“Storie di vampiri”. A cura di Alfredo Betocchi

Twilight

 

Chi non conosce la saga di “Twilight”, famosa pellicola del 2008 e ancora sull’onda del successo, ispirato all’omonimo libro di Stephanie Meyer? 

I bravi interpreti, Kristen Stewart e Robert Pattinson, hanno entusiasmato folle di giovani persi dietro le loro romantiche disavventure.

Migliaia di ragazzi e di ragazze sono stati plagiati dalla trama del film, atteggiandosi sui social a improbabili vampiri, creando Blog e Pagine su Facebook e Twitter, partecipando a feste in costume e dipingendosi il volto con dentini aguzzi da cui colano rivoli di sangue finto.

La credenza dell’esistenza dei vampiri ha un’origine molto antica e diffusa tra tutti i popoli della Terra. Dagli antichi greci al vudù haitiano, dal folklore degli indios cileni ai miti dell’Europa centromeridionale, i vampiri succhiatori di sangue umano hanno sempre affascinato le genti superstiziose e primitive.

Perfino nella bella Toscana è nata una leggende vampiresca secondo la quale, vicino Volterra, esisterebbe un masso da cui, nottetempo, escono delle figure ammantate di neri mantelli macchiati di sangue che terrorizzano i viandanti. Il masso ha un’apertura da cui, si dice, escano le fattucchiere di Mandringa.

Ma il vero Principe delle Tenebre è il personaggio creato nel 1897 da Bram Stoker.

Questa figura immaginaria, concepita dal bravo scrittore irlandese, ha oscurato tutti i miti precedenti, facendo dissolvere perfino il vero Dracula, eroe della riscossa romena contro gli invasori dell’Impero Ottomano.

Dracula, o meglio al secolo Vlad II Tepes, detto Dracul, il Dragone o il Diavolo e soprannominato graziosamente dal suo popolo l’Impalatore, nacque nel 1431 in Valacchia, regione della odierna Romania. 

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Come tutti i regnanti di quei tempo, fu un sanguinario tiranno e un eroe del suo popolo. Nel folklore tedesco, russo, ungherese e italiano, le gesta di Vlad Tepes sono ampiamente riportate. Non è, tuttavia, mai menzionato il suo vampirismo, anche se fu un tiranno spregiatore della vita umana oltre ogni limite.

Alcune delle leggende che circondano la sua figura narrano di come Vlad punisse coloro che lo offendevano. Per esempio, quando gli inviati turchi non si vollero togliere il turbante sulla testa dinanzi a lui fece inchiodare i copricapo sul loro cranio.

Era un tipo originale per l’epoca e sapeva cogliere le occasioni mondane per divertirsi a modo suo, come quando pranzava all’aperto tra le urla delle sue vittime impalate attorno alla tavola imbandita. 

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Di queste piacevolezze è piena la sua biografia, tuttavia in guerra era un autentico condottiero che seppe respingere le mire ottomane sulla Romania. Fu principe regnante della Valacchia in tre occasioni.

Spezzò l’egemonia dei tedeschi che dominavano la sua terra, affrontò coraggiosamente il potere più temuto dell’epoca: l’Impero Turco degli Ottomani.

Fu esiliato, perseguitato, incarcerato e condannato a morte. Governò con illustri monarchi, come Mattia Corvino, re d’Ungheria. Nonostante tutto questo, in tutti i documenti d’archivio che riportano la cronaca delle sue gesta, non vi è una parola sul suo presunto vampirismo. Gli furono attribuiti terribili massacri sanguinari, ma restava pur sempre un guerriero e un monarca. Mai si sognò di bere il sangue delle sue vittime, come invece erano usi fare i khan mongoli.

Dracula” nasce, perciò, interamente dalla formidabile penna di Bram Stoker, un gentleman educato, colto, signorile. Prima studente brillante al Trinity College di Oxford, poi semplice impiegato negli Uffici di Sua Maestà Britannica.

Appassionato di teatro, conobbe il vampirismo dopo aver letto il romanzo “Carmilla”, scritto da Joseph Le Fanu nel 1872.

Storia cupa e sanguinaria dell’agghiacciante e bella vampira Carmilla che, come Dracula, succhiava il sangue alle sue belle e giovani amiche fino a condurle nella tomba. Stoker si appassionò all’argomento, per lui fino a quel momento sconosciuto.

