Bisceglie ospiterà la decima edizione del Festival Libri nel Borgo Antico, dal 23 al 25 agosto. Il blog invita tutti a partecipare a un evento imperdibile!

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Da venerdì 23 a domenica 25 agosto, a Bisceglie, cittadina della costa Nord della Puglia, avrà luogo la decima edizione di Libri nel Borgo Antico.

Festival di letteratura che ospita oltre 150 autori: nomi noti del panorama letterario, televisivo, sportivo presenteranno le loro novità editoriali.

Le vie e le piazze del suggestivo centro storico biscegliese saranno invase da scrittori, amanti della lettura, curiosi: una vera festa della cultura.

Spazio anche allo Scambialibro e a eventi collaterali, gratuiti, come le letture per bambini e una Masterclass per aspiranti scrittori.

 

Per informazioni: – 0803960970.

Il blog presenta la biografia della donna che ha sconvolto la monarchia inglese “MEGHAN MARKLE UNA DUCHESSA RIBELLE ” di CRISTINA PENCO, Dairkos editore.

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Era un’attrice affermata, ha mollato la recitazione per vivere il sogno: sposare il principe Harry. Ma a corte non è tutto semplice: l’etichetta, la tradizione millenaria, l’attenzione – a volte eccessiva – delle cronache rosa possono essere soffocanti. Meghan, però, non si lascia schiacciare, il suo obiettivo è quello di cambiare, col suo comportamento spontaneo, certe regole vetuste. Il libro “Meghan Markle, la duchessa ribelle”,scritto da Cristina Penco, edito da Diarkos, racconta le vicissitudini della nuova duchessa di Sussex (scheda in allegato).

“Anche le donne adulte sognano il principe e vivono nella fantasia delle fiabe come da bambine”. Sono le parole di Meghan Markle, scritte sul suo blog in occasione del matrimonio di William e Kate, quando la giovane attrice non immaginava nemmeno che sarebbe diventata la moglie di Harry. Invece a volte le strade delle vita si incrociano in maniera inaspettata, trasformando in realtà quello che nemmeno si osava sperare.

Ma se il matrimonio con Harry ha cambiato la vita a Meghan, anche lei ha mutato diverse dinamiche in casa Windsor. A raccontare la ‘rivoluzione’ portata dall’attrice americana nell’ingessata monarchia britannica è la giornalista Cristina Penco, col libro “Meghan Markle, la duchessa ribelle”, edito da Diarkos.

Quella di Harry e Meghan è prima di tutto una storia d’amore.

Lui è considerato lo scavezzacollo della famiglia reale britannica, finito su riviste e rotocalchi per i suoi eccessi, ma amato dal popolo e ritenuto il rampollo di sangue blu più desiderato d’Europa.

Lei è un’attrice già nota a Hollywood, con una carriera ben istradata davanti, femminista, determinata e ‘multietnica’ col padre caucasico e la madre afroamericana.

Non è certo la descrizione della perfetta duchessa britannica, invece l’amore colma ogni distanza: Harry decide di sistemarsi e al sua fianco vuole Meghan, non per qualche accordo dinastico – come era stato per sua madre Diana e suo padre Carlo – ma per amore, solo per amore.

Certo Meghan non sa quanto l’etichetta di corte possa essere rigida per una ragazza ‘ribelle’ come lei.

Il libro di Cristina Penco spiega come Meghan abbia cercato di adattarsi alle regole della Royal House, ma come le abbia anche infrante, suscitando contemporaneamente reazioni di dissenso e di consenso tra la gente. Emblematici sono il suo ingresso da sola in chiesa, il giorno delle nozze, oppure la presentazione del Royal baby, tenuto in braccio, per la prima volta in casa Windsor, dal padre Harry. Sebbene dirompente, Meghan, però, risulta di grande aiuto all’ammodernamento dell’immagine della corona britannica: il suo femminismo, le sue origini etniche e borghesi mostrano un’apertura della monarchia nei confronti dei tempi che avanzano. Non una rivoluzionaria, quindi, ma certamente una ribelle.

 

L’autrice. 

Cristina Penco, nata nel 1980 a Genova, si è laureata in Scienze della Comunicazione all’Università di Bologna. Dal 2006 vive a Milano. Giornalista professionista dal 2009, attualmente collabora come freelance con testate nazionali come «Lei Style» e «Vero», spaziando dal mondo delle celebrities all’intrattenimento, fino a costume e società. Ha lavorato nella redazione televisiva di Detto Fatto di Raidue. Si è occupata anche di imprenditoria, management e leadership. Negli ultimi anni si è appassionata sempre di più alla storia e alle vicende delle famiglie reali europee, in particolare a quella inglese.

