“Leonardo e la morte della Gioconda” di G.P. Rossi, Diarkos edizioni. A cura di Alessandra Micheli

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Innamorarsi del thriller storico è facilissimo.

Basta una grande curiosità per il passato, un’amore immenso per gli enigmi e i misteri e la volontà di provare a svelarli solo grazie alla propria logica.

Ecco perché è un genere che spadroneggia.

La differenza con i suoi fratelli moderni, sta nell’uso esclusivo della mente, dell’intuito e della capacità razionale di legare a se piccoli indizi e trovare il dato stonato, quello che da una sorta di ombrosa oscurità al quadro perfetto, apparentemente stabile che fa da sfondo o da paravento ai misteri.

In assenza delle tecniche moderne, l’investigatore medievale o ottocentesco deve contare solo sul proprio indubbio genio.

Nel caso del libro di GP Rossi lo svelamento dell’intrigo è facile, visto che a impegnarsi nell’arduo compito è il genio per eccellenza, il maestro di ogni tempo, colui che unisce il passato e il presente annullandone le distanze: lui il mitico Leonardo Da Vinci.

Tanto si è scritto del grande Leonardo.

Non negherò di aver letto tutto d’un fiato questa sua avventura guidata dall’immenso amore e dalla grande stima per un uomo che è e resta il mio mentore.

Una mente in grado di vedere attraverso le stringhe della dimensione spazio temporale, capace quindi di compiere autentici viaggi nel tempo e anticipare non soltanto le scoperte dei tempi ma persino la mentalità.

La tecnologia non ha mai conosciuto freni.

Volenti o nolenti siamo pieni di oggetti che contrastano con le nostre limitate vedute scientifiche. Basti pensare ai reperti archeologici chiamati outparts, ossia fuori dal tempo.

Il genio umano è conosciuto e capace di voli pindarici anche se il nostro assurdo senso di superiorità ci costringe ad considerare i nostri antenati dei simpatici primitivi senza capacità.

Noi siamo i grandi e loro sono guardati con compassionevole benevolenza.

In realtà, la visione storico scientifica etnocentrica ha subito un grosso danno da quando è rivelato che, l’America, non è stata una scoperta ma una ri-scoperta, che il ferro era conosciuto anche dagli egizi e che gli stessi operavano in modo perfetto e pregevole (non esistevano casi di malasanità nell’antico regno ) in campo neurologico.

Quello che rende i tempi divisi in progresso e arretratezza non è, dunque, la capacità di creare e inventare strumenti capaci di alleggerire il lavoro umano o divenire momenti di estremo vanto, di stuzzicare quindi la nostra egoica vanità.

Ma è il pensiero che decide e fa decidere se una civiltà, se un epoca è civile o no.

L’epoca vittoriana lo dimostra: si possono avere scienziati all’avanguardia ma credere ancora in idee antiquate e perniciose.

Si può creare il sogno dell’uomo di volare, ma al tempo stesso essere convinti che gli uomini sono divisi in inferiori e dominanti.

Leonardo era oltre i tempi proprio per la sua capacità di avere un mente flessibile e moderna, nelle idee ragazzi miei, non nell’azione meccanica. Ci stupisce qua il suo pensiero, non tanto le sue creazioni.

Il libro diviene elettrizzante per le sue idee avanzate sulla stregheria, non tanto per la creazione di perfetti modelli meccanici.

In questo testo, (lo ammetto mi ha appassionato terribilmente, tanto che lo custodisco come una sacra reliquia) le vicende del mio mito si intrecciano con quelle di banale quanto orribile quotidianità: ossa il cambio di un potere che non avviene mai dal basso, ossia per violazione del patto costitutivo dello stato, ma per beceri sotterfugi che hanno sempre il sapore della cospirazione, della violenza è del fine giustifica i mezzi (quanti danni hai provocato mio buon Machiavelli!).

Sullo sfondo di una Milano che è sull’orlo del cambiamento di padrone e con una Francia che fungerà da rifugio per il nostro grande uomo, si dipana e si svela non solo l’orrore degli intrighi di corte, ma anche il mistero del suo quadro più amato e più studiato: la Gioconda.

Il suo sguardo quasi evanescente, capace di deriderti per la sua capacità di lungimiranza, osserva da sempre il turista inquieto.

Che sa che dietro la perfezione stilistica si cela un segreto. Forse la stessa concezione religiosa e ontologica del sommo.

E il libro, divenendo non più tomo di evasione ma documento storico ci propone la sua visione, la sua spiegazione, non meno affascinante anzi a parer mio più convincente di quelle esoteriche o complottiste.

Un libro che si legge tutto di un fiato, che è difficile lascia andare, ma che non si può leggere e rileggere come se una strega avesse lanciato il suo incanto maliardo sulle parole scritte.

In tal caso, siamo tutte fanciulle che, una volta indossato scarpette rosse non possiamo smettere di ballare.

Solo che al contrario della tetra fiaba, qua troviamo solo la bellezza dell’arte a tenerci avvinti al magico potere del verbo.

Un libro che non deve assolutamente mancare nelle vostre biblioteche, se davvero vi definite lettori avidi e innamorati della sublime arte della scrittura.

 

“Terra d’ombra bruciata” di Valentina Nuccio, Le Mezzelane Editore. A cura di Alessandra Micheli

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Dedicata a Taranto.

Ai mille morti dell’Ilva orrore e vergogna della nostra economia senz’anima.

Dedicata a chi non volge lo sguardo altrove 

A chi non ficca la testa sotto la sabbia.

Dedicata al Re seduto sul trono che decide chi vive e chi muore.

Si a a te che un giorno sarai spodestato dalla voce di una massa che diverrà popolo.

 

 

È con il vento che ci ammaliamo e moriamo.

La cosa assurda è che tutti sanno ma nessuno fa niente.

Non glie ne frega un cazzo a nessuno!» urla, battendo un pugno sul tavolo.

Certe tragedie italiane accadono e prosperano nel silenzio complice di ognuno dei suoi cittadini.

Che da partecipi del bene comune divengono isole marce, testimoni di un atroce processo di disgregazione dello stato.

Non può esserci, infatti, nessuno stato senza uno degli elementi principali che lo compongono: sovranità, territorio, popolo.

E noi, oggi in Italia non abbiamo popolo ma solo un’informe massa indistinta.

Ci obnubiliamo con libri melensi, senza etica, senza responsabilità.

Con programmi annichilenti il pensiero.

Con TG millantatori e creatori di un mondo distopico in cui i veri spauracchi sono i nuovi mostri, sono sempre l’altro, l’islamico, il cinese, il bracconiere.

Tutto questo per distogliere lo sguardo sulle nostre penose mancanze.

Ci stordiamo di vizi, ma sfuggiamo le virtù.

Ci diamo al piacevole oblio dei pettegolezzi; mai come oggi il gossip ci invade, mai come oggi le notizie false ci inebriano i sensi. Cosi da distogliere gli occhi rei di troppa colpa, sugli orrori della nostra politica o della nostra economia.

Ecco che ci accaniamo sul reality, sulle beghe finte dei politici che litigano come patetici attori di una commedia dell’arte che sa di stantio, reiterando un mondo in cui bene e male sembrano duellare, ma in realtà alla fine della farsa, si abbracciano sfiniti, sussurrandosi serafici “pure stavolta li abbiamo gabbati”.

Io non sono nessuno.

Non sono né influencer e dio me ne scampi.

Volervi rendere tutti idioti salendo sul piedistallo per manipolarvi sarebbe la morte della mia anima eterna.

E l’anima l’unica cosa che ho.

Non sono un’attivista.

Per esserlo dovrei scordare l’uomo a favore del sabato, diventare ossessionata e farmi guidare dal leader di turno, dalla pantomima del giorno divenendo inconsapevole burattino del sistema.

Sono solo un’eterna illusa, idealista, che tenta di non perdere il suo unico amico, la coscienza.

Sono dotata di una semplice penna, senza onore e senza gloria.

E ho deciso di non stare inerme a ballare la danza del Re di turno, quello che dal trono sentenzia il nostro ritmo, e scegliere di non stare in silenzio. E pertanto decido consapevolmente di dare voce non alle mie umili parole, frasi fatte, per non unirmi al coro dei morti viventi che invadono oggi i nostri spazi.

Ma dare voce alla forza del libro, una forza catartica, uno schiaffo al volto alla nostra idiozia, alla complicità di tutti coloro che accettano seppur con un forte senso di colpa, il sistema che ci costringe:

Noi dobbiamo scegliere se lavorare e morire di cancro o essere disoccupati e morire di fame. L’aria è appestata, il rosa del ferro colora le case, gli indumenti, tutto!

Un paese civile non usa l’economia come un ricatto.

Non fa i soldi sulla pelle dei bambini e dei componenti del suo stesso patto costitutivo, la sua origine, il suo scopo, la sua stessa essenza.

Un paese civile non costringe mai il suo componente, l’altra parte di se a scegliere.

Perché sa che ogni filo spezzato spezza l’intero arazzo.

Un paese civile non gode nel lusso mentre i suoi figli muoiono.

Un paese civile non sceglie la morte, perché nasce per garantire la vita. Un paese civile, anzi uno stato che nasce per garantire i bisogni di vita non solo di sopravvivenza di ogni persona, per garantire l’armonica cooperazione di soggetti che da lupi affamati, divengono uomini capace di cooperare, non permette che il soddisfacimento degli stessi diventi morte.

Un paese civile non vive di sensi di colpa e non si imbottisce di eccessi per attutirlo.

Un paese civile non concepisce una città:

stuprata da pirati che vivono e ammucchiano altrove i frutti delle loro scorrerie.

Un paese civile non elegge come rappresentanti depositari del potere del popolo:

imbarcazioni che battono la bandiera con il teschio e le tibie incrociate non vengono d’oltremare, ma dai centri di potere.

Un paese civile non sotterra la testa sotto la sabbia di ombra bruciata, lasciando morti lungo il cammino.

capisce di aver vissuto in una bolla, senza avere la

minima idea di cosa significhi perdere una persona. Perderla in un modo atroce.

Un paese civile forma persone che con orgoglio e fierezza rispettano l’altrui dolore e scelgono:

Ciascuno nel suo piccolo, dovremmo tutti andare avanti con fiducia e soprattutto dovremmo cambiare il mondo con gesti concreti. Lo dobbiamo fare per lui e per tutti i bambini di questa città dimenticata dallo Stato.»

Allo stato ho sempre creduto.

Ho creduto alla necessità del patto con cui il cittadino, ossia la massa convertita tramite l’acquisizione della coscienza dei diritti come dei doveri, della responsabilità a una vita dignitosa senza affanni e senza sopraffazioni, decide di unirsi e puntare i propri occhi verso l’orizzonte della libertà.

Non importa di che colore esso sia.