Nelle sue ricerche d’archivio, s’imbattè nel nostro “Eroe Valacco” e fu subito colpo di fulmine. Il nome e le efferate vicende del tiranno rumeno attirarono come una calamita la fantasia di mister Stoker.

Nacque così “Dracula” pubblicato nel 1897 e destinato a un successo che pochi altri libri avrebbero avuto in seguito. Stoker seppe immaginare il vampiro e tutte le regole e le usanze che, da allora, sono prescritte agli uomini nei confronti dei morti viventi:

i canini aguzzi per mordere le loro vittime sul collo, preferibilmente belle e procaci ragazze; l’abilità dei vampiri nel trasformarsi in animali crudeli o della notte, pipistrelli e lupi mannari; la necessità di agire nel buio, l’evitare di sostare dinanzi agli specchi, da cui la loro immagine non viene riflessa ed il terrore per la luce solare che li annichilisce; poi i sistemi per allontanare i vampiri, l’aglio soprattutto e la croce; infine quelli per farli morire definitivamente, il paletto di frassino e le pallottole d’argento.

Da questa figura leggendaria di vampiro nacquero nel ventesimo secolo infinite varianti: vampiri femmine, gay, bambini, zombi, licantropi e perfino un gatto nero vampiro uscito dalla fantasia di lord Halifax nella prima metà del XX secolo 

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Il cinema s’impadronì quasi subito del ghiotto argomento, creando “Nosferatu” , film muto degli anni ’20; “Dracula”, film interpretato magistralmente dall’ungherese Bela Lugosi 

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vampiri comici e tonti come quello con Mel Brooks nel divertente “Per favore non mordermi sul collo” di Roman Polansky; il capolavoro “Dracula il vampiro” di Francis Ford Coppola, fino alla già citata saga “Twilight” che rinverdì il tema, innestando il genere romantico nella storia horror.

A differenza delle storie narrate al cinema negli anni passati, “Twilight” può avvalersi di infiniti veicoli di inserimento nell’interesse del pubblico.

I media oggi sono enormemente diffusi e quasi ogni persona può seguire e alimentare la propria febbre da vampiro, fino allo scoppiare del prossimo fenomeno mediatico ancora di là da venire.

 

“Sa funtana ‘e s’ulumu” di Antonio Carta, Scatole parlanti editore. A cura di Vincenzo de Lillo

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Un libro che, raccontando una vicenda a tinte gialle, riesce ad essere un omaggio e un’ode affettuosa e accorata alla Sardegna, ai suoi abitanti e alle sue tradizioni.
Questo è Sa funtana ‘e S’ùlumu di Antonio Carta.
Ma anche, e qui dobbiamo fare un primo plauso allo scrittore per il lavoro di ricerca e documentazione svolto, uno sguardo pertinente e informato agli aspetti politici e sociologici dell’isola, che dà a tutto lo scritto un tono ed un gusto particolare.
E parlo di gusto non a sproposito, perché chi si troverà a immergersi nelle pagine del libro di Carta, ambientato nella prima metà del 900, a Ittiri, nel Nord della Sardegna, in pieno ventennio fascista, si troverà ad assaggiare, assaporare, gustare, come detto, le atmosfere che si vivevano in quel periodo.
Un periodo in cui povertà e ignoranza, fame e, in un certo senso, una velata rassegnazione allo stato delle cose, erano compagne fedeli di quasi tutti, tranne di pochi fortunati possidenti.
E proprio dalla morte di uno di questi, il conte don Francesco Gutierrez, parte la nostra storia.
E allora ecco il maresciallo dei Carabinieri, Luca Crobu, incaricato delle indagini dalla Procura di Sassari, addentrarsi tra i segreti incoffessabili della famiglia Gutierrez e di alcuni abitanti del luogo, gente comune e operosa che lotta coi denti pur di sopravvivere, ma che, come tutti, ha i suoi immancabili scheletri negli armadi.
Conosceremo inoltre la storia di Giommaria, giovane testimone, involontario e inconsapevole, del presunto omicidio, di suo padre Giovanni e di sua madre Antonia.

