Cover Reveal del nuovo libro edito da Dri edizioni “Profumo di Riscatto” di Tiziana Lia. Un libro da non perdere!

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Sinossi:

20 Maggio 1865. Un’unica notte ha sconvolto la vita di due giovani e il destino sembra giocare con

loro anni dopo.

Con una vita da ricostruire in Oregon e il desiderio di riscattarsi, Julia Montgomery si batte ogni

giorno contro i pregiudizi della società, mentre Daniel Duncan ha una certezza: deve nascondersi.

Nessuno dei due desidera l’amore nella propria vita, ma se il cuore facesse crollare ogni loro

certezza?

Sarà questo lo scontro più difficile da vincere, soprattutto quando il passato torna inesorabile a

chiedere un conto salato.

La speranza di ritrovarsi è l’unica fiammella che tenta di restare accesa, ma il tempo corre e il

mondo cambia attorno a loro. In un’America da costruire a scapito dei deboli, il destino terrà ancora in modo beffardo i destini delle loro vite?

Dopo essersi cimentata nel contemporaneo e nel romantic suspense, Tiziana Lia ci delizia con uno storico emozionante. La sua penna ci trasporterà in un’America ancora tutta da costruire, tra coloni e nativi, tra pregiudizi e ingiustizie, tra odio e amore.

 

 

Dati libro 

Titolo: “Profumo di Riscatto”

Autore: Tiziana Lia

Collana: DriEditore Historical Romance (vol.13)

Editore: Dri Editore

Genere: Regency

Formati disponibili: ebook 2.99/ cartaceo 12.99

Lancio: ufficiale 14 giugno

Review party di “Matrimonio d’onore” di Marilena Boccola, Dri editore. A cura di Irene Ceneri, con un approfondimento a cura di Alessandra Micheli

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La recensione: Matrimonio d’onore, un libro per palati fini.

A cura di Irene Ceneri

 

Ho divorato questo libro in breve tempo. Non conoscevo fino ad ora la sua autrice, eppure si è conquistata un posto sicuro con le sue prossime opere nella mia libreria. 

Il genere regency non è così semplice da trattare come si potrebbe pensare. Si deve far capo ad uso e costumi di epoche lontane, senz’altro diverse da quelle attuali, ed i personaggi devono incarnare alla perfezione uomini e donne di quel passato. 

MATRIMONIO D’ONORE è un romanzo ben scritto, cattura l’attenzione sin dalla prima parola.

Inizia con il racconto di una famiglia devastata dal dolore per la perdita sin troppo prematura di una madre. Se proprio devo trovare un difetto, sicuramente risiede nella trama. Si riesce benissimo a capire dove andrà a parare, ma questo non fa calare l’interesse, anzi fa venir voglia di andare avanti perché si vuole gustare il momento che stiamo aspettando di leggere. 

Ho amato particolarmente una scena, quella dell’incontro di sguardi tra Edward ed Ester a teatro, la descrizione dei luoghi e quel sentirsi attratti che si riesce a percepire sulla nostra stessa pelle durante la lettura. 

E non ti dico la bellezza degli arredi in velluto rosso e avorio, gli stucchi e le decorazioni dorate, la sontuosità delle colonne in marmo e delle statue classicheggianti, per non parlare dell’imponenza delle gradinate, dei numerosi palchi riservati e delle eleganti gallerie!”

Le descrizioni dei luoghi sono brevi, ma molto precise. Il romanzo non annoia mai, dall’inizio alla fine. I personaggi sono caratterizzati in modo perfetto, tanto da amare tutti loro dal primo istante in cui il romanzo ce li fa incontrare… e l’amore, così profondo e così vero che vive tra le pagine di questo libro ci racconta ciò che è la realtà. Un amore non è sempre rose e fiori, non è semplice, non è sempre una favola… l’amore è amore, e basta. 

