Blog Tour “Una favolosa estate di morte” di Piera Carlomagno, Rizzoli editore. “Focus sulla protagonista”. A cura di Alessandra Micheli

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Parlami Floriana, ripeté tra sé Viola indignata. Raccontami di te, aiutami a capire

Ed è grazie a questa frase che è scattata una sorta di empatia tra me e la protagonista.

Istintiva, selvaggia, quasi quanto il suo indomito carattere nel quale mi rispecchio.

Quella sua ansia di conoscere di penetrare nei segreti di un omicidio e nelle pieghe nascoste di una vita, richiama la stessa mia ansia di conoscenza e di vicinanza che scatta a ogni libro.

E lo imploro spesso di parlarmi, di svelarmi i suoi arcani, di farmi entrare nel suo mondo.

Ecco che Viola diviene splendidamente immagine di me stessa.

Una donna sfaccettata in bilico tra tradizione e innovazione, tra amore sviscerato per la sua terra che pulsa e scorre in quel sangue cosi fluido e al tempo stesso corposo, un sangue antico quasi una mala genia e quella volontà di staccarsene, di dirigersi verso la liberazione dalle catene degli usi e costumi di una terra che, in fondo, stenta a liberarsi dalle sue radici.

Ecco che Viola incarna lo spirito della Basilicata, mirabilmente descritto dalla talentuosa autrice:

La Basilicata dà più di quanto prenda, rifletteva Viola, proprio come la sua gente. Negli occhi dei lucani resta questa rassegnazione e l’incapacità di ribellarsi alle cose che accadono. La fede, la magia, il rispetto per gli altri, la riservatezza.

E sopratutto, la sua anima resta incatenata a quel paesaggio di Matera:

Viola era profondamente congiunta a quella terra, al suo mordace sapore, alla sua durezza, agli strapiombi che appartenevano alla sua anima, eppure, arrivata a quel punto del viaggio, cominciò a sentire il profumo del mare.

Una città fatta di discese e di meraviglie, di quei sassi testimoni antichi dello scorrere di un tempo sempre uguale, scandito da rituali come le Lamentazioni, da un tirare a campare che spesso aveva il sapore segreto del compromesso.

Matera accoglieva turisti e visitatori con un po’ di riluttanza, la città dei Sassi restava difficile da raggiungere: selezionava, decideva. Non aveva intenzione di lasciarsi sopraffare dall’entusiasmo che il mondo mostrava dopo aver scoperto la sua esistenza. 

E Viola è cosi.

Sofferente dopo un adolescenza segnata dai pregiudizi, da voci sussurrate, cattive, come pugnali pronti a lacerare l’io, a sottolinearne l’alterità, quella nomea di strega che non la lascia un secondo.

Poco si fa sedurre dalla rinnovata capacità di essere inserita nel contesto sociale della città.

Lei oramai dedita alla scienza, l’anatomopatologa che pone le sue doti logiche al servizio della questura, resta forte e antica, dotata di una forza selvaggia come i suoi amati “sassi”, guardiani dello scorrere del tempo.

Maestosi elementi capaci di sfidare tempeste, calura e persino la speculazione edilizia.

Viola è la dicotomia irrisolta in questa società che corre tra scienza e istinto, quella che viaggia in un terzo universo, laddove le contraddizioni, impossibili da risolvere in questi tempi affranti, ritrovano la loro originaria armonia.

Viola non è la strega, la strix che di notte succhia il sangue ai bambini, è la donna saggia capace con l’intuizione o quel terzo occhio, favoleggiato in tanti racconti leggendari, di penetrare dentro il cuore pulsante delle persone e dei fatti, di sollevare il velo, di comprenderne la natura segreta, nascosta, esoterica, in barba alle belle apparenze che tanto piacciono alla sua città.

Gli altri hanno bisogno di credere che il progresso ha toccato anche loro, eppure restano avvinti in comodi stereotipi che Viola osserva affascinata e spesso anche infastidita, conscia che è in quelle radici non logiche che si trova la verità occultata dal perbenismo.

