In libreria dal 20 giugno CRISIS di FRANK GARDNER Longenesi editore. Da non perdere!!!

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“La telefonata arrivò sulla linea sicura a Vauxhall Cross poco dopo le sei. La prese l’agente di servizio, annebbiato dalla stanchezza e quasi alla fine del turno. Da più di ottomila chilometri una voce parlò, deformata dai clic e dalle pause, dalla stazione del SIS in Colombia, situata in una fattoria anonima tra le colline boscose a nord di Bogotà. L’agente di servizio soffocò uno sbadiglio e iniziò a prendere appunti, poi per poco non ruppe la penna. Da non credere. La CIA continuava a incidere stelle su quel muro a Langley, una per ogni agente ucciso nell’adempimento del proprio dovere, ma da loro, nei Servizi segreti? Non si era mai sentito. Sbirciò i numeri di emergenza attaccati alla parete al di là del tavolo, fece un profondo respiro e ne compose uno.”

 

Crisis è il romanzo di esordio del giornalista Frank Gardner, scritto mettendo a frutto la sua lunga esperienza di inviato di guerra e di esperto di sicurezza internazionale. Combinando le conoscenze da insider, la tecnologia più avanzata e un senso della suspense non comune, Frank Gardner dà vita a un thriller rapido, denso di azione e terribilmente attuale.

Luke Carlton è un ex marine delle forze armate britanniche ora sotto contratto con l’MI6, dove porta a termine missioni ad alto rischio. Inviato nella giungla colombiana per indagare sull’omicidio di un ufficiale dei servizi segreti britannici, Luke si ritrova in breve tempo avvolto nelle spire di un complotto di dimensioni internazionali. Qualcuno gli sta dando la caccia. Catturato e sottoposto a orribili torture, Luke riesce fortunosamente a fuggire dalla morsa di uno dei più potenti e spietati cartelli della droga del Sudamerica e dal suo leader assetato di vendetta. Stremato dalla prigionia, deve raccogliere tutte le proprie forze per prevenire un disastro senza precedenti. Il bersaglio è nientemeno che Londra, l’arma sembra fra le più diaboliche mai concepite e il piano che si va scoprendo appare tanto ingegnoso da indurre alla resa. Ma la corsa contro il tempo è appena iniziata e Luke non può sottrarsi.

 

FRANK GARDNER (1961) è stato inviato di guerra per la BBC. Esperto di sicurezza internazionale, ha una laurea in Studi arabi e d’islamistica. Durante un servizio in Arabia Saudita, è stato vittima di un attentato da parte di terroristi islamici a cui è sopravvissuto nonostante le numerose ferite. Autore del memoir Blood and Sand, sulla sua esperienza di corrispondente in Medio Oriente, e del libro di viaggio Far Horizons, ha esordito nella narrativa con Crisis, che è stato per molte settimane nella top ten del Sunday Times. Vive a Londra.

 

“Garibaldi nel “Secondo Mondo” L’eroe in Sudamerica”. A cura di Alfredo Betocchi

 

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In quell’ultimo scorcio del 1835, la nave con le vele abbassate s’avvicinava velocemente alla costa brumosa del Brasile. Gli occhi azzurri del ventottenne guardavano assorti il porto di Rio che brulicava di gente e di merci. 

Nonostante la giovane età, Giuseppe aveva già sulle spalle una condanna a morte emessa dal Reale Tribunale di Genova per diserzione e alto tradimento.

Fra poche ore la città avrebbe salutato l’inizio dell’anno nuovo e Giuseppe ripensò alla famiglia perduta e a Nizza, la città dove aveva trascorso una felice fanciullezza1.

Sbarcato sul molo, si guardò intorno ma non riconobbe nessuna faccia nota poi una voce maschile lo fece voltare:

«Giuseppe! Benvenuto in America!» Era un ragazzone dall’accento ligure, accento di casa, che lo chiamava.

