La Triskell edizioni presenta ” Welcome to the circus” di Sara Coccimiglio. Imperdibile!

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Trama:
Samuel ha fatto tante scelte sbagliate nella vita, ma fidarsi di Judah è stata decisamente la peggiore. E ora non può che incolpare se stesso se per rimediare è costretto a vendere il proprio corpo al Carnival Circus, una casa di piacere ai limiti della sanità mentale dove tutto è controllato da regole che nessuno ha mai scritto. Gli intrattenitori che abitano nel Carnival – manipolatori, sensuali ed incredibilmente belli – coi quali è costretto suo malgrado a convivere, faranno di tutto per fargli capire quanto poco conosce se stesso e per dimostrargli quali sono i suoi veri desideri. A Samuel rimane una sola cosa da fare. Anzi due: continuare a ripetersi chi è davvero e non lasciar avvicinare nessuno. Ma cosa succede se un sensuale prostituto con l’aspetto di un principe e l’anima di un boia ti porge su un piatto d’argento una valida ragione per essere sconsiderato?

 

Dati libro 

Data di pubblicazione: 22 Maggio 

Collana: Rainbow

Titolo: Welcome to the circus
Serie: Carnival #1
Autore: Sara Coccimiglio

Genere: Contemporaneo
Lunghezza: 340 pagine
Isbn: 978-88-9312-519-2

Prezzo: € 4,99

 

“L’amore brucia come zolfo” di Lucia Maria Collerone, WriteUp site. A cura di Ilaria Grossi

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Un titolo che inevitabilmente richiama la mia terra, io che vivo a pochi passi dalla Solfatara di Pozzuoli, io che l’odore dello zolfo lo sento addosso e in ogni angolo della città.

La cornice del romanzo è Caltanisetta, cuore minerario d’Europa e le miniere di zolfo erano la discesa all’inferno per tutti coloro che pur di sopravvivere ad una vita di povertà e fame, erano disposti a diventare “diavoli”.

Dall’alto, c’erano i Baroni con le loro dimore lussuose e una vita privilegiata e senza sacrifici.

Dal basso del villaggio, c’era povertà e vita precaria, c’era Cecilia dai capelli rossi e occhi verdi come smeraldi, lei sin da piccola lotta con la sua famiglia per un pezzo di pane e per crescere i suoi fratelli.

Lei voleva diventare una principessa sveva come più volte le aveva sottolineato suo padre, vittima e al tempo stesso diavolo in quel tunnel di zolfo in cui lavorava.

A Villa Isabella, dimora del barone Ferdinando, Cecilia troverà la chiave per aprire un’altra dimora degna di una principessa sveva, ma ad un prezzo da pagare, dove non c’è solo l’amore e la passione, mille attenzioni e regali, significa vivere in una dimora d’oro come prigioniera della stessa dimora. Lei sarà la sua amante, un’ombra che non deve vedere la luce, nascosta tra pareti, lenzuola di seta e silenzi che urlano più delle parole.

C’è un prezzo da pagare, un “patto” che è veleno per l’anima di una donna, innaturale e inimmaginabile.

Come si fa a vivere con un’anima trafitta da mille schegge? L’amore può davvero lenire sempre alle ferite che portiamo dentro?

Cecilia ti ho immaginata con la tua pelle chiara, i capelli rossi e gli occhi verdi, il tuo portamento regale, ti ho immaginata come dietro ad un vetro dove tutto scorre e non puoi fare niente, accettando un destino di solitudine interiore, di vuoti incolmabili, dove la follia è diventata la tua padrona.

Non puoi toccare, non puoi stringere a te i doni più belli della vita.

Mi fermo qui.

Lo stile di Lucia Maria Collerone ha una fluidità, cura dei dettagli, descrizioni dei luoghi e dei personaggi che ho avuto l’impressione leggendo il romanzo, di essere dietro le quinte di una rappresentazione teatrale, dove le scene si susseguono l’una dietro l’altra, il lettore si sentirà trasportato dalla trama narrativa, in un vortice di emozioni, abbattendo ogni barriera temporale e spaziale.

Una bellissima scoperta, complimenti.

Buona lettura

Ilaria Grossi per Les Fleurs du mal blog letterario

“Il ragazzo della scogliera” di Domenico Dentici, La Strada per Babilonia. A cura di Alessandra Micheli

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Fisso incredula questo piccolo libro, che dalla mia scrivania emana bagliori intensi.

E lo guardo strabiliata perché seppur snello, è stato abile nel trascinarmi con se in un vortice di emozioni infuocate, capaci di lasciare un segno, un tatuaggio nella mia assetata anima.

Assetata di bellezza e di senso, di significati e di bontà.

Consapevole di vivere in tempi bui, tempi perduti dietro al sogno del successo, convinti che solo l’attenersi a rigide regole di controllo sociale possa decretate la benevolenza del dio dorato.

E’ il ritorno all’autentico spirito del capitalismo che si risolve in una predestinazione, in un segno preciso capace di aprire le porte del paradiso dei dominatori.

A patto di appoggiare le regole morali capaci di controllare il pernicioso libero arbitrio.

Non c’è posto in certi luoghi, certe zone rurali o certi paesi, per l’espressione autentica del proprio se, se questo esula dai confini del buonsenso e del perbenismo.

Non c’è posto per chi crea arte, per chi produce i sogni, per gli uomini della pioggia portatori di illusioni.

Non c’è posto per chi tramite un carillon, decide e osa incantare le menti e renderle capaci di viaggiare in mondi in cui, l’unica autentica regola, è quella di essere felici, a ogni costo, persino se comporta superare il limite del consenso sociale.

Tutto è controllato.

Politica, economia, status sociale e persino…l’amore.

