“Il passaggio della cucchiarella. Una polpetta per tutti, tutti a caccia di polpette!” di Giacinta Gasdia, La strada di Babilonia. A cura di Alessandra Micheli

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Eccomi qua a scrivere la recensione che non avrei mai voluto scrivere. Non, non temete, non sto per stroncare il libro.

Piuttosto, sarà difficile mettere le parole sul foglio word perché le lacrime offuscano i miei occhi spesso, troppo spesso aridi.

Il libro di Giacinta Gasdia mi ha toccato nel profondo.

Inutile mentire a me stessa.

Forse perché ho riconosciuto in quegli odori, in quei sapori lontani le uniche cose che hanno rappresentato la parte migliore del mio mondo. Non è solo un libro di cucina.

E’ un libro di amore e ricordi, un inno e un ringraziamento a quelle figure che ci dimostravano amore cucinando ininterrottamente.

E non solo sughi o dolci ma impasti di amore, quello che solo oggi, che le ho perse le mie nonne, ne capisco la portata.

E cosi mentre leggevo, mi sono ricordata delle mie due splendide donne, coloro che mi hanno insegnato a essere come sono.

A sognare e resistere a non arrendermi mai.

A dimostrare affetto soltanto cucinando un piatto, perché magari è difficile esprimere i sentimenti.

Io ne avevo due di nonne bioniche.

Nonna Angela chiamata da tutti Maria una marchigiana doc con una forza di carattere indomita.

Forse troppo testarda e forse troppo puntigliosa.

Sempre elegante con il suo guanti le sue spille e il fazzoletto immacolato nel taschino.

Odorava di acqua di colonia e borotalco che si spargeva per tutto il corpo e si mischiava a quei suoi sughi alchemici che dalla pentola sprigionavano sapori e odori magici.

E io piccola la guardavo affascinata.

Nonna non sapeva leggere, ma aveva più cultura umana di tutti i grandi dotti.

Nonna Angela era molto gelosa delle sue cose ma permetteva a me di giocare con i suoi soprammobili, quando mi teneva con me all’uscita da scuola.

E io immaginavo storie e favole con quelle ballerine e i pastori, e a volte li rompevo e venivo premiata con una fetta del suo famoso strudel alle mele.

Non ti ho abbracciata abbastanza nonna.

E mi manchi mi manca quelle gite al mercato, quel vociare e tu, come nonna Giacinta, che contrattatavi il prezzo dei funghi, o contestavi il taglio della carne e persino come veniva macinata per le polpette.

E l’altra nonna era Valeriana, detta Valeria.

Una donna favolosa forte che non si è mai arresa se non all’ultimo stretta a me alla malattia che le corrodeva le ossa.

Aveva solo due dita nonna Valeria, le altre immobilizzate dall’artrite reumatoide, eppure maneggiava le padelle e pentole come un acrobata, cucinava sempre per quei nipoti che ogni week end andavano a trovarla.

Ricordo la semplicità dei sui famigerati hamburger.

Non li ho più mangiati di cosi buoni.

E mi sono chiesta come li cucinasse perché risultassero cosi croccanti e odorosi di spezie.

E oggi ho capito.

Era l’amore.

Come racconta Giacinta:

si cucina pensando a qualcuno altrimenti si prepara solo da mangiare.

E i sorrisi che facevi quando ti arrabbiavi perché volevo rubare un po’ di sugo alla toscana e però sorridente mi passavi un tozzo di pane duro (il culetto lo chiamavi) intinto in quell’intingolo misterioso e buonissimo.

Ma ora so che la cosa più bella non era il sapore del pane ma il tuo sorriso, che oggi mi manca.

E andavo in cameretta mentre tu lavavi borbottando e io leggevo i libri di fiabe, e tutto sembrava perfetto.

Io quella sensazioni di protezione che provavo quando andavamo in giro per Viterbo e San Pellegrino non l’ho più provata.

Sono andata negli stessi posti ma non hanno più quel magico sapore. Voi non ci siete più.

Forse è per questo che amo cucinare.

Perché nel ragù con le rigaglie di pollo, nella gallina ripiena,forse ritrovo voi.

E so che siete sempre accanto a me.

So di non avervi parlato approfonditamente del libro.

Ma se un testo procura a me, notorio cuore di pietra tutte queste suggestioni, queste emozioni, forse dovreste leggervelo.

Magari anche voi ritroverete le vostre nonne e i ricordi di infanzia, anche se il buio oggi appare cosi tenebroso, quello è un sorriso che riscalda.

E anche voi avrete il famigerato “passaggio della cucchiarella” ossia l’eredità di ricette che sbrancano tanti famosi cuochi.

Perché l’amore, gli insegnamenti di quelle nonne che ci crescevano, mentre cuocevano allegre, nessuno può sostituirlo. Resta nelle ossa e viene trasmesso in ogni manicaretto.

E cosi via ai figli dei nostri figli.

Il ricordo, l’amara più potente che l’uomo possiede, rivive nei piatti di Giacinta.

E sono sbocciati in me e li condivisi con voi, perché se non fosse stato per questa splendida casa editrice, che dell’amore fa il suo mantra, non avrei avuto il coraggio di tirarli fuori.

Perché tanta è la paura del dolore, e della perdita.

E invece ora so che basterà un piatto per averle accanto a me.

Cosi come l’autrice ha accanto la sua nonna bionica.

Grazie Giacinta per questo viaggio e per aver fatto sciogliere un po’ di neve da questo cuore indifferente.

Post scrittum.

Ultimo dato. Poi vi giuro vi lascio correre a comprarvi il libro suddetto. Come ben saprete io non guardo assolutamente nulla oltre le parole scritte. Eppure una delle prime cosa che mi ha colpito del libro, prima ovviamente di leggerlo è stata la cover, che sembrava sprigionare quegli odori che mi hanno riportato indietro al passato e la cura delle illustrazioni, vere e proprie porte per abbracciare nonna Giacinta.

E sapete perché l’ho notato?

Perché nella cura dei dettagli, dalla carta ai disegni, alla copertina si sentiva tutto l’amore che l’editore ha messo nel testo. Tutta la sua passione. E non per renderlo accattivante ai vostri occhi troppo abituati alle apparenze.

Ma perché al testo ci credeva.

E credendoci lei stessa, ha trasmesso quest’amore anche a me, che l’ho letto con le lacrime agli occhi.

Non è un semplice ricettario.

Non è un semplice testo da vendere.

E’ un libro.

E’ un libro vero.

E’ un concentrato di sensazioni che danzano incantate di fronte ai nostri occhi. L’ho immaginata accarezzare le pagine, l’ho immagina assemblarle con cura, come i vecchi librai di una volta.

E quel dono, fatto ha me, che in fondo non sono altro che un imbratta carte, mi ha riempito il cuore.

E se un libro riesce a farlo, allora è un tassello per costruire il ponte che finalmente può portarci verso la bellezza.

Che sarà banale e scontato ma salva.

Dio se salva!

Dedicata a nonna Maria e Nonna Valeria.

Anche se siete lassù a far impazzire i santi e dio.

So che guardate me con un sorriso.

 

 

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