Review party “Dracul “di Dacre Stoker e J.D. Barker. A cura di Alessandra Micheli

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Quando un libro mi appassiona, quando entra di prepotenza con la sua forza narrativa dentro il cuore, l’anima e la mente mi faccio sempre la stessa ossessiva domanda come tutto ebbe inizio?

Quali suggestioni, quali visioni e che esperienze portarono l’autore mio preferito a dipingere su un foglio di carta trame cosi eterne da sconfiggere i tempi?

E cosi che inizia la mia ricerca sui libri, sui loro segreti, sulla loro origine e sullo stile di narrazione.

L’ho fatto per la mia amata Jane Austen, per il mio adorato Oscar Wilde e per il mio mito, Charles Dickens.

Sono entrata quasi timorosa nelle loro vite segrete, mi sono impadronita con pudore dei loro segreti e dei misteri che si celano dietro l’apparente razionalità del loro scrivere.

E mi sono fermata ad ammirare i residui non logici dietro un mestiere che sembra fare della coerenza il suo mantra preferito.

Spesso odo queste parole: coerenza letteraria.

Un libro deve essere una sorta di sequenza precisa di fatti e spiegazioni, di eventi e di motivi alla base degli eventi, una narrazione verosimile, una narrazione credibile.

Eppure la narrativa, l’arte del racconto è tutto fuorché credibile.

Essa vive e prospera nella falsificazione di un reale che ci sfuggirà sempre, per quanto possiamo millantare un approccio scientifico, per quanto possiamo venerare il dato statistico, essa, la visione del reale intendo, sarà sempre frutto di uno strano meccanismo del nostro cervello che viene chiamato interpretazione.

Lo stesso Gregoy Bateson e lo psicologo J.R. Ames tramite esprimenti interessantissimi, dimostrarono come la visione del momento, dell’attimo, cosi come del dato, fosse frutto di un meccanismo che tutto doveva alla percezione.

E cosi l’oggetto non sarà mai simile per tutti e cosi l’evento soffrirà o si arricchirà del nostro personale modus vivendi, della nostra esperienze a dei nostri più nascosti impulsi.

Il discorso della credibilità, quindi, si rivela fallace e crolla, miseramente, anche di fronte a stili che si abbelliscono del termine verismo: persino li, nei meandri della rappresentazione corretta ed efficace della realtà, nei dati storici noi avremmo mondi costruiti ex novo, resi potenti dal nostro faccettato io e dal nostro Sè più oscuro e profondo.

Questo discorso combacia perfettamente con una delle narrazioni più conosciute, uno dei libri più amati e al tempo stesso meno letti del nostro ridicolo secolo post moderno: il Dracula di Bram Stoker.

Dico più conosciuto perché grazie alla cinematografia, volenti e nolenti sappiamo di cosa parla.

Ma meno letti, perché a un’attenta analisi il film e il libro si confondono fino a intersecarsi, questo a danno del genio visionario del buon Bram.

Il libro Dracula non fu l’unica sua produzione e molto di ciò che noi oggi conosciamo, deriva da analisi tardive.

La stessa identificazione di Dracul lo strigoi, con il Voivoda valacco è un elemento discordante

Benche´ quasi tutti credano che Dracula sia Vlad Dracul, negli appunti di Bram non si fa nessun cenno a Vlad l’Impalatore. I due non hanno in comune altro che il cognome. Questo collegamento tra Vlad l’Impalatore e Dracula non è stato creato da Bram: si tratta invece di una congettura avanzata da Raymond McNally e Radu Florescu, due professori del Boston College, nel loro libro Alla ricerca di Dracula, pubblicato nel 1972. La teoria di Vlad l’Impalatore è stata poi ripresa da Francis Ford Coppola nel suo film del 1992, Dracula di Bram Stoker.

Queste analisi, queste interpretazioni seppur interessanti hanno da sempre allontanato il libro dalla sua fonte orale, necessaria per ogni atto della narrazione, spesso ostacolata dalla nascita del romanzo moderno :

Il declino della narrazione è la nascita del romanzo alle soglie dell’età moderna. Ciò che separa il romanzo dalla narrazione (e in senso più stretto dall’epica) è il suo legame sostanziale con il libro

Walter Benjamin

Questo significa che, il narrare, il raccontare storie ha una funzione sociale e etnologica più ampia di quella assegnatagli oggi, dalla volontà di divertimento e svago.

E’ un ricordare le origini, un comunicare tradizioni e un rinnovare parole per parola il nostro legame con le nostre più occulte origini

«l’esperienza che passa di bocca in bocca è la fonte a cui hanno attinto tutti i narratori

Cioè significa che si cerca a ogni costo un originalità impossibile da realizzarsi nel contesto umano, fatto di momenti precisi e celebrati da ogni cultura (nascita, morte, rinascita, iniziazione alla pubertà) dimenticandosi che il racconto è essenzialmente rimembranza, è un riallacciare il legame reciso dalla modernità che incalza con fili molto più segreti e arcani e antichi di quanto noi possiamo immaginare.

