“Frange di interferenza” di Teresa Valentina Caiati, Eretica edizioni. A cura di Alessandra Micheli

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Se avessi lo stesso potere creativo di ogni mio autore, disegnerei la vita a colori sgargianti, come certi tessuti di seta, morbidi e perfetti nel loro maestoso intreccio, cosi tattili e al tempo stesso cosi gelidi, come se conservassero dentro di se l’ombrosità di quei minuscoli esseri che nei boschi segreti li hanno prodotti.

La seta con il suo perfetto reticolo, appare perciò simile a una vita che sembra straordinariamente organizzata in minuscoli e incantevoli dettagli, che all’occhio del mortale sfuggono.

Eppure, in quella perfetta tela, qua e la esistono delle frange e il tessuto cosi brillante non appare perfetto.

La seta produce dei fili che sembrano richiamare la loro origine solitaria, cibo inglobato da un esserino minuscolo e quasi snobbato, capaci di adornare corpi monumentali di re, regine e attori.

Ecco che il tessuto della vita si sfilaccia in mille altri labirintiche vie, fili e fili che ci appaiono sorridenti e che ci sussurrano altre storie, diverse dalla compattezza originaria.

Nel tessuto della vita le frange sono quei momenti in cui tutto può ri-niziare da capo, in un’imitazione sempre più maestosa del gioco della vita.

E sono quei momenti che interferiscono con la normale veglia a cui siamo abituati, scorci sul passato, visioni, creatività che anche in questa raccolta poetica si riversano nel ritmo.

Un ritmo antico che appunto, ci sembra riportare la memoria indietro, ai poeti che per innalzarsi al di sopra dell’umana virtù, costruivano un linguaggio possibilmente più vicino alla parola che diede l’avvio a questo pazzo mondo.

Ecco che la Caiati cerca appunto di riportare indietro l’attimo della generazione, non tanto della vita quanto di quel suono che si costruì attorno al primo organismo.

Ritmo e linguaggio fanno da padrone più delle immagini, più delle emozioni è il suono che gorgheggia lieto:

Faccio breccia nel cuore della poesia

e, spavalda,

insegno al vento a soffiare,

alle nuvole a navigare,

all’acqua a sgorgare,

e, mentre tutto scorre,

pianto i miei piedi nell’arsura della terra perché lì, immobile,

possa nutrirmi di linfa vitale.

Lei la dea suprema intesse la propria tela lasciando pendere nei confini dell’esistenza le sue frange, in attesa che altri ominidi possano intrecciare con lei la trama del reale:

Noi altri

abbiamo insenature

e promontori sulla schiena

simili alla gobba di Leopardi

per il peso crescente

cui la natura sottopone.

Incompatibilità di sistema.

E’ un percorso assolutamente creativo, laddove si incontrano e si inchinano:

mie false partenze,

le infinite rincorse

ignara o forse decisa a contrastare:

tra la cecità di un mondo indifferente.

È uno specchio in cui si riflette, prepotente, la mia immagine del Niente.

Ed è il riflesso, di se stessi, dei desideri, di un lontano perduto ideale che diventa gigantesco durante questo strano accidentato ma assolutamente estatico percorso poetico:

Crediamo a quel che siamo,

a quel che vediamo.

Mai a quel che crediamo di essere o di vedere”.

Il riflesso è menzogna

e manca di sinapsi con l’oggetto.

Il sole, vecchio collante,

non avrà più cura d’allungar le sue braccia per omaggiare il mondo

con il mirabile fascino dei riflessi.

Quanta energia disperde!

Quanti sguardi illude!

E ciascuno di noi inciampa

lì dove crede di vedere una via

o l’abbondare della duplicità.

E soltanto parlando con se di se stesso, è solo indagando i luoghi remoti del paradiso di idee precluso ai più che il poeta si stacca dalla quotidianità per divenire di tutto diritto egli stesso creatore:

Imparai da sola a camminare

quando tutti, ai primi passi,

iniziarono a ripetermi:

vai,

ritmicamente,

vai,

burlandoti

dell’asincrono battito

ch’ hai nel petto”.

Ed è nella sua costante voglia di seguire le frange dell’esistenza, gli angoli attraverso cui gli angeli ci parlano, che il poeta inizia a conoscere i misteri.

Da sempre a ripeterci

che la natura è lo spettacolo più bello a cui possiamo assistere,

ma io voglio origliare dietro le quinte per scoprire le ore

nell’istante fecondo

in cui fanno l’amore

per far nascere il giorno.

Ecco che il vero ruolo della poesia torna ad appartenere alle parole del buon vecchio Shelley, consigli e moniti di cui la Caiati fa tesoro

La poesia toglie il velo di bellezza celata al mondo e fa sì che oggetti a noi familiari ci appaiano sotto una luce diversa… La poesia traduce tutte le cose in amore, esalta la bellezza di ciò che è più bello, aggiunge bellezza a ciò che manca di grazia, sposa l’esultanza l’orrore il dolore e il piacere, l’eternità e il mutamento tutte le cose inconciliabili che unisce sotto il suo giogo leggero….La poesia ci fa abitanti di un mondo diverso di cui quello che comunemente conosciamo è solo un’ombra…La poesia libera il nostro animo dal velo dell’abitudine che ci impedisce di scorgere la meraviglia del nostro essere, ci spinge a sentire ciò che percepiamo e a immaginare ciò che conosciamo”

In difesa della poesia

Shelley

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