa vita e convivere allegramente con i nostri mostri perchè non ne avremmo più paura.

Che, in definitiva, la cosa più importante che possa capitarci è la consapevolezza.

Tutto molto bello, molto positivo, ma a volte il risveglio e la consapevolezza non solo non sono immediati, ma passano anche attraverso parole come queste:

 

Mangiando carne

assimiliamo il terrore

del ’animale al macello:

l’agonia insaporisce

gli ultimi attimi

di vita

del nostro boccone.

Un pesce soffoca lentamente,

dimenandosi per respirare in mare;

nello stesso istante

il pescatore

progetta come cucinarlo.

L’Uomo combatte

una guerra caramellata

contro la Natura,

incurante di essere

lui

il pesce o la carne.

La risposta è

nel proprio DNA.

 

E questa è la fase due della consapevolezza.

Due come lo yin e lo yang.

Due come l’io e il me, lo spirito e l’anima.

Troppo spesso abituati a cercare l’altro fuori di sé, non ci rendiamo conto che il primo sé che dobbiamo cercare, individuare è solo fuori da noi, nel nostro riflesso. Dovremmo imparare a guardarci con occhi che non siano i nostri, quasi fossimo estranei che giudicano altri estranei.

Comprendere che tutto sommato le guerre che combattiamo sono inutili perchè appartengono a un circolo che sempre uguale ritorna su sé stesso, spingendosi tuttavia (come una spirale) verso l’alto.

Perchè anche se tutto torna, non lo fa mai allo stesso modo.

 

Ricordi una madre

mentre ti partoriva?

È necessario ricostruire

iniziando dalle particelle,

analizzare lo scenario

terminata questa nebbia.

Hai bisogno

di un passato?

Il tuo soffio

non lascia traccia quando

respiri vicino al vetro.

Cosa accade

mentre dormi?

Uno spettro

si risveglia

e la mente

forgia idee.

Sei confuso e

non decifri

questo testo?

Al ora non hai capito che:

tu non esisti!

 

Fase tre: la completezza.

Siamo uno-due-tre. Dalle nostre ceneri possiamo rinascere, ma solo a patto di comprendere che siamo nulla.

Nulla se non una fragile farfalla attratta dalla luce inconsapevole di poter morire se non quando è già morta.

Che siamo un tutt’uno con il mondo che ci circonda , di cui siamo parte. Ci nutriamo di lui e lui si nutre di noi un cerchio infinito.

E che non abbiamo bisogno, per esistere, di un qualcosa che ci definisce, di un passato. Perchè non è il passato che fa di noi ciò che siamo, ma è la nostra essenza, la nostra purezza. E qui il cerchio si chiude attraverso il titolo della raccolta: nella purezza.

Scevri da ogni ingombro materiale possiamo infine trovare il due e il tre non solo in noi stessi, ma nell’altro.

Riconoscere una parte di noi in qualcuno e permettere allo stesso di trovare una parte di sé in noi, per arrivare al tre: una nuova creatura che viene generata dall’unione dei due e paradossalmente ci riporta all’uno.

Due entità distinte e complete che formano una terza entità nel momento in cui diventano uno.

Non è una cosa meravigliosa?

“Il soffio della morte” di Francesco Grimandi. A cura di Alessandra Micheli


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itte gloria in sa vinditta b’ada?

Che gloria c’è nella vendetta?

Tazenda

Mentre leggevo il libro di Grimandi, oltre a emozionarmi come sempre per il perfetto stile narrativo accattivante e mai sopra le righe ma dotato di un’eleganza interna che dà lode alle lezioni americane di Calvino, non riuscivo a smettere di pensare alla canzone dei Tazenda Mamoiada.

Che gloria c’è nella vendetta?

Che benefici ci porta occhio per occhio e dente per dente?

Io stessa spesso incespico in questa lunga strada chiamata vita su questo tema.

Azioni che feriscono peggio di lame roventi e che generano spesso dolori atroci che si ripercuotono su tutta la nostra vita.

Possiamo provare a scacciarli.