Che decide di tutelare la proprietà privata, ma sa quando cederla per il bene comune.

Io credo allo stato che protegge i suoi componenti e consapevole di questa sua funzione non domina e coopera con altri stati, con lo stesso obiettivo.

Io credo ancora allo stato che usa le fabbriche e l’economia non per arricchirsi ma per far prosperare tutti, non solo i pirati.

Credo nello stato che non fa patti scellerati con essi ma li combatte, e se riesce li redime reintroducendoli nel loro territorio.

Credo nello stato.

Che non si azzarda a :

Chi mi sfama, mi ammazza in silenzio, nel placido assenso generale. Tutti si fanno i soldi, con il nostro acciaio e sulla nostra pelle.»

Io credo nella descrizione hobbesiana che vuole creare persone dai soggetti indefiniti e nebulosi nutrendo l’altro lupo, quello che non ringhia ma ulula felice alla luna.

Io credo nella cooperazione necessaria, laddove:

Ognuno di noi fa qualcosa, se ciascuno di noi non starà fermo a guardare il proprio orticello, beh, forse chi ha perso qualcuno si sentirà meno solo. Insieme il dolore è più sopportabile»

Io credo anche sei corvi che volteggiano attorno al re di turno mi deridono, e mostrano scene raccapriccianti di malati, e idealisti sacrificati sull’altare di Mammona.

Credo e uso questo libro come scudo contro tutti voi che siete solo complici di questo disastro, voi che non agite ma vi sentite speciali solo per una condivisione di un post, solo per una strana scelta alimentare, solo per un becerare inconsulto sul web.

Voi che in fondo siete lassisti ogni volta che date alla luce un libro che addormenta, che non educa, che inneggia il sistema che ci distrugge. Perché un libro è qualcosa di diverso da un mero svago finto emozionale. I libri devono far emergere rabbia utile, indignazione e azione:

Oggi un libro può fare la funzione della torre: trasmettere il grido, suscitare volontà di difesa e forza di riscatto. Come si legge in una delle pagine: quell’area maledetta un giorno sarà trasformata in parco giochi. Non ho misurato la temperatura corporea, prima di leggere. Al termine so lo stesso ch’è aumentata, segno che l’organismo ha alzato le sue difese e ha deciso di battersi.

Erri De Luca

Grazie Valentina Nucci, perché leggendo te i miei occhi sfavillano e la mia penna continua a urlare.

Ho solo la penna come arma.

E continuerò a imbracciarla come un fucile

 

 

“L’occhio sinistro di dio” di Massimiliano Zorzi, Le Mezzelane editrice. A cura di Alessandra Micheli

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Una volta finito il libro ho sentito la profonda esigenza di scrivere.

Credo di aver provato la stessa ansia di Zorzi, quando ha deciso di mettere per iscritto non solo la sua esperienza ma di fissare su carta cosa ha appreso durante il suo sofferto tragitto.

Un mondo dominato da una “morale” oscura, simbolo di come questa parola sia legata non solo ai tempi ( si parla infatti di morale vittoriana, di morale cristiana etc) ma alle esigenze della cultura dominante, quella che deciderà il significato di parole come onore, rispetto, giustizia e verità.

E cosi, non solo per rispetto al pregevole autore ma soprattutto per te mio lettore, mi unisco la coro intonato da Zorzi.

Per te noi ci impegniamo, tu che nei libri cerchi le risposte, cerchi un empatia profonda e cerchi forse il senso da dare alla tua vita.

E so che in questa faticosa cerca si possano incontrare prodi cavalieri, fate benevole ma anche maligne creature dell’oscurità.

E non di quella che reputo indispensabile e benevola, ma quella che implica l’assenza totale di luce.

E sappiamo benissimo sia noi scienziati che voi gente comune (ma come può essere comune l’uomo?) che senza la luce la vita non è possibile. Senza la luce non esisterono nemmeno ombre ma soltanto un vuoto assoluto.

Senza la luce che ci spinge a viaggiare nell’antro tenebroso di una caverna il cammino è infausto e senza senso.

Senza la luce non siamo altro che..nulla.

E non il nulla da cui tutto si crea, ma quello immobile.

E anche l’immobilità è assenza totale di vita.

So che molti cercano un significato profondo nella loro esperienza umana.

Altri cercano di trascenderla, di superare la mortalità orripilante, le fragilità, il sentirsi infinitesimamente piccoli.

Cercano di dominare, di manipolare la realtà attraverso la magia. Cercano la via per giungere alla conoscenza suprema.

Cercano e si scontrano con le voci seduttive dell’esoterismo.

Io vi dico non ascoltate quelle voci.

Esse sono soltanto lamenti di chi si sente privato della luminosità originari, dall’energia che tutto crea e tutto trasforma, quella in cui non esiste distruzione ma solo cambiamento.

Secondo i tanti troppi studiosi, ognuno sicuro di possedere la verità assoluta, esistono due vie per la conoscenza.

La destra intesa come sentiero positivo, e la via sinistra ossia la libertà istintuale senza controllo.

Vi troverete a essere dilaniati dagli adepti ossessionati di entrambi gli schieramenti come se foste su un campi di calcio.

Ognuno sicuro che sia una sola strada per raggiungere l’eterno.

Ma nessuno risponde a questa domanda: l’eterno vuole farsi raggiungere?

Ma soprattutto cos’è quest’eterno di cui tanto si blatera?

È dio?

Una forma di dio?

È il pensiero?

È la possibilità di realizzare i desideri senza limiti?

È la libertà assoluta al di la del bene e del male?

La via sinistra è Satana?

Tutte domande lecite, ma tutte poste nella modalità sbagliata poiché presuppongono una divisione che, nel campo spirituale cosi come in quello fisico non sono possibili.

Sapete che la vita non si può sezionare?

Se io estraggo un organo da un corpo esso non è affatto vivo. Se io tolgo una foglia da un albero essa si secca.

Se io prendo un pezzo di tronco non avrò mai l’intero albero.

Se io prendo una goccia di acqua non avrò ma il mare.

E cosi le emozioni umane.

Se io estraggo solo un elemento del mio composito cervello, non avrò altro che una visione parziale e morente dell’organismo vivente.

Ecco il vero segreto che possiamo noi mortali tenere tra le mani: vivente.

Vita.

E tutto ciò che è vita parla a noi attraverso la musica della scienza come: cooperazione.

Unione, monismo, complessità, struttura, interconnessione.

Il libro di Zorzi non fa altro che raccontare il tentativo dell’uomo di capire perché è sulla terra.

Di reagire alla cosiddetta morte, al dolore, al marciume.

Un po’ l’ansia del buon Leopardi che nella natura non vedeva altro che segni di decadimento: foglie marcite, insetti schiacciati e divorati. Fiori avvizzire in terra.

Eppure…la visione parziale, pessimista, ricca di frustrazione, incapace di cogliere le sfumature si scorda che dal imputridire della foglia si ottiene la terra su cui nuova vita germoglierà. Il fiore da il seme. L’Insetto morente nutre i piccoli usignoli che a loro volta nutriranno altri esseri…e cosi via nella meravigliosa catena chiamata esistenza.

Lo stesso Dio è soltanto un insegnamento di storia naturale: sai tu quanto figliano le camozze?

Conti tu i mesi del parto delle cerve?

È simile a un orologio permanentemente in grado si scandire i tempi di un infinito strabiliante ciclo.

Ma se la nostra visuale si limita a cogliere solo una parte del miracolo vita, ecco che tutto si appare ingiusto, orribile, frustrante, degno di una rabbiosa nemesi.

E quello che noi tentiamo di combattere diviene il nostro stesso carnefice.

Perché ogni volta che ci allontaniamo dalla rete di legami chiamato vita, diamo spazio a sotto esseri generati dalla nostra psiche relegati nelle regioni ctonie dell’io che distruggono.

Mutilano, Irrompono e divorano ogni nostra energia.

Il protagonista del libro non se ne accorge.

Ma diviene schiavo proprio di quelle entità che gli gnostici chiamavano eggregore.

Ossia insiemi incoerenti di emozioni non nominata, non amate, rifiutate che divorano e si nutrono appunto di energie.

In tutto il libro, si racconta anche se nascosto dal lato scenico della violenza, la parabola gnostica della caduta.

L’impiccato è l’uomo che perde il proprio dio.

Scende a terra e diviene la strada attraverso cui il demiurgo crea un mondo delirante, capace solo di spezzettare l’intero perfetto cosmo. E’ colui che rende il caos non l’elemento primigenio della creazione, ma realtà costante, immutabile dove nulla trova posto e nessuno trova pace. E cosi tutti coloro che si rivolgono alla parte sinistra di dio divengono solo marionette che credono nella brutalità come forza di espressione e rivincita.

Venerano la vendetta come unico mezzo per ristabilire onore e dignità all’uomo.

Nel libro, apparentemente, non c’è assolutamente gloria, onore, bellezza e gioia.

Ma solo vuoto.

Ecco io nella mia stupidità credo che Zorzi ci abbia mostrato in modo crudo e forse portato all’estremo cosa succede semplicemente quando si nutre il lupo feroce.

Tutto diviene preda.

Tutto è basato sulla legge del dominio e della contrapposizione.

Tutto ci porta a raggiungere l’acme di ogni emozione fino a esaurire le proprie forze e divenire pasto per arconti più spauriti di noi.

Perché ci perde se stesso, non ha più nulla.

Non è l’onore che ci rende uomini.

Forse neanche le scelte.

Forse neanche quell’illusione di riparare i torti.

E’ la presenza di quell’essenza che chiamiamo anima, che sovrasta la voce dei demoni e che ci spinge a dire no a ogni seduzione.

A piangere. E sopportare l’umiliazione.

Ma a dire no.

Nonostante le ferite, nonostante l’atrocità della perdita, n uomo vero sa dire no.

Guarda in faccia la tentazione e dice no.

Guarda in faccia il male la possibilità del male e dice no.

Perché cura le ferite con il sole, l’amore, la dolcezza, la nostalgia, la bellezza, il fruscio degli alberi e le lacrime.

Ecco cosa fa di noi uomini. La capacità di amare che plasma il nostro reale cosi come il nostro inconscio.

Allora il volto di dio cambia non esiste né destra ne sinistra.

Esiste solo immensità della vita che concede sempre seconde possibilità siamo noi troppo vigliacchi che ci nutriamo di sangue e macerie.

Che non sappiamo difendere i nostri figli perché non abbiamo un anima che ci sostiene.

Che pensiamo di cambiare il sistema abbracciando i mezzi usati da questa distorta organizzazione sociale.

E cosi anche l’esoterismo non divine altro che l’arma di quel sistema che fintamente vogliamo combattere.

Essere ibero significa semplicemente non avere catene.

Nessuno che ti impone come esserlo.

Nessuno che ti da strade, regole che non accarezzano la tua anima.

