La triskell edizioni consiglia “Basta solo guardare le stelle” di Aika Morgan. Imperdibile!!!

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Trama:
Oliver è un giornalista inglese e Jamis un fotografo francese. Hanno due caratteri diametralmente opposti e fanno vite completamente diverse. Tanto calmo, posato e razionale è Oliver, altrettanto dinamico e impulsivo è Jamis, il cui cuore porta i segni di una recente delusione amorosa.
Il destino li fa incontrare in Italia, nell’assolata ed elegante Taormina, in occasione di un festival cinematografico per il quale lavorano entrambi come addetti stampa.
Il patto è semplice: una settimana da passare insieme, come amanti, senza però lasciarsi coinvolgere. Dopo, nessuno dei due dovrà cercare l’altro. Riusciranno a mantenere intatti i loro propositi o il loro rapporto è destinato a diventare qualcosa di più?

 

Dati libro

Data di pubblicazione: 5 Giugno

Collana: Rainbow 

Titolo: Basta solo guardare le stelle
Autrice: Aika Morgan

Genere: Contemporaneo

Lunghezza: 144 pagine
ISBN ebook: 978-88-9312-524-6

Prezzo: € 3,99

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“Nella purezza” di Giorgio Montanari. A cura di Rita Fassi.

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Uno-due-tre.

Inizio-fine-inizio-

nascita -evoluzione-rinascita.

Ecco una probabile chiave di lettura delle poesie di Giorgio Montanari.

Uno: sé stessi. Nella nascita, nell’evoluzione, nella vita. Uno come l’inizio di tutto. L’alpha la creazione.

Osservo il disegno dello yin e yang, onnipresente nel libro.

È uno, è due è tre. Può sembrare paradossale ciò che sto cercando di spiegare, ma per farlo ricorrerò a qualcosa di familiare.

L’altra metà della mela.

Concetto espresso da Platone che ha ossessionato per anni ogni uomo o donna che ne sia venuto a conoscenza.

In un suo racconto, Primo Levi, ci illustra questo mito (rivisitato dalla cultura ebraica). Dio creò un golem , poi lo spezzò: ne uscirono due esseri, distinti e separati che tuttavia ambivano a ricongiungersi ogni volta che potevano per tornare ad essere Uno.

Una formula strana per cui un individuo sommato a un altro formano un solo individuo più evoluto che però curiosamente forma tre unità.

E cos’è il tao se non l’unione di due elementi che ne formano un terzo che però è una singola parte?

Può sembrare folle questa mia argomentazione per spiegare una raccolta di poesie.

Ma quando si leggono versi come questi

Fortificato da mura

di ego

il mondo non mi tange.

Non piango

se non da solo.

La farfalla,

prima attirata

dalla luce,

ora si agita

cercando di salvarsi

dalla lampada.

 

Non posso non pensare a una percezione di consapevolezza.

E parlando di consapevolezza, non posso non rimandare il mio pensiero a Antony de Mello e alla sua incitazione a svegliarsi. Secondo la sua visone siamo intrappolati in un sonno volontario di cui però non ci rendiamo appieno conto, un incubo per la precisione, dove come sonnambuli non facciamo altro che vivere senza vivere. Siamo proprio come questa farfalla. Attratti dalla luce finiamo per bruciarci, senza renderci conto che le mura di cui ci siamo attorniati non solo non ci hanno protetto, ma ci hanno condotto alla rovina. Questo perchè non siamo stati in grado di svegliarci in tempo. Ci siamo lasciati trascinare da quella cosa che chiamiamo vita, ma che tutto è meno che vita.

È sopravvivenza, forse.

Chi siamo in realtà?

Il caro de Mello ci ricorda che l’uomo è trinitario, proprio come lo è Dio.

Siamo corpo spirito e anima (per San Paolo) “io e me” per il gesuita.

Voi mi direte: e la terza parte? Sempre il nostro caro contenitore (il corpo) mosso da queste due identità che ci compongono, ma che non coincidono e di cui spesso non abbiamo neanche consapevolezza.

Sempre il de Mello insiste nel dirci che se capissimo che il problema non è nel mondo ma in noi, che se cambiamo noi, tutto cambia potremmo essere eternamente felici anche in questa vita e convivere allegramente con i nostri mostri perchè non ne avremmo più paura.

