Finalmente traduzione integrale di “Bewitching”, precedentemente pubblicato da Mondadori in forma sensibilmente ridotta con il titolo “Joy la strega”. Se avete amato Joy e Alec,  adorerete la traduzione integrale del testo originale e la apprezzerete a maggior ragione se vi fosse sfuggita la precedente edizione. “Una ragazza incantevole” di Jill Bernett a cura di una favolosa Isabella Nanni, Babeclub editore. Da non perdere!

 

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Addolcì lo sguardo e la fissò in volto, osservandole a lungo la bocca, in silenzio. Le massaggiò le braccia e poi con un dito le inclinò il mento e la guardò dritto negli occhi.

Sposatemi.”

Joy lo fissò per un minuto eterno, incapace di pensare, incapace di muoversi o parlare. Si disse che stava dando i numeri. Non poteva aver detto una cosa del genere.

Sposatemi,” disse di nuovo il duca.

Oh …” Si mise una mano sulla bocca e fece un passo indietro. Lo aveva detto. Lo aveva detto davvero.

Era morta ed era andata nel paradiso delle streghe.

Con poco più del suo pollice e indice, le tirò il mento in avanti e la baciò ancora e ancora e ancora, sempre molto gentilmente. “Sposami,” le sussurrò contro la bocca. “Sposami.”

Non posso.” Ma la sua bocca traditrice cercò quella del duca.

Certo che puoi. Sei maggiorenne.” Le passò di nuovo le labbra sulle sue, sfiorandole appena la bocca.

No, voglio dire che posso, ma non posso.”

Le erano appena uscite le parole di bocca quando la baciò, a lungo e profondamente, una carezza umida e languida che le fece scordare come si faceva a pensare. Le avvicinò le labbra all’orecchio.

Sarai una duchessa.”

No…”

La zittì con un altro bacio, tirandola tutta contro di sé. Poi la bocca del duca lasciò la sua…

Non posso.”

e si spostò al suo orecchio. “Sposami, Joyous MacQuarrie.”

Ummmmmm.”

Le sfiorò l’orecchio con la lingua facendola rabbrividire.

Non vi conosco.” Voleva guardarlo in viso e cercò di tirarsi indietro.

Cominciò a baciarle il collo. “Col matrimonio risolveremo questo dettaglio. Fidati di me.”

Ma l’amore?”

Si fermò vicino alla sua spalla. “Sei innamorata di qualcuno?”

No.”

Allora non c’è niente che possa fermarci.”

Ma ci siamo appena incontrati, e solo per caso.”

Si fanno in continuazione matrimoni combinati tra persone che non si sono mai incontrate.”

Ma voi siete il Duca di Belmore.”

Lo so,” le sussurrò all’orecchio ormai umido. “E tu sei scozzese.”

Ma… ma…”

Non ti piacerebbe essere una duchessa?” La sua voce profonda era così dolce, così tranquilla.

Joy era ormai persa nei sogni evocati dalle sue parole.

La mia duchessa.”

Lei non disse una parola. Le labbra del duca la coprivano di baci leggeri come farfalle.

Mmh?” La bocca del duca le sfiorò la tempia. “Non ti piacerebbe?”

Non ne sono sicura… Be’, voglio dire, sì… cioè, no.”

Sei senza argomenti.” La baciò ancora.

Joy sospirò.

Sposami, Scozzesina.”

Sono una strega.”

La maggior parte delle donne lo diventa prima o poi.”

No. Voi non capite. Io sono una vera strega.”

E io posso essere un vero bastardo. Ci abitueremo l’uno all’altra. Non m’interessa cosa pensi di essere. Voglio che tu mi sposi.”

Non possiamo sposarci.”

Sì che possiamo. Adesso. Oggi.”

Adesso?”

Sì, adesso.”

Le venne da ridere. “Non ci si può sposare come se nulla fosse.”

Sono il duca di Belmore. Farò tutto ciò che voglio,” disse con tale convinzione che Joy ne rimase sbalordita. La guardò, con il volto rilassato e occhi imperscrutabili. “Nessuno metterà in discussione il matrimonio, perché io sono il Duca di Belmore.”

Non poteva dargli torto. Un duca faceva come voleva.

Vivrai a Belmore Park.” Le accarezzò la mascella con i pollici.

Ma…”

Avrai tutto ciò che vuoi.”

Ma…”

Ti piacerebbe, vero?”

Be’, sì, ma va tutto troppo in fretta.”

Col dito le percorse dolcemente la linea della mascella. Le posò le labbra sulle sue e sussurrò, “Sposami, Scozzesina.”

Le si chiusero gli occhi. Avrebbe fatto quasi qualsiasi cosa per sentirlo chiamarla di nuovo in quel modo. La baciò di nuovo. Dopo alcuni momenti lunghi e teneri, si ritrasse. “Come ho detto, sei senza argomenti.”

 

Tramaù

Inghilterra, 1813. Che cosa può mai fare un duca quando la promessa sposa che aveva accuratamente selezionato lo abbandona piuttosto che sposarsi senza amore? Per salvare il suo orgoglio non gli rimane che sposare la prima donna che gli cade tra le braccia.

Joyous Fiona MacQuarrie ha stregato il Duca di Belmore appena è apparsa dal nulla e lo ha steso… letteralmente. Quando l’orgoglio di Alec lo porta a sposarla, la giovane sconvolge la vita di questo serissimo e altezzoso duca inglese. Joy è una strega scozzese che non sempre riesce a controllare i suoi poteri magici. Ben presto la vita di Alec piomba nello scompiglio. Questa bellissima ragazza incanta chiunque gli stia intorno, accende la sua passione quando la bacia, ma rischia di causare uno scandalo mai visto con i suoi poteri magici.  Stregati dalla passione, questi due cuori solitari sono i classici opposti che si attraggono in una storia irresistibilmente divertente e tenera.

 

Biografia autore

Definita “la maestra dei romanzi dell’amore e della risata”, Jill Barnett è un’autrice di fama internazionale con oltre 8 milioni di copie cartacee vendute ed è stata spesso al vertice delle classifiche dei best seller del New York Times, USA Today, The Washington Post, e Publishers Weekly. Con l’avvento dell’era digitale Jill Barnett è stata numero 1 con i suoi 18 libri nella classifica dei titoli a pagamento più venduti su Amazon e ha venduto oltre un milione di copie digitali. In Italia alcuni suoi libri sono stati pubblicati da Mondadori.