E’ la distanze dalla natura, dalla terra, persino dal regno animale.

E’ la mancanza di coscienza dei legami che ci uniscono tutti in una grande meravigliosa rete di interconnessioni.

Prendete il libro di Zorzi come monito.

E cercate non la via sinistra, non la destra, non la magia cerimoniale del caos e di cosa vi spacceranno di esoterico.

Trovate il vostro dentro e creata da soli, attraverso i sogni, la vostra strada.

Anche attraverso la perdita atroce e devastante.

Perchè nei tarocchi, l’impiccato è al tempo stesso l’uomo che, sacrificando la sua carnalità, i suoi bisogni, tutto se stesso è capace di modificare questo pazzo, oscuro disegno.

E’ colui che perde per poter riacquistare.

Colui che erra per poter imparare.

Colui che perde tutto per poter guadagnare qualcosa di nuovo.

E soltanto piangendo la strada perduta, scendendo in fondo all’abisso di perdizione, è possibile osservare le stelle e disegnare il proprio universo con costellazioni luccicanti.

Magari la vostra nuova strada non sarà tutta unicorni e arcobaleni.

Magari sarà ombrosa o luccicante come la città di smeraldo della buona Dorothy.

L’unica era magia è quella della vostra mente.

Disciplinatela.

L’unico vero Dio è il vostro cuore, non laceratelo.

 

Grazie al blog The dirty Club of the book per la grande opportunità. Ecco a voi la recensione di una grande autrice Mary Shelley “Mathilda”, Darcy editore. A cura di Alessandra Micheli, Traduzione a cura di Alessandranna D’Auria (Fonte https://thedirtyclubofbooks.it/mathilda-di-mary-shelley/ )

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Certi autori vengono definiti eterni proprio perché capaci di fissare su carta emozioni, sensazioni e accadimenti che riguarderanno, bene o male tutti noi a prescindere dal secolo, dalla diversa società e dalle differenze culturali.

I classici non sono altro che meravigliosi specchi per trovare noi stessi, appuntare le verità morali e etiche, affrontare i difficili e ingarbugliati nodi della nostra società cosi solitaria e sopratutto comprendere cosa distingue e cosa rende un libro un capolavoro.

La Darcy editore lo sa benissimo e decide di regalarci ogni volta piccole indispensabili chicche letterarie che possono servire ai lettori a ricordare un senso della bellezza ormai perduto dalla troppa pubblicità e dal consumismo esasperato che divora anche il mondo letterario, e all’autore che spesso si perde preda di mille voci contraddittorie che tentano di educarne il gusto, di livellare gli stili e di offuscare la voce tonante di signora fantasia.

Eppure è solo quella capace di portarci attraverso differenti piani esistenziali, in quel regno delle idee in cui ritroviamo i semi che, un giorno felice, diventeranno libri.

Quello che mi accingo a recensire è un testo “perduto” e dimenticato della grande Mary Shelley conosciuta ( spero) per il capolavoro horror di Frankstein.

Un libro molto contraddittorio, un libro a tratti scabroso dai temi arditi e moderni, capaci di scioccare per la “brutalità” dello stile le menti venate di perbenismo della buona società vittortiana.

Con Mathilda Mary continua la sua innovativa opera letteraria proponendo con una grazia venata di una certa propensione alle atmosfere tenebrose, un tema infuocato e quasi assurdo ritrovare in quell’epoca cosi apparentemente chiusa ossia l’incesto.

Un amore malato che turba gli animi quello descritto con immagini forti, tratte da scenari naturali che sembrano seguire perfettamente i moti animici della protagonista, individuo assetato di amore, incolpevole eppure cosi fragile da caricarsi di una inesistente responsabilità verso il pernicioso corso degli eventi che la magia dello stile della
Shelley ci mostra in tutta la sua affranta crudezza.

Partecipi di un dolore che oggi reputiamo assurdo, come se il diritto di essere amato, conosciuto, rispettato e protetto dai propri genitori fosse un lusso concesso solo un sogno ai rampolli delle famiglie perbene.

Ecco che lungi dal considerare responsabile della pazzia il padre, reo di considerarla solo immagine sfuocata di un amore lontano e cosi illusorio, Mathilda diventa essa stessa, perché educata cosi, il capro espiatorio del declino folle di un uomo che ha accettato ogni dono della vita come dovuto, fino a perdersi in strane e assurde congetture.

Colpe inesistenti dunque, legate però alla concezione dell’epoca e forse della nostra, del suo sesso.

Lei donna, lei animo romantico e passionale, troppo per quei tempi cosi costretti cosi improntati a un perbenismo di facciata, che riversa su un padre assente e profondamente egoico ogni sua afflato di tenerezza.

Ed è questa la sua colpa: l’eccesso di tenerezza considerata la somma tentazione per un uomo fintamente perbene che tende a nascondersi e nascondere le use pulsioni più oscure.

Ecco che la fanciulla, cosi evanescente sulla carta da sembrare un ombraessa stessa, concepisce il suo bisogno di amore non come un diritto, ma come un mero regalo del destino, beffardo e crudele che dietro il paradiso nasconde spade acuminate. Una felicità quindi non considerata dovere e diritto, ma concessione compassionevole.

Come se Mathilda non fosse “umana”

Mathilda è un anima angosciata perché come spiega perfettamente ai suoi ascoltatori attoniti:

Quasi dall’infanzia sono stata privata di tutte le testimonianze di affetto che i bambini generalmente ricevono. Ho dovuto contare interamente sulle mie risorse, e ho gioito di ciò che potrei quasi chiamare piaceri innaturali, perché erano sogni e non realtà. La terra era per me una magica lanterna e io un’osservatrice e un’ascoltatrice ma non attrice;

Una bambina non cresciuta, con l’anima marchiata a fuoco dal con impronta del dolore, della colpa, rea di aver pagato la sua vita con la morte della madre adorata e idealizzata come donna perfetta.

Eppure è la sua bambina che si fa strada con vagiti forti e con un mondo interiore ricco e variegato che però, ahimè resta non compiuto che la rese poco avvezza ai fatti umani naturali e “normali” e più vicina a un regno delle ombre che l’epilogo sembra restituirle pietoso:

Non mi avete mai considerata parte di questo mondo, ma piuttosto un essere, che per una penitenza è stato inviato dal Regno delle Ombre e che trascorresse alcuni giorni piangendo sulla terra desiderosa di tornare nella sua patria natia

Mathilda non è stata mia considerata una persona.

E’ sempre stata educata all’invisibilità, a scomparire lentamente giorno dopo giorno, fino all’attimo in cui ha compreso che neanche per l’amato padre era soggetto quanto piuttosto ricordo, soggetto vano e lontano di rimpianti dolorosi.

E cosi Mathilda non è mai stata davvero viva perché nessuno si è mai preso la briga di farla nascere davvero. Perché per essere una bambina, una donna ha bisogno di concretezza, non solo di ideali e di idee.

Non solo di immaginari scenari.

Le idee dolorose e lievi come il vento hanno bisogno di movimento e di azione per non perdersi nel vento.

In questo libro Woodville rappresenta la concretezza che a Matilde manca. Rappresenta l’umo che dal dolore impara, e lo rende uno stimolo per migliorare la vita di chi come lui è stato toccato dalle sue gelide dita.

Ecco che forse ho l’ardire di asserire che Mathilda non è altro che il simbolo di una femminilità distrutta e annullata da una perniciosa mancanza di rispetto, quello che si deve non solo alla sua natura idealizzata ma alla materialità di un essere che prima di essere spirituale, evanescente, dolce angelo del focolare, consolazione degli afflitti è carne e sangue impegno e personalità.

Anche scomoda anche infarcita di elementi meno paradisiaci.

Ancora una volta un autore classico, con quella dicitura che sa quasi di sdegnoso disinteresse, ci dimostra di essere non solo più maturo intellettualmente di noi, ma anche il coraggio di andare laddove anche gli angeli esitano.

Intervista di Alessia Mocci a Claudio Alvigini: vi presentiamo il saggio L’inconcepibile esercizio (Fonte http://oubliettemagazine.com/2019/07/17/intervista-di-alessia-mocci-a-claudio-alvigini-vi-presentiamo-il-saggio-linconcepibile-esercizio/)

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“L’attaccamento alla legge del padre Platone o del padre Aristotele o del padre Tolomeo degli intellettuali di allora divenne sempre più forte. Essi, infatti, temevano che, perdendo ciò in cui loro, la chiesa e tutti, credevano, avrebbero perso il loro potere e quindi… anche la loro privilegiata posizione di assistiti e beneficiati dal signore di turno. Forse un pensiero sul perché ci sia voluto tanto tempo per scardinare il mondo di Tolomeo, può condurci a qualche considerazione su Colombo e sulla scoperta delle Americhe.”

– Claudio Alvigini

 

Nel mese di luglio 2019 la casa editrice Macabor Editore ha pubblicato, per la collana Noisette, il saggio “L’inconcepibile esercizio” di Claudio Alvigini.

 

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L’autore è nato in Svizzera ma ha vissuto a Palermo, Pozzuoli e Roma. Giovanissimo ha iniziato la sua carriera aeronautica come pilota civile dell’Alitalia e per svariati anni è stato comandante di Boeing 747.

L’adolescenza in Sicilia ha fortemente segnato le prime prove letterarie di Claudio e si può constatare l’ininterrotta attività che ha visto i primi frutti nel 1997 proprio con il saggio “L’inconcepibile esercizio” edito nella rivista di psicoterapia e psichiatria “Il sogno della farfalla”.

Successiva di un anno, nel 1998, è uscita la sua prima silloge poetica “Visita in città” con Nuove Edizioni Romane, nel 2002 per Edizioni La camera verde è uscita “La casa sol terrazzo”, nel 2005 “Ulàn Batòr” per Edizioni Helicon, nel 2007 “Trafficante di colori” per Edizioni LietoColle, nel 2012 “Il principio di non contraddizione” per Manni Editore, e nel 2018 con Macabor Editore il romanzo “Il Capitano di Bastur”.

 

 

A.M.: Salve Claudio, sono lieta di questo nuovo incontro. Nel 2018, in una nostra intervista, hai parlato di un possibile ritorno alla poesia ed invece ti ritrovo con una pubblicazione di un saggio filosofico. “L’inconcepibile esercizio” è stato, infatti, pubblicato per la prima volta nel 1997, perché hai deciso di riprendere in mano il lavoro?