Rio De Janeiro, a quell’epoca abbondava di italiani e molti di loro erano liguri, suoi compatrioti. Il cuore gli si allargò e Giuseppe l’abbracciò fortissimamente. Anche l’amico ritrovato, Luigi Rossetti, era un patriota. Il giovane presentò Giuseppe ai molti esiliati italiani della città ed essendo un esperto marinaio mise ben presto su una piccola azienda di trasporti marittimi. Con i primi prestiti e un po’ di denaro risparmiato in Italia, comprò una tartana 2, iniziando a trasportare merci su e giù tra le coste del Brasile e dell’Argentina.

I tempi erano duri e gli affari non prosperavano. Giuseppe, spirito ribelle e con l’istinto dell’azione politica, si era intanto messo in contatto con i circoli mazziniani e rivoluzionari della zona. Tra gli altri, vi erano gli indipendentisti della ricca provincia brasiliana di Rio Grande do Sul 3

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Il Brasile a quell’epoca era un Impero dominato da una dinastia di origine portoghese. Proprio poco prima di quegli anni, l’Imperatore Pedro Primo di Baganza era morto lasciando un erede minorenne, il piccolo Pedro Secondo.

A causa della debolezza dello Stato, si erano riaccesi gli aneliti repubblicani e secessionisti di alcune delle regione periferiche del vasto impero.

Rio Grande do Sul fu la prima provincia che, con una rivolta coronata da successo, raggiunse l’indipendenza. Data la violenta reazione dei brasiliani, il neonato governo ribelle chiamò a raccolta tutti gli amanti della libertà e Giuseppe fu tra i primi, nel maggio 1837, ad accorrere a Porto Alegre, la capitale ribelle.

Data la sua esperienza di navigazione, gli fu concessa una patente di “corsa” nell’imminente guerra. Doveva perciò fare il Corsaro per conto della Repubblica.

Giuseppe, con soli dodici uomini, assalì coraggiosamente una goletta brasiliana carica di merci e se ne impadronì. Subito dopo, si diresse verso il porto di Maldonade, nel neutrale Uruguay, dove sperava di rivendere il carico a favore degli insorti ma, all’apparire delle due navi, il governatore locale, non volendo riconoscere la bandiera del Rio Grande, fece aprire il fuoco ai cannoni del porto.

A Giuseppe non rimase che la fuga. Dopo altri abbordaggi e altre battaglie, inseguito da numerose navi nemiche, continuò la sua guerra di “corsa” sui larghi e pescosi fiumi del Brasile, dell’Uruguay e dell’Argentina.

La situazione militare peggiorò quando anche l’Uruguay entrò in guerra contro la neonata Repubblica di Rio Grande.

Per Giuseppe fu un periodo pieno di peripezie e di rischi, stretto tra potenti flotte armate.

Un giorno fu ferito ma riuscì quasi miracolosamente, a sfuggire alla cattura.

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Si diresse in Argentina, anch’essa neutrale, ma le autorità lo fermarono perché combattente di una Repubblica non riconosciuta.

Fu ricoverato presso le carceri di Galeguay. Dopo il lungo e forzato riposo, Giuseppe, mai domo, tentò la fuga ma fu riacciuffato e crudelmente frustato per punizione. Dopo un breve periodo di detenzione, nel 1839, venne liberato.

Ritornò,con mezzi di fortuna e sotto falso nome a Porto Alegre, dove i compagni lo accolsero in trionfo. Il governo ribelle gli affidò, quindi, una piccola flottiglia con la quale riprendere le operazioni nella laguna riograndese e nell’Atlantico.

Un giorno, le truppe navali brasiliane circondarono la flottiglia nella laguna.

Con coraggio e faccia tosta, sbarcò e fece trasportare per terra le sue piccole imbarcazioni, attraversando la lingua di terra che lo divideva dal mare, salvando in tal modo sé stesso e la sua flotta dalla cattura.

Un’altra volta, invece, dovette dar fuoco alle sue navi, danneggiando gravemente anche quelle del nemico e salvando così nuovamente tutti i suoi compagni.