Il primo, emigrante proprio per garantire il sostentamento all’amata famiglia e la seconda, donna forte e madre premurosa a cui vi affezionerete molto presto.
Un libro scritto molto bene, ricco di accurate descrizioni, che punta il dito contro le politiche sociali e i motivi dolosi che hanno fatto in modo che una terra così ricca e florida, sia rimasta per tanto tempo indietro rispetto al resto dell’Italia.
E ciò l’autore lo riporta al lettore con oggettività e senza remore, con la stessa forza del maestrale che spazza l’isola e la storia raccontata senza sosta, essendo mosso dall’amore per questo angolo di mondo e dall’orgoglio tipico della gente che ci abita.
Un testo che, nel suo piccolo, ha il merito di mostrare uno sguardo nuovo su una terra baciata da Dio, ma che troppo spesso è stata mortificata da chi l’ha scelleratamente governata.

Blog Tour “Una favolosa estate di morte” di Piera Carlomagno, Rizzoli editore. “Focus sulla protagonista”.

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Parlami Floriana, ripeté tra sé Viola indignata. Raccontami di te, aiutami a capire

Ed è grazie a questa frase che è scattata una sorta di empatia tra me e la protagonista.

Istintiva, selvaggia, quasi quanto il suo indomito carattere nel quale mi rispecchio.

Quella sua ansia di conoscere di penetrare nei segreti di un omicidio e nelle pieghe nascoste di una vita, richiama la stessa mia ansia di conoscenza e di vicinanza che scatta a ogni libro.

E lo imploro spesso di parlarmi, di svelarmi i suoi arcani, di farmi entrare nel suo mondo.

Ecco che Viola diviene splendidamente immagine di me stessa.

Una donna sfaccettata in bilico tra tradizione e innovazione, tra amore sviscerato per la sua terra che pulsa e scorre in quel sangue cosi fluido e al tempo stesso corposo, un sangue antico quasi una mala genia e quella volontà di staccarsene, di dirigersi verso la liberazione dalle catene degli usi e costumi di una terra che, in fondo, stenta a liberarsi dalle sue radici.

Ecco che Viola incarna lo spirito della Basilicata, mirabilmente descritto dalla talentuosa autrice:

La Basilicata dà più di quanto prenda, rifletteva Viola, proprio come la sua gente. Negli occhi dei lucani resta questa rassegnazione e l’incapacità di ribellarsi alle cose che accadono. La fede, la magia, il rispetto per gli altri, la riservatezza.

E sopratutto, la sua anima resta incatenata a quel paesaggio di Matera:

Viola era profondamente congiunta a quella terra, al suo mordace sapore, alla sua durezza, agli strapiombi che appartenevano alla sua anima, eppure, arrivata a quel punto del viaggio, cominciò a sentire il profumo del mare.

Una città fatta di discese e di meraviglie, di quei sassi testimoni antichi dello scorrere di un tempo sempre uguale, scandito da rituali come le Lamentazioni, da un tirare a campare che spesso aveva il sapore segreto del compromesso.

Matera accoglieva turisti e visitatori con un po’ di riluttanza, la città dei Sassi restava difficile da raggiungere: selezionava, decideva. Non aveva intenzione di lasciarsi sopraffare dall’entusiasmo che il mondo mostrava dopo aver scoperto la sua esistenza. 

E Viola è cosi.

Sofferente dopo un adolescenza segnata dai pregiudizi, da voci sussurrate, cattive, come pugnali pronti a lacerare l’io, a sottolinearne l’alterità, quella nomea di strega che non la lascia un secondo.

Poco si fa sedurre dalla rinnovata capacità di essere inserita nel contesto sociale della città.

Lei oramai dedita alla scienza, l’anatomopatologa che pone le sue doti logiche al servizio della questura, resta forte e antica, dotata di una forza selvaggia come i suoi amati “sassi”, guardiani dello scorrere del tempo.

Maestosi elementi capaci di sfidare tempeste, calura e persino la speculazione edilizia.

Viola è la dicotomia irrisolta in questa società che corre tra scienza e istinto, quella che viaggia in un terzo universo, laddove le contraddizioni, impossibili da risolvere in questi tempi affranti, ritrovano la loro originaria armonia.

Viola non è la strega, la strix che di notte succhia il sangue ai bambini, è la donna saggia capace con l’intuizione o quel terzo occhio, favoleggiato in tanti racconti leggendari, di penetrare dentro il cuore pulsante delle persone e dei fatti, di sollevare il velo, di comprenderne la natura segreta, nascosta, esoterica, in barba alle belle apparenze che tanto piacciono alla sua città.