Claudio Alvigini: Cara Alessia, intanto permettimi di ricambiare, anch’io sono lieto di questo nuovo incontro, il ricordo delle tue belle domande su “Il capitano di Bastur” edito da Macabor, è ancora vivissimo. Mi chiedi perché ho deciso di riprendere in mano un lavoro di più di 20 anni fa. Era uscito, infatti, nel 1997, nobilitato dall’accoglienza nelle belle pagine della raffinata rivista di psicoterapia e psichiatria “Il sogno della farfalla” che si avvaleva allora come oggi dell’elaborazione teorica di Massimo Fagioli. Mi chiedi come venne quel titolo che, anche a distanza di anni, continua a piacermi assai. Fu un giorno lontano, un decollo assai mattutino da Addis Abeba; ricordo uno strato compatto e uniforme di nubi che si stendeva a perdita d’occhio. Una smisurata coperta immobile e sospesa a poche decine di metri da terra, pronta a posarvisi da un momento all’altro, non so se per difenderla così dal freddo del mattino o per… soffocarla. C’era quel tanto di visibilità orizzontale che consentiva il decollo. Iniziammo così la nostra corsa sulla pista, con, sulla testa quel tappeto volante e senza fine di nubi che schiacciava la terra… a terra. Ed ecco, un attimo dopo la rotazione, giusto quel mezzo secondo necessario ad attraversare in accelerazione quello strato e ci trovammo proiettati, sbucammo, irrompemmo in un delirio di luce e di sole. E il nostro giorno (il nostro destino?) cambiò. Sulla terra sotto di noi e su coloro che su di essa si aggiravano, rimase quella buia incombente coperta, la loro giornata non cambiò, non so del loro destino… Pensai all’assurdità dell’esercizio del volo e forse fu proprio allora che il termine “inconcepibile” cominciò a farsi strada in me. All’Inconcepibile esercizio ero e sono legatissimo; con esso, infatti, tentai di penetrare il centro nascosto, il cuore segreto di quello che per anni e anni è stato il mio mestiere e che, pensavo, “sentivo” non essere stato ancora sufficientemente e correttamente “indagato”. Tieni presente poi che “L’inconcepibile” è stato anche il mio primo lavoro pubblicato. Dunque amore grande. L’idea di scrivere sul volo l’avevo in mente da tempo; la spinta definitiva mi venne da un fortuito colloquio con Massimo Fagioli. Si parlò del volo mi chiese qualcosa. Poi buttò lì una di quelle sue apparentemente semplici quanto geniali e definitive frasi… “Vedi”, mi disse, “il problema del volo è che è disumano…” Testuale. Rimasi allo stesso tempo fulminato e illuminato. Mi aveva suggerito la strada, avevo finalmente in mano il bandolo della matassa.

Come dicevo, a mo’ di bella addormentata nel bosco, l’Inconcepibile dormiva un sonno profondo e apparentemente definitivo; nessun principe nei dintorni che potesse risvegliarlo. Accadde che, in occasione della prima presentazione in Calabria de “Il Capitano di Bastur”, m’incontrai con Bonifacio Vincenzi e gli consegnai una copia dei miei lavori precedenti, poesie, racconti e questo lavoro su cui mi intervisti. Gli editori, si sa, sono molto occupati e Bonifacio non fa eccezione alla regola, anzi! Poi un giorno, per chissà quale fortunata combinazione astrale, ha avuto il tempo e la curiosità di leggere il lavoro in questione (anche se, te lo posso confessare, aspetto ancora che legga il resto…). Come lui stesso mi ha confessato, ne restò molto colpito e mi disse subito che lo avrebbe pubblicato con entusiasmo nella preziosa collana di saggi “Noisette” della Macabor. Dunque, cara Alessia io non ho deciso nulla, ho solo risposto all’entusiasmo di Bonifacio. E, permettimi di dirlo, è stato il modo migliore di rimettere mano a quel lavoro, il modo più auspicabile, rispondere all’interesse sincero di qualcuno, all’entusiasmo… giovanile di Bonifacio. (Dovendo lui, nello specifico del mio esempio, rappresentare il principe che sveglia la bella addormentata dal suo invincibile sonno, il termine “giovanile” mi sembra più che mai adatto… Lui mi perdonerà − spero −). Sapevo che quel vecchio lavoro aveva una sua originalità, sapevo quanto mi era costato e che anche in esso, come ne “Il Capitano di Bastur” c’era una spremuta di vita ma, sinceramente, pensavo che nulla avrebbe potuto interromper il suo sonno. Puoi dunque immaginare con che gioia abbia accettato la proposta di Bonifacio; una conferma del mio rapporto con lui, un rapporto che, fino ad ora e facendo i debiti scongiuri, confermo essere quello ideale che ciascun autore sogna di avere con il proprio editore. Ho naturalmente apportato diversi cambiamenti al testo, non tanto nella sua sostanza, che rimane la stessa, quanto nella forma utilizzata: le note, che erano tantissime e avevano la stessa dignità del testo e che, nella versione originale e grazie alle dimensioni della rivista stavano a fondo pagina, sono entrate a far parte, con piccoli accorgimenti, del testo. E qui, un grazie di cuore va all’amico Pietro de Simoni per avermelo suggerito. Come un grazie sincero va all’amico Carmelo D’Angelo per le infinite riletture cui lo ho sottoposto. È stata un’emozione anche per me rileggerlo, ricordare le fatiche e le ricerche, le varie biblioteche visitate e i miei stati d’animo di allora, in primis la grande emozione che la scoperta della straordinaria storia del sarto di Ulm mi procurò e che divenne lo snodo centrale di tutta la narrazione. La storia del sarto impone all’Inconcepibile una decisa accelerazione, uno slancio immaginifico e bello come immaginifico e bello fu il sogno di Albrecth Ludwig Berblinger (questo era il nome del sarto), la sua “follia”: il volo umano!

A.M.: La dedica del saggio recita: “Vi sono stati in tutti i tempi dei grandi ingegni/ che hanno avuto questa pazzia in capo”. Di chi è la citazione?

Claudio Alvigini: La citazione è di Carlo Moretti, abate e bibliotecario all’Ambrosiana di Milano cui era affidato il delicato incarico di custodire e preservare i libri Sul volo di Leonardo da Vinci. Quelle sue parole mi sembrarono il modo migliore di iniziare il lavoro. Siamo negli anni ‘80 del 1700. È stata una delle tante felici scoperte dei due e più anni di lavoro per preparare L’inconcepibile e che mi hanno visto peregrinare tra le biblioteche di mezza Italia e anche all’estero. Profittavo degli scali dei miei voli e, se avevo un giorno libero o anche mezza giornata, spendevo quel tempo nelle locali biblioteche cercando materiali per l’Inconcepibile. All’Ambrosiana di Milano, fondata dal Borromeo nel 1607 e che è stata la prima biblioteca pubblica italiana, ho fatto questa scoperta (sono passati molti anni e spero di non sbagliarmi e di ricordare bene), è lì che si trova anche il Codice Atlantico di Leonardo, meraviglia difficilissima da consultare e da me utilizzata nell’Inconcepibile. Molte ricerche le ho fatte (e molte cose le ho trovate) nella biblioteca nazionale di Roma, ma stranamente un libretto Feltrinelli del 1991, Leonardo l’uomo e la natura, a cura di M. De Micheli, si è rivelato preziosissimo, direi fondamentale. Libretto che − intuizione non cosciente? − mi regalò allora mia figlia Elda, del tutto ignara di ciò cui stavo lavorando.

A.M.: Come ben scrivi nel saggio, i tentativi umani di volare sono documentati dal Medioevo ma scorrendo nella mitologia greca si deve forzatamente passare da Dedalo e da suo figlio Icaro. Perché l’uomo, ribellandosi al peso del corpo, guarda in alto e si ingegna per alzarsi in volo?

Claudio Alvigini: Forse perché l’uomo, come dice Fagioli, appartiene a “… una specie animale che ha per sorte una fantasia, ha per sorte un’intuizione e una conoscenza della propria soggettività precaria, della propria corsa verso la morte…” Perché c’è sempre un oltre, Alessia, c’è sempre un nuovo viaggio, nuovi rapporti, nuove conoscenze; si può sempre fare di più e fare meglio, correggere gli errori di navigazione della vita e dirigersi verso terre, o cieli, che mai avremmo creduto di poter raggiungere. Il volo è libertà totale e forse eccessiva, esercizio… inconcepibile e misterioso, atto empio, acquisizione superba di una dimensione che non attiene all’uomo, alla sua antropologia, furto agli dei. È “disumano”, appunto. Ed è stato solo l’uomo a ribellarsi al peso del corpo, non gli animali (sì, sì, è vero, gli uccelli volano ma è la loro condizione naturale…). Perché, se è vero che l’uomo ha mille limiti − a partire dal peso del corpo per arrivare alla finitezza della vita − la sua curiosità, la sua ansia di sapere, la sua fantasia non ne hanno. Naturalmente qui ci riferiamo a quei pochi che, con il loro coraggio, hanno di volta in volta rifiutato il sapere attuale, hanno infranto le regole, rivoluzionato il pensiero, Copernico, Giordano Bruno, Leonardo, Einstein cioè, Fagioli in epoca più recente. Certo, come quest’ultimo dice, schierarsi contro la cultura dominante, rifiutare i maestri del pensiero… richiede indubbiamente coraggio…

A.M.: Impeccabile il passaggio da Claudio Tolomeo a Niccolò Copernico passando per il “De Rerum Natura” di Lucrezio: “L’animo infatti richiede di conoscere a pieno, essendo infinito lo spazio oltre i muri del mondo, cosa esista lassù, dove intenda scrutare la mente, dove il libero balzo dell’animo voli spontaneo”. Perché per più di tredici secoli non si è riusciti a riesumare le teorie del filosofo Aristarco di Samo?