Possiamo tentare di combatterli con l’arma sfavillante della purezza, ma tutti noi, abbiamo provato per un solo istante l’atroce seduzione di lei, signora vendetta.

Nera e fiera oscura e grondante di sangue si presenta apparentemente come la nemesi la giustizia riparatrice di torti.

E invece, non è che un demone ghignante che sbava sulla nostra anima. Perché in fondo la vendetta non ci dona la pace eterna ma solo un eterno atroce tormento.

E nonostante io spesso venga visitata da questa fiera feroce, oramai conosco il volto dietro la maschera e so dirle soavemente, no grazie. Posso cullarmi nell’idea di un azione che renda pan per focaccia, ma è poi la scelta che effettuo a determinare, in fondo chi sono.

E seppur posso apparire una scassaballe con i miei pomposi ( a parere di alcuni) discorsi etici, so viverli davvero e mi sforzo di portare la differenza nel mondo.

Ciò non significa che rifiutare la vendetta non comporti combattere per i propri diritti, per il rispetto.

Significa solo brandire l’arma della giustizia che non può non essere venata dallo scintillio della compassione, piuttosto che brandire l’oscura spada della rivalsa e della frustrazione.

Perché in fondo la vendetta è scaturita da questo.

La frustrazione di essere vittime di un sistema basto sulla legge atavica del più forte e soccombere.

Ma, invece, di osservare con occhi orgogliosi il centro del problema, lo si schiva accettando quel metodo che da azione comporta reazione uguale e mai contraria.

Perché se uno davvero credesse nella ribellione contro la violazione dei diritti, violati, negati, recisi, non può usare nella sua salvifica azione riparatrice, lo stesso metodo sdoganato dal sistema che li nega e li violenta.

Non può assolutamente essere ogni volta trascinato in una vorticosa danza circolare, quella che funestò la vanità della protagonista di scarpette rosse.

La vendetta, appunto, è paragonabile alla fiaba, laddove la protagonista è sedotta a indossare, per vanità, scarpe rosse, brillanti e seducenti, illusa che esse siano le uniche accettabili in quella società, e ballare, ballare fino a morirne.

Il ballo della vendetta non è piacere o gioia.

E’ costrizione e violenza.

Grimandi tutto questo lo sa e lo racconta spesso nei suoi libri.

Ma mai cosi incisivamente come nel soffio della morte, che nasconde dietro il perfetto giallo un significato ben più ampio: una società malata, corrotta che fa del compromesso e del marcio la sua unica ragione di vita, genera sia carnefici che vittime e il loro ruolo si offusca fino a scomparire.

Siamo tutti scarpette rosse in quest’infernale ballo.

Sebbene per molti versi potesse considerarsi fortunata non si sentiva per niente felice. In lei delusione e sconforto crescevano di giorno in giorno più forti, bestie orrende che divoravano le sue energie e i suoi sogni. Al fine di fermarle aveva deciso di agire, ma il rimedio si stava rivelando peggiore del male. Quello che aveva fatto non avrebbe mai estinto quanto aveva patito e la vendetta, altrettanto feroce e crudele, non poteva che dispensarle un blando sollievo.

In una Bologna che perde pezzi di se stessa, i diritti femminili vengono ignorati, calpestati e la donna diviene mero oggetto.

Mentre infuria la guerra, mentre le parti duettano insieme in un canto blasfemo, la vendetta seduce la protagonista rendendola già morta.

Già si conosce l’omicida.

Quello che scoprirete durante la lettura è come si arriverà a stanarlo, ma sopratutto capirete come da fanciulla sognante, annoiata, forse viziata, si può divenire feroce bestia senza etica.

E non so se proverete repulsione o compassione.

Se sia lecito agire per fermare la violenza che in quella Bologna sembra essere oramai sdoganata.

Da parte mia, penso che l’unico modo per risorgere dalle ceneri dell’orrore ci sia solo un modo: l’amore.

E’ solo quello che resta la nostra unica speranza.

E da parte mia so che la bellezza del libro di Griamndi, la sua forza evocativa,la sua capacità di creare una porta temporale, uno stargate è il mio antidoto all’orrore.