Continuò a combattere per tutto il 1840, ma oramai le sorti della piccola Repubblica erano segnate. Si ritirò perciò sotto falso nome a Montevideo, in Uruguay, mantenendosi dando lezione di algebra e geometria.

E’ in quel raro momento di pace che conobbe la bella Ana Maria Ribeiro da Silva, detta Anita, moglie di un pescatore brasiliano

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. Essa, impazzita d’amore per il biondo eroe italiano, lasciò il marito e fuggì con lui ignara della tragedia che avrebbe provocato. Il marito abbandonato cercò con tutti i mezzi di riavere indietro la donna infine, scoraggiato, morì di crepacuore.

Liberi da obblighi legali, la storia d’amore di Giuseppe e di Anita si concluse sull’altare il 16 marzo del 1842 a Montevideo.

Neanche la nascita di tre figli, Menotti, Teresita e Ricciotti, frenarono la pulsione guerresca di Garibaldi. Ben presto, con al fianco la bella Anita, potè riprendere il mestiere delle armi, arruolandosi al servizio dell’Ururguay in quella che fu detta “La Grande Guerra” con l’Argentina, governata dal dittatore Juan Manuel de Rosas.

Nel giugno del 1842, Giuseppe è al comando di tre navi. Con queste sfidò le preponderanti forze nemiche, talvolta vincendo, talvolta fuggendo sconfitto.

Ad agosto, dovette abbandonare definitivamente le sue navi per salvarsi la vita.

Assunse poi il comando di una nuova flottiglia ma, a novembre, la disfatta dell’esercito uruguayano rese inutile ogni ulteriore ostilità. Il dittatore Rosas, allora, assediò con numerose truppe Montevideo e Garibaldi accorse con i suoi compagni e l’intrepida Anita per dar man forte agli assediati.

Nell’aprile 1843 formò, con ottocento patrioti emigrati, una Legione Italiana issando un vessillo nero con un cerchio bianco, contenente un verde vulcano che eruttava lava rossa

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 Il nero era stato scelto da Garibaldi come colore di lutto per la lontana patria oppressa. I Legionari vestirono una casacca rossa, per la circostanza casuale di un blocco di camicie da macellaio destinato agli scannatoi argentini e rimasto disponibile a poco prezzo.

Nel novembre del 1845, con i suoi Legionari, sfuggì all’assedio e s’imbarcò su alcuni velieri, dirigendosi all’interno del fiume Uruguay fino a un luogo strategico chiamato “Il Salto” a causa di una grande cascata.

Lì il largo fiume si congiungeva a un immissario, detto San Antonio e, con questo nome, è passata alla storia la vittoria di Garibaldi sulle preponderanti truppe argentine, nel febbraio del 1846. Vittoria celebrata da tutto il Sudamerica e perfino nella lontana Europa e che gli diede la fama di generale invincibile.

Mazzini, da Londra, esaltò le gesta della Legione Italiana e a Firenze venne aperta perfino una sottoscrizione per una spada d’onore da donare a Garibaldi.

Erano ormai maturi i tempi che l’eroe dei Due Mondi abbandonasse il “Secondo Mondo” .

Il 15 aprile 1848 Giuseppe Garibaldi partì finalmente per Italia insieme ad Anita per iniziare l’avventura che lo porterà a coronare l’Unità del nostro Paese.

Note 

  1. 1Piccola imbarcazione di legno a un solo albero e con pochi remi,
  1. 2Ossia, Rio Grande del Sud che si trova tra il Brasile e l’Uruguay.
  1. 3 Nizza a quell’epoca faceva parte della regione ligure nel Regno di Sardegna.

“Un giorno o l’altro” di Tommaso Borelli, Kairos editore. A cura di Alessandra Micheli

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C’era un tempo, non tanto lontano ma felice, in cui lo scrittore sfuggiva dai salotti colti per immergersi in un umanità priva di artifici e di velleità intellettuali, per ritrovare un’essenza e una verità perduta.