Claudio Alvigini: La domanda è molto interessante, c’è proprio da chiedersi perché è passato così tanto tempo e, contemporaneamente, come fu che Aristarco, che tu opportunamente citi, in un tempo così remoto seppe spingersi così lontano, essere così moderno. Forse mi sbaglio, forse, per quel che riguarda il pensiero dell’uomo, attribuisco troppa influenza (negativa) alla religione, ma un pensierino su politeismo e monoteismo lo farei. Aristarco fiorisce nel terzo secolo a. C. C’erano gli dei burloni e vendicativi, Eolo cacciava fuori i venti dai suoi otri, Giove scagliava saette e seduceva giovani donne, Giunone ce l’aveva a morte con Enea e aiutava Ulisse. Ma, nell’ingenuità della rappresentazione antropomorfa, tutti quei dei lasciavano l’uomo un po’ più libero, ognuno adorava quello che voleva o gli era più simpatico; nella Roma imperiale convivevano culti diversissimi, orientali, dell’Egitto, portati da terre lontane dai soldati che tornavano. Una grande tolleranza tra questa miriade di rappresentazioni e, credo, un’aria più leggera. Tanto leggera che permise ai presocratici, con l’acqua, il fuoco, l’aria, la terra di cercare oltre quegli stessi dei… Poi ci fu Costantino (mi si perdoni la brutale sintesi), la religione cristiana fu prima accettata poi nel 380, con Teodosio, divenne religione di stato. Nacque il dio unico, il monoteismo. E qui non c’è lo spazio per discuterne, ma un dio unico, al di là della benevola − almeno a parole − comprensione e pacifica convivenza, porta con sé l’idea, tanto nascosta quanto profonda, che solo esso, essendo l’unico, è quello giusto e vero; gli altri no. Con tutte le tragiche conseguenze cui nella Storia e, purtroppo, anche nella nostra epoca assistiamo… Poi, certo, mettiamoci anche il buio della caduta dell’Impero, le invasioni dei “Barbari”, i saccheggi e le distruzioni e poi l’anno mille, l’attesa della fine del mondo. Le eclissi che sconvolgevano e generavano angosce profonde, le malattie, la peste e la sifilide… L’attaccamento alla legge del padre Platone o del padre Aristotele o del padre Tolomeo degli intellettuali di allora divenne sempre più forte. Essi, infatti, temevano che, perdendo ciò in cui loro, la chiesa e tutti, credevano, avrebbero perso il loro potere e quindi… anche la loro privilegiata posizione di assistiti e beneficiati dal signore di turno. Forse un pensiero sul perché ci sia voluto tanto tempo per scardinare il mondo di Tolomeo, può condurci a qualche considerazione su Colombo e sulla scoperta delle Americhe. Fagioli osservava che una dilatazione così clamorosa e lacerante dello spazio fisico, dello spazio esterno, costrinse l’uomo a dilatare il proprio spazio interiore, ad avere un animo più ampio che potesse contenere la nuova immagine del mondo che le scoperte della navigazione marittima imponevano. I tempi grossomodo coincidono, Leonardo fa i suoi studi sul volo intorno al 1505, Copernico elabora le sue teorie nei primi del 500 e comincia ad esporle nel 1515, l’America era stata scoperta, l’immagine del mondo aveva già, come dire, rotto gli argini…

A.M.: “La luna densa e grave, come sta la luna?”

Claudio Alvigini: La luna pesante e compatta come fa a reggersi? Come mai, assieme agli astri e alle stelle non precipita sul capo dell’uomo annientando ogni cosa? È la bellissima domanda che si poneva Leonardo ed è, secondo una geniale interpretazione di cui nell’Inconcepibile dò conto, il riecheggiamento, nella maturità, delle immagini del bambino Leonardo sdraiato sulla culla in quelle calme, dense e limpide notti d’estate, col viso rivolto al cielo, ad osservare… (Leonardo passò in campagna il primo lustro di vita). Poi c’è il fascino e lo sgomento che la luna, piazzata lassù, apparentemente a portata di mano, bianca e fredda ha sempre esercitato ed esercita sull’uomo, c’è Leopardi e… c’è Armstrong, il comandante Armstrong che, primo uomo nella Storia, calca il suolo lunare.

A.M.: Il 20 luglio 1969 è la fatidica data dell’allunaggio ad opera di Neil Armstrong. Ma già dal 1976 si è iniziato a parlare di un finto atterraggio sulla Luna da parte degli americani. Il primo che ne parlò fu Bill Kaysing nell’opuscolo autopubblicato “We Never Went to the Moon”. Perché, secondo te, la teoria del complotto ha avuto così tanto successo sino ad arrivare ai nostri giorni?

Claudio Alvigini: Ed eccoci al 20 luglio del 1969, l’uomo mette piede sulla luna. Domando che sembra spezzata in due questa, dalla data fatidica si passa subito alla contestazione dell’evento, al finto allunaggio, al complotto. Non credo che la teoria del complotto abbia avuto poi tanto successo in questo caso, non credo cioè che sia così diffusa; alcuni la sostengono, ne parlano, ci fu anche un film mi pare. Io ho letto molto sul programma di conquista dello spazio, sull’addestramento degli astronauti, sulla conquista della luna, sul “dopo” delle loro imprese. Conosco molti aneddoti. Potrebbe essere interessante, dopo aver parlato del sarto di Ulm, parlare del… barbiere di Armstrong. Il comandante si accorse che quando gli tagliava i capelli, il suo barbiere li raccoglieva da una parte con una cura eccessiva che lo insospettì. Scoprì poi che li metteva in certi vasetti che vendeva a qualche centinaio di dollari l’uno; erano pur sempre i capelli del primo uomo che era stato sulla luna!… Dovette cambiare barbiere. La moglie racconta che dopo l’allunaggio si sia chiuso in un silenzio lungo tre anni… Un suo sospiro, diceva, era una parola e un suo cenno o una delle rarissime parole che comunque pronunciava, un intero discorso. A proposito, quanti sanno che Armstrong è morto qualche anno fa per una banale operazione di bypass mal condotta? Il primo uomo ad essere stato sulla luna muore per un caso di mala-sanità e nessuno, o pochissimi, ne sanno qualcosa…

Domandi perché si creda al complotto. Non so rispondere con esattezza, ma un’idea ce l’ho e nell’Inconcepibile, tra le righe, è contenuta. Qui potrei accennare brevemente ad un’impresa “eccessiva” per i tempi in cui avvenne, “inconcepibile”, per restare in tema. Dalla quale ci si difende cercando di farla sparire (anche qui la teoria fagioliana mi è di fondamentale aiuto). E quale maniera migliore per ottenere questo scopo di quella rappresentata dal complotto? Quell’impresa era eccessiva? Bene, diciamo allora che fu solo mimata e mai realmente avvenuta, parliamo, scriviamo di un complotto, facciamola sparire. Poi, sai, alcuni credono alle scie cosmiche o come diavolo si chiamano, altri agli extraterrestri che sono già tra noi o che li hanno anche rapiti e con i quali hanno fatto persino dei figli. Infine ci sono quelli che credono che la terra sia piatta, i terrapiattisti, ultimamente alla ribalta. Perché meravigliarsi allora se qualcuno dice che sulla luna non ci siamo mai andati? Io faccio parte di coloro che non credono al complotto, ma una piccola considerazione sul complotto può essere comunque fatta. Da una parte un atteggiamento critico serve, la cosiddetta controinformazione necessaria ed essenziale per non farsi abbindolare da false notizie – argomento questo, grazie ai social e a internet, più attuale che mai – dall’altro la tendenza a vedere complotti d’ogni parte, potrebbe nascondere, sotto insospettabili spoglie, una voglia di conservazione, una forma di opposizione a quanto di nuovo può scardinare il vecchio mondo e il vecchio modo di pensare. Ogni caso comunque, va valutato a parte, non si può generalizzare. Era un complotto dire che la strage di Piazza Fontana era stata causata dagli anarchici, fu allora importantissimo dirlo che era un complotto, rifiutare la falsa verità sparata a nove colonne sui quotidiani. La contro informazione fu, nell’occasione, sacrosanta. Non credo che si possa sostenere lo stesso per quel che riguarda l’allunaggio del ‘69. Del resto si sta programmando un ritorno a breve sulla luna da parte degli americani e forse dei cinesi, ricordo che ci sono un paio di jeep con cui, nelle missioni che seguirono all’Apollo 11, gli astronauti scorrazzavano lassù. False anche quelle? Se saranno ritrovate, assieme alla bandiera che lasciò Armstrong, cosa diranno gli scettici? Senza parlare poi di quelle centinaia di chili di roccia lunare che sono osservabili tutt’oggi e gli infiniti filmati. Ne è stato presentato uno che dicono formidabile e mai visto prima sull’intera impresa, il mese scorso a Zurigo (era presente il quasi novantenne Aldrin, pare più in forma che mai, secondo uomo a calcare il suolo lunare); uscirà a settembre in Italia. C’è poi da considerare l’attenzione spasmodica con cui le reti radar e l’intelligence russa hanno seguito ogni passo della vicenda, se ci fosse stato imbroglio ed inganno vi sarebbero balzati sopra come un sol uomo. Ripensiamo a quegli anni: si era in piena guerra fredda, la Russia, dopo lo Sputnik del 1957 che, volteggiando ben visibile nel cielo americano, si prendeva gioco di un’intera nazione con i suoi beep-beep ad ogni passaggio (circa ogni ora e mezza), dominava la competizione spaziale. Sembrò averla definitivamente vinta con l’impresa del 1961 del ventisettenne Yuri Gagarin, primo uomo in orbita attorno alla terra. L’America doveva rispondere in qualche modo, va tenuto infatti presente che la supremazia nella corsa allo spazio era sinonimo, in quegli anni, di dominio mondiale. Nel 1962, in un celebre discorso, Kennedy, per recuperare il terreno perduto, lanciò il decennio della luna e promise che nei prossimi dieci anni l’America avrebbe portato un uomo sulla luna e lo avrebbe riportato a terra. Partì la più colossale cooperazione tecnico industriale che la storia abbia mai visto. Milioni di contratti, di moduli, di simulatori, costruzione di Hangar giganteschi, selezione tra i migliori piloti americani per scegliere gli astronauti, lo straordinario addestramento cui furono sottoposti, il diario che molti di loro hanno tenuto. Tutti d’accordo nella grande recita? Tutto un bluff?

A.M.: Questa nuova fiducia posta su Macabor Editore è prova di affidabilità della casa editrice?

Claudio Alvigini: O.K., torniamo… sulla Terra. Credo che, in quanto detto nei punti precedenti, sia già contenuta una risposta. Posso aggiungere che siamo di fronte, in questo caso, al rovesciamento delle parti, è l’editore a spingere l’autore, a proporgli la pubblicazione… Altro che affidabilità Alessia! Auguro alla Macabor ogni successo, perché lo merita come nessun altro, perché è una casa editrice che ama ancora il bello, lo cerca e lo stimola. La mia stima e amicizia con Bonifacio, consolidata da interminabili telefonate tra Lisbona e Francavilla Marittima (in genere lo colgo mentre sta cucinando e gli faccio bruciare tutto…) è oramai consolidata, la passione con cui fa il suo lavoro, il suo disinteresse, mi fanno pensare che anche oggi, nonostante si cerchi solo il danaro ed il successo a poco prezzo e con poca fatica, sia possibile fare bene le cose in cui si crede, seguire la propria strada infischiandosene di dove vanno gli altri, perseguire la propria idea, il proprio sogno, proprio come fece il sarto di Ulm. E, a proposito del sarto, l’entusiasmo di Bonifacio per questa dimenticata eppur storica figura è stato tale che ha deciso di dare alla rivista di poesia che si appresta a pubblicare (e questa è una vera anticipazione!) proprio questo nome: Il sarto di Ulm.

A.M.: Hai già il programma delle presentazioni estive de “L’inconcepibile esercizio”?

Claudio Alvigini: La pubblicazione dell’Inconcepibile, mi ha come sorpreso, tutto, da un certo momento in poi si è svolto molto rapidamente e dunque le presentazioni le stiamo organizzando solo ora. Penso quindi di fartele sapere e renderle pubbliche quanto prima.