Consiglio questo libro a chi ama il “c’era una volta” a chi vuole sognare, ed a chi vuole vivere emozioni contrastanti attraverso la sua lettura.

Gli occhi del maggiore si accesero di inaspettato turbamento, mentre quelli della giovane sconosciuta furono invasi da confuso stupore per l’evidente sorpresa di sentirsi osservata con tanta voluttuosa intensità”

 

 

Un approfondimento: Matrimonio D’onore il libro che restituisce vigore al messaggio austeniano.

A cura Di Micheli Alessandra 

 

Inizio questo piccolo approfondimento ammettendo la mia unica pecca. Non leggo rosa.

E non per qualche snobbistica motivazione (tranne il fatto che quelli prodotti ora non elogiano certo il genere…ah mia povera Liala!) ma perché, avendone letti molti nella mia adolescenza, ho fatto indigestione di Delly, Cartland e compagnia bella.

E così, il mio lato oscuro prende il sopravvento facendomi prediligere orrori e omicidi.

E ammetto anche, che essendomi nutrita di vere emozioni, di soavi afflati amorosi, molti dei nuovi rosa sono di scarso interesse. Che siano di ambientazione fantasy, storica o altro preferisco evitarli.

E poi capitano giornate cosi luminose da farti dire, vabbè ma perché non leggerne uno?

E visto l’opportunità datami dalla Dri editore ho approfittato e mi sono messa nella mia comoda poltrona dagli sgargianti cuscini…e mi sono innamorata della scrittura di Marilena Boccola.

Graffiante e al tempo stesso soave, ma con una sottile vena sarcastica che non stonerebbe sulla mia prediletta Austen.

Del resto da lei ha appreso molto.

Badate bene alla parole, appreso non “copiato”.

Ella si è nutrita di letture, di sogni e immaginazione, di insegnamenti preziosi, di argute tecniche letterarie, di astuti abbellimenti per poi prendere i temi eterni della letteratura e innovarli, infondendo in loro la necessaria modernità.

Ecco che ci troviamo di fronte, quindi alla vera, autentica originalità, di chi sa rubare l’arte dello scrivere, e inserirvi le sue personali indagini sui moti dell’animo e la società del tempo, nascondendo tutto sotto il perfetto intrigo amoroso.

Ma andiamo per gradi.

Prima di tutto vi ho accennato la mia avversione per il rosa.

Totalmente superata grazie alla nostra impavida autrice.

Anche se trovo e lo sottolineo questo testo molto più storico di tanti altri, magari più pomposi, più altisonanti ma sicuramente meno capaci di attrarre.

Quando si legge storico, o si è appassionati o si ha un moto di vera repulsione.

Troppo pesante, troppo dettagliato, troppo a volte privo di anima.

Mentre la storia è viva ed è il nostro antefatto, quello che spiega oggi cosa stiamo vivendo in questo buio e gelido secolo perduto.

E allora trovo idoneo e intelligente mascherare il racconto di un epoca, del suo ethos e delle sue ossessioni, attraverso escamotage letterari.

La storia d’amore è uno di questi.

Grazie al percorso relazionale che unisce, se non dopo impervie difficoltà due anime, è possibile e anzi doveroso raccontare altro.

Ad esempio di che tipo di difficoltà di tratta.

Quali sono i pregiudizi che intaccano quella naturale propensione umana a voler interagire con l’altro sesso.

Nel caso dell’epoca scelta poi, è di vitale importanza saperlo raccontare, ossia il periodo napoleonico che precede e fa da apripista al più conosciuto vittoriano, un vero momento di transizione.

Come ci ha giustamente dimostrato la Austen era pieno di stimoli verso un progresso che persino l’Inghilterra riuscirà a “odorare”.

E forse proprio per quegli straordinari effluvi si posa come il primo e più famigerato muro contro l’invasione delle idee napoleoniche.

Lo si ritrova nella moda, elegante a la tempo stesso maliziosa con quel suo sottolineare senza evidenziarle troppo le curve, senza quelle ingombranti sottogonne che sembravano voler nascondere la femminilità.