Che, in definitiva, la cosa più importante che possa capitarci è la consapevolezza.

Tutto molto bello, molto positivo, ma a volte il risveglio e la consapevolezza non solo non sono immediati, ma passano anche attraverso parole come queste:

 

Mangiando carne

assimiliamo il terrore

del ’animale al macello:

l’agonia insaporisce

gli ultimi attimi

di vita

del nostro boccone.

Un pesce soffoca lentamente,

dimenandosi per respirare in mare;

nello stesso istante

il pescatore

progetta come cucinarlo.

L’Uomo combatte

una guerra caramellata

contro la Natura,

incurante di essere

lui

il pesce o la carne.

La risposta è

nel proprio DNA.

 

E questa è la fase due della consapevolezza.

Due come lo yin e lo yang.

Due come l’io e il me, lo spirito e l’anima.

Troppo spesso abituati a cercare l’altro fuori di sé, non ci rendiamo conto che il primo sé che dobbiamo cercare, individuare è solo fuori da noi, nel nostro riflesso. Dovremmo imparare a guardarci con occhi che non siano i nostri, quasi fossimo estranei che giudicano altri estranei.

Comprendere che tutto sommato le guerre che combattiamo sono inutili perchè appartengono a un circolo che sempre uguale ritorna su sé stesso, spingendosi tuttavia (come una spirale) verso l’alto.

Perchè anche se tutto torna, non lo fa mai allo stesso modo.

 

Ricordi una madre

mentre ti partoriva?

È necessario ricostruire

iniziando dalle particelle,

analizzare lo scenario

terminata questa nebbia.

Hai bisogno

di un passato?

Il tuo soffio

non lascia traccia quando

respiri vicino al vetro.

Cosa accade

mentre dormi?

Uno spettro

si risveglia

e la mente

forgia idee.

Sei confuso e

non decifri

questo testo?

Al ora non hai capito che:

tu non esisti!

 

Fase tre: la completezza.

Siamo uno-due-tre. Dalle nostre ceneri possiamo rinascere, ma solo a patto di comprendere che siamo nulla.

Nulla se non una fragile farfalla attratta dalla luce inconsapevole di poter morire se non quando è già morta.

Che siamo un tutt’uno con il mondo che ci circonda , di cui siamo parte. Ci nutriamo di lui e lui si nutre di noi un cerchio infinito.

E che non abbiamo bisogno, per esistere, di un qualcosa che ci definisce, di un passato. Perchè non è il passato che fa di noi ciò che siamo, ma è la nostra essenza, la nostra purezza. E qui il cerchio si chiude attraverso il titolo della raccolta: nella purezza.

Scevri da ogni ingombro materiale possiamo infine trovare il due e il tre non solo in noi stessi, ma nell’altro.

Riconoscere una parte di noi in qualcuno e permettere allo stesso di trovare una parte di sé in noi, per arrivare al tre: una nuova creatura che viene generata dall’unione dei due e paradossalmente ci riporta all’uno.

Due entità distinte e complete che formano una terza entità nel momento in cui diventano uno.

Non è una cosa meravigliosa?

“Il soffio della morte” di Francesco Grimandi. A cura di Alessandra Micheli


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itte gloria in sa vinditta b’ada?

Che gloria c’è nella vendetta?

Tazenda

Mentre leggevo il libro di Grimandi, oltre a emozionarmi come sempre per il perfetto stile narrativo accattivante e mai sopra le righe ma dotato di un’eleganza interna che dà lode alle lezioni americane di Calvino, non riuscivo a smettere di pensare alla canzone dei Tazenda Mamoiada.

Che gloria c’è nella vendetta?

Che benefici ci porta occhio per occhio e dente per dente?

Io stessa spesso incespico in questa lunga strada chiamata vita su questo tema.

Azioni che feriscono peggio di lame roventi e che generano spesso dolori atroci che si ripercuotono su tutta la nostra vita.

Possiamo provare a scacciarli.

Possiamo tentare di combatterli con l’arma sfavillante della purezza, ma tutti noi, abbiamo provato per un solo istante l’atroce seduzione di lei, signora vendetta.