Tempo passato e tempo presente si devono unire per creare un arazzo capace di resistere ai cambiamenti, per ricordarci non solo chi eravamo e chi potremmo essere ma anche quali funesti timori hanno ostacolato e ostacolano il nostro cammino verso l’evoluzione.

Dracula è uno di questi racconti che, dall’arts orale passa all’ars scritta.

Il suo vampiro non è solo un nome preciso ma è una figura che dall’ombra della mitologia si innalza e inizia a gettare la sua ombra su ogni uomo.

Lo strigoi è parte di una tradizione molto più antica del voivoda chiamato Vlad e molto più vicina al mondo del numinoso che con la morte aveva contatti strettissimi.

Lo stesso Bram è di sangue irlandese, imbevuto di Banshee, di perfido oscuro folletti, di figure assetate di sangue le cui origini si perdono nelle fredde notti della caccia selvaggia.

Ecco che restituire al libro di Dracula la sua vetusta antichità significa omaggiarlo.

Ma questa restituzione in Dracul non è campata in aria.

Si fonda su un dato interessantissimo e poco conosciuto per Bram i fatti narrati, cosi come scritto nella prefazione perduta erano:

Sono assolutamente convinto non vi sia dubbio alcuno che i fatti qui descritti siano accaduti davvero, per quanto incredibili e incomprensibili appaiano a prima vista. E sono inoltre convinto che essi debbano per sempre rimanere in qualche misura incomprensibili, anche se forse i progressi della psicologia e delle scienze naturali potranno, negli anni a venire, fornire delle spiegazioni logiche a quegli strani accadimenti che per ora ne´ gli scienziati nella polizia segreta sono in grado di comprendere. Ribadisco che la misteriosa tragedia qui descritta è totalmente vera in tutti i suoi aspetti esterni, benché naturalmente io sia giunto a una conclusione diversa su alcuni punti rispetto a quanti l’hanno vissuta.

E fu questa prefazione che causò il netto rifiuto del suo primo editore Otto Kylman, l’editor di Archibald Constable & Company. Decisione che alla fine costrinse il nostro scrittore a accettare il primo, credo, compromesso della storia cambiando addirittura il titolo da undead (non morto) a dracula.

Sarà per voi strana scoperta che, quando il libro fu infine con un parto doloroso pubblicato

prime 101 pagine erano state tagliate, al testo erano sta-ti apportati numerosi cambiamenti e l’epilogo era stato accorciato, modificando la sorte di Dracula insieme con quella del suo castello. Erano scomparse decine di migliaia di parole, e la prefazione ridotta

Ecco perché il Dracul, oggi del pronipote (provo invidia per la possibilità di maneggiare gli appunti misteriosi e rari del suo prozio) resta non solo un testo di eccelsa letteratura dell’horror, capace di coinvolgere come gli scritto moderni (mi spiace) non sanno fare, ma è per noi curiosi, noi saggisti, noi aspiranti archeologi della letteratura l’anello mancante per comprendere al meglio il Dracula e sopratutto il nostro amato Bram.

In questo testo c’è tutto ciò che un lettore sia neofita che oramai avvezzo al labirintico mondo letterario cerca: adrenalina, suspance, emozioni forti, disgusto, compassione e quella suggestione capace di aprire le porte segrete e occultate del viaggio temporale per piombare con grazia o goffaggine nella Dublino di Stoker.

E nell’Irlanda dei suoi oscuri miti.

Il ritmo sudante e incantato COMPIE la sua magia sul lettore più smaliziato…ma sopratutto, per molti ( non solo per me spero) illumina i passi che in Dracula originale sono ancora in ombra, proprio per quell’opera di epurazione fatta secoli fa.

Ecco che leggendo Dracul tutto sarà più chiaro e il suo creatore uscirà dall’oblio divenendo una figura molto meno evanescente di quella che ci restituisce oggi un mito incompleto e spesso nato da suggestioni che non appartengono ne al carattere di Bram ne al suo tempo.

Tempi difficili, tempi in cui i mostri e i prodi si confondevano in un cerchio cosi stretto da rendere difficile la gerarchia.

Bram vive in un mondo in cui bene e male sono soffusi, in cui scienza e superstizione si danno strettamente la mano, in cui mistero e certezze sono facce della stessa medaglia.

Dracul di Drake Stoker è senza dubbio un elemento fondamentale per ricomporre il mosaico di un testo che è stato importante per tanti autori, ma sopratutto è capace di far rivivere il gotico annaffiandolo con uno stile moderno, senza pertanto intaccare le suggestive atmosfere che rendono, ancor oggi, suadente ogni libro, dal castello di Otranto di Walpole, ai misteri di Udholpo della Radcliffe.