Pertanto leggerlo sarà sempre il mio personale e unico paradiso

In fondo, si disse, vicino alla persona giusta la vita ha un altro sapore. E vale la pena di essere vissuta, nonostante le inevitabili rinunce e i sacrifici.

 

Bisceglie ospiterà la decima edizione del Festival Libri nel Borgo Antico, dal 23 al 25 agosto. Il blog invita tutti a partecipare a un evento imperdibile!

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Da venerdì 23 a domenica 25 agosto, a Bisceglie, cittadina della costa Nord della Puglia, avrà luogo la decima edizione di Libri nel Borgo Antico.

Festival di letteratura che ospita oltre 150 autori: nomi noti del panorama letterario, televisivo, sportivo presenteranno le loro novità editoriali.

Le vie e le piazze del suggestivo centro storico biscegliese saranno invase da scrittori, amanti della lettura, curiosi: una vera festa della cultura.

Spazio anche allo Scambialibro e a eventi collaterali, gratuiti, come le letture per bambini e una Masterclass per aspiranti scrittori.

 

Per informazioni: – 0803960970.

Review party “Dracul “di Dacre Stoker e J.D. Barker. A cura di Alessandra Micheli

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Quando un libro mi appassiona, quando entra di prepotenza con la sua forza narrativa dentro il cuore, l’anima e la mente mi faccio sempre la stessa ossessiva domanda come tutto ebbe inizio?

Quali suggestioni, quali visioni e che esperienze portarono l’autore mio preferito a dipingere su un foglio di carta trame cosi eterne da sconfiggere i tempi?

E cosi che inizia la mia ricerca sui libri, sui loro segreti, sulla loro origine e sullo stile di narrazione.

L’ho fatto per la mia amata Jane Austen, per il mio adorato Oscar Wilde e per il mio mito, Charles Dickens.

Sono entrata quasi timorosa nelle loro vite segrete, mi sono impadronita con pudore dei loro segreti e dei misteri che si celano dietro l’apparente razionalità del loro scrivere.

E mi sono fermata ad ammirare i residui non logici dietro un mestiere che sembra fare della coerenza il suo mantra preferito.

Spesso odo queste parole: coerenza letteraria.

Un libro deve essere una sorta di sequenza precisa di fatti e spiegazioni, di eventi e di motivi alla base degli eventi, una narrazione verosimile, una narrazione credibile.

Eppure la narrativa, l’arte del racconto è tutto fuorché credibile.

Essa vive e prospera nella falsificazione di un reale che ci sfuggirà sempre, per quanto possiamo millantare un approccio scientifico, per quanto possiamo venerare il dato statistico, essa, la visione del reale intendo, sarà sempre frutto di uno strano meccanismo del nostro cervello che viene chiamato interpretazione.

Lo stesso Gregoy Bateson e lo psicologo J.R. Ames tramite esprimenti interessantissimi, dimostrarono come la visione del momento, dell’attimo, cosi come del dato, fosse frutto di un meccanismo che tutto doveva alla percezione.

E cosi l’oggetto non sarà mai simile per tutti e cosi l’evento soffrirà o si arricchirà del nostro personale modus vivendi, della nostra esperienze a dei nostri più nascosti impulsi.

Il discorso della credibilità, quindi, si rivela fallace e crolla, miseramente, anche di fronte a stili che si abbelliscono del termine verismo: persino li, nei meandri della rappresentazione corretta ed efficace della realtà, nei dati storici noi avremmo mondi costruiti ex novo, resi potenti dal nostro faccettato io e dal nostro Sè più oscuro e profondo.

Questo discorso combacia perfettamente con una delle narrazioni più conosciute, uno dei libri più amati e al tempo stesso meno letti del nostro ridicolo secolo post moderno: il Dracula di Bram Stoker.

Dico più conosciuto perché grazie alla cinematografia, volenti e nolenti sappiamo di cosa parla.

Ma meno letti, perché a un’attenta analisi il film e il libro si confondono fino a intersecarsi, questo a danno del genio visionario del buon Bram.