 

Dati libro

Titolo: Una ragazza incantevole (titolo originale: Bewitching)

Autore: Jill Barnett
Traduttore: Isabella Nanni

Editore: Babelcube

Genere: Romance regency

Prezzo ebook: € 4,63, al momento in offerta al -30% su Amazon

Prezzo cartaceo: non è al momento prevista l’edizione cartacea

Data pubblicazione: luglio 2019

Serie: Magia Regency

 

 

 

 

 

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“Leonardo e la morte della Gioconda” di G.P. Rossi, Diarkos edizioni. A cura di Alessandra Micheli

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Innamorarsi del thriller storico è facilissimo.

Basta una grande curiosità per il passato, un’amore immenso per gli enigmi e i misteri e la volontà di provare a svelarli solo grazie alla propria logica.

Ecco perché è un genere che spadroneggia.

La differenza con i suoi fratelli moderni, sta nell’uso esclusivo della mente, dell’intuito e della capacità razionale di legare a se piccoli indizi e trovare il dato stonato, quello che da una sorta di ombrosa oscurità al quadro perfetto, apparentemente stabile che fa da sfondo o da paravento ai misteri.

In assenza delle tecniche moderne, l’investigatore medievale o ottocentesco deve contare solo sul proprio indubbio genio.

Nel caso del libro di GP Rossi lo svelamento dell’intrigo è facile, visto che a impegnarsi nell’arduo compito è il genio per eccellenza, il maestro di ogni tempo, colui che unisce il passato e il presente annullandone le distanze: lui il mitico Leonardo Da Vinci.

Tanto si è scritto del grande Leonardo.

Non negherò di aver letto tutto d’un fiato questa sua avventura guidata dall’immenso amore e dalla grande stima per un uomo che è e resta il mio mentore.

Una mente in grado di vedere attraverso le stringhe della dimensione spazio temporale, capace quindi di compiere autentici viaggi nel tempo e anticipare non soltanto le scoperte dei tempi ma persino la mentalità.

La tecnologia non ha mai conosciuto freni.

Volenti o nolenti siamo pieni di oggetti che contrastano con le nostre limitate vedute scientifiche. Basti pensare ai reperti archeologici chiamati outparts, ossia fuori dal tempo.

Il genio umano è conosciuto e capace di voli pindarici anche se il nostro assurdo senso di superiorità ci costringe ad considerare i nostri antenati dei simpatici primitivi senza capacità.

Noi siamo i grandi e loro sono guardati con compassionevole benevolenza.

In realtà, la visione storico scientifica etnocentrica ha subito un grosso danno da quando è rivelato che, l’America, non è stata una scoperta ma una ri-scoperta, che il ferro era conosciuto anche dagli egizi e che gli stessi operavano in modo perfetto e pregevole (non esistevano casi di malasanità nell’antico regno ) in campo neurologico.

Quello che rende i tempi divisi in progresso e arretratezza non è, dunque, la capacità di creare e inventare strumenti capaci di alleggerire il lavoro umano o divenire momenti di estremo vanto, di stuzzicare quindi la nostra egoica vanità.

Ma è il pensiero che decide e fa decidere se una civiltà, se un epoca è civile o no.

L’epoca vittoriana lo dimostra: si possono avere scienziati all’avanguardia ma credere ancora in idee antiquate e perniciose.

Si può creare il sogno dell’uomo di volare, ma al tempo stesso essere convinti che gli uomini sono divisi in inferiori e dominanti.

Leonardo era oltre i tempi proprio per la sua capacità di avere un mente flessibile e moderna, nelle idee ragazzi miei, non nell’azione meccanica. Ci stupisce qua il suo pensiero, non tanto le sue creazioni.

Il libro diviene elettrizzante per le sue idee avanzate sulla stregheria, non tanto per la creazione di perfetti modelli meccanici.

In questo testo, (lo ammetto mi ha appassionato terribilmente, tanto che lo custodisco come una sacra reliquia) le vicende del mio mito si intrecciano con quelle di banale quanto orribile quotidianità: ossa il cambio di un potere che non avviene mai dal basso, ossia per violazione del patto costitutivo dello stato, ma per beceri sotterfugi che hanno sempre il sapore della cospirazione, della violenza è del fine giustifica i mezzi (quanti danni hai provocato mio buon Machiavelli!).

Sullo sfondo di una Milano che è sull’orlo del cambiamento di padrone e con una Francia che fungerà da rifugio per il nostro grande uomo, si dipana e si svela non solo l’orrore degli intrighi di corte, ma anche il mistero del suo quadro più amato e più studiato: la Gioconda.

Il suo sguardo quasi evanescente, capace di deriderti per la sua capacità di lungimiranza, osserva da sempre il turista inquieto.

Che sa che dietro la perfezione stilistica si cela un segreto. Forse la stessa concezione religiosa e ontologica del sommo.

E il libro, divenendo non più tomo di evasione ma documento storico ci propone la sua visione, la sua spiegazione, non meno affascinante anzi a parer mio più convincente di quelle esoteriche o complottiste.

Un libro che si legge tutto di un fiato, che è difficile lascia andare, ma che non si può leggere e rileggere come se una strega avesse lanciato il suo incanto maliardo sulle parole scritte.

In tal caso, siamo tutte fanciulle che, una volta indossato scarpette rosse non possiamo smettere di ballare.

Solo che al contrario della tetra fiaba, qua troviamo solo la bellezza dell’arte a tenerci avvinti al magico potere del verbo.

Un libro che non deve assolutamente mancare nelle vostre biblioteche, se davvero vi definite lettori avidi e innamorati della sublime arte della scrittura.

 

La Triskell editore presenta “La maledizione. Razze antiche #5.5” di Thea Harrison. Imperdibile!

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Trama:
L’avventura di una vita potrebbe finire nel caos, ma se si tratta di incontrare il tuo futuro compagno, a chi interessa?