Nera e fiera oscura e grondante di sangue si presenta apparentemente come la nemesi la giustizia riparatrice di torti.

E invece, non è che un demone ghignante che sbava sulla nostra anima. Perché in fondo la vendetta non ci dona la pace eterna ma solo un eterno atroce tormento.

E nonostante io spesso venga visitata da questa fiera feroce, oramai conosco il volto dietro la maschera e so dirle soavemente, no grazie. Posso cullarmi nell’idea di un azione che renda pan per focaccia, ma è poi la scelta che effettuo a determinare, in fondo chi sono.

E seppur posso apparire una scassaballe con i miei pomposi ( a parere di alcuni) discorsi etici, so viverli davvero e mi sforzo di portare la differenza nel mondo.

Ciò non significa che rifiutare la vendetta non comporti combattere per i propri diritti, per il rispetto.

Significa solo brandire l’arma della giustizia che non può non essere venata dallo scintillio della compassione, piuttosto che brandire l’oscura spada della rivalsa e della frustrazione.

Perché in fondo la vendetta è scaturita da questo.

La frustrazione di essere vittime di un sistema basto sulla legge atavica del più forte e soccombere.

Ma, invece, di osservare con occhi orgogliosi il centro del problema, lo si schiva accettando quel metodo che da azione comporta reazione uguale e mai contraria.

Perché se uno davvero credesse nella ribellione contro la violazione dei diritti, violati, negati, recisi, non può usare nella sua salvifica azione riparatrice, lo stesso metodo sdoganato dal sistema che li nega e li violenta.

Non può assolutamente essere ogni volta trascinato in una vorticosa danza circolare, quella che funestò la vanità della protagonista di scarpette rosse.

La vendetta, appunto, è paragonabile alla fiaba, laddove la protagonista è sedotta a indossare, per vanità, scarpe rosse, brillanti e seducenti, illusa che esse siano le uniche accettabili in quella società, e ballare, ballare fino a morirne.

Il ballo della vendetta non è piacere o gioia.

E’ costrizione e violenza.

Grimandi tutto questo lo sa e lo racconta spesso nei suoi libri.

Ma mai cosi incisivamente come nel soffio della morte, che nasconde dietro il perfetto giallo un significato ben più ampio: una società malata, corrotta che fa del compromesso e del marcio la sua unica ragione di vita, genera sia carnefici che vittime e il loro ruolo si offusca fino a scomparire.

Siamo tutti scarpette rosse in quest’infernale ballo.

Sebbene per molti versi potesse considerarsi fortunata non si sentiva per niente felice. In lei delusione e sconforto crescevano di giorno in giorno più forti, bestie orrende che divoravano le sue energie e i suoi sogni. Al fine di fermarle aveva deciso di agire, ma il rimedio si stava rivelando peggiore del male. Quello che aveva fatto non avrebbe mai estinto quanto aveva patito e la vendetta, altrettanto feroce e crudele, non poteva che dispensarle un blando sollievo.

In una Bologna che perde pezzi di se stessa, i diritti femminili vengono ignorati, calpestati e la donna diviene mero oggetto.

Mentre infuria la guerra, mentre le parti duettano insieme in un canto blasfemo, la vendetta seduce la protagonista rendendola già morta.

Già si conosce l’omicida.

Quello che scoprirete durante la lettura è come si arriverà a stanarlo, ma sopratutto capirete come da fanciulla sognante, annoiata, forse viziata, si può divenire feroce bestia senza etica.

E non so se proverete repulsione o compassione.

Se sia lecito agire per fermare la violenza che in quella Bologna sembra essere oramai sdoganata.

Da parte mia, penso che l’unico modo per risorgere dalle ceneri dell’orrore ci sia solo un modo: l’amore.

E’ solo quello che resta la nostra unica speranza.

E da parte mia so che la bellezza del libro di Griamndi, la sua forza evocativa,la sua capacità di creare una porta temporale, uno stargate è il mio antidoto all’orrore.

Pertanto leggerlo sarà sempre il mio personale e unico paradiso

In fondo, si disse, vicino alla persona giusta la vita ha un altro sapore. E vale la pena di essere vissuta, nonostante le inevitabili rinunce e i sacrifici.