Il libro Dracula non fu l’unica sua produzione e molto di ciò che noi oggi conosciamo, deriva da analisi tardive.

La stessa identificazione di Dracul lo strigoi, con il Voivoda valacco è un elemento discordante

Benche´ quasi tutti credano che Dracula sia Vlad Dracul, negli appunti di Bram non si fa nessun cenno a Vlad l’Impalatore. I due non hanno in comune altro che il cognome. Questo collegamento tra Vlad l’Impalatore e Dracula non è stato creato da Bram: si tratta invece di una congettura avanzata da Raymond McNally e Radu Florescu, due professori del Boston College, nel loro libro Alla ricerca di Dracula, pubblicato nel 1972. La teoria di Vlad l’Impalatore è stata poi ripresa da Francis Ford Coppola nel suo film del 1992, Dracula di Bram Stoker.

Queste analisi, queste interpretazioni seppur interessanti hanno da sempre allontanato il libro dalla sua fonte orale, necessaria per ogni atto della narrazione, spesso ostacolata dalla nascita del romanzo moderno :

Il declino della narrazione è la nascita del romanzo alle soglie dell’età moderna. Ciò che separa il romanzo dalla narrazione (e in senso più stretto dall’epica) è il suo legame sostanziale con il libro

Walter Benjamin

Questo significa che, il narrare, il raccontare storie ha una funzione sociale e etnologica più ampia di quella assegnatagli oggi, dalla volontà di divertimento e svago.

E’ un ricordare le origini, un comunicare tradizioni e un rinnovare parole per parola il nostro legame con le nostre più occulte origini

«l’esperienza che passa di bocca in bocca è la fonte a cui hanno attinto tutti i narratori

Cioè significa che si cerca a ogni costo un originalità impossibile da realizzarsi nel contesto umano, fatto di momenti precisi e celebrati da ogni cultura (nascita, morte, rinascita, iniziazione alla pubertà) dimenticandosi che il racconto è essenzialmente rimembranza, è un riallacciare il legame reciso dalla modernità che incalza con fili molto più segreti e arcani e antichi di quanto noi possiamo immaginare.

Tempo passato e tempo presente si devono unire per creare un arazzo capace di resistere ai cambiamenti, per ricordarci non solo chi eravamo e chi potremmo essere ma anche quali funesti timori hanno ostacolato e ostacolano il nostro cammino verso l’evoluzione.

Dracula è uno di questi racconti che, dall’arts orale passa all’ars scritta.

Il suo vampiro non è solo un nome preciso ma è una figura che dall’ombra della mitologia si innalza e inizia a gettare la sua ombra su ogni uomo.

Lo strigoi è parte di una tradizione molto più antica del voivoda chiamato Vlad e molto più vicina al mondo del numinoso che con la morte aveva contatti strettissimi.

Lo stesso Bram è di sangue irlandese, imbevuto di Banshee, di perfido oscuro folletti, di figure assetate di sangue le cui origini si perdono nelle fredde notti della caccia selvaggia.

Ecco che restituire al libro di Dracula la sua vetusta antichità significa omaggiarlo.

Ma questa restituzione in Dracul non è campata in aria.

Si fonda su un dato interessantissimo e poco conosciuto per Bram i fatti narrati, cosi come scritto nella prefazione perduta erano:

Sono assolutamente convinto non vi sia dubbio alcuno che i fatti qui descritti siano accaduti davvero, per quanto incredibili e incomprensibili appaiano a prima vista. E sono inoltre convinto che essi debbano per sempre rimanere in qualche misura incomprensibili, anche se forse i progressi della psicologia e delle scienze naturali potranno, negli anni a venire, fornire delle spiegazioni logiche a quegli strani accadimenti che per ora ne´ gli scienziati nella polizia segreta sono in grado di comprendere. Ribadisco che la misteriosa tragedia qui descritta è totalmente vera in tutti i suoi aspetti esterni, benché naturalmente io sia giunto a una conclusione diversa su alcuni punti rispetto a quanti l’hanno vissuta.

