“Nonne e nonni” di Ramona Parenzan, illustrazioni a cura di Maria Spinelli, La strada per Babilonia. A cura di Alessandra Micheli

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Siamo tutti coscienti che il mondo di oggi è totalmente cambiato.

E’ il merito o dis-merito, della globalizzazione che accorcia le distanze e ci rende tutti interconnessi.

E nonostante nessuna cultura si possa mai definire autentica e pura, ma frutto di contaminazioni e di interferenze degli altri paesi (basti pensare al favoloso incastro culturale, che portò l’incontro/scontro tra oriente e occidente impersonato dai Turchi) oggi più che mai avvertiamo in modo forte e totalizzante, il peso della scelta che ha portato gli stati nazionali, ad aprire la propria frontiera e a tener conto dell’immigrazione.

Eppure, questo fatto non ci dovrebbe stupire.

Non certo noi italiani che nelle terre di frontiera abbiamo depositato i nostri sogni e le nostre speranze.

Noi che nella lontana America, oppure nella misteriosa Australia ( ricordate il film di Alberto Sordi Bello onesto emigrato Australia sposerebbe compaesana illibata?) portavamo un po’ di noi e ricevevamo in cambio qualcosa della loro strana e aliena identità.

Ma, probabilmente, la mente assuefatta alle illusioni ci restituisce un immagine distorta di noi stessi, considerati dotati di una ferrea identità da secoli radicata e quindi immune o quasi, all’altrui costume.

O, forse, questa convinzione nasce da una problematica mai davvero affrontata che nasconde una mancanza reale di identificazione culturale, un italianità mai del tutto avvertita come nostra, che rende la normalità dell’immigrazione, una novità pericolosa.

E la normalità è sempre la stessa, da secoli oramai, incontro e a volte scontro tra culture, tra uomini con il proprio bagaglio di esperienze costretti o forse decisi a inserirsi in un altro contesto sociale, politico ed economico.

Non oso dire culturale, perché la questione cultura è molto più complicata di quella che i TG ci propongono.

Nessuno colonizza nulla.

Non oggi almeno.

Ci sono stati sicuramente nei tempi andati, delle invasioni meno pacifiche, che hanno portato distruzione e orrori indicibili.

Penso alla situazione dei nativi americani ad esempio.

O a quello delle civiltà latinoamericane.

Ma, in ogni epoca, in ogni contesto l’innesto dell’altro da se è sempre stato indispensabile.

Per l’equilibrio.

Perché un pese che si fossilizza troppo su se stesso diviene ostico a ogni cambiamento.

E allora l’emergere di altri volti, di altre religiosità, di altri usi e costumi permette allo stato di non morire di asfissia.

Se l’acqua non scorre si stagna.

Ecco che oggi, però grazie alla tecnologia cibernetica sempre più avanzata, ai media e alla crisi mondiale, l’innesto appare sempre più evidente.

Ci facciamo molto più caso.

E sopratutto il martellante allerta del dominante di turno, crea ad hoc la figura del nemico.

E siccome URSS e USA non hanno più la loro validità autoreferenziale c’è bisogno di un nuovo cattivo.

Perché il cattivo permette l’aggregazione accanto a una bandiera o a una voce tonante.

La multiculturalità di oggi è il problema perché facciamo passare il messaggio, comodo ai potenti, di uno scontro di civiltà.

E perché la crisi dei valori e economica e politica la fa avvertire come minacciosa.

Se prima i nostri antenati, in fondo, non vedevano nulla di strano in volti e usi diversi, oggi l’interpretazione è cambiata.

E per chi crede che l’immigrato sia più presente in questi anni che nei lontani tempi, ricordo città come Granada.

Se partiamo dal presupposto che specie nel mediterraneo, la multiculturalità era un fatto scontato e le influenze per esempio turche, si ritrovarono nella musica e nel cibo, possiamo capire che, il problema oggi è semplicemente la percezione che, per essere stato, c’è bisogno di un identità definita.

Di un preciso ethos italiano, greco, francese, inglese e spagnolo.

