“Boccioli di Rose” di Maria Cristina Pizzuto, Policromia. A cura di Loredana Donatella D’ianni

Avete mai fatto caso a quanto siano perfette le rose?

Il disegno di un architetto, le ombre del Caravaggio, i colori di Rubens… sono perfette!

Hanno un profumo inebriante, sono un piacere per gli occhi, scaldano il cuore; eppure decidiamo di reciderle e lasciarle morire lentamente. Come un condannato a morte nella sua cella: una ciotola di acqua, qualche goccia di vita, per poi cedere all’inesorabile sentenza del tempo che scrolla la corolla facendo cadere un petalo, un altro e un altro ancora, il gambo si china mostrando le vertebre, la morte soffia sull’ultimo petalo, i colori si spengono… Così lasciamo morire le rose.

Ci sono, tuttavia, delle rose che si lasciano morire, pur non essendo mai state recise

Maria Cristina ci spalanca le porte del suo cuore lasciandosi sfogliare come un fiore, fino a farci arrivare ai pistilli, e a lasciarci sporcare le mani del suo giallo.

Ci ha affidato il lucchetto del suo diario i cui fogli, petali setosi, si lasciano accarezzare come pelle di pesca graffiata dal timido inchiostro.

 

Non importa dove mi trovassi o cosa facessi: l’unica cosa certa è che la mia vita era un sogno a occhi aperti”.

 

La ragazza ha trovato un escamotage per sfuggire ai suoi tormenti: un mondo parallelo nel quale rifugiarsi quando il mondo grida troppo forte da graffiare i timpani, da far sanguinare i lobi, da percuotere l’incudine, esplodere la coclea.

I pensieri corrono veloci prima che il portellone si chiuda e il volo verso una dimensione extracorporale possa prendere quota.

Maria Cristina si osserva dall’alto, si scruta. Anche gli altri da là su sembrano puntini innocui, mentre nella vita reale sono concause della sua sofferenza interiore.

Una famiglia che non la comprende, il completo rifiuto del mondo esterno…

Una tempesta mi trascina nelle profondità oceaniche, e il mio corpo si abbandona dolcemente alle candide acque”.

 

Il dolore cullato in un sonno che assomiglia a quello eterno, ma dal quale riesce a trarre solo un sollievo momentaneo. Perché la vita chiama, bussa.

 

Ho paura di tutto questo buio che mi circonda. Dante l’avrebbe definito selva oscura ma io da questa misera voce farei scaturire un aggettivo più raccapricciante, più degno di essere nominato dal buco più oscuro dell’inferno che sono diventata”.

 

L’anoressia è un mostro che si insinua nelle vene, è il nero che diventa linfa del male, che avvelena lo stelo e le foglie, è la morte paziente che sa attendere, è il buio che squarcia la luce con il suo mantello.

 

Tutti mi vogliono vedere ingrassare, mi assillano, mi umiliano per farmi reagire, senza capire che così ostacolano la mia guarigione”.

 

La malattia è un mostro, che carpisce la fiducia fino a diventare amico confidente e fedele; è la madre che accoglie e consola, è il camino che scalda

ma fa sanguinare e ferisce, deturpa il corpo.

Quando la malattia arriva coinvolge tutti i familiari, che assistono impotenti al lento sfiorire dei propri cari.

È un nido maledetto, è una rete che imbriglia ma dalla quale, secondo la ragazza, ci si può liberare.

Anche se spesso la disperazione sembra tracciare una strada senza uscita, in fondo a quel sentiero può aprirsi un varco attraverso il quale si intravede il giardino della speranza e della possibile guarigione. Perché la vita continua a bussare e a urlare forte, perché la vita non ama perdere e a volte riesce persino a vincere…

Con tanto amore, con tanta pazienza, con l’aiuto di esperti, con la comprensione e le carezze di chi non ha mai smesso di sperare.

Avete mai fatto caso a quanto siano perfette le rose?

Basta lasciarle crescere con le radici ben salde, ancorate a un terreno fertile, annaffiandole, ogni giorno, di perle di vita affinché i boccioli possano un domani diventare rose.

Senza che vengano recisi o si lascino morire prima di trasformarsi in uno splendido fiore e rimanere eternamente boccioli.

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