E fu questa prefazione che causò il netto rifiuto del suo primo editore Otto Kylman, l’editor di Archibald Constable & Company. Decisione che alla fine costrinse il nostro scrittore a accettare il primo, credo, compromesso della storia cambiando addirittura il titolo da undead (non morto) a dracula.

Sarà per voi strana scoperta che, quando il libro fu infine con un parto doloroso pubblicato

prime 101 pagine erano state tagliate, al testo erano sta-ti apportati numerosi cambiamenti e l’epilogo era stato accorciato, modificando la sorte di Dracula insieme con quella del suo castello. Erano scomparse decine di migliaia di parole, e la prefazione ridotta

Ecco perché il Dracul, oggi del pronipote (provo invidia per la possibilità di maneggiare gli appunti misteriosi e rari del suo prozio) resta non solo un testo di eccelsa letteratura dell’horror, capace di coinvolgere come gli scritto moderni (mi spiace) non sanno fare, ma è per noi curiosi, noi saggisti, noi aspiranti archeologi della letteratura l’anello mancante per comprendere al meglio il Dracula e sopratutto il nostro amato Bram.

In questo testo c’è tutto ciò che un lettore sia neofita che oramai avvezzo al labirintico mondo letterario cerca: adrenalina, suspance, emozioni forti, disgusto, compassione e quella suggestione capace di aprire le porte segrete e occultate del viaggio temporale per piombare con grazia o goffaggine nella Dublino di Stoker.

E nell’Irlanda dei suoi oscuri miti.

Il ritmo sudante e incantato COMPIE la sua magia sul lettore più smaliziato…ma sopratutto, per molti ( non solo per me spero) illumina i passi che in Dracula originale sono ancora in ombra, proprio per quell’opera di epurazione fatta secoli fa.

Ecco che leggendo Dracul tutto sarà più chiaro e il suo creatore uscirà dall’oblio divenendo una figura molto meno evanescente di quella che ci restituisce oggi un mito incompleto e spesso nato da suggestioni che non appartengono ne al carattere di Bram ne al suo tempo.

Tempi difficili, tempi in cui i mostri e i prodi si confondevano in un cerchio cosi stretto da rendere difficile la gerarchia.

Bram vive in un mondo in cui bene e male sono soffusi, in cui scienza e superstizione si danno strettamente la mano, in cui mistero e certezze sono facce della stessa medaglia.

Dracul di Drake Stoker è senza dubbio un elemento fondamentale per ricomporre il mosaico di un testo che è stato importante per tanti autori, ma sopratutto è capace di far rivivere il gotico annaffiandolo con uno stile moderno, senza pertanto intaccare le suggestive atmosfere che rendono, ancor oggi, suadente ogni libro, dal castello di Otranto di Walpole, ai misteri di Udholpo della Radcliffe.

E leggendo, lasciando che l’incanto della narrazione compia il suo destino su di voi capirete che:

La sensazione è che Bram ci stia bisbigliando all’orecchio, avvertendoci che c’è molto di più da raccontare. Cosa c’era in quelle 101 pagine mancanti?

Resta a voi scoprirlo leggendo.

 

“Tormento fragile”di Valentina Casadei, Bertoni editore. A cura di Alessandra Micheli

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La poesia, quei versi sublimi discesi direttamente dalle regioni dell’essere.

Boccata d’aria per la nostra anima cosi assetata, cosi abituata al un sole luminoso e cosi caldo da offuscare con quella radiosità, anche i rifugi sicuri delle oasi ombrose di boschi e di foreste.

Noi che sotto questa vita marciamo ordinati in attesa della terra promessa.

Noi che sogniamo brumose isole evanescenti e lontane ma sostiamo, come sosta il goffo Albatros, su navi odorose di promesse, con quella possibilità di raggiungere il nostro personale eden.

Un eterno vagare, un eterno gemere alla luna i nostri sogni mancati. Quell’incapacità di osservare non solo la meta che brilla lontano, ma il viaggio stesso e le sue incantevoli oscurità, fa di noi esseri fragili bisognosi, forse, di un sorso di aria pura.

E la poesia è questo.