O che so cristiano o musulmano, tendendo a scordare che nessuna cultura può definirsi autentica.

Siamo tutti risultati di innesti e sperimentazioni dovute alle guerre e alle migrazioni.

Come far passare, dunque questo messaggio?

Attraverso l’educazione e in particolare quella delle giovani generazioni.

Se noi siamo incapaci di sentirci tutti fratelli perché appartenenti all’unica razza che davvero conti, ossia quella umana, una delle speranze per tutti coloro che si impegnano per l’integrazione e per la mediazione culturale è creare l’uomo nuovo.

L’uomo capace di abbandonare il binomio identitario amico/nemico, per abbracciarne uno più sfumato ma più aderente alla realtà.

Per mia esperienza diretta, ne campo della mediazione, ho trovato molte resistenze tra gli adulti.

Perché sviluppano durante gli anni e grazie all’apprendimento secondario, dei meccanismi di difesa contro il nuovo.

Il nuovo è il pericolo, è il caos anarchico, è la minaccia a tutto ciò che è sconosciuto e quindi, conoscibile tramite stereotipi e pregiudizi.

Essi stessi divengono il miglior mezzo per approcciarsi a una realtà cosi composita da risultare spaventosa. E perché la fantasia, l’immaginazione e la creatività spesso nell’uomo adulto vengono quasi annichilite.

Con i bambini è sicuramente più facile rapportarsi e portare avanti un discorso improntato sull’accettazione dell’altro e del diverso.

I bambini sono curiosi, sono spugne ma molto più logici dell’illogicità che adombra noi adulti.

Ecco perché ritengo che un lavoro sulla conoscenza delle culture fatto ai ragazzi e ai bambini possa creare un apertura verso l’esterno.

E questo non può che trascinare anche noi in una riflessione che rende l’altro scoperta e non pericolo.

E’ possibile restate indifferenti a un bambini che fanno amicizia gli uni con gli altri soltanto perché amano lo stesso cartone o giocano con lo stesso balocco?

No. Non si può.

Alle vostra domanda “non hai paura?” essi rispondono con un innocente serenità che spiazza: di cosa devo aver paura?

Se sto giocando se l’altro mi sorride, se portatore di un atteggiamento di minacciosa chiusura?

Paura per le risate condivise?

E spiegategli che è pericoloso perché appartenente a una diversa etnia. Per il bimbo non ci sono limiti, la sua fantasia rende la pelle scura una novità e magari inventa chissà che storie per spiegarne l’origine.

Un bimbo una volta mi disse che il suo compagno era scuro perché figlio del sole.

C’è solo da imparare.

Ecco che la conoscenza dell’altro, l’apertura alla diversità in questo testo, parte da uno scambio che ha come comune denominatore una delle figure fondamentali per il bambino: il nonno.

Egli è il depositario di ricordi, di tradizioni, di immagini del passato che consegna al nipote permettendogli di colorarle con la sua unica immaginazione.

E’ la tradizione “antica” che si rinnova con energie fresche e a tratti innovative.

E’ la tradizione che si colora di arcobaleno, senza restare intoccabile a marcire nel grigiore delle certezze.

Ecco che qua si raccontano fiabe, che affrontano le problematiche della vita in modo unico, diverso e al tempo stesso simile: simile perché tutti noi soffriamo, amiamo, cerchiano il nostro perché.

Ma siamo tutti sotto lo stesso cielo a ammirare le stelle.

E quelle sono sempre le stesse pur cambiando posizione nei secoli.

Il bambino in questo testo potrà lasciare a briglia sciolta la sua inventiva, apprendere dai suoi compagni, vivere l’incontro con l’emozione della favola.

Assaporare gusti e annusare odori nuovi trasportati in un regno di magia.

E tutto questo attraverso la tradizione orale dei nonni.

E dopo esservi beati con suoni, lingue e odori di cardamomo, potrete con i vostri figli giocare con le schede didattiche.

Assieme a loro.

E sono sicura che non sarete voi a insegnare ai vostri bambini, ma saranno loro a aprirvi il cuore.

Perché per loro conta più l’uomo che il nostro intoccabile sabato

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