Ma soprattutto, era la donna a essere diversa, quasi una promessa di libertà dalle convezioni che, al tempo stesso, tentavano di avvilupparsi strettamente alla sua fantasia.

Le donne della Auten cosi come quelle della meravigliosa Boccola, sono variopinte.

C’è Charlotte che richiama seppur se ne discosta perché più delineata e più attuale, la meravigliosa Emma. O alla spavalda Elizaberth Bennett che tento fece penare il nostro povero Darcy.

E Edith che richiama tratti della strana e timida Fanny Price, ma con il nascosto ardore di Marianna Dashwood.

E Marilena, la Austen la conosce bene, visto che comprende e lo racconta nel libro stesso, la sua vena sarcastica di atroce e cinica critica ai costumi societari dell’epoca, costume che tentavano appunto, di imbrigliare il progresso.

“Quello che sto leggendo in questo momento, ad esempio, indaga in modo molto sottile e altrettanto ironico la società inglese dei nostri tempi; non a caso s’intitola Orgoglio e pregiudizio!”

E che, come descritto in Fanny Price,soccomberanno sotto la pruderie.

E cosi la modernità delle due protagoniste fa risultare ancor più stridente il contrasto con le assurde regole del buon vivere inglese, cosi attento all’etichetta e cosi ansioso di nascondere le proprie turbe e le proprie contraddizioni sotto eleganti tappeti o in bui angoli.

Ecco che il romanzo devia da perfetto classico rosa verso uno storico che fa dell’ironia una sottile ma abile arma di denuncia.

Attraverso il dramma amoroso di Edith e Edward si deride in modo aggraziato e elegante proprio la società che contrasta e costringe entrambi a nascondere le propria natura: quella di sognatore di Edward e di donna dall’animo incandescente e mai ebbra di vita di Edith. E attraverso un linguaggio delicato, una trama scorrevole Marilena mi conquista con pungenti affermazioni:

La vita a Londra è molto diversa da quella nell’Hampshire alla quale sono abituata. Qui ogni cosa è più frenetica, vivace e scintillante ma, forse, come piano piano sto imparando a capire, non si tratta altro che di una maschera dorata che cela la vera faccia delle persone.

E cosa dire di una sorta di critica alla condizione femminile?

Per quanto fossero affezionate a zia Mary Anne, avendola frequentata fin da bambine, erano consapevoli del fatto che il suo carattere e il suo modo di fare fossero ben diversi da quelli della madre, la quale le aveva educate trasmettendo loro l’amore per l’arte, la musica e la letteratura, ma soprattutto per l’indipendenza. Di conseguenza, Esther e Charlotte, cresciute con uno spirito libero e un animo sensibile alla bellezza, rischiavano di apparire alquanto bizzarre agli occhi dei benpensanti, per i quali una donna non avrebbe dovuto ambire a nient’altro se non a una bella casa nella quale ricevere gli ospiti e allo sfoggio di una buona posizione sociale.

Ed è un omaggio alla sua musa, zia Jane che fu capace, al suo tempo di rompere le convenzioni sociali e dare una spinta all’indipendenza femminile, purtroppo taciuta e incatenata dal periodo vittoriano.

Seppur con uno stile diverso, moderno e più consapevole, Marilena cavalca il lascito di zia Jane, rendendo il suo messaggio eterno e togliendolo dalla polverosa idea che, in fondo, era oramai un messaggio superato.

La Austen sarebbe fiera di te Marilena!

“Nonne e nonni” di Ramona Parenzan, illustrazioni a cura di Maria Spinelli, La strada per Babilonia. A cura di Alessandra Micheli

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Siamo tutti coscienti che il mondo di oggi è totalmente cambiato.

E’ il merito o dis-merito, della globalizzazione che accorcia le distanze e ci rende tutti interconnessi.

