“Il battesimo di luce” di Natascia Lucchetti. A cura di Alessandra Micheli

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Van Helsing è uno dei libri a cui, Natascia tiene maggiormente. Non è solo un ritorno al suo stile e alle tematica a lei care, ma è anche una prova di quanto oggi sia cresciuta come autrice ma sopratutto come persona.

Un autore deve immettere nel libro se stesso.

Altrimenti la narrazione è solo una simpatica accozzaglia di parole che auto glorificano l’ego dello scrittore.

Ma a noi, del suo ego non ci interessa.

Vogliamo ritrovarci nella sua anima, consapevole che quello spicchio di cielo è un po’ uno specchio in cui rivedere noi stessi.

E pertanto dio, il male e la scelta qua in van Helsing intendo, diviene preponderante.

E’ vero che per Natascia i mostri veri sono altri.

E’ vero che Dracula è da lei visto come modello per una critica feroce alla società.

Che molte delle scelta fatte dai “mostri” sono necessarie al mantenimento di una determinata compagine collettiva.

Ma è vero che non è detto che, davanti la bivio tra noi e le esigenze degli altri, dobbiamo scegliere sangue e oscurità.

Possiamo anche decidere di abbracciare la luce e la lotta contro il male. Che esso sia o no risposta a un modello valoriale corrotto poco importa. Una volta compreso e pianto sopra ai carnefici non bisogna restare in silenzio.

Ma Van Helsing ha un solo grande problema: è come se fosse troppo immediato.

Pregevole arte di chi intesse storia con il dono di una parca, sembrava inesorabilmente e stranamente affrettato nel raccontarci l’evoluzione di Abhram.

Perché io conosco Natascia e a lei del dato scenico non frega un cazzo.

A lei serve vedere il percorso psicologico del suo figlio per poter conoscere ancor di più se stessa.

A lei interessa sapere come si arriva la bene o al male, per poter scegliere e scegliendo essere libera. Cosi come asserisce il suo meraviglioso Emanuel:

Esiste il libero arbitrio» disse Emanuel. «E non si può biasimare Dio se l’uomo si fa del male da solo, o cerca le ombre per avere più di quanto non possa. Capisco i vostri dubbi, sono quelli di tutta l’umanità. Le malattie, le carestie, le guerre, un Dio buono non dovrebbe permetterlo. Eppure Dio non è una balia, non è nemmeno un djinn che esaudisce desideri, egli ha creato la natura e l’uomo e ha dato loro il potere di gestirsi da soli.»

«Ci ha abbandonato?» conclusi io.

No. Ci ha reso liberi» ribatté lui, distendendo il braccio armato di un’altra spada di legno, con la quale colpì quella che stringevo io, debolmente. «E dobbiamo mantenerci liberi.»

Ed è la libertà il vero senso di questo racconto che va ad arricchire completare e delucidare il percorso di un uomo che al battesimo di sangue, forse più immediato, più capibile, decise il percorso irto di ferite, di dolore di solitudine: quello degli angeli e della luce.

Abram è libero perché non si lascia andare a un destino già tracciato.

Lui sceglie.

Andare dove anche gli angeli spesso esitano, perché significa superare la propria mortale umanità.

È tosta.

Ma se vogliamo essere liberi, non serve bestemmiare dio.

Serve solo comprendere che ci ha amato cosi tanto:

Era un Creatore che aveva donato il suo mondo alla natura e agli uomini e aveva lasciato loro la libertà di gestirlo.

E in un piccolo, agevole, scorrevole libro che va a completare e arricchire il suo testo principale, Natascia è capace ancora una volta di lasciare il segno.

Cosa che libri più autorevoli e forse complessi del suo non riesco a fare: un inno alla meravigliosa particolarità di un uomo, che è speciale proprio perché libero.

Allora spezzate le catene e fate come Abraham: cercate la luce, e con essa illuminate il buio

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