Una novella delle Razze Antiche

Per Olivia, una bibliotecaria specializzata in libri di magia rari, il nuovo lavoro è un sogno che diventa realtà. È stata ingaggiata per far parte della squadra incaricata del trasporto della collezione di libri della strega Carling Severan. Il fatto che la biblioteca si trovi su un’isola misteriosa in un’Altra Terra accresce l’avventura.

Il capo della sicurezza della spedizione, Sebastian Hale, è stanco della sua vita avventurosa e si ritrova attratto dalla tranquilla e bella bibliotecaria. Ma vive un incubo personale. È stato colpito da una maledizione che gli sta lentamente togliendo la vista, e non sa se sopravviverà alle conseguenze.

Ma i forti sentimenti che crescono tra di loro, insieme al turbamento interiore di Sebastian, prendono il sopravvento quando apprendono che c’è un traditore in agguato nella loro squadra di spedizione. Con la politica delle Razze Antiche e una libreria inestimabile in pericolo, dovranno fare affidamento l’uno sull’altra per sopravvivere all’avventura.

Avvertenza: quando una bibliotecaria a cui piace nidificare incontra un gufo wyr che ha sempre vissuto per l’avventura, la loro storia d’amore non sarà effimera…

 

 

Dati libro 

Data di pubblicazione: 30 Luglio

COLLANA: RESERVE

Titolo: La maledizione
Titolo originale: The wicked
Serie: Razze antiche #5.5
Autrice: Thea Harrison
Traduttrice: Laura Di Berardino

Genere: Fantasy
Lunghezza: 130 pagine

Isbn Ebook: 978-88-9312-554-3

Prezzo: € 3,99

“Terra d’ombra bruciata” di Valentina Nuccio, Le Mezzelane Editore. A cura di Alessandra Micheli

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Dedicata a Taranto.

Ai mille morti dell’Ilva orrore e vergogna della nostra economia senz’anima.

Dedicata a chi non volge lo sguardo altrove 

A chi non ficca la testa sotto la sabbia.

Dedicata al Re seduto sul trono che decide chi vive e chi muore.

Si a a te che un giorno sarai spodestato dalla voce di una massa che diverrà popolo.

 

 

È con il vento che ci ammaliamo e moriamo.

La cosa assurda è che tutti sanno ma nessuno fa niente.

Non glie ne frega un cazzo a nessuno!» urla, battendo un pugno sul tavolo.

Certe tragedie italiane accadono e prosperano nel silenzio complice di ognuno dei suoi cittadini.

Che da partecipi del bene comune divengono isole marce, testimoni di un atroce processo di disgregazione dello stato.

Non può esserci, infatti, nessuno stato senza uno degli elementi principali che lo compongono: sovranità, territorio, popolo.

E noi, oggi in Italia non abbiamo popolo ma solo un’informe massa indistinta.

Ci obnubiliamo con libri melensi, senza etica, senza responsabilità.

Con programmi annichilenti il pensiero.

Con TG millantatori e creatori di un mondo distopico in cui i veri spauracchi sono i nuovi mostri, sono sempre l’altro, l’islamico, il cinese, il bracconiere.

Tutto questo per distogliere lo sguardo sulle nostre penose mancanze.

Ci stordiamo di vizi, ma sfuggiamo le virtù.

Ci diamo al piacevole oblio dei pettegolezzi; mai come oggi il gossip ci invade, mai come oggi le notizie false ci inebriano i sensi. Cosi da distogliere gli occhi rei di troppa colpa, sugli orrori della nostra politica o della nostra economia.

Ecco che ci accaniamo sul reality, sulle beghe finte dei politici che litigano come patetici attori di una commedia dell’arte che sa di stantio, reiterando un mondo in cui bene e male sembrano duellare, ma in realtà alla fine della farsa, si abbracciano sfiniti, sussurrandosi serafici “pure stavolta li abbiamo gabbati”.

Io non sono nessuno.

Non sono né influencer e dio me ne scampi.

Volervi rendere tutti idioti salendo sul piedistallo per manipolarvi sarebbe la morte della mia anima eterna.

E l’anima l’unica cosa che ho.

Non sono un’attivista.

Per esserlo dovrei scordare l’uomo a favore del sabato, diventare ossessionata e farmi guidare dal leader di turno, dalla pantomima del giorno divenendo inconsapevole burattino del sistema.

Sono solo un’eterna illusa, idealista, che tenta di non perdere il suo unico amico, la coscienza.

Sono dotata di una semplice penna, senza onore e senza gloria.

E ho deciso di non stare inerme a ballare la danza del Re di turno, quello che dal trono sentenzia il nostro ritmo, e scegliere di non stare in silenzio. E pertanto decido consapevolmente di dare voce non alle mie umili parole, frasi fatte, per non unirmi al coro dei morti viventi che invadono oggi i nostri spazi.

Ma dare voce alla forza del libro, una forza catartica, uno schiaffo al volto alla nostra idiozia, alla complicità di tutti coloro che accettano seppur con un forte senso di colpa, il sistema che ci costringe:

Noi dobbiamo scegliere se lavorare e morire di cancro o essere disoccupati e morire di fame. L’aria è appestata, il rosa del ferro colora le case, gli indumenti, tutto!

Un paese civile non usa l’economia come un ricatto.

Non fa i soldi sulla pelle dei bambini e dei componenti del suo stesso patto costitutivo, la sua origine, il suo scopo, la sua stessa essenza.

Un paese civile non costringe mai il suo componente, l’altra parte di se a scegliere.

Perché sa che ogni filo spezzato spezza l’intero arazzo.

Un paese civile non gode nel lusso mentre i suoi figli muoiono.

Un paese civile non sceglie la morte, perché nasce per garantire la vita. Un paese civile, anzi uno stato che nasce per garantire i bisogni di vita non solo di sopravvivenza di ogni persona, per garantire l’armonica cooperazione di soggetti che da lupi affamati, divengono uomini capace di cooperare, non permette che il soddisfacimento degli stessi diventi morte.

Un paese civile non vive di sensi di colpa e non si imbottisce di eccessi per attutirlo.

Un paese civile non concepisce una città:

stuprata da pirati che vivono e ammucchiano altrove i frutti delle loro scorrerie.

