“Il soffio della morte” di Francesco Grimandi. A cura di Alessandra Micheli


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Che gloria c’è nella vendetta?

Tazenda

Mentre leggevo il libro di Grimandi, oltre a emozionarmi come sempre per il perfetto stile narrativo accattivante e mai sopra le righe ma dotato di un’eleganza interna che dà lode alle lezioni americane di Calvino, non riuscivo a smettere di pensare alla canzone dei Tazenda Mamoiada.

Che gloria c’è nella vendetta?

Che benefici ci porta occhio per occhio e dente per dente?

Io stessa spesso incespico in questa lunga strada chiamata vita su questo tema.

Azioni che feriscono peggio di lame roventi e che generano spesso dolori atroci che si ripercuotono su tutta la nostra vita.

Possiamo provare a scacciarli.

Possiamo tentare di combatterli con l’arma sfavillante della purezza, ma tutti noi, abbiamo provato per un solo istante l’atroce seduzione di lei, signora vendetta.

Nera e fiera oscura e grondante di sangue si presenta apparentemente come la nemesi la giustizia riparatrice di torti.

E invece, non è che un demone ghignante che sbava sulla nostra anima. Perché in fondo la vendetta non ci dona la pace eterna ma solo un eterno atroce tormento.

E nonostante io spesso venga visitata da questa fiera feroce, oramai conosco il volto dietro la maschera e so dirle soavemente, no grazie. Posso cullarmi nell’idea di un azione che renda pan per focaccia, ma è poi la scelta che effettuo a determinare, in fondo chi sono.

E seppur posso apparire una scassaballe con i miei pomposi ( a parere di alcuni) discorsi etici, so viverli davvero e mi sforzo di portare la differenza nel mondo.

Ciò non significa che rifiutare la vendetta non comporti combattere per i propri diritti, per il rispetto.

Significa solo brandire l’arma della giustizia che non può non essere venata dallo scintillio della compassione, piuttosto che brandire l’oscura spada della rivalsa e della frustrazione.

Perché in fondo la vendetta è scaturita da questo.

La frustrazione di essere vittime di un sistema basto sulla legge atavica del più forte e soccombere.

Ma, invece, di osservare con occhi orgogliosi il centro del problema, lo si schiva accettando quel metodo che da azione comporta reazione uguale e mai contraria.

Perché se uno davvero credesse nella ribellione contro la violazione dei diritti, violati, negati, recisi, non può usare nella sua salvifica azione riparatrice, lo stesso metodo sdoganato dal sistema che li nega e li violenta.

Non può assolutamente essere ogni volta trascinato in una vorticosa danza circolare, quella che funestò la vanità della protagonista di scarpette rosse.

La vendetta, appunto, è paragonabile alla fiaba, laddove la protagonista è sedotta a indossare, per vanità, scarpe rosse, brillanti e seducenti, illusa che esse siano le uniche accettabili in quella società, e ballare, ballare fino a morirne.

Il ballo della vendetta non è piacere o gioia.

E’ costrizione e violenza.

Grimandi tutto questo lo sa e lo racconta spesso nei suoi libri.

Ma mai cosi incisivamente come nel soffio della morte, che nasconde dietro il perfetto giallo un significato ben più ampio: una società malata, corrotta che fa del compromesso e del marcio la sua unica ragione di vita, genera sia carnefici che vittime e il loro ruolo si offusca fino a scomparire.

Siamo tutti scarpette rosse in quest’infernale ballo.

Sebbene per molti versi potesse considerarsi fortunata non si sentiva per niente felice. In lei delusione e sconforto crescevano di giorno in giorno più forti, bestie orrende che divoravano le sue energie e i suoi sogni. Al fine di fermarle aveva deciso di agire, ma il rimedio si stava rivelando peggiore del male. Quello che aveva fatto non avrebbe mai estinto quanto aveva patito e la vendetta, altrettanto feroce e crudele, non poteva che dispensarle un blando sollievo.

In una Bologna che perde pezzi di se stessa, i diritti femminili vengono ignorati, calpestati e la donna diviene mero oggetto.

Mentre infuria la guerra, mentre le parti duettano insieme in un canto blasfemo, la vendetta seduce la protagonista rendendola già morta.

Già si conosce l’omicida.

Quello che scoprirete durante la lettura è come si arriverà a stanarlo, ma sopratutto capirete come da fanciulla sognante, annoiata, forse viziata, si può divenire feroce bestia senza etica.

E non so se proverete repulsione o compassione.

Se sia lecito agire per fermare la violenza che in quella Bologna sembra essere oramai sdoganata.

Da parte mia, penso che l’unico modo per risorgere dalle ceneri dell’orrore ci sia solo un modo: l’amore.

E’ solo quello che resta la nostra unica speranza.

E da parte mia so che la bellezza del libro di Griamndi, la sua forza evocativa,la sua capacità di creare una porta temporale, uno stargate è il mio antidoto all’orrore.

Pertanto leggerlo sarà sempre il mio personale e unico paradiso

In fondo, si disse, vicino alla persona giusta la vita ha un altro sapore. E vale la pena di essere vissuta, nonostante le inevitabili rinunce e i sacrifici.

 

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