Il nuovo libro di Irene Catocci “Cuore di Jagoda” appassionerà tutti gli amanti del genere! Da non perdere

 

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Due innamorati in cerca della libertà. 

Due cuori che battono all’unisono in un unico petto. 

“Di che cosa hai paura, Jagoda?” 

“Che l’amore non basti.”

Estratto:

«O jiló dukalma» risponde lui, soffiando l’alito caldo tra i capelli della giovane.

«Cosa hai detto?»

«O jiló dukalma.»

«E che vuol dire?»

Lhase si solleva su di un gomito per guardarla in viso. Le sorride. Ci pensa un attimo. Cerca le parole adatte. 

«Il cuore mi fa male.» Deglutisce, gli occhi lucidi di commozione. «Sono felice, ed è una sensazione dolorosa.» Si porta la mano al petto. «Qui. Il cuore mi fa male.»

 

Sinossi:

Ambientato in Norvegia, tra lo splendore verdeggiante del fiordo di Olden e l’impervio ghiacciaio che lo sovrasta, Cuore di Jagoda è la storia di un amore contrastato, quello tra Aase e Lhase, due ragazzi come tanti. L’unica loro colpa è quella di essere figli di due culture troppo differenti per trovare un punto di unione. Da una parte i norvegesi e il loro scetticismo, e dall’altra il popolo nomade, chiamato barbaramente “zingaro”, pieno di orgoglio e tradizioni ormai lontane nel tempo. 

 

 

Biografia:

Irene Catocci è nata a Grosseto nel 1985, dove vive con il marito, le figlie e un cane. Ama leggere e vivere all’aria aperta ma, più di tutto, ama la tranquillità. Ha sempre prediletto la scrittura, e a oggi, su Amazon, sono presenti 3 suoi romanzi. 

“Killer. Amore e Morte” “J. Skull” e “Il Dono” 

 

Dati libro 

Scheda tecnica:

Titolo: Cuore di Jagoda

Genere: Narrativa contemporanea

Data di uscita: 10 giugno 2019

Editore: Self publishing esclusiva Amazon

“Stormhaven. Whiborne & Griffin #3” di Jordan L. Hawk, Triskell edizioni. A cura di Alessandra Micheli

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Una cosa è certa: la bravissima Jordan L. Hawk non è solo una maestra ad intrecciare le trame.

E’ molto di più.

E dopo il terzo libro della serie Griffin e Whiborne ne sono più che mai convinta.

Lei elogia quella forma di arte che, attraverso azioni, adrenalina e amore scioccante, elargisce anche stimoli al pensiero e alla riflessione.

Per questo a volte mi indigno quando i suoi meravigliosi libri vengono letti soltanto come un ottimo e adorabile urban fantasy, o peggio un rosa con l’orrenda dicitura MM.

Come se l’amore fosse bisognoso di etichette.

L’amore è amore, e poco importa quale sia l’oggetto della vostra passione, se l’arte, se l’ideale, se un uomo se una donna o persino un adorabile gatto.

E’ quella forza che ci fa essere miglior agli occhi dell’altro la vera, unica magia.

E’ quella capacità non si superarli soltanto, ma di accettarli i nostri limiti, di scavare in fondo all’insicurezza mettendo, per la prima volta forse nella nostra vita, l’altro al primo posto e non la mera soddisfazione dei bisogni.

L’amore eleva l’animo, gli dà nuova linfa vitale, gli dona il respiro e una lacrima di pura compassione per lenire e guarire le proprie orrende ferite interiori.

E’ questo è l’amore celebrato nella saga.

Ma a me, personalmente interessa altro.

Elementi che l’autrice sparge con astuta consapevolezza dietro il velo dell’avventura e dell’esoterismo.

E sono quelli che smuovono qualcosa di assopito dentro di noi, chiamatela coscienza, chiamatelo impegno civile o tendenza ad abbracciare gli ideali.

E attenzione.