Un paese civile non elegge come rappresentanti depositari del potere del popolo:

imbarcazioni che battono la bandiera con il teschio e le tibie incrociate non vengono d’oltremare, ma dai centri di potere.

Un paese civile non sotterra la testa sotto la sabbia di ombra bruciata, lasciando morti lungo il cammino.

capisce di aver vissuto in una bolla, senza avere la

minima idea di cosa significhi perdere una persona. Perderla in un modo atroce.

Un paese civile forma persone che con orgoglio e fierezza rispettano l’altrui dolore e scelgono:

Ciascuno nel suo piccolo, dovremmo tutti andare avanti con fiducia e soprattutto dovremmo cambiare il mondo con gesti concreti. Lo dobbiamo fare per lui e per tutti i bambini di questa città dimenticata dallo Stato.»

Allo stato ho sempre creduto.

Ho creduto alla necessità del patto con cui il cittadino, ossia la massa convertita tramite l’acquisizione della coscienza dei diritti come dei doveri, della responsabilità a una vita dignitosa senza affanni e senza sopraffazioni, decide di unirsi e puntare i propri occhi verso l’orizzonte della libertà.

Non importa di che colore esso sia.

Che decide di tutelare la proprietà privata, ma sa quando cederla per il bene comune.

Io credo allo stato che protegge i suoi componenti e consapevole di questa sua funzione non domina e coopera con altri stati, con lo stesso obiettivo.

Io credo ancora allo stato che usa le fabbriche e l’economia non per arricchirsi ma per far prosperare tutti, non solo i pirati.

Credo nello stato che non fa patti scellerati con essi ma li combatte, e se riesce li redime reintroducendoli nel loro territorio.

Credo nello stato.

Che non si azzarda a :

Chi mi sfama, mi ammazza in silenzio, nel placido assenso generale. Tutti si fanno i soldi, con il nostro acciaio e sulla nostra pelle.»

Io credo nella descrizione hobbesiana che vuole creare persone dai soggetti indefiniti e nebulosi nutrendo l’altro lupo, quello che non ringhia ma ulula felice alla luna.

Io credo nella cooperazione necessaria, laddove:

Ognuno di noi fa qualcosa, se ciascuno di noi non starà fermo a guardare il proprio orticello, beh, forse chi ha perso qualcuno si sentirà meno solo. Insieme il dolore è più sopportabile»

Io credo anche sei corvi che volteggiano attorno al re di turno mi deridono, e mostrano scene raccapriccianti di malati, e idealisti sacrificati sull’altare di Mammona.

Credo e uso questo libro come scudo contro tutti voi che siete solo complici di questo disastro, voi che non agite ma vi sentite speciali solo per una condivisione di un post, solo per una strana scelta alimentare, solo per un becerare inconsulto sul web.

Voi che in fondo siete lassisti ogni volta che date alla luce un libro che addormenta, che non educa, che inneggia il sistema che ci distrugge. Perché un libro è qualcosa di diverso da un mero svago finto emozionale. I libri devono far emergere rabbia utile, indignazione e azione:

Oggi un libro può fare la funzione della torre: trasmettere il grido, suscitare volontà di difesa e forza di riscatto. Come si legge in una delle pagine: quell’area maledetta un giorno sarà trasformata in parco giochi. Non ho misurato la temperatura corporea, prima di leggere. Al termine so lo stesso ch’è aumentata, segno che l’organismo ha alzato le sue difese e ha deciso di battersi.

Erri De Luca

Grazie Valentina Nucci, perché leggendo te i miei occhi sfavillano e la mia penna continua a urlare.

Ho solo la penna come arma.

E continuerò a imbracciarla come un fucile

 

 

La Dri editore presenta il suo nuovo romanzo “matrimonio per procura” di Mariangela Camocardi. Imperdibile!

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Matrimonio per procura è una storia dove speranze, rimpianti e passione si intrecciano a conflitti e incomprensioni, ma anche al desiderio dei sensi. E l’amore rappresenta la chiave per aprire la porta alla felicità.

 

Sinossi:

Corinna è costretta dal padre a sposare uno sconosciuto, dopo essersi compromessa con l’uomo di cui è innamorata. Come primo affronto lo sposo non si presenta alla cerimonia di nozze, mandando un sostituto in vece sua: un’umiliazione che grida vendetta! Corinna è una donna dalla forte personalità, orgogliosa, e non accetta di farsi bistrattare da un individuo così irrispettoso. È pronta anzi a sfidare quello screanzato e persino le rigide regole della società, chiedendo l’annullamento del matrimonio. Diamine, le ha addirittura taciuto di essere vedovo, nonché di avere due pestiferi ragazzini per figli! Non bastasse, aleggia un mistero inquietante circa la scomparsa della prima moglie di Rodolfo, per non parlare degli stravaganti parenti con i quali Corinna “dovrebbe” convivere… ma assolutamente no! Il neo marito, tuttavia, non ha alcuna intenzione di lasciarsi sfuggire una moglie che gli è subito piaciuta, e le aspre divergenze che esplodono tra loro due sono uno stimolo a conquistarla.

 

Dati libro 

Titolo: “Matrimonio per procura”

Autore: Mariangela Camocardi

Collana: DriEditore Historical Romance (vol.14)

Editore: Dri Editore

Genere: Regency

Pagine: 334

Formati disponibili: ebook 2.99/ cartaceo 12.99

Lancio ufficiale 29 luglio

“L’occhio sinistro di dio” di Massimiliano Zorzi, Le Mezzelane editrice. A cura di Alessandra Micheli

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Una volta finito il libro ho sentito la profonda esigenza di scrivere.

Credo di aver provato la stessa ansia di Zorzi, quando ha deciso di mettere per iscritto non solo la sua esperienza ma di fissare su carta cosa ha appreso durante il suo sofferto tragitto.

Un mondo dominato da una “morale” oscura, simbolo di come questa parola sia legata non solo ai tempi ( si parla infatti di morale vittoriana, di morale cristiana etc) ma alle esigenze della cultura dominante, quella che deciderà il significato di parole come onore, rispetto, giustizia e verità.

E cosi, non solo per rispetto al pregevole autore ma soprattutto per te mio lettore, mi unisco la coro intonato da Zorzi.