A.M.: Mi è rimasta la curiosità sul tuo ritorno alla poesia: in quest’ultimo anno sei stato visitato dalle Muse?

Claudio Alvigini: Sì, cara Alessia, e ancora una volta grazie della tua attenzione e sensibilità; qualcosa è accaduto, qualche musa si deve essere smarrita finendo così sulle soglie dell’Atlantico; lì ci siamo incontrati.

A.M.: Salutaci con una citazione…

Claudio Alvigini: Ripensavo al sarto di Ulm, a Bonifacio, a come intende il mestiere e la vita, a come la intendo io la vita, ripensavo alle tue domande e continuava a venirmi in mente una citazione apparentemente semplice ma, a guardar bene, profondissima e tale da segnare un discrimine tra gli uomini: “Bisogna spendere i soldi per la vita, non la vita per i soldi.” Indovina un po’ di chi è?

A.M.: Ora ho finalmente compreso perché Mnemosýne ha lasciato i monti della Pieria: sta cercando una delle sue adorate figliuole! Ti ringrazio, Claudio, per la tua gentilezza nell’accogliere le mie domande e per il tempo che hai dedicato. Questo caro amico sarto che spese ogni suo denaro per un prototipo di deltaplano e che morì di malnutrizione nel 1829 − dopo aver donato il suo grande ingegno ad Ulm − è stato celebrato dal drammaturgo e poeta tedesco Bertolt Brecht. Saluto, dunque, con due strofe della favola allegorica “Il sarto di Ulm”: “Vescovo, so volare”,/ il sarto disse al vescovo./ “Guarda come si fa!”/ E salì, con arnesi/ che parevano ali,/ sopra la grande, grande cattedrale.// Il vescovo andò innanzi./ “Non sono che bugie,/ non è un uccello, l’uomo:/ mai l’uomo volerà”,/ disse del sarto il vescovo.

Written by Alessia Mocci

Photo Claudio Alvigini by Barbara Ledda

In copertina foto di Claudio Alvigini ventenne

Info

Sito Macabor Editore

http://www.macaboreditore.it/home/

Acquista “L’inconcepibile esercizio”

https://www.macaboreditore.it/home/index.php/libri/hikashop-menu-for-products-listing/product/84-l%E2%80%99inconcepibile-esercizio

Facebook Macabor Editore

https://www.facebook.com/Macabor-Editore-232652587202894/

Articolo The Guardian Bill Kaysing

https://www.theguardian.com/science/2019/jul/10/one-giant-lie-why-so-many-people-still-think-the-moon-landings-were-faked

Fonte

http://oubliettemagazine.com/2019/07/17/intervista-di-alessia-mocci-a-claudio-alvigini-vi-presentiamo-il-saggio-linconcepibile-esercizio/

“Un passo avanti e poi un altro” di Eleonora Ippolito, Delos digital. A cura di Alessandra Micheli

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Fa male il libro di Eleonora.

Fa male la sua storia e al tempo stesso rigenera te che la leggi e che magari soffri delle sue stesse problematiche.

E oggi, qua in questo mondo idilliaco un paesino di altri tempi ancorato cosi tanto al suo passato da farti sfuggire il presente e il tuo futuro, il suo racconto scava dentro di me in modo a volte lancinante.

E mi ritrovo a versare lacrime cocenti su un anima che mai è stata davvero accettata.

Io e Laura condividiamo le stesse sensazioni ossessiva di non appartenere a questi tempi, di non far parte della stessa comunità.

Capaci di grandi slanci, di osservazioni profonde ma prive del tatto o oserei dire della capacità di essere davvero suddite di questi tempi cosi vuoti e cosi ripetitivi.

Fatti di convenzioni a cui non possiamo non essere servi, fatte di doveri che nessuno ha fissato su carta, ma che fanno parte del quieto vivere. Purtroppo di quieto non hanno nulla.

Urlano le anime almeno quelle non addormentate o assuefatte.

Sono schiave di un lassismo che ci rende tutti drammaticamente burattini. E chi come noi è senza fili come direbbe il buon Bennato trova sempre qualcuno che tenta di rimetterli quei fili.

Che sia una famiglia che non riesce a capirti, che non riesce neanche a udire il tuo linguaggio (di diverso ha solo la freschezza dei sogni) che sia un compagno che non può vederti, perché vederti significherebbe ritrovarsi fissati da uno specchio che rimanda i suoi errori e trovare crollate ogni certezza.

Che sia una società che si nutre di linfa vitale e ama sorridendo comandare piccoli assurdi morti viventi, che per paura, per vigliaccheria, non trova il coraggio di dire no.

Che sia il gioco asfissiato di un amore che ha oramai solo il nome, solo la reputazione, ma che è una assurda maschera per nascondere fragilità e insicurezze.

Per non stare mai da soli.

E cosi amicizie, sesso, uscite per brindare alla vita che ti saluta lasciandoti solo, perché non vuoi assolutamente danzare davvero con lei al chiaro di luna.

Tutto quello descritto dal libro Un passo e poi un altro è drammaticamente vero.

Dalla denuncia di un anaffettività che sembra possedere la nostra esistenza.

Dalla consapevolezza di essere un Italia che sta fallendo, tradendo la sua essenza, la sua creazione e persino gli sforzi di chi è morto sognando una patria diversa, laddove finalmente sarebbe cambiato non solo il suono ma anche il suonatore.

La vita che scorre nascosta dal velo dell’apparenza, dove falliti dominano altri falliti, in un esecrabile corsa verso l’autodistruzione.

Racconta di sogni sfilacciati aggrediti e ridotti a brandelli dalle belve di una realtà che è, in fondo, una creazione della nostra mente pusillanime, incapace di immaginare altri confini, altre speranze.

Una generazione di disillusi, fragili e addolorati che invece dell’unione hanno scelto la disgregazione.

Laura è il simbolo di ogni giovane che si sente diverso.

Che vuole semplicemente partecipare alla giostra della vita, scegliersi il cavallino bardato a festa e provare a fare il miracolo: staccarsi da questo girotondo sfrenato e senza una meta e provare a rendere quel cavallino di plastica un fiero destriero, pronto a raggiungere l’orizzonte che ai sognatori appare come una voce tonante, ma sempre più flebile.

Cosi flebile che per essere udita ha bisogno di orecchie nuove.

E cosi per ogni vita perduta, affranta distrutta, ci sarà chi come noi, seppur piangenti lacrime di sangue, seppur con lo stomaco ingarbugliato dallo stress, dalla rabbia o con gli occhi aperti nel buio per una paura atavica, quella del movimento, saprà passo dopo passo essere esempio. Un esempio fatto di carne non cosi evanescente da non poter essere raggiunto.

Non cosi trascendente da appartenere a chissà quale altro universo.

Laura è un personaggio scomodo.

Non accetta compromessi e crede, crede cosi profondamente nei meriti, nonostante una vita passata a cercare se non di farsi accettare, almeno rispettare.

E’ preda di una famiglia che per tradizione deve appoggiare ogni idea consolidata ogni certezza, perché senza quelle maestose cazzate, rischia di cambiare.

E’ preda di illusioni create dal mondo, per sedurti e ammutolirti.

E’ vittima di amori malati che vogliono solo sentirsi unici per poter sopravvivere a se stessi.

E’ in una società, in un paese che ai suoi giovani ha lasciato ceneri, soltanto macerie.

E siamo noi a dover recuperare ideali da sotto quegli ammassi indistinti. Come fa Laura, nonostante il sangue mischiato alle lacrime, sangue dall’anima ogni volta che la ferocia della “realtà” l’azzanna, quando tenta di andare fuori gli schemi.

Io so cosa prova Laura.

So molto dei suoi terrori notturni.

So cosa si prova a essere guardata come un alieno perché si crede, si sogna, o semplicemente dietro l’apparente costretta tranquillità celano una lupa fiera capace di mordere.

So cosa significa vivere a contatto con l’ipocrisia borghese e con il perbenismo, con persone dai desideri frustrati che come sanguisughe tentano di mangiarti i suoi di sogni privandoli di energia.

So come ci si sente a camminare con la corazza ammaccata, piena di segni con il volto coperto da lacrime.

Io lo so.

E lo sa ognuno di voi.

Ma so anche che dietro quei suoi pensieri cosi disperati si cela la vera forza.

E’ dalla caduta, dall’orrore che possiamo vedere quant’è bello il cielo. Osservare le stelle e provare a afferrarle.

E’ dall’abisso che possiamo vedere quant’è immenso l’infinito.

E passo dopo passo amare quella vita, cosi com’è.

Con le sue atroci altezze, e le sue impervie e oscure discese.

E’ solo resistendo, è solo continuando a essere integri con se stessi che si può raggiungere tutto quello che la massa oggi chiama utopico.

Non mollate mai.

Come Laura sarete avvolti dal dolore.

Come Laura perderete.

Come Laura vi sembrerà di essere spaccati in due.

Ma:

Ed è proprio aver vissuto che ci fa vivere ancora

e’ proprio aver perduto che ci fa credere ancora.

Roberto Vecchioni

 

“Pelle. Oltre il limite” di Domenica Lupia, Mezzelane editore. A cura di Alessandra Micheli

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Di un libro mi colpisce la trama.

E da questa somma divinità, musa ispiratrice partorita direttamente dall’infinito, che si cela il segreto del mio amore per i libri.

Essa si snoda suadente e elegante come un maestoso serpente, l’ouroboro che si morde la coda, fine e inizio in un ciclo di nascita rinascita e morte che il libro DEVE poter rappresentare.

Dentro i personaggi, nelle intenzioni dell’arguto scrittore devono essere racchiusi i fasti e gli abissi del nostro divenire umano.

E spesso essi sono raccontati dalle parole che divengono frasi infarcite di simboli e archetipi, di snodi cruciali, di stili ridenti e di incantate figure retoriche.

Ma ogni tanto, quel paese delle meraviglie viene abbandonato per un altro mondo particolare, incantato allo stesso modo ma ancora più oscuro e numinoso, perché non spiegato dal potere del linguaggio: il titolo.

Certi titoli capeggiano occhieggiando timidi dalla copertina, spesso colorata e cacofonica.

Altre ridono beffarde nascondendosi dietro lo scrigno del significato. Altri ancora, maestosi e imponenti si svelano subito eppure, nonostante la loro volontà di visibilità sfuggono all’occhio ignaro del lettore neofita. Ma per noi, archeologi del significato, essi sono dei racconti ancora più importanti e pregni di significato della nostra amata trama.

Il libro di Lupia è proprio cosi.

Si racconta già dal titolo.

Pelle.

Un termine conosciuto e al tempo stesso ignorato.

La pelle quel sottile strato di cellule vive che ricopre non solo il nostro scheletro ma i sensi stessi l’anima.