E nonostante nessuna cultura si possa mai definire autentica e pura, ma frutto di contaminazioni e di interferenze degli altri paesi (basti pensare al favoloso incastro culturale, che portò l’incontro/scontro tra oriente e occidente impersonato dai Turchi) oggi più che mai avvertiamo in modo forte e totalizzante, il peso della scelta che ha portato gli stati nazionali, ad aprire la propria frontiera e a tener conto dell’immigrazione.

Eppure, questo fatto non ci dovrebbe stupire.

Non certo noi italiani che nelle terre di frontiera abbiamo depositato i nostri sogni e le nostre speranze.

Noi che nella lontana America, oppure nella misteriosa Australia ( ricordate il film di Alberto Sordi Bello onesto emigrato Australia sposerebbe compaesana illibata?) portavamo un po’ di noi e ricevevamo in cambio qualcosa della loro strana e aliena identità.

Ma, probabilmente, la mente assuefatta alle illusioni ci restituisce un immagine distorta di noi stessi, considerati dotati di una ferrea identità da secoli radicata e quindi immune o quasi, all’altrui costume.

O, forse, questa convinzione nasce da una problematica mai davvero affrontata che nasconde una mancanza reale di identificazione culturale, un italianità mai del tutto avvertita come nostra, che rende la normalità dell’immigrazione, una novità pericolosa.

E la normalità è sempre la stessa, da secoli oramai, incontro e a volte scontro tra culture, tra uomini con il proprio bagaglio di esperienze costretti o forse decisi a inserirsi in un altro contesto sociale, politico ed economico.

Non oso dire culturale, perché la questione cultura è molto più complicata di quella che i TG ci propongono.

Nessuno colonizza nulla.

Non oggi almeno.

Ci sono stati sicuramente nei tempi andati, delle invasioni meno pacifiche, che hanno portato distruzione e orrori indicibili.

Penso alla situazione dei nativi americani ad esempio.

O a quello delle civiltà latinoamericane.

Ma, in ogni epoca, in ogni contesto l’innesto dell’altro da se è sempre stato indispensabile.

Per l’equilibrio.

Perché un pese che si fossilizza troppo su se stesso diviene ostico a ogni cambiamento.

E allora l’emergere di altri volti, di altre religiosità, di altri usi e costumi permette allo stato di non morire di asfissia.

Se l’acqua non scorre si stagna.

Ecco che oggi, però grazie alla tecnologia cibernetica sempre più avanzata, ai media e alla crisi mondiale, l’innesto appare sempre più evidente.

Ci facciamo molto più caso.

E sopratutto il martellante allerta del dominante di turno, crea ad hoc la figura del nemico.

E siccome URSS e USA non hanno più la loro validità autoreferenziale c’è bisogno di un nuovo cattivo.

Perché il cattivo permette l’aggregazione accanto a una bandiera o a una voce tonante.

La multiculturalità di oggi è il problema perché facciamo passare il messaggio, comodo ai potenti, di uno scontro di civiltà.

E perché la crisi dei valori e economica e politica la fa avvertire come minacciosa.

Se prima i nostri antenati, in fondo, non vedevano nulla di strano in volti e usi diversi, oggi l’interpretazione è cambiata.

E per chi crede che l’immigrato sia più presente in questi anni che nei lontani tempi, ricordo città come Granada.

Se partiamo dal presupposto che specie nel mediterraneo, la multiculturalità era un fatto scontato e le influenze per esempio turche, si ritrovarono nella musica e nel cibo, possiamo capire che, il problema oggi è semplicemente la percezione che, per essere stato, c’è bisogno di un identità definita.

Di un preciso ethos italiano, greco, francese, inglese e spagnolo.

O che so cristiano o musulmano, tendendo a scordare che nessuna cultura può definirsi autentica.

Siamo tutti risultati di innesti e sperimentazioni dovute alle guerre e alle migrazioni.

Come far passare, dunque questo messaggio?