Per te noi ci impegniamo, tu che nei libri cerchi le risposte, cerchi un empatia profonda e cerchi forse il senso da dare alla tua vita.

E so che in questa faticosa cerca si possano incontrare prodi cavalieri, fate benevole ma anche maligne creature dell’oscurità.

E non di quella che reputo indispensabile e benevola, ma quella che implica l’assenza totale di luce.

E sappiamo benissimo sia noi scienziati che voi gente comune (ma come può essere comune l’uomo?) che senza la luce la vita non è possibile. Senza la luce non esisterono nemmeno ombre ma soltanto un vuoto assoluto.

Senza la luce che ci spinge a viaggiare nell’antro tenebroso di una caverna il cammino è infausto e senza senso.

Senza la luce non siamo altro che..nulla.

E non il nulla da cui tutto si crea, ma quello immobile.

E anche l’immobilità è assenza totale di vita.

So che molti cercano un significato profondo nella loro esperienza umana.

Altri cercano di trascenderla, di superare la mortalità orripilante, le fragilità, il sentirsi infinitesimamente piccoli.

Cercano di dominare, di manipolare la realtà attraverso la magia. Cercano la via per giungere alla conoscenza suprema.

Cercano e si scontrano con le voci seduttive dell’esoterismo.

Io vi dico non ascoltate quelle voci.

Esse sono soltanto lamenti di chi si sente privato della luminosità originari, dall’energia che tutto crea e tutto trasforma, quella in cui non esiste distruzione ma solo cambiamento.

Secondo i tanti troppi studiosi, ognuno sicuro di possedere la verità assoluta, esistono due vie per la conoscenza.

La destra intesa come sentiero positivo, e la via sinistra ossia la libertà istintuale senza controllo.

Vi troverete a essere dilaniati dagli adepti ossessionati di entrambi gli schieramenti come se foste su un campi di calcio.

Ognuno sicuro che sia una sola strada per raggiungere l’eterno.

Ma nessuno risponde a questa domanda: l’eterno vuole farsi raggiungere?

Ma soprattutto cos’è quest’eterno di cui tanto si blatera?

È dio?

Una forma di dio?

È il pensiero?

È la possibilità di realizzare i desideri senza limiti?

È la libertà assoluta al di la del bene e del male?

La via sinistra è Satana?

Tutte domande lecite, ma tutte poste nella modalità sbagliata poiché presuppongono una divisione che, nel campo spirituale cosi come in quello fisico non sono possibili.

Sapete che la vita non si può sezionare?

Se io estraggo un organo da un corpo esso non è affatto vivo. Se io tolgo una foglia da un albero essa si secca.

Se io prendo un pezzo di tronco non avrò mai l’intero albero.

Se io prendo una goccia di acqua non avrò ma il mare.

E cosi le emozioni umane.

Se io estraggo solo un elemento del mio composito cervello, non avrò altro che una visione parziale e morente dell’organismo vivente.

Ecco il vero segreto che possiamo noi mortali tenere tra le mani: vivente.

Vita.

E tutto ciò che è vita parla a noi attraverso la musica della scienza come: cooperazione.

Unione, monismo, complessità, struttura, interconnessione.

Il libro di Zorzi non fa altro che raccontare il tentativo dell’uomo di capire perché è sulla terra.

Di reagire alla cosiddetta morte, al dolore, al marciume.

Un po’ l’ansia del buon Leopardi che nella natura non vedeva altro che segni di decadimento: foglie marcite, insetti schiacciati e divorati. Fiori avvizzire in terra.

Eppure…la visione parziale, pessimista, ricca di frustrazione, incapace di cogliere le sfumature si scorda che dal imputridire della foglia si ottiene la terra su cui nuova vita germoglierà. Il fiore da il seme. L’Insetto morente nutre i piccoli usignoli che a loro volta nutriranno altri esseri…e cosi via nella meravigliosa catena chiamata esistenza.

Lo stesso Dio è soltanto un insegnamento di storia naturale: sai tu quanto figliano le camozze?

Conti tu i mesi del parto delle cerve?

È simile a un orologio permanentemente in grado si scandire i tempi di un infinito strabiliante ciclo.

Ma se la nostra visuale si limita a cogliere solo una parte del miracolo vita, ecco che tutto si appare ingiusto, orribile, frustrante, degno di una rabbiosa nemesi.

E quello che noi tentiamo di combattere diviene il nostro stesso carnefice.

Perché ogni volta che ci allontaniamo dalla rete di legami chiamato vita, diamo spazio a sotto esseri generati dalla nostra psiche relegati nelle regioni ctonie dell’io che distruggono.

Mutilano, Irrompono e divorano ogni nostra energia.

Il protagonista del libro non se ne accorge.

Ma diviene schiavo proprio di quelle entità che gli gnostici chiamavano eggregore.

Ossia insiemi incoerenti di emozioni non nominata, non amate, rifiutate che divorano e si nutrono appunto di energie.

In tutto il libro, si racconta anche se nascosto dal lato scenico della violenza, la parabola gnostica della caduta.

L’impiccato è l’uomo che perde il proprio dio.

Scende a terra e diviene la strada attraverso cui il demiurgo crea un mondo delirante, capace solo di spezzettare l’intero perfetto cosmo. E’ colui che rende il caos non l’elemento primigenio della creazione, ma realtà costante, immutabile dove nulla trova posto e nessuno trova pace. E cosi tutti coloro che si rivolgono alla parte sinistra di dio divengono solo marionette che credono nella brutalità come forza di espressione e rivincita.

Venerano la vendetta come unico mezzo per ristabilire onore e dignità all’uomo.

Nel libro, apparentemente, non c’è assolutamente gloria, onore, bellezza e gioia.

Ma solo vuoto.

Ecco io nella mia stupidità credo che Zorzi ci abbia mostrato in modo crudo e forse portato all’estremo cosa succede semplicemente quando si nutre il lupo feroce.

Tutto diviene preda.

Tutto è basato sulla legge del dominio e della contrapposizione.

Tutto ci porta a raggiungere l’acme di ogni emozione fino a esaurire le proprie forze e divenire pasto per arconti più spauriti di noi.

Perché ci perde se stesso, non ha più nulla.