Per scrivere, per vivere, doveva bearsi del fango, quello che davvero era capace di far nascere i fiori.

Nella fatica del quotidiano, in quella ferrea volontà di farcela nonostante i venti contrari, la vita si rivelava in tutta la sua magnificenza. Nonostante le periferie disastrose, nonostante la minaccia dell’anonimato e dell’oblio a ogni angolo, quella cacofonica vitalità primitiva e di borgata aveva una sua assoluta poeticità.

Nella saggezza contadina, nell’ironia disarmante e in una certa brutale carnalità che era quasi una disperata ricerca di piacere.

Attenzione piacere, non oblio o assuefazione.

Disperazione, persino ignoranza culturale nascondevano l’anima indomita e forte dell’umanità che non intendeva arrendersi davanti agli ostacoli.

Quella scugnizza, rea di ispirare canzoni immortali come guapparia, rea di aver incantato poeti del calibro di Pasolini (mi dispiace a voi detrattori ma le sue poesie sono dei veri autentici capolavori che non posso non esaltare).

In una cultura che si arroccava su se stessa, la massa era l’unica salvezza per garantire all’anima autentica e priva di artifici e di abbellimenti, di esprimere tutto il suo potenziale.

Ce lo narra Pasolini nel maestoso Pianto della scavatrice:

Stupenda e misera città,

Che m’hai insegnato ciò che allegri e feroci gli uomini imparano bambini,

le piccole cose in cui la grandezza della vita in pace si scopre,

come andare duri e pronti nella ressa delle strade,

rivolgersi a un altro uomo senza tremare,

non vergognarsi di guardare il denaro contato con pigre dita

dal fattorino che suda

contro le facciate in corsa in un colore eterno d’estate;

a difendermi,

a offendere,

ad avere il mondo davanti agli occhi e non soltanto in cuore,

a capire che pochi conoscono le passioni in cui io sono vissuto:

che non mi sono fraterni,

eppure sono fratelli proprio nell’avere passioni di uomini

che allegri,

inconsci,

interi

vivono di esperienze ignote a me.

Stupenda e misera città

che mi hai fatto fare esperienza di quella vita ignota:

fino a farmi scoprire ciò che,

in ognun, era il mondo.

Pier Paolo Pasolini

In questa critica sociale, ritroviamo il tema di De Andrè:

Dai diamanti non nasce niente

dal letame nascono i fiori

Fabrizio De Andrè

e quella ricerca assoluta del senso della vita che non si rifuggi in idilliache e incantate visioni sfuggenti, ma riguardi la concretezza della terra, delle sensazioni tattili, del pianto e del sudore.

Tempi felici in cui la vita non era assolutamente divisa in elevato e basso, in élite e massa, ma era solo e soltanto vita.

Poi la modernità che incalza, che irrompe e prosegue la sua folle corsa fino a divenire post modernità.

Post come se fosse troppo oltre quell’autenticità vissuta come arte, troppo avanti e troppo impregnata di strani valori che lungi dal trasformare la massa, la gente ,in percorsi evolutivi diversi che dal basso sanno guardare in alto, divengono evanescenti e stantii personaggi.

Ecco che la tecnologia inizia a ingabbiare a sdoganare il kitsch totalmente distante dalla poetica rappresentata da Pasolini e dai veristi. La poesie si rintana in un sottobosco in cui, causa rovi altissimi e pieni di spine, solo il temerario decide di avviarsi, armato della spada rappresentata dalla penna.

E cosi la gente fonte di ogni perfetto sonetto, diviene massa, informe e improntata non all’ignoranza culturale che non rappresenta ostacolo reale al senso della bellezza: il contadino seppur analfabeta poteva godere dei meravigliosi miracoli della vita, anzi spesso era una saggezza che proveniva direttamente da un animo impastato dalla terra.

No.

Il virtuale, la TV divenuta solo strumento manipolatorio e illusorio, oblio ipnotico, livellatore di contenuti, procura un’ignoranza morale ed etica.

Non più pianti della scavatrice ma pianti urlati nei reality.