Attraverso l’educazione e in particolare quella delle giovani generazioni.

Se noi siamo incapaci di sentirci tutti fratelli perché appartenenti all’unica razza che davvero conti, ossia quella umana, una delle speranze per tutti coloro che si impegnano per l’integrazione e per la mediazione culturale è creare l’uomo nuovo.

L’uomo capace di abbandonare il binomio identitario amico/nemico, per abbracciarne uno più sfumato ma più aderente alla realtà.

Per mia esperienza diretta, ne campo della mediazione, ho trovato molte resistenze tra gli adulti.

Perché sviluppano durante gli anni e grazie all’apprendimento secondario, dei meccanismi di difesa contro il nuovo.

Il nuovo è il pericolo, è il caos anarchico, è la minaccia a tutto ciò che è sconosciuto e quindi, conoscibile tramite stereotipi e pregiudizi.

Essi stessi divengono il miglior mezzo per approcciarsi a una realtà cosi composita da risultare spaventosa. E perché la fantasia, l’immaginazione e la creatività spesso nell’uomo adulto vengono quasi annichilite.

Con i bambini è sicuramente più facile rapportarsi e portare avanti un discorso improntato sull’accettazione dell’altro e del diverso.

I bambini sono curiosi, sono spugne ma molto più logici dell’illogicità che adombra noi adulti.

Ecco perché ritengo che un lavoro sulla conoscenza delle culture fatto ai ragazzi e ai bambini possa creare un apertura verso l’esterno.

E questo non può che trascinare anche noi in una riflessione che rende l’altro scoperta e non pericolo.

E’ possibile restate indifferenti a un bambini che fanno amicizia gli uni con gli altri soltanto perché amano lo stesso cartone o giocano con lo stesso balocco?

No. Non si può.

Alle vostra domanda “non hai paura?” essi rispondono con un innocente serenità che spiazza: di cosa devo aver paura?

Se sto giocando se l’altro mi sorride, se portatore di un atteggiamento di minacciosa chiusura?

Paura per le risate condivise?

E spiegategli che è pericoloso perché appartenente a una diversa etnia. Per il bimbo non ci sono limiti, la sua fantasia rende la pelle scura una novità e magari inventa chissà che storie per spiegarne l’origine.

Un bimbo una volta mi disse che il suo compagno era scuro perché figlio del sole.

C’è solo da imparare.

Ecco che la conoscenza dell’altro, l’apertura alla diversità in questo testo, parte da uno scambio che ha come comune denominatore una delle figure fondamentali per il bambino: il nonno.

Egli è il depositario di ricordi, di tradizioni, di immagini del passato che consegna al nipote permettendogli di colorarle con la sua unica immaginazione.

E’ la tradizione “antica” che si rinnova con energie fresche e a tratti innovative.

E’ la tradizione che si colora di arcobaleno, senza restare intoccabile a marcire nel grigiore delle certezze.

Ecco che qua si raccontano fiabe, che affrontano le problematiche della vita in modo unico, diverso e al tempo stesso simile: simile perché tutti noi soffriamo, amiamo, cerchiano il nostro perché.

Ma siamo tutti sotto lo stesso cielo a ammirare le stelle.

E quelle sono sempre le stesse pur cambiando posizione nei secoli.

Il bambino in questo testo potrà lasciare a briglia sciolta la sua inventiva, apprendere dai suoi compagni, vivere l’incontro con l’emozione della favola.

Assaporare gusti e annusare odori nuovi trasportati in un regno di magia.

E tutto questo attraverso la tradizione orale dei nonni.

E dopo esservi beati con suoni, lingue e odori di cardamomo, potrete con i vostri figli giocare con le schede didattiche.

Assieme a loro.

E sono sicura che non sarete voi a insegnare ai vostri bambini, ma saranno loro a aprirvi il cuore.

Perché per loro conta più l’uomo che il nostro intoccabile sabato