Non è l’onore che ci rende uomini.

Forse neanche le scelte.

Forse neanche quell’illusione di riparare i torti.

E’ la presenza di quell’essenza che chiamiamo anima, che sovrasta la voce dei demoni e che ci spinge a dire no a ogni seduzione.

A piangere. E sopportare l’umiliazione.

Ma a dire no.

Nonostante le ferite, nonostante l’atrocità della perdita, n uomo vero sa dire no.

Guarda in faccia la tentazione e dice no.

Guarda in faccia il male la possibilità del male e dice no.

Perché cura le ferite con il sole, l’amore, la dolcezza, la nostalgia, la bellezza, il fruscio degli alberi e le lacrime.

Ecco cosa fa di noi uomini. La capacità di amare che plasma il nostro reale cosi come il nostro inconscio.

Allora il volto di dio cambia non esiste né destra ne sinistra.

Esiste solo immensità della vita che concede sempre seconde possibilità siamo noi troppo vigliacchi che ci nutriamo di sangue e macerie.

Che non sappiamo difendere i nostri figli perché non abbiamo un anima che ci sostiene.

Che pensiamo di cambiare il sistema abbracciando i mezzi usati da questa distorta organizzazione sociale.

E cosi anche l’esoterismo non divine altro che l’arma di quel sistema che fintamente vogliamo combattere.

Essere ibero significa semplicemente non avere catene.

Nessuno che ti impone come esserlo.

Nessuno che ti da strade, regole che non accarezzano la tua anima.

E’ la distanze dalla natura, dalla terra, persino dal regno animale.

E’ la mancanza di coscienza dei legami che ci uniscono tutti in una grande meravigliosa rete di interconnessioni.

Prendete il libro di Zorzi come monito.

E cercate non la via sinistra, non la destra, non la magia cerimoniale del caos e di cosa vi spacceranno di esoterico.

Trovate il vostro dentro e creata da soli, attraverso i sogni, la vostra strada.

Anche attraverso la perdita atroce e devastante.

Perchè nei tarocchi, l’impiccato è al tempo stesso l’uomo che, sacrificando la sua carnalità, i suoi bisogni, tutto se stesso è capace di modificare questo pazzo, oscuro disegno.

E’ colui che perde per poter riacquistare.

Colui che erra per poter imparare.

Colui che perde tutto per poter guadagnare qualcosa di nuovo.

E soltanto piangendo la strada perduta, scendendo in fondo all’abisso di perdizione, è possibile osservare le stelle e disegnare il proprio universo con costellazioni luccicanti.

Magari la vostra nuova strada non sarà tutta unicorni e arcobaleni.

Magari sarà ombrosa o luccicante come la città di smeraldo della buona Dorothy.

L’unica era magia è quella della vostra mente.

Disciplinatela.

L’unico vero Dio è il vostro cuore, non laceratelo.

 

La Dri edizioni si conferma come una casa editrice capace di arricchire la vostra estate con mille emozioni diverse. Oggi il blog vi segnala il libro “Scacco matto vostra grazia” di Rebecca Quasi. Da non perdere!

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Dopo le atmosfere uniche e impagabili de “La Governante” e lo straordinario successo del romance contemporaneo “Le Ali”, Rebecca torna allo storico e ci delizia questa volta con uno spin-off del meraviglioso “Dita come Farfalle”. Che resta, a nostro modestissimo parere, uno dei suoi lavori migliori.
Siete pronte a scoprire che tipo di gioco si instaura tra i protagonisti?

Sinossi:

“Troppo intimo. Giocare a scacchi, per certi versi, è come fare l’amore.”

1830 – Torquay, Devon

Percival Webster, duca di Clarendon, è determinato a chiedere in moglie la compita lady Albertina e pertanto si reca nella tenuta della sorella per comunicarle la notizia. Durante questa visita, scopre che Emma, figlia del cognato e sua temibile avversaria negli scacchi, non è più la ragazzina impertinente che gli estorceva lezioni, ma una giovane donna in procinto di recarsi a Bath per trovare un marito che ovvii alla sua incresciosa condizione di figlia illegittima.

Introdotta in società, la fanciulla attira l’attenzione di un conte dalla reputazione poco raccomandabile, il che porta Percival a dover fare i conti con i propri principi più radicati, un sentimento stordente e un’attrazione tanto potente quanto inaspettata.

Dati libro 

Titolo: “Scacco matto, Vostra Grazia”

Autore: Rebecca Quasi

Editore: Dri Editore

Genere: Regency

Formati disponibili: ebook 3.99/ cartaceo 14.99

Riveduti e rieditati i libri di Monica MG Valentini. Da non perdere!

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Sinossi: 

Jano è il giovane conte di Roccagelata e per seguire il re è costretto a lasciare la reggenza a sua sorella Gelina. Con lei c’è Orso, il menestrello che allieta le cene con le sue ballate. All’improvviso al castello giunge un pretendente alla mano di Gelina e la ragazza scopre l’amore. Ma l’oggetto dei suoi pensieri non è il pretendente, bensì Orso, il quale si trova lacerato tra l’amore che nutre per Gelina e la lealtà verso Jano. Poi, come un fulmine a ciel sereno, la pace a Roccagelata viene infranta da un assedio e quando Jano accorre per salvare le sue terre, è costretto a mettere Orso con le spalle al muro, svelandogli un segreto che nessuno dovrà mai scoprire. E sarà questo segreto che costringerà Jano a macchiarsi di un omicidio, supportato da Ruggero, un cavaliere che gli rivela di essere innamorato di lui.

Il romanzo selezionato e scelto da ExtraVergine d’Autore 

I volumi della collana “I Roccagelata” sono autoconcusivi 

Pagine: 499, disponibile in KU a € 2,99, cartaceo € 13,99

 

 

 

 

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Sinossi:

A seguito della persecuzione dei Templari, Grifone, un Cavaliere del Tempio che aveva combattuto in Terrasanta, è costretto a rifugiarsi a Seborga, un villaggio di monaci benedettini. Con lui c’è Feba, un bambino muto, che Grifone ha preso con sé salvandolo da una vita miserabile. A Seborga giunge anche Folco, uno scudiero che vuole a tutti i costi fare amicizia con un recalcitrante Feba. La notte in cui il villaggio è assalito da alcuni soldati e dato alle fiamme, Feba intravede una donna che poi svanisce nel nulla. Solo Grifone, Feba e Folco si salvano dal massacro e fuggono alla volta di Roma. Qui, grazie all’abilità di cavaliere, Grifone entra al servizio del cardinale Roccagelata e per i due scudieri si prospetta una vita serena. Fino al giorno in cui qualcosa cambia drasticamente: chi è Folco? E per quale motivo l’arrivo di Jano e Roffredo, i figli del conte di Roccagelata, stravolge le loro vite?