Sono gli ideali e non le ideologie, religiose, politiche o economiche, baluardi al servizio dell’uomo, quei muri che ci proteggono dalla sfrenata ambizione di chi, alla sua umanità rinuncia per sedere sul trono del re potere.

Stomrhaven affronta uno dei discorsi più complessi e più vergognosi della nostra civiltà: la pazzia.

Per secoli e fino ad oggi, il pazzo è un pericoloso deviante che mette a rischio l’intera impalcatura sociale.

Ogni forma di distorsione mentale da quella meno pericolosa a quella addirittura curabile, sono visti come orribili demoni da combattere.

O, peggio, da ignorare.

Seppur vero che alcune forme di nevrosi rendono il malato un pericolo per se stesso e per gli altri e vanno assolutamente curate, mi si conceda un pensiero: le altre sono semplicemente diverse visioni della realtà aborrite dalla società moderna.

Da sempre aborrite oserei dire.

Cosi il pazzo che sogna, che si rifugia nel mondo onirico, che è un eterno bambino, viene visto male perchè….improduttivo.

Accadeva nella fine ottocento e fidatevi, accade anche oggi.

Non a caso la dicitura per un cervello che risponde e si connette con altre frequenze diverse da quelle ritenute consone alla normalità, è di handicappato.

Come se l’affronto di essere connesso su altre frequenze del pensiero, su altre dimensioni mentali fosse davvero una limitazione.

Oggi, il pazzo è il menomato e stenta a farsi strada la dicitura più coerente e più obiettiva di diversamente abile.

Diverso, non menomato, non incapace, non difettoso.

Semplicemente qualcuno con abilità cognitive e mentali aliene dalle nostre.

A cui dovremmo approcciarci con curiosità e non con senso di superiorità.

E’ quella convinzione di essere migliori, i dominatori, i depositari di una genetica vincente che stimola il pensiero a relazionarsi con il mondo, nel senso della finalità cosciente.

E ci rendesse autorizzati a manipolare, sperimentare e usare quei cervelli inferiori.

Che appunto perché incapaci di essere utili, sempre in senso produttivo, alla società, almeno possono essere sacrificati per la conoscenza scientifica.

Di sperimentazioni del genere la storia trasuda esempi.

E Stormahaven ce lo mostra in tutto il suo orrore.

Non a caso la volontà di asservire un antica divinità marina, è un simbolo potente.

Nel libro, il dio dei mari e quindi dell’inconscio e degli impulsi oscuri, non sale in superficie perché reo di causare un caos distruttivo.

Esso si limita a osservare il mondo reale e a bearsi delle meraviglie di una realtà cosi diversificata e cosi variopinta.

E’ presente ma non prende mai il posto di dominatore.

Lo scienziato folle, cosi come fece l’orribile dottor Mengele tenta di utilizzare per finalità mai nobili, queste forze inconsce.

A volte giustificando i propri esperimenti inumani, altre per trovare sempre nuove forme di manipolazione del pensiero, utilizzando proprio, per i più turpi esperimenti, coloro che sono considerati non solo senza diritti, ma persino scarti civili.

Ecco che il folle diviene l’uomo senza diritti, tolto di mezzo perché reo di sconvolgere le concezioni rigide di una società che, per mantenersi, doveva scacciare l’immaginazione dai suoi valori.

E negare ogni realtà immateriale.

Ecco che Griffin stesso diviene simbolo di quella corsa sfrenata a soffocare l’orrore sotto il perbenismo silente, complice delle forze distruttive che, ogni morale società, espelle come scorie nocive.

Lungi dall’esaminarle e dal conoscerle preferisce seppellirle.

Perché vedete, non sono i mostri, non sono gli alieni, non sono antiche divinità il vero pericolo.

Ma chi le evoca per fini ignobili come quello dell’interesse.

Economico, politico o di sopraffazione.

Ecco che il vero squilibrio di Stormhaven, cosi come il disastro provocato negli altri due libri è sempre e solo l’insensatezza di un uomo che, in realtà, non si accetta.

E non accettandosi in tutta la sua umanità, non riesce, davvero, a vivere.