Quella forza che per definizione deve sfuggire a ogni schematica interpretazione, che è caos perché mette in discussione persino le fondamenta dell’educazione familiare, che scorre libera come un fiume selvaggio e a volte si ingrossa fino a esondare, trascinando tutto con se. Ma il Dio successo, il dio potere, il dio status quo, il perbenismo fino borghese questa forza la teme.

La teme cosi tanto che la vuole assolutamente rendere cenere.

La forza di questo piccolo ma grande libro è non solo nella denuncia ma nel modo in cui la denuncia sociale viene interpretata.

Ho letto molti libri, cavillosi, pomposi, ambiziosi che in pagine e pagine hanno riversato il loro astio verso una concezione della vita che fa parte, anzi fa sempre più parte di una post modernità posta sull’orlo dell’abisso.

Da tempo, infatti, gli assunti sociali che fondano non solo l’occidente ma persino l’oriente che delle stranezze aveva fatto il suo motore trascinante ( pensate alle meraviglie descritte dalla mille e una notte, o all’incanto suscitato dal racconto di Marco Polo, capace di donare una sferzata di fantasia a una società improntata al decoro) hanno oramai dimostrato la loro fallacia.

Sono essi stessi muri con cui si tenta di annientare il legittimo e indispensabile vento di cambiamento, quello che deve valutare e ripensare proprio le basi del patto sociale.

Fa paura.

Mette in discussione, toglie la stabile ripetizione ossessiva di gesti e comportamenti che, nella loro stagnante immobilità, sono quasi rassicuranti.

L’amore è fatto per per persone di diverso genere sessuale, la famiglia deve essere composta in modo preciso, il decoro va sempre rispettato, il pudore ci obbliga a dividere il mondo in sante e peccatrici.

Ci servono Madonne da cristallizzare in un modello quasi asessuato, dedito a una casa che è solo apparenza e tante Maddalene con cui sollazzare impulsi bassi inconcepibili, che vanno assolutamente vezzeggiati di nascosto.

Il tutto senza intaccare la perfezione apparente di un’armonia inquietante perché immobile.

Francis è il dato che stona.

Norman è la meraviglia di una purezza che non può essere contemplato in questo quadro che denigra l’anima.

Ecco che la brutalità irrompe sulla scena.

E devasta, devasta cosi tanto che la mente abituata a voli pindarici deve proteggersi.

La purezza, la meravigliosa semplicità di Francis va protetta confondendo i già labili confini di sogno e veglia.

Lampi, flash ricordi, presenze che nonostante l’orrore conservano la loro luminosità gli danzano attorno.

E sotto di lui l’odore del mare, mutevole e incerto, e la scogliera che, nonostante l’invasione dei flutti, cambia forma ma resta sempre roccia. Ecco che il ricordo diviene fatto salvifico, consentendo di uscire dalla gabbia del inconsapevolezza, di quel limbo protettivo che spesso ci imponiamo per non affrontare il reale, fatto anche di mostri e di demoni umani.

E sapete perché ci imponiamo il soggiorno nel limbo?

Perché se ne usciamo il rischio è di vivere una vita improntata alla rabbia e alla vendetta.

Perché certi atti sono imperdonabili, certe parole sono talmente oscene da non potere essere frutto della mente umana e i mostri peggiori circondano la nostra tranquilla routine.

E allora l’unico modo con cui tanti libri concludono il viaggio della scoperta del segreto di Barbablu, è altra cieca violenza.

Ciò che ho subito, l’onta, l’ingiustizia deve essere ripagata con altrettanta ferocia.

La vendetta, il vendicatore, l’odio sono il risultato che comporta il fuggire da una comoda e rassicurante stanza bianca.

In ogni testo, credetemi ne ho letti moltissimi, questo è il risultato.

Io scopro la verità e mi armo di taglienti coltelli con cui castigare questo affronto.

Mi vendico odiando, disprezzando perpetuando la catena di sopraffazioni.

Maledizioni, anatemi, entità che si nutrono cosi tanto delle nostre bassezze da diventare non più invisibili ma totalmente manifeste agli occhi..

Domenico no.

Questo piccolo gioiello dalle sfaccettature colorate, mostra il dolore, la disperazione ma anche…il perdono.

Ottenuta la coscienza del dolo, esso viene lavato semplicemente con la giustizia equa e con le lacrime.

Il ricordo dell’orrore il fuoco che divampa nelle vene, è spento da una lacrima di compassione.

Per le vittime, per se stesso e per quel mondo che, non accettando il diverso, perde un pezzo di se lungo il cammino.

E non finisce con la lama rovente della vendetta, ma con la delicatezza di un addio.

Del pianto che cura l’anima e la libera, facendola volare in alto sempre più convinta che il mondo va salvato…da una lacrima.

Il libro non solo bellissimo perché ha il coraggio di raccontare.

E’ bellissimo perché in quelle pagine, c’è anche il coraggio di perdonare che non significa dimenticare.

Significa non restare ancorato a quel sistema tentacolare che crea un osceno e immondo girotondo di anime legate a loro dal sangue.

Significa andare avanti.

E l’orrore, qualsiasi orrore non può impedirci di camminare, tenendo stretto a noi non la blasfemia della morte, ma la dolcezza del ricordo.

E’ proprio vero che non sono la quantità di pagine a definire un libro, ma è la capacità dell’autore di far sgocciolare la sua anima unica e incredibile dalle pagine, dalle lettere e dalle parole.

Ecco cosa rende un libro porta, cambiamento e emozione.

E tu Domenico hai reso questa magia reale, tanto che con un sospiro di nostalgia ho visto l’ultima pagina salutarmi sorridendo.

Non un addio, ma un arrivederci.