Non più saggezze antiche ma opulenza mostrata senza ritegno dalle massa contenta di festeggiare l’avvento dell’uomo qualunque.

E chi ancora riesce a udire il soffuso effluvio della poesia, di una volontà di continuare a osservare il cielo si sentirà un alieno racchiuso in una costante, deleteria e assassina frustrazione.

Borelli questo disagio questo scellerato passaggio, lo racconta abilmente nel libro un giorno o l’altro.

Una routine che lo affligge, uccidendo ogni velleità di eternità e di candore, ogni aspirazione all’assoluto o alla ricerca del senso della vita senza il quale l’uomo non può assolutamente essere “umano”.

I sogni di un tempo considerati solo passatempi dal resto del mondo, abituato al diktat che solo il vivere comune possa essere assurto a unica sana condizione umana, diviene cosi prigione e abbandono.

L’uomo senza sogni non è che un guscio vuoto che suona rintocchi a morto.

Allora non esiste più movimento, nessuna spinta vero l’evoluzione, verso il miglioramento del se che letteratura e arte portano nel loro DNA, se non un vanesio e distante e illusorio ritorno a un tempo felice, un eden che però non diviene sprone ma piuttosto una sabbia mobile da cui farsi risucchiare.

E restarne ingabbiato morendo di asfissia.

Non ci sono eroi in questo testo.

Il protagonista è come lo definisce lo stesso autore:

Indeciso, sgradevole, maschilista, rancoroso.

Che però nella sua lucida e cinica visione rende evidente un omicidio ben architettato: quello dell’autenticità.

L’intellettuale deve tornare a richiudersi in se stesso.

Perché altrimenti la sua forza distruttiva, la sua verve poetica, il suo impatto ribelle rischiano di svegliare la società addormentata, come il bacio dell’intruso risvegliò quel mondo innaturale e sempre orrendamente uguale in se stesso della fiaba di Rosaspina

Nessuna Bella addormentata deve essere stimolata. Risvegliarsi significherebbe riscattarsi e la società non può permettersi di uscire da un pallido e morente status quo.

E cosi, il protagonista, mette i suoi talenti sotto la sabbia, nelle regioni ctonia dell’io e inizia a irrigidirsi su posizioni inconciliabili, distruggendo l’originaria comunione tra gli uomini e mettendo un muro feroce tra il suo presente e il giorno altro.

E l’altro istante diviene però il suo sogno di riscatto, un procrastinare giorno per giorno quel movimento che lo porterebbe a reagire e agire, rendendo la sua mente fertile e intellettualmente costruttiva, semplicemente luogo cambiamento.

Perfetta la descrizione di Borelli

è un ribelle vigliacco,

un rivoluzionario da poltrona:

teorizza il superamento del matrimonio e tradisce la moglie, ma di nascosto. Litiga con i colleghi insegnanti e svolge il suo lavoro in modo svogliato,

però senza mai oltrepassare il limite,

senza trasformare la sua inerzia in protesta aperta.

Perché, se lo facesse,

sarebbe un eroe,

un personaggio da romanzo,

e lui invece non lo è: gli manca la stoffa.

 

Ed è forse la condizione che vive oggi il nostro intellettuale.

Un soprammobile da salotto.

A volte grottesco e ridicolo ma mai incisivo.

Una pallida imitazione di cosa un tempo significava cultura.

Cosi come lo descrive causticamente Renato Zero

Gente troppo complicata

Così disorientata

Gente, che ti è successo mai

Hai perduto quel tuo fascino

Quel tuo profumo tipico, il brio

Furbizia ed ironia

Stavi sempre alla finestra

Eri generosa, onesta

Maestra di vita non sei più, gente

Catenacci alla tua porta sì

Un lucchetto sul tuo cuore lì

L’amore da te non bussa più

Non è un libro positivo.

Ma è un libro necessario perché solo raccontando senza veli la situazione morale della cultura di oggi, forse si può pensare a una vera modifica sostanziale.