“Pleistocenica” di Giuseppe Calendi, Antipodes editore. A cura di Alessandra Micheli

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La storia quella vera, quella fondamentale per lo sviluppo umano, è quella che non si conosce.

O che, per la difficoltà nel reperire fonti è poco conosciuta.

Conosciamo dati, accadimenti, usi e costumi di ogni epoca. Siamo consapevoli del contrasto di luci e ombre di tanti e contestati periodi storici ma ci sfugge, ed è un dato allarmante, come tutto è iniziato. Pertanto, la vera indagine dovrebbe iniziare nei meandri del buio della preistoria, pre, appunto, prima che iniziasse il percorso in discesa e in salita della nostra evoluzione.

Inutile negarlo.

Il percorso umano è iniziato dal caos, dal tempo in cui ominidi si misero a cercare qualcosa di più del semplice procacciarsi da vivere.

Per divenire umani al 100% bisognava passare dalla sopravvivenza alla vita, per innescare una serie di comportamenti e di attitudini che daranno poi il colore ai tempi che furono.

Come iniziò tutto?

La scopetta di utilità semplici come gli utensili, ma persino l’agricoltura e la pastorizia, per non parlare delle prime forme d’arte che, dalle caverne buie, ci appaino come testimonianze di quanta creatività immaginativa possiede l’uomo.

Ma, sopratutto, di quel bisogno del sacro che ci ha accompagnati, volenti e nolenti, persino quando esso apparentemente veniva rifiutato, lungo il nostro umano e mortale tragitto.

E’ dall’arte, dunque, che nacque la filosofia e la religione, ed è da queste due introspezioni che l’uomo iniziò a comportarsi in modo meno selvaggio e caotico per iniziare a incidere direttamente sul mondo.

E plasmarlo cosi come lo conosciamo.

Ho accolto Pleistocenica con un sorriso, sapendo molto bene i gusti e le ansie culturali di Calendi.

Ho avuto l’onore e il piacere di entrare nel suo mondo a cavallo tra onirico e reale con Introspezioni, il viaggio più emozionante che potessi fare leggendo un libro.

E la sua riflessione sul mistero mortale non si ferma ma continua, rendendo questo testo quasi un proseguo delle sue straordinarie e proficue interrogazioni che sfiorano la domanda che tuttora anima la nostra composizione artistica: cos’è l’uomo?

Calendi in Pleistocenica, trae conclusioni nient’affatto scontate, ma sopratutto pertinenti con la nostra attualità, quel tempo perduto (cosi viene chiamato il post moderno dagli intellettuali di oggi) che stiamo vivendo.

Un tempo di oscuri arcani che ci fanno sentire come incollati a una terra e a una società che non ci piace e che non sappiamo o non vogliamo cambiare.

Ecco che Calendi ci porta per mano attraverso l’istante magico in cui tutto ebbe inizio, come a ritrovare il bandolo della matassa e sbrogliare dei i fili che noi stessi abbiamo abilmente ingarbugliato.

Ecco che il senso del testo si stacca nettamente dalla creazione artistica a cui siamo nefastamente abituati.

Troppo intenti a trovare coerenza nelle trame, credibilità in un contesto che fa della falsificazione di un reale tentacolare che ci sfugge, troppo impegnati a seguire i dialoghi come se essi fossero l’essenza stessa del libro.

Calendi tutte queste puerili fissazioni le capovolge, mettendo al centro delle sue pagine il significato.

Ecco che dialoghi spesso assurdi, o onirici o eccessivamente “moderni” sembrano stonare con l’approfondita ricostruzione storica.

Invece no.

Essi sono semplicemente i mezzi con cui l’autore sottolinea a fissa dei concetti importantissimi per ogni studioso della preistoria che sa e conosce il segreto dei secoli oscurati dalla nostra prosopopea: l’evoluzione.

E’ dai tentativi che portano alle scoperte, dal caso trasformato in opportunità, da un lampo di genio che rende l’ocra rossa il demiurgo con cui immortalare feroci fiere, che si cela il segreto di adattabilità ma sopratutto del progresso che portò alla creazione dell’uomo sapiens.

E l’uomo sapiente, cosi come amo definirlo io, seppur vestito di pelli e quasi fragile di fronte alla vastità del creato, sapeva e comprendeva come certe azioni non erano altro che il modo in cui era possibile crescere, prosperare e vivere.

Ecco che la caccia diviene simbolica proprio perché legata al fattore vita/morte: vita perché il nutrimento permette non solo la sopravvivenza dell’organismo umano ma anche la possibilità della creazione di comunità stabili, intessute di fitti legami tra noi e l’altro.

Morte perché il suo successo o la sua riuscita dipenderà sempre dalla dipartita della preda.

Quindi, il profondo intenso legame che si instaura con la caccia diverrà esso stesso sprone per la creazione di sistemi ontologici riguardanti il variegato mondo del numinoso.

Proprio la caccia al cerco sarà la base di tante forme di religione basate sul sacrificio che conterrà in se appunto, il significato di fare il sacro, onorare l’invisibile e instaurare un patto di dare e avere con quella divinità preposta all’ordine cosmico.

Per l’uomo primitivo nulla sarà lasciato al caso, ma tutto acquisterà senso e significato rapportato con quell’ansia di scoprire e racchiudere l’essenza del numinoso.

Se per noi oggi la caccia è una forma di status sociale, o di modalità per eliminare dal proprio io la frustrazione, esecrata dai più, per quei tempi lontani non veniva assolutamente scissa dal sentimento religioso.

Ecco che ogni oggetto, dal gioiello, all’utensile, ogni forma che per noi è semplice intrattenimento diveniva, a differenza del nostro fallace mondo strumento propiziatorio e identitario.

Vi invito a armarvi di fantasia e di curiosità per andare a ritroso nel tempo, un tempo che sicuramente spaventa per la sua inafferrabilità e per quel suo essere quasi un tempo mitico, il nostro Tep Zepi e imparare a scoprire qualcosa in più di quest’immenso mistero uomo che oggi, stiamo relegando eccessivamente in un universo totalmente materiale, privandolo della sua magia e della sua perfettibilità.

 

“Imperfetto” di Valerio Mottin, L’erudita editore. A cura di Vincenzo de Lillo.

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La storia di un’amicizia, questo è quello che ci racconta il libro “Imperfetto”, di Valerio Mottin.
Una splendida amicizia tra due ragazzi, il loro legame, il loro vissuto, le loro ambizioni e le loro storie quotidiane.
Una quotidianità che potrebbe essere la mia o la vostra, raccontata con semplicità, ironia e nostalgia.
Ma del resto chi non si sentirebbe travolto dalla nostalgia ripensando ad una giovinezza andata, ricca di sogni, di avventure ed episodi da ricordare, di amori nati e finiti in un tempo forse troppo breve e dell’ambizione di costruirsi una vita felice?
Chiunque, suppongo.
Leggendo il libro del Mottin potrete quindi rivivere quella stessa nostalgia, insieme alle esperienze a volte spensierate, a volte meno, di un giovane 30enne, Mattia, che in compagnia del suo miglior amico Nic