La pelle che è si ricca di suggestioni elevate, spesso paragonabili agli ansimi del sacro tanto che alcune tribù indossano le pelli di animali per carpire la loro forza, quando non usano quelle dei nemici, quasi in un omaggio di sommo rispetto.

La pelle è colei che ci garantisce l’informazione del mondo, lo strato tra la mente che elabora immagini e un reale che non sappiamo mai quanto esso sia reale.

La pelle tuttora conserva oggi un qualcosa di sacrale, tanto da essere spesso oggetto di venerazione, pensiamo alle mille reliquie sparse per la nostra bell’Italia.

Lo stesso velo di Manopello non è che una fotografia della pelle della nostra divinità più amata.

Ma la pelle è anche sporcizia, sudore, effluvi selvatici, squame come se l’anima stessa si perdesse in mille pezzi.

E’ cosi fragile da essere vittima di miliardi di batteri che la deturpano, nutrendosi essi stessi delle sue scaglie.

La pelle è possiamo dire abisso e paradiso, mezzo e tramite ma anche ostacolo.

Spesso la pelle simboleggia la maschera che indossiamo davanti al mondo: non mi sento a mio agio nella pelle per esempio.

O rappresenta la somma culminante di ogni emozione: non sto più nella pelle.

La pelle è il libro con cui descriviamo noi stessi in rapporto al mondo, per esempio con i tatuaggi, racconti di estratti di anima, di suggestioni, di desideri e di frustrazioni.

E oggi la pelle evapora sogni inconfessati, un ansia di sentire con ogni poro di quelle cellule epidermiche che ci danno forma ma mai sostanza, quella è dentro di noi.

E la pelle è il limite, il confine che ci separa dal regno delle idee che ci è precluso in quanto umani, in quanto dotati di dimensioni fisiche, quelle che la pelle stessa racchiude.

Ecco che intitolare a tal modo il racconto travagliato di un uomo, o forse di tutti noi uomini, significa dare già una direzione al libro.

Ecco che le scelte distruttive o costruttive, forse nascono da quel senso del limite che quell’organo meraviglioso dotato di suoi propri sensori, colui che ci mette in connessione con quella mente che è oggi, grazie alla scoperte scientifiche la vera sede dello spirito, ci pone davanti a noi.

La pelle è si sensore ma totalmente fragile.

Da forma al copro ma al tempo stesso ne limita le potenzialità.

Bassi, grossi, cattivi, buoni siamo forse di più di cosa la pelle mostra al mondo.

E in quel senso di prigionia le anime contorte, quelle che non riescono a uscire fuori da se stessi per intraprendere voli pindarici, divengono incattiviti, egoisti, crudeli perché si sentono sempre a metà: metà umani e metà divini.

Metà buoni e metà cattivi.

Metà amore e metà odio.

Sempre alla costante ricerca di un equilibrio.

Un equilibrio che non sarà mai del tutto possibile.

Il protagonista di pelle sente di essere qualcosa di più che un mero involucro ingabbiato in esperienze troppo comuni.

Tanto da doverne fuggire.

Si sente invecchiato perché pieno di idee che però, non si realizzano in concretezza.

E cosi si nutre dell’altro nel modo peggiore che si possa immaginare. Distrugge l’amata, la umilia per sentire almeno l’emozione di essere demiurgo del proprio destino.

Tenere tra le mani un anima, uno spirito una mente da uno scellerato senso di onnipotenza.

Cosi come la sua storia peggiore, quella con una ragazzina problematica. Non è un inno alla pedofilia non fraintendete Domenica.

E’ il racconto di un uomo imprigionato nella materia che brama una luce evanescente, troppo lontana per poter dissetare il suo io assetato.

E cosi si nutre di giovinezza.

Ma non una già pura.

Ma contaminata dal dolore che il mondo reale porta con se, quel senso di eterno abbandono che si risolve con la ricerca dell’oblio.

Che sia droga, o sesso sfrenato, i protagonisti qua tentano disperatamente di essere vivi.

Ma si basano solo sulla pelle, involucro troppo esterno per poter vivere a trecentosessanta gradi.

Ed è la mancanza di una relazione profonda prima con il proprio se, unica possibilità in grado di farci vivere una quotidianità fantastica, che rende i rapporti distruttivi.

Chi cerca di mangiare gli altri, le loro energie è perché non riesce a sfamare il proprio inconscio di emozioni, di viaggi pindarici, di sensazioni non solo tattili.

Pelle è si un invito alla vita, ma una vita a metà che manca del suo esoscheletro interno: la fantasia.

Lupia la fantasia la conosce e decide di sperimentarla in ogni istante di vita, persino in quei meandri, gli angoli dell’esistenza li chiamo io, troppo bassi per l’intellettuale assetato di infinito.

Eppure, è proprio nel fango, nella merda, come direbbe Pasolini, che si cela il vero incanto.

Un incanto da cui il protagonista è desolantemente escluso.

Di me restano solo frammenti di ricordi accesi nelle notti buie e piccoli spazi di vita e di morte regalati senza troppa cura al prossimo mio, verso una nuova illusione. Una vecchia ferita che muore. Perché le ferite servono, bisogna averne cura e tenerle aperte, farle sanguinare, finché tutto il nero sia scivolato via. Occorre farsi male, sempre, da capo, per poter guarire, serve il doppio del dolore sofferto. Non esistono errori, solamente scelte. Non ci sono scuse né pentimento; chi agisce accetta tutte le conseguenze, che piacciano o meno.

Che il libro sia per voi memento mori dell’importanza di sentire sia la pelle esterna ma sopratutto il collegamento interno con il mondo, unico che ci salva da scelte distruttive che hanno solo l’arduo compito di farci sentire….vivi, amati e desiderati.

“La baia” di Kate Rhodes, La corte Editore. A cura di Alessandra Micheli

la baia

 

 

Ogni volta che leggo un libro edito dalla corte editore è un vero disastro. Sono cosi belli, cosi perfetti sia a livello di intreccio narrativo che di stile, che poi leggere altro è impossibile.

Per almeno qualche giorno si lasciano decantare le emozioni provate, si rivivono mentalmente i passaggi più avvincenti o emozionanti e si rileggono le parti sottolineate come se si fosse in preda di un incantesimo ossessivo.

E sono convinta che, i loro autori siano dei maghi.

Degli apprendisti stregoni capaci con un semplice gesto,quello dello scrivere di creare scenari di incanto.

Nonostante siano i thriller i miei preferiti, o i romanzi gotici, non posso non asserire quanto essi siano dotati di una loro poetica malia.

Saranno le descrizioni, sarà quel ritmo lento che non annoiata ma intesse pagina per pagina una sedizione che entra fin dentro il sangue e le ossa.

Sarà quel flusso di fantasia immaginativa, di falsificazione del reale pur parlando del reale che scorre libera e quasi naturale come acqua che sgorga dalla fonte.

Avete mai visto quel fenomeno?

E’ una scena di rara bellezza: dalla sorgente spesso sotterranea si iniziano a diramare bollicine che rendono la superficie acquea per nulla monotona ma in un movimento circolare che si allarga sempre di più, ipnotizzando il visitatore che intuisce soltanto quella forza ribollente sotto l’apparente tranquillità di quel fluido cosi prezioso per noi.

E’ cosi che posso iniziare il racconto della Baia.

Uno scenario paradisiaco, quasi irreale si staglia ai nostri occhi sognanti. Ma sotto la superficie di un colore quasi petrolio, tanto è profonda la radice del mare, si intuiscono mille piccole bollicine che ci fanno intuire la forza ctonia di un qualcosa che deve essere celato, una forza che è stata nascosta ma che all’improvviso si risveglia.

E inizia a far tremare le fondamenta delle nostre assurde convinzioni: che il male sia identificabile, circoscrivibile e sopratutto prevedibile.

Per noi il killer ha sempre un preciso identikit, ha precisi segnali e per noi diviene quasi tranquillizzante sapere che la scienza, la criminologia può darci le coordinate per evitarlo o stanarlo.

Ma non è cosi.

Il male è una creatura fatta di ombra, multiforme che si nutre piano piano di emozioni umane fino a renderle contagiate con la sua oscurità. Sono dai gesti sempre più caotici, sempre più violenti che si diventa crudeli, come se il fatto stesso di assaggiare la crudeltà ci rende pericolosamente vicini a osservare con interesse e attrazione l’abisso. Nella Baia sono tutti partecipi di un contagio oserei dire primordiale, che trova la sua origine nella volontà di costruire comunità omogenee bastanti a se stesse, capaci di ristabilire quella solidarietà contadina infranta dal vivere moderno.

Ecco perché le piccole località, strette una attorno all’altra, cosi come sono spesso strette le case in un vicolo di un paesino di montagna, sono spesso il terreno più facile su cui il male ama prosperare.

La volontà di fare la differenza, la voglia di opporsi a una modernità che seppur ci garantisce sempre più comunicazione ci rende, però, terribilmente soli è il più pericoloso alleato della violenza.

Perché ogni impulso oscuro viene non conosciuto e liberato dalle sue scorie, ma allontanato come la minaccia più aggressiva per quella parvenza di paradiso che sono le comunità chiuse.

Isolate e arroccate sulla difesa del proprio status quò.

O della propria zona di comfort.

Le isole Scilly, in particolare Bryher protagoniste di questo dramma rappresentano perfettamente il tipico paesino che isola il male relegandole nelle caverne più oscure dell’io.

E questo significa seppellire i propri segreti più inconfessabili sotto la patina del perbenismo.

La comunità deve sopravvivere e per farlo deve allontanare ogni tentazione mondana.

Ma la stessa è connaturata a una strana esigenza umana capace di nutrirsi di rabbia e bestialità.

Del resto il proverbio indiano dice che in noi convivono due lupi, uno rabbioso e uno pacifico.

Dipende a chi si dona più nutrimento.

E spesso, per una sorta di strano congegno mentale si nutre la parte rabbiosa, forse perché meno ignota di quella che decide di cambiare totalmente prospettiva.

Rabbia per il tempo che passa.

Per i sogni traditi, per la gioventù che fugge senza che le nostre aspettative siano dissetate.

Chi, dunque può portare ordine nel caos brutale che diviene, per un efferato delitto quella bella baia assolata e baciata dal mare?

Solo chi nell’abisso è disceso.

E come un novello Orfeo non si è lasciato sedurre dalla voce che lo invita a voltarsi indietro.

E’ chi fa parte di quella mentalità e di quella comunità ma al tempo stesso ha deciso che il mondo è più ampio per poter essere contenuto in un pezzo di terra.

Eppure, nonostante la brama di conoscenza porta nel suo DNA la natura selvaggia di chi ha dovuto lottare e lotta ogni giorno contro le intemperie, il mare che è spesso un pessimo compagno, che ribolle di rabbia, sotto la placidità dei suoi colori sfumati.

Chi conosce il peso dei fallimenti e si nutre di senso di colpa.

E solo grazie alla verità scoperta, redime se stesso.

Ben trova la sua strada tra le ombre del suo dolore dei rimpianti grazie alla volontà di proteggere il suo posto del cuore dalla barbarie della negazione.

E’ dalla volontà di non vedere, di continuare a illudersi che l’ingiustizia naviga solo nelle grandi città, nella fantasia di poter creare un posto privo di ogni pericolo che esso il male può prosperare ridente, nutrendosi di quella volontà di seppellire le parti scabrose sotto un tappeto.

Solo la verità rivelando segreti e cadute, togliendo la maschera a ogni protagonista, potrà redimere l’isola assicurare la giustizia.

Una giustizia a metà, perché a uscirne sconfitto è il progetto di creare una zona idilliaca, priva di ogni malignità.

Un libro stupendo da divorare tutto di un fiato e bersi di ogni emozione che riesce a suscitare.

Cosa dire ancora per convincervi a leggerlo?

“Alabaster. Guerra I” di Nevis Menegatti, Writeup editore. A cura di Alessandra Micheli

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Il fantasy è un genere complesso.

Sembra apparentemente semplice trasportare su carta le proprie fantasie, il mondo immaginario che è conservato dentro l’anima di ciascuno.

Perché ognuno di noi ha il suo secret world come lo chiamerebbe Peter Gabriel.

Un universo fatto e cementato da ricordi, esperienze sublimizzate, sogni, desideri e speranze.

E persino terrori atavici o moderni, quelle paure che oggi ci pongono di fronte dei bivi oscuri e bui.

Persino io ho un mondo fantastico chiuso nella mia anima, che fa capolino in ogni mia recensione e di cui vi parlerò in un altro capitolo o in un altra vita.

Ecco che recensire il fantasy, più di ogni altro genere mi dà accesso privilegiato all’anima dell’autore cosicché possa ritrovarlo sorridente ad attendermi al bivio, pronto a tendermi la mano e aiutarmi a attraversarli. Alabaster è uno di questi viaggi che il blog mi permette di fare.

L’inizio è degno dei temi classici: un mistero che la protagonista deve risolvere e che coinvolge non tanto i suoi doni quanto la sua stessa origine.

Deve imparare, come il buon Perceval dei racconti graaliani, a ritrovare se stesso e le sue radici, perché senza la consapevolezza di chi si è, per quale motivo bizzarro siamo finiti su questo piano di realtà, nessuna azione, nessuna felicità terrena è possibile.

Senza riscoprire il nostro vero volto, siamo incompleti, terrorizzati, bloccati in un incubo perenne.

E sono proprio gli incubi ad attraccare alla mente la mente di Eleanor. Una ragazza come tante, una donna in fiore amante dei libri come se essi custodissero le risposte ai suoi normali e assillanti perché.

Quei perché li abbiamo tutti.

Solo che nel caso di Alabaster non sono perché che interessano il suo percorso umano, ma l’intero mondo.

Perché gli eletti, gli eroi, sono solo piccoli simboli del percorso umano di evoluzione o involuzione e riguardano ognuno di noi.

Pensiamo alle storie graaliane.

Esse non erano solo meravigliosi racconti di fate e maghi, di duelli e incanti. Sono vere e proprie allegorie dei temi eterni collegati all’uomo, della perdita di potere, della rottura del patto tra noi e dio e tra noi e il regnante, simbolo dell’ordine eterno.

Alabaster e Eleaonor è lo stesso concetto reso, però, più moderno dalla scrittura talentuosa di Menegatti.

Lo scontro tra licantropi e vampiri, dunque, appare non più come un esigenza narrativa, atta a farci emozionare.

Ma diviene l’archetipo del duello tra le due coscienze umane: la bestialità senza limiti del licantropo.

Si tratta di un concetto espresso anche dal Platone.

Tramite la visione del cavaliere che, incapace di trattenere i focosi destrieri (gli istinti), ne viene travolto, cosi il licantropo libero di esprimere senza un minimo di etica i suoi bisogni primordiali, diviene un elemento disgregatore della società.

Al contrario il vampiro, colui che vive in eterno grazie a una scelta o a un patto scellerato, si priva di ogni emozione umana, fino a divenire eccessivamente controllata eccessivamente freddo.

Non è un caso che il non morto, privo di reali bisogni, di passioni e di sensazioni umane nonché di istinti, deve per forza nutrirsi di sangue.

E’ la linfa vitale è vero, ma contiene in se, i ricordi di una persona, tutto il suo retaggio e quindi, dona al non morto una parvenza di umanità. Due fazioni diverse, estremamente aliene una dall’altra, incapaci di collaborare perché mancanti di un elemento qualsiasi che li colleghi.

Ed ecco che arriva Eleanor.

L’Ibrido, l’incontro tra cielo e terra, tra bisogno terreno e spiritualità, scesa dall’alto per mettere ordine nel caso, come solo la morale, l’etica o il senso del sacro possono.

Ecco che lo strabiliante potere dell’ibrido (di che ibrido si tratta lascio a voi la scoperta) alletta le due fazioni ansiose di ottenerlo non per il bene supremo, ma per dominare uno sull’altro.

E’ cosi che succede anche oggi.

Ogni ideale puro, ogni afflato di eternità, ogni meraviglia discesa direttamente dalla Maat cosmica, diviene terreno di scontro.

Viene usato, viene deprivato del al sua potenza originale perché ucciso dal potere inconsulto senza limiti.

Eleaonor allora dovrà difendersi da questi osceni impulsi atti a distruggere e mai a far rinascere il mondo.

L’ Apocalisse che da voce al libro, in fondo, non è altro che la rivelazione.

La rivelazione di quale sarà lo scenario che Elaanor porterà con se, quali saranno le sue scelte e quale sarà lo schieramento che deciderà di appoggiare.

Io spero sempre per la terza opzione.

Quello dell’armonia.

Con uno stile suadente e mai noioso, Menegatti ci porta attraverso il folclore di ogni tradizione europea arricchendolo con grazie a bravura di elementi moderni, di significati che mai come oggi servono ai lettori, perché bussino alle loro menti annebbiate donando come sarà donata a Elanor la coscienza della propria forza.

Che questa forza porti pace in terra.

O una nuova splendida rivoluzione.

“Jean” di Carlo Cavazzuti,Apollo edizioni. A cura di Alessandra Micheli

Foto copertina del libro Jean

 

 

Mi accingo a scrivere questa recensione, mentre gli echi della rivoluzione francese e dei suoi ideali aleggia attorno a me.

E non nego che nel leggere le avventure di Marc E Jean mi ha suscitato una commozione profonda.

Perché loro, anche se nella fantasia dell’autore, hanno vissuto nei miei periodi storici preferiti, quelli che hanno formato la Alessandra che vedete oggi.

Idealista fino alla sfinimento, che libertà, uguaglianza (io opterei per equità) e libertà li ha tatuati nel cuore.

Le vicende umane dei due ragazzi, ardimentosi, sognatori, capaci di cavalcare gli avvenimenti di quei tempi lontani, si intrecciano con quei meravigliosi cambiamenti avvenuti nel lontano, ma sempre vicino 1789. Un evento che ci ha trasportato direttamente verso la modernità, che ha sdoganato concetti per nulla nuovi, ma sussurrati, per la loro straordinaria forza distruttiva.

Ecco che una storia d’amore innesca una serie di acute riflessioni in Jean il compagno del nobile conte, intelligente, sicuramente scapestrato ma dotato di un acume che lo rende più affascinante del suo fratello di latte. Eppure, un uomo del genere nell’ancient regime, non aveva assolutamente spazio.

Non era nobile.

Non poteva aspirare a altro che alla benevolenza del suo benefattore.

Non poteva mare fuori dalla sua ristretta cerchia “popolana”.

Non poteva persino risponder agli insulti, se non rischiando la vita.

Ecco che l’agitazione popolare, le nuove idee disuguaglianza nate dai grandi pensatori del tempo, dai filosofi, dagli intellettuali, sostenute da un popolo stufo, affamato, deciso a spodestare un re che aveva infranto il patto, diviene per lui ma anche per Marc un’opportunità.

E’ grazie a questo se da ragazzi divengono uomini. La sua storia d’amore può finalmente essere riconosciuta.

Ma, essa stessa, nata in seno alla rivoluzione, diviene testimone di una della orribile de potenzialità umane: quella di rovinare ogni conquista. Troppo pieno di se questo misero mortale, per rispettare e rendere omaggio ai suoi valori.

Troppo carico di atavici sensi di colpa per non avanzare fiera verso la naturale evoluzione delle idee, capaci di creare un utopico stato in cui il potere fosse a esclusivo vantaggio del popolo o del lavoratore.

Senza privilegi, ma solo con la forza della meritocrazia.

E cosi, la rivoluzione vede sfumare tutte le sue fondament, fino a degenerare nella più turpe brutalità.

Ma la storia non si fa gabbare.

Il progresso continua e la repubblica francese, il sogno di ognuno di noi, viene salvata da un grande generale, da un mito nonostante le sue imperfezioni, Bonaparte.

Riprende i valori e tenta di salvarli fino alla fine, donando libertà mai conosciute agli uomini di ogni nazione che tocca.

In questo meraviglioso ma di poca durata, scenario, Jean e la sua storia sembra rispecchiare gli alti e bassi di questo straordinario percorso, mai davvero concluso, perché gli ideali di Napoleone e della rivoluzione non sono mai morti a Waterloo.

Jean passa dall’essere entusiasta a quasi sopperire alla difficoltà di mantenere puri e alti ideali, persino il suo grande amore viene funestato da questo senso di stanchezza che sembra abbassare le difese.

Marc al contempo diviene come la sua controparte, laddove Jean crolla, Marc risorge.

E cosi entrambi appaiono parti di una stessa personalità, archetipi di quelle forze che si manifestano nell’uomo all’alba di ogni cambiamento: la speranza e la concretezza che contiene le passioni sfrenate che rischiano di travolgere ogni progresso.

Rileggo estasiata ogni pagina di questo libro.

E i brividi mi arrivano dritti al centro dell’anima.

Perché so, e lo confermo, che non è solo la storia romanzata di due grandi personalità che mantengono salda un amicizia vera, fatta di cooperazione, empatia e sostegno reciproco (un valore che nel libro risorge puro e brillante ai nostri occhi) che la rendono eterna, capace di superare le difficoltà, le differenze di status, di carattere e di ideali.

Ma perché dentro questo stupendo libro, ci sono tutti quei valori che oggi scarseggiano in questa società disperata.

In questo oscuro antro spossato, stremato.

Questi tempi che hanno bisogno di un altra rivoluzione.

La nostra.