E’ immensità a portata di parola, è il verso ripetuto all’infinito come un mantra capace di liberarci dalle nostre prigioni.

E’ il tormento e al tempo spesso la spinta a muoverci in direzioni sempre diverse, affinché quel sole che continua a splendere glorioso, non ci renda terreni aridi.

La poesia, specie in Valentina, è pioggia soave, seppur capace di inondare di dolore le nostra labbra.

Eppure ne abbiamo bisogno, un bisogno sfrenato e ossessivo.

Abbiamo bisogno di quelle parole taglienti che colano sangue ma quel sangue che ci rende meravigliosamente e dannatamente vivi:

Un calore lieve sveglia i miei sensi

oramai arresi alla notte.

Mi avvicino

c’è un fuoco

che arde

e si spegne,

fulmineo.

Cenere su cenere,

inchiostro su inchiostro,

il buio

caliginoso

muore due volte.

Frasi, aggettivi ripetuti con armonico ritmo, immagini fuggevoli scorci di un qualcosa di oscuro e di celato alla vista, il mistero di essere donna:

signora bambina

gioco a fare la donna

con tutte le mie incertezze.

Madre prodigiosa

e vulnerabile innocente

accendo ceri

candele

e fuochi fatui

per tutti i ricoveri d’urgenza di questo cuore pazzo.

Il mistero dell’amore che non è soltanto volontà di interagire con l’altro ma sopratutto voglia intensa di eliminare ogni maschera per trovarsi nudi e fragili di fronte all’incanto acuminato di quella spinosa rosa:

Spine che trafiggono carcasse vuote

non indulgono

e cambiano subito

Noi siamo paragonati nella nostra assoluta ricerca della perfezione dell’attimo eroico, allo stesso Orfeo che vive di illusione, che ama l’amore eppure non riesce a fissarne il volto se non a costo di farlo dissolvere.

E’ nell’incanto del sognato e persino del dolore immaginato che si nasconde la forza catartica delle suggestioni poetiche, che da quell’emozione si diramano

Correndo

feci come Orfeo,

mi girai.

Non cercavo l’amore

ma ciò che sono stata,

delicata,

controllavo fossi ancora lì, premurosa,

E allora non è la fisicità dell’atto incontro a interessare la poetica di Valentina, ma la possibilità e la forza che questo momento scatena dentro di noi, la capacità di mordere e succhiare tutta la vita che scorre attorno a noi fluida come un fiume impetuoso

Correndo

non mi sono più fermata.

E ho invocato tanti cieli,

tutte le libellule in bottiglia sono state liberate

e i venti che spostavano,

le loro magre ali,

sono tornati a fare sbattere finestre

come schiaffi su guance immacolate.

Continuavo a correre

e quando perdevo il fiato

morivo correndo

dannata

per tutto l’amore ricevuto.

Tormento fragile è il diario di un anima, di ogni anima che desidera bearsi non della materialità concreta, ma della sensazione, della suggestione che dall’oggetto divine verso eterno e pertanto incorruttibile

In quel tempio

di fiamme assassine

che hanno antenati nel sangue, è il tuo tormento fragile

che resta.

Fragili come noi, esseri intessuti di mille strani e arcani fili.

Fragile come quel sogno chiamato uomo

LE CONTRADE SOPPRESSE DEL PALIO DI SIENA. A cura di ALFREDO BETOCCHI

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In occasione dell’imminente Corsa del Palio della settimana prossima, ho scritto questo interessante articolo che spero piacerà a tutti e soprattutto ai senesi.

Il Palio di Siena, che è forse la manifestazione storico-folcloristica di maggior richiamo nel mondo intero, viene tenuto due volte l’anno.

Com’è noto, consiste in una corsa sfrenata di cavalli che rappresentano dieci delle diciassette Contrade, cioè i quartieri nella quale è divisa la città.

Il “contradaiolo” sente un profondo attaccamento verso i colori della propria Contrada e ogni due luglio e sedici agosto si immerge in un tripudio di bandiere e di gonfaloni con i colori biamco e nero del Comune. Su tutte le finestre, ogni famiglia espone i colori della propria Contrada.