Gli altri hanno bisogno di credere che il progresso ha toccato anche loro, eppure restano avvinti in comodi stereotipi che Viola osserva affascinata e spesso anche infastidita, conscia che è in quelle radici non logiche che si trova la verità occultata dal perbenismo.

Viola riesce a mettere in contatto due mondi, quello razionale e quello magico, consapevole che solo l’unione degli opposti porta allo svelamento dei misteri sepolti in quella terra forte e fragile

Viola metteva nel lavoro la stessa forza che il nonno farmacista, e anche il padre, usavano quando zappavano le terre di proprietà insieme ai contadini. Quei colpi e quel tirare fuori umido e odori forti, compressi di segreti millenari, accompagnati da un respirare profondo, dentro l’aria, giù nello stomaco, fuori ogni tensione, via con un fischio lungo. Forza e intenzione. Ogni indizio lei lo dedicava a un dio, un diavolo, un nemico. Credeva nella scienza e in tutto ciò che aveva studiato. Che non era poco.

Ed è questo, la bellezza spettacolare di questa ricostruzione grandiosa di un paese che parla poco, ma che ha dato racconti di cronaca a volte agghiaccianti

Anche perché alla fine lo sapeva pure lei che affidarsi agli strumenti scientifici non basta in un’indagine, perché il Dna può stabilire a chi appartiene il sangue e l’anatomia patologica può determinare se certi ematomi c’erano prima della morte, eppure solo un’inchiesta, completa e ragionata, può portare alla soluzione di un caso. E lei procedeva così, come i vecchi investigatori, chiedendo, osservando, collegando. I sensi vigili e all’opera dal primo impatto col cadavere.

E sta quindi alla donna sciamano, colei che conosce il percorso del filo del destino, colei che è capace di sciogliere i nodi, salvare la terra baciata da sole, acqua e montagne per donarla la dignità che le spetta.

E donare dignità alla sua Matera per Viola significa comporre la sua personalità da troppo tempo soffocata dalle consuetudini, restituire a se stessa quella femminilità repressa da una cultura maschile che la venera ma la tempo stesso la teme:

Viola sentiva aria di società borghese di provincia, ipocrita e sessuofobica. Il nemico numero uno era ancora il sesso, argomento rimosso dalla vita quotidiana, causa di battaglie feroci in famiglia,

Una società che in fondo, sacrifica la donna scomoda per scongiurare il pericolo più grande, quello di far cadere a pezzi una società che mostra la fallibilità dei suoi assunti culturali.

Eppure, il dominio maschile non era stato scalfito da decenni di battaglie. In quella terra, erano le streghe a rimboccarsi le maniche, ma erano i preti, i medici, i notai e i signori, a deciderne la sorte. La morte della ragazza aveva generato diffidenza e omertà addirittura nella sua stessa famiglia. La solidità del perbenismo di facciata non era scalfita dal dolore, la polvere, comunque, si nascondeva sotto il tappeto e la superficialità intrinseca dello status sociale restituiva un quadro dalle tinte sfuggenti che però Viola considerava affascinanti perché infilate dentro un microcosmo che prima o poi sarebbe arrivata a comprendere.

Ecco perché Viola fragile e ferita, non cede ma porta avanti il suo lavoro dando voce alle vittime, raccontandole e donando loro la libertà che si meritano.

E ogni donna liberata, è una salvezza per la sua anima che conserva dentro di se un segreto oscuro:

Floriana, ancora lei il capro espiatorio, anche dopo morta, anche da vittima di un brutale assassinio. La colpa era sempre sua.

Ed è Viola con la sua forza delicata che riesce a restituire pace alla vittima, ma, sopratutto, riesce con la sua sete di conoscenza ad acquietare l’oscurità dentro di lei.

Un personaggio indimenticabile al quale mi sento profondamente, inesorabilmente legata.

il formidabile intuito di cui era dotata e che, a volte la portava a credere che, forse sì, qualche potere magico doveva averlo. Ma Viola non l’accettava e lo nascondeva in fondo alla sua coscienza, insieme a un segreto nerissimo, che non voleva rivelare neanche a se stessa.

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Recensione a cura di Alessandra Micheli