Viola riesce a mettere in contatto due mondi, quello razionale e quello magico, consapevole che solo l’unione degli opposti porta allo svelamento dei misteri sepolti in quella terra forte e fragile

Viola metteva nel lavoro la stessa forza che il nonno farmacista, e anche il padre, usavano quando zappavano le terre di proprietà insieme ai contadini. Quei colpi e quel tirare fuori umido e odori forti, compressi di segreti millenari, accompagnati da un respirare profondo, dentro l’aria, giù nello stomaco, fuori ogni tensione, via con un fischio lungo. Forza e intenzione. Ogni indizio lei lo dedicava a un dio, un diavolo, un nemico. Credeva nella scienza e in tutto ciò che aveva studiato. Che non era poco.

Ed è questo, la bellezza spettacolare di questa ricostruzione grandiosa di un paese che parla poco, ma che ha dato racconti di cronaca a volte agghiaccianti

Anche perché alla fine lo sapeva pure lei che affidarsi agli strumenti scientifici non basta in un’indagine, perché il Dna può stabilire a chi appartiene il sangue e l’anatomia patologica può determinare se certi ematomi c’erano prima della morte, eppure solo un’inchiesta, completa e ragionata, può portare alla soluzione di un caso. E lei procedeva così, come i vecchi investigatori, chiedendo, osservando, collegando. I sensi vigili e all’opera dal primo impatto col cadavere.

E sta quindi alla donna sciamano, colei che conosce il percorso del filo del destino, colei che è capace di sciogliere i nodi, salvare la terra baciata da sole, acqua e montagne per donarla la dignità che le spetta.

E donare dignità alla sua Matera per Viola significa comporre la sua personalità da troppo tempo soffocata dalle consuetudini, restituire a se stessa quella femminilità repressa da una cultura maschile che la venera ma la tempo stesso la teme:

Viola sentiva aria di società borghese di provincia, ipocrita e sessuofobica. Il nemico numero uno era ancora il sesso, argomento rimosso dalla vita quotidiana, causa di battaglie feroci in famiglia,

Una società che in fondo, sacrifica la donna scomoda per scongiurare il pericolo più grande, quello di far cadere a pezzi una società che mostra la fallibilità dei suoi assunti culturali.

Eppure, il dominio maschile non era stato scalfito da decenni di battaglie. In quella terra, erano le streghe a rimboccarsi le maniche, ma erano i preti, i medici, i notai e i signori, a deciderne la sorte. La morte della ragazza aveva generato diffidenza e omertà addirittura nella sua stessa famiglia. La solidità del perbenismo di facciata non era scalfita dal dolore, la polvere, comunque, si nascondeva sotto il tappeto e la superficialità intrinseca dello status sociale restituiva un quadro dalle tinte sfuggenti che però Viola considerava affascinanti perché infilate dentro un microcosmo che prima o poi sarebbe arrivata a comprendere.

Ecco perché Viola fragile e ferita, non cede ma porta avanti il suo lavoro dando voce alle vittime, raccontandole e donando loro la libertà che si meritano.

E ogni donna liberata, è una salvezza per la sua anima che conserva dentro di se un segreto oscuro:

Floriana, ancora lei il capro espiatorio, anche dopo morta, anche da vittima di un brutale assassinio. La colpa era sempre sua.

Ed è Viola con la sua forza delicata che riesce a restituire pace alla vittima, ma, sopratutto, riesce con la sua sete di conoscenza ad acquietare l’oscurità dentro di lei.

Un personaggio indimenticabile al quale mi sento profondamente, inesorabilmente legata.

il formidabile intuito di cui era dotata e che, a volte la portava a credere che, forse sì, qualche potere magico doveva averlo. Ma Viola non l’accettava e lo nascondeva in fondo alla sua coscienza, insieme a un segreto nerissimo, che non voleva rivelare neanche a se stessa.

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