L’origine delle 17 Contrade che sono: l’Aquila, la Chiocciola, l’Onda, la Pantera, la Selva, la Tortuca, la Civetta, il Leocorno, il Nicchio, la Torre, il Valdimontone, il Bruco, il Drago, la Giraffa, l’Istrice, la Lupa, l’Oca, risale al XIII secolo ed è legata all’origine della Repubblica di Siena. 

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A quell’epoca, la città era divisa in Terzi: il primo detto “di Città”, il secondo detto “di San Martino” e il terzo detto “di Camollìa”, derivato dal latino “casa mulierum” – casa delle donne – a causa di un convento di monache situato in quel borgo.

Sin dal XII secolo era usanza, il 15 agosto, correre a cavallo per i vicoli stretti e tortuosi della città in onore della Madonna. Tale manifestazione si protrasse fino al 1861 quando fu soppressa per la sua pericolosità.

Nel secolo XV le Contrade, suddivisioni dei Terzi, iniziarono a contraddistinguersi con emblemi simboleggianti un animale, vero o fantastico. Questo nuovo “gioco” entusiasmò i senesi che vollero circondare i loro cari animali di colori e disegni fantasmagorici, creando così le bellissime bandiere che possiamo ammirare durante l’esibizione degli sbandieratori sulla Piazza del Campo.

In origine le Contrade erano ventitre e ciascuna di esser forniva una Compagnia militare che prendeva il nome da un santo o da un edificio del quartiere, pubblico o privato, e issava una propria insegna.

Di queste Contrade, sei furono via via soppresse durante il ‘600 per dare un assetto meno parcellizzato e più razionale alla suddivisione della città.

Le Contrade soppresse erano: “Il Gallo”, “il Leone”, “l’Orso”, “la Quercia”, “la contrada degli Spadaforte” e “la Vipera”.

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L’abolizione di queste Contrade è fatta risalire collettivamente all’anno 1675, tuttavia ciò è poco probabile poiché, tenuto conto di quanto contenuto nel “Libro di Balia” che registrava ogni avvenimento di cronaca o di ordine pubblico, queste Contrade erano già inattive prima di quella data.

Interessanti sono gli avvenimenti che portarono alla cancellazione della Contrada degli Spadaforte. Il suo nome deriva da uno dei Signori di Sticciano che aveva un palazzo nella zona. La Contrada ebbe origine dalla Corporazione dei Battilana.

La sua nascita ebbe una vicenda travagliata: il 23 giugno 1673 fu presentato in Balia (cioé all’autorità di polizia) da parte della Contrada della Torre, un esposto in cui si accusavano gli abitanti di San Martino, ove sorgeva il palazzo dei Signori di Sticciano, di volersi costituire in Contrada degli Spadaforte.

La contesa deve essere andata avanti per anni; infatti, ancora due anni dopo, gli Spadaforte si presentarono al Prato di Camollia (zona preposta all’assegnazione dei cavalli del Palio) per ricevere il cavallo per correre il Palio.

La Balia in quell’anno, per evitare disordini e conoscendo la prepotenza dei Signori di Sticciano, decise di non correre il Palio ma di offrirlo alla Madonna di Provenzano.

La statua d’origine quattrocentesca si trova nel duomo nel quartiere di Provenzano e a questa è dedicato il Palio del 2 luglio.

I Signori di Sticciano non si rassegnarono così facilmente alla decisione dell’autorità senese e tentarono a lungo di partecipare al Palio.

Ancora nel 1693, cioè ben vent’anni dopo il primo rifiuto, gli Spadaforte chiesero nuovamente di correre il Palio ma fu loro proibito definitivamente.

Le Contrade soppresse sono oggi comprese nei quartieri limitrofi e, a quanto se ne sa, nessuno rivendica più un’improbabile risorgimento.

Con questo articolo s’interrompe provvisoriamente, causa vacanze estive, la mia collaborazione con il Blog.

Vi do appuntamento per settembre con tanti altri interessanti e divertenti articoli.

AUGURO A TUTTI: BUONE VACANZE!

Alfredo Betocchi