E leggendo, lasciando che l’incanto della narrazione compia il suo destino su di voi capirete che:

La sensazione è che Bram ci stia bisbigliando all’orecchio, avvertendoci che c’è molto di più da raccontare. Cosa c’era in quelle 101 pagine mancanti?

Resta a voi scoprirlo leggendo.

 

“Tormento fragile”di Valentina Casadei, Bertoni editore. A cura di Alessandra Micheli

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La poesia, quei versi sublimi discesi direttamente dalle regioni dell’essere.

Boccata d’aria per la nostra anima cosi assetata, cosi abituata al un sole luminoso e cosi caldo da offuscare con quella radiosità, anche i rifugi sicuri delle oasi ombrose di boschi e di foreste.

Noi che sotto questa vita marciamo ordinati in attesa della terra promessa.

Noi che sogniamo brumose isole evanescenti e lontane ma sostiamo, come sosta il goffo Albatros, su navi odorose di promesse, con quella possibilità di raggiungere il nostro personale eden.

Un eterno vagare, un eterno gemere alla luna i nostri sogni mancati. Quell’incapacità di osservare non solo la meta che brilla lontano, ma il viaggio stesso e le sue incantevoli oscurità, fa di noi esseri fragili bisognosi, forse, di un sorso di aria pura.

E la poesia è questo.

E’ immensità a portata di parola, è il verso ripetuto all’infinito come un mantra capace di liberarci dalle nostre prigioni.

E’ il tormento e al tempo spesso la spinta a muoverci in direzioni sempre diverse, affinché quel sole che continua a splendere glorioso, non ci renda terreni aridi.

La poesia, specie in Valentina, è pioggia soave, seppur capace di inondare di dolore le nostra labbra.

Eppure ne abbiamo bisogno, un bisogno sfrenato e ossessivo.

Abbiamo bisogno di quelle parole taglienti che colano sangue ma quel sangue che ci rende meravigliosamente e dannatamente vivi:

Un calore lieve sveglia i miei sensi

oramai arresi alla notte.

Mi avvicino

c’è un fuoco

che arde

e si spegne,

fulmineo.

Cenere su cenere,

inchiostro su inchiostro,

il buio

caliginoso

muore due volte.

Frasi, aggettivi ripetuti con armonico ritmo, immagini fuggevoli scorci di un qualcosa di oscuro e di celato alla vista, il mistero di essere donna:

signora bambina

gioco a fare la donna

con tutte le mie incertezze.

Madre prodigiosa

e vulnerabile innocente

accendo ceri

candele

e fuochi fatui

per tutti i ricoveri d’urgenza di questo cuore pazzo.

Il mistero dell’amore che non è soltanto volontà di interagire con l’altro ma sopratutto voglia intensa di eliminare ogni maschera per trovarsi nudi e fragili di fronte all’incanto acuminato di quella spinosa rosa:

Spine che trafiggono carcasse vuote

non indulgono

e cambiano subito

Noi siamo paragonati nella nostra assoluta ricerca della perfezione dell’attimo eroico, allo stesso Orfeo che vive di illusione, che ama l’amore eppure non riesce a fissarne il volto se non a costo di farlo dissolvere.

E’ nell’incanto del sognato e persino del dolore immaginato che si nasconde la forza catartica delle suggestioni poetiche, che da quell’emozione si diramano

Correndo

feci come Orfeo,

mi girai.

Non cercavo l’amore

ma ciò che sono stata,

delicata,

controllavo fossi ancora lì, premurosa,

E allora non è la fisicità dell’atto incontro a interessare la poetica di Valentina, ma la possibilità e la forza che questo momento scatena dentro di noi, la capacità di mordere e succhiare tutta la vita che scorre attorno a noi fluida come un fiume impetuoso

Correndo

non mi sono più fermata.

E ho invocato tanti cieli,

tutte le libellule in bottiglia sono state liberate

e i venti che spostavano,

le loro magre ali,

sono tornati a fare sbattere finestre

come schiaffi su guance immacolate.

Continuavo a correre

e quando perdevo il fiato

morivo correndo

dannata

per tutto l’amore ricevuto.

Tormento fragile è il diario di un anima, di ogni anima che desidera bearsi non della materialità concreta, ma della sensazione, della suggestione che dall’oggetto divine verso eterno e pertanto incorruttibile

In quel tempio

di fiamme assassine

che hanno antenati nel sangue, è il tuo tormento fragile

che resta.

Fragili come noi, esseri intessuti di mille strani e arcani fili.

Fragile come quel sogno chiamato uomo