“Il sigillo delle cento chiavi” di Daniela Tresconi, Panesi edizioni. Illustrazioni di Elena Galati Giordano. A cura di Alessandra Micheli

Il Sigillo delle Cento Chiavi - Daniela Tresconi.jpg

 

 

Ma io penso che Dio nella sua infinita saggezza abbia nascosto l’inferno in mezzo al paradiso. Per fare in modo che stessimo sempre attenti. Per non farci dimenticare la colonna del rigore, mentre viviamo la gioia della misericordia

Paulo Coelho

Mentre scorrevo le pagine del libro di Daniela Tresconi, questa frase non mi lasciava in pace.

Martellava la mia mente, la pungeva costantemente e al tempo stesso, al pari di una favolosa rosa, diffondeva il suo estatico profumo.

E allora ho compreso che, il senso dell’intero libro di Daniela, fosse racchiuso in esso e che a me, capace di ascoltare la voce dei libri era dato l’arduo compito di spiegarla.

Come sempre avverto te lettore.

Puoi scegliere anche adesso se continuare ad avventurarti nelle mie parole, quelle che formeranno questa mia umile analisi, o continuare a interpretare il libro come un semplice piacevole, bellissimo thriller storico.

E perderti il viaggio nel pozzo profondo dei suoi significati.

Chi avrà l’ardire di accompagnarmi, sosterà meravigliato davanti all’architrave che decora la porta segreta attraverso cui scendere nei meandri del libro, laddove pulsano i suoi arcani misteri e laddove una voce antica ci narrerà degli incanti della tentazione e della misericordia, entrambi aspetti fondamentali di una fede che, da sempre incentiva e sostiene l’impalcatura della storia.

Come direbbe Balzac ogni accadimento ha due volti, uno solare della storia ufficiale e uno più tenebroso di quella esoterica, nascosta celata ai più, dono di chi è cosi intuitivo da non accontentarsi delle spiegazioni ortodosse ma sente anch’egli un odore strano e straordinario titillare le sue narici.

E’ l’effluvio dei secoli, delle ricerche spirituali di tutti i tempi, è il regalo di chi si impegna in un sentiero di riverita adorazione del sacro e che ha l’onore di osservare da vicino la magia che dallo stesso scaturisce.

E’ un qualcosa che cambia totalmente la vita.

La ricerca dei segreti è fondamentale non tanto per le scoperte ma perché ci fa intraprendere una via piena di prodigi.

Ma anche di tentazioni.

Del resto solo il probo riesca ad ammirare il fulcro del divino, che sia un vaso o sia una fonte miracolosa, che sia una reliquia o una semplice pietra che emana calore, o un fazzoletto con impresso il segno della resurrezione.

Ogni fede, dalla più complessa e strutturata alla più semplice e quasi di impronta contadina ha bisogno che il sacro, che Dio scenda in terra e si manifesti.

Ecco perché ogni borgo ogni città ha la sua storia di prodigi. Manoppello dove il volto del salvatore è impresso sul lino, dando a tutti la sensazione che il dio sia li a sorridere.

Torino con la figura sofferente ma gloriosa di un corpo che esplode di luce imprimendo la sua evocativa forza sul telo.

Roma con le sua prova della crocifissione, la vera croce legno in cui è impresso tutta la sofferenza del martirio e pertanto dotata di poteri taumaturgici straordinari, perché solo il dolore sa curare.

O pensiamo a Bari a Castel del Monte manifestazione fisica del sacro calice, contenitore di ogni energia che dall’alto illumina questa nostra terra afflitta.

E anche nel libro della Tresconi, un piccolo innocente, invisibile borgo con il suo orgoglio, con quella sua voglia di emergere dall’oblio è pieno di aura sacrale perché dentro le cavità sotterranee qualcosa fa vibrare gli animi di alti ideali.

Di pensieri che si elevano a dio fondendosi con esso per ritrovare l’originaria armonia cosmica.

Ecco perché le acque, memento di un tempo in cui la spiritualità l’emotività che tale incontro genera, diviene simbolo di luoghi intrisi di incanto, di potenzialità curative immense.

Acque limpide, dal suono glorioso come quelle che ho sentito gorgogliare allegre sotto il pavimento di San Clemente, portano con esso una linfa magica, sangue del Dio che decise di farsi carne e in un abbraccio soave portare tutti coloro ingabbiati nella materia verso la luce.

L’acqua scorre, cosi come deve scorrere la verità.

Cosi come la misericordia deve poter irrigare il campo arido di ogni anima.

Ma ecco che accanto alla manifestazione fisica del prodigio un dio saggio, molto più saggio di noi, inserisce l’abominio della tentazione: accanto alla vita eterna esiste e può e deve esistere il putridume della morte.

Sono le fonti sacre simboli della via verso la conoscenza, e di come essa e i prodigi che nascono dal suo ventre possono cambiare, migliorare o devastare il mondo umano.

E’ come noi usiamo i doni, sono le nostre scelte a decidere se saremmo santi o peccatori o peggio demoni.

E spesso il probo cade, cade perché in fondo, il sacro rivela quello che davvero si cela nel nostro io più intimo, lo porta allo scoperto e ci sprona a combatterlo.

Ma spesso la cupidigia di chi si sente superiore appunto perché toccato dal marchio del “santo” diviene incontrollabile.

E allora il segreto torna a riposare nella terra, per sempre, in attesa che l’eroe senza macchie e senza paura affronti nuovamente la suprema prova: abbracciare il mistero senza cedere alla tentazione di usarlo per una finalità cosciente che non redime ma condanna.

I due protagonisti saranno di fronte al bivio che ogni ricercatore ha sperimentato: se rendere essoterico o manifesto l’arcano, o se custodirlo puro e incolume dentro di se.

Perché la meraviglia non è tanto nel trovare il Graal, perché in questo libro di una forma di Graal si narra.

Ma di averlo visto, sfiorato e essere stati da lui segnati.

E’ il percorso verso la ricerca che ci modella, non il risultato.

Bravissima Daniela capace di tessere con aggraziato stile un libro immenso, un libro che rapisce e seduce.

Ma che sopratutto insegna.

E bravissima l’illustratrice, demiurga fiera che imprime il suo divino tocco creatore ai suoi disegni, cosicché i personaggi di carta, sembreranno cosi vivi da sorriderti.

 

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