I volumi della collana “I Roccagelata” sono autoconclusivi 

Pagine: 417, disponibile in KU a € 2,99, cartaceo € 13,99

 

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Sinossi:

Ludovico e Lothar combattono su fronti avversi durante la guerra dei Cento Anni, prima di incontrarsi e diventare amici. Ambedue figli di nobili natali, rinunciano al titolo per militare sotto le insegne di Edoardo, il Principe Nero, erede al trono d’Inghilterra. A Bordeaux mettono radici e Ludovico, impenitente donnaiolo, si innamora di Jeanne, mentre Lothar fa di tutto per dimenticare la notte trascorsa con Edoardo prima di lasciare Londra. Ma quando l’erede sbarca a Bordeaux per riprendere le ostilità contro i francesi, entrambi si rendono conto che il fuoco di una notte di passione non è svanito.

Il romanzo selezionato e scelto da ExtraVergine d’Autore 

I volumi della collana “I Roccagelata” sono autoconclusivi 

Pagine: 504, disponibile in KU a € 2,99, cartaceo € 13,99

Grazie al blog The dirty Club of the book per la grande opportunità. Ecco a voi la recensione di una grande autrice Mary Shelley “Mathilda”, Darcy editore. A cura di Alessandra Micheli, Traduzione a cura di Alessandranna D’Auria (Fonte https://thedirtyclubofbooks.it/mathilda-di-mary-shelley/ )

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Certi autori vengono definiti eterni proprio perché capaci di fissare su carta emozioni, sensazioni e accadimenti che riguarderanno, bene o male tutti noi a prescindere dal secolo, dalla diversa società e dalle differenze culturali.

I classici non sono altro che meravigliosi specchi per trovare noi stessi, appuntare le verità morali e etiche, affrontare i difficili e ingarbugliati nodi della nostra società cosi solitaria e sopratutto comprendere cosa distingue e cosa rende un libro un capolavoro.

La Darcy editore lo sa benissimo e decide di regalarci ogni volta piccole indispensabili chicche letterarie che possono servire ai lettori a ricordare un senso della bellezza ormai perduto dalla troppa pubblicità e dal consumismo esasperato che divora anche il mondo letterario, e all’autore che spesso si perde preda di mille voci contraddittorie che tentano di educarne il gusto, di livellare gli stili e di offuscare la voce tonante di signora fantasia.

Eppure è solo quella capace di portarci attraverso differenti piani esistenziali, in quel regno delle idee in cui ritroviamo i semi che, un giorno felice, diventeranno libri.

Quello che mi accingo a recensire è un testo “perduto” e dimenticato della grande Mary Shelley conosciuta ( spero) per il capolavoro horror di Frankstein.

Un libro molto contraddittorio, un libro a tratti scabroso dai temi arditi e moderni, capaci di scioccare per la “brutalità” dello stile le menti venate di perbenismo della buona società vittortiana.

Con Mathilda Mary continua la sua innovativa opera letteraria proponendo con una grazia venata di una certa propensione alle atmosfere tenebrose, un tema infuocato e quasi assurdo ritrovare in quell’epoca cosi apparentemente chiusa ossia l’incesto.

Un amore malato che turba gli animi quello descritto con immagini forti, tratte da scenari naturali che sembrano seguire perfettamente i moti animici della protagonista, individuo assetato di amore, incolpevole eppure cosi fragile da caricarsi di una inesistente responsabilità verso il pernicioso corso degli eventi che la magia dello stile della
Shelley ci mostra in tutta la sua affranta crudezza.

Partecipi di un dolore che oggi reputiamo assurdo, come se il diritto di essere amato, conosciuto, rispettato e protetto dai propri genitori fosse un lusso concesso solo un sogno ai rampolli delle famiglie perbene.

Ecco che lungi dal considerare responsabile della pazzia il padre, reo di considerarla solo immagine sfuocata di un amore lontano e cosi illusorio, Mathilda diventa essa stessa, perché educata cosi, il capro espiatorio del declino folle di un uomo che ha accettato ogni dono della vita come dovuto, fino a perdersi in strane e assurde congetture.

Colpe inesistenti dunque, legate però alla concezione dell’epoca e forse della nostra, del suo sesso.

Lei donna, lei animo romantico e passionale, troppo per quei tempi cosi costretti cosi improntati a un perbenismo di facciata, che riversa su un padre assente e profondamente egoico ogni sua afflato di tenerezza.

Ed è questa la sua colpa: l’eccesso di tenerezza considerata la somma tentazione per un uomo fintamente perbene che tende a nascondersi e nascondere le use pulsioni più oscure.

Ecco che la fanciulla, cosi evanescente sulla carta da sembrare un ombraessa stessa, concepisce il suo bisogno di amore non come un diritto, ma come un mero regalo del destino, beffardo e crudele che dietro il paradiso nasconde spade acuminate. Una felicità quindi non considerata dovere e diritto, ma concessione compassionevole.

Come se Mathilda non fosse “umana”

Mathilda è un anima angosciata perché come spiega perfettamente ai suoi ascoltatori attoniti:

Quasi dall’infanzia sono stata privata di tutte le testimonianze di affetto che i bambini generalmente ricevono. Ho dovuto contare interamente sulle mie risorse, e ho gioito di ciò che potrei quasi chiamare piaceri innaturali, perché erano sogni e non realtà. La terra era per me una magica lanterna e io un’osservatrice e un’ascoltatrice ma non attrice;

Una bambina non cresciuta, con l’anima marchiata a fuoco dal con impronta del dolore, della colpa, rea di aver pagato la sua vita con la morte della madre adorata e idealizzata come donna perfetta.

Eppure è la sua bambina che si fa strada con vagiti forti e con un mondo interiore ricco e variegato che però, ahimè resta non compiuto che la rese poco avvezza ai fatti umani naturali e “normali” e più vicina a un regno delle ombre che l’epilogo sembra restituirle pietoso:

Non mi avete mai considerata parte di questo mondo, ma piuttosto un essere, che per una penitenza è stato inviato dal Regno delle Ombre e che trascorresse alcuni giorni piangendo sulla terra desiderosa di tornare nella sua patria natia

Mathilda non è stata mia considerata una persona.

E’ sempre stata educata all’invisibilità, a scomparire lentamente giorno dopo giorno, fino all’attimo in cui ha compreso che neanche per l’amato padre era soggetto quanto piuttosto ricordo, soggetto vano e lontano di rimpianti dolorosi.

E cosi Mathilda non è mai stata davvero viva perché nessuno si è mai preso la briga di farla nascere davvero. Perché per essere una bambina, una donna ha bisogno di concretezza, non solo di ideali e di idee.

Non solo di immaginari scenari.

Le idee dolorose e lievi come il vento hanno bisogno di movimento e di azione per non perdersi nel vento.

In questo libro Woodville rappresenta la concretezza che a Matilde manca. Rappresenta l’umo che dal dolore impara, e lo rende uno stimolo per migliorare la vita di chi come lui è stato toccato dalle sue gelide dita.

Ecco che forse ho l’ardire di asserire che Mathilda non è altro che il simbolo di una femminilità distrutta e annullata da una perniciosa mancanza di rispetto, quello che si deve non solo alla sua natura idealizzata ma alla materialità di un essere che prima di essere spirituale, evanescente, dolce angelo del focolare, consolazione degli afflitti è carne e sangue impegno e personalità.

Anche scomoda anche infarcita di elementi meno paradisiaci.

Ancora una volta un autore classico, con quella dicitura che sa quasi di sdegnoso disinteresse, ci dimostra di essere non solo più maturo intellettualmente di noi, ma anche il coraggio di andare laddove anche gli angeli esitano.

Un punto di vista inedito per ripercorrere l’epopea calcistica che più di tutte ha entusiasmato, emozionato e commosso l’Italia. Il libro “Il GrandeTorino. Gli Immortali” del giornalista sportivo Alberto Manassero, edito da Diarkos ci racconta la storia di uno stadio e di una squadra che resteranno nella storia.

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Sono del 1926, mi chiamo Campo Torino, ma comunemente mi conoscono come stadio Filadelfia. Fila per gli amici. Ai bei tempi avevo anche un soprannome: Fossa dei Leoni. Il Toro era un ragazzo, quando mi hanno costruito. Aveva vent’anni. Era nato nel 1906, il 3 dicembre, benché potesse vantare robuste radici in quelle che furono le prime società calcistiche italiane. L’embrione del pallone tricolore”.


Si presenta così lo stadio Filadelfia, il narratore d’eccezione di
Il Grande Torino. Gli Immortali, scritto da Alberto Manassero, edito da Diarkos. Manassero è giornalista sportivo da oltre trent’anni, ha cominciato a lavorare a Tuttosport nel 1992 e la sua passione per la squadra Granata, che ha seguito professionalmente ogni giorno dal 1999 al 2012, lo ha portato ad addentrarsi nei meandri più nascosti ed epici di una squadra che ha scritto la storia del calcio italiano.

La vicenda del Grande Torino è stata raccontata così tante volte che potrebbe sembrare superfluo tornare su quelle vicende. Invece, Manassero, con una narrazione leggera e coinvolgente, riesce a trovare un punto di vista totalmente nuovo. La storia, come abbiamo visto, viene infatti raccontata da un narratore d’eccezione, ovvero lo stadio Filadelfia di Torino, il primo di proprietà di una squadra di calcio, il Toro, appunto.

Lo stadio ‘ripercorre’ la sua nascita, quando il conte Enrico Eugenio Antonio Marone Cinzano comincia a pianificare la sua costruzione. “Mio papà, intuitivo e tenace – narra Filadelfia nel libro – ha capito da tempo che il Torino ha bisogno di una casa tutta sua, di uno stadio dove ospitare adeguatamente allenamenti, partite e, soprattutto, tifosi. Un luogo di sport e spettacolo, certo, però anche una piazza d’incontro e d’aggregazione. Sarà il Filadelfia, sarò io”.

La vicenda prosegue con la narrazione degli investimenti fatti dal conte Cinzano che porranno le basi per la crescita di una grande squadra: ragazzi, che oltre alle capacità sportive, nel campo da calcio mettono il cuore, riuscendo così a inanellare vittorie, a superare sconfitte, a crescere e diventare campioni veri, non solo vincitori nelle classifiche, ma anche vincitori nel cuore dei tanti appassionati. E poi la tragedia. Quella incredibile e maledetta tragedia che tutt’oggi provoca sgomento e cordoglio.

Il libro è corredato da foto e riproduzioni di prime pagine di giornali dell’epoca che rappresentano un patrimonio unico per entrare completamente in una vicenda capace ancora di appassionare ed emozionare.

L’autore

Alberto Manassero, classe 1963, torinese di Borgaretto. Nato in un negozio di elettrodomestici, ci ha lavorato fino alla chiamata di Tuttosport, dove è entrato nel 1992. Si è sempre occupato di calcio, ma ha raccontato anche due Olimpiadi: Sydney 2000 e Torino 2006. Cuore granata, dal 1999 al 2012 ha seguito quotidianamente le vicende del Toro. Attualmente fa parte dell’ufficio centrale di Tuttosport.

… la storia del Grande Torino è infinita. Un paradosso, vien da dire, perché il tempo l’ha in realtà sigillata nel mito. Eppure, non è forse proprio per questo che è scrigno di ricchezza mai esaurita, offerta generosa a chi la sa avvicinare con rispettoso amore?

…In continuo equilibrio fra cronaca e commozione, partite gagliarde e debolezze umane, vagheggiati sogni e realtà crudeli, questo libro è un regalo per tutti: per i Campionissimi e per chi avrà la buona sorte di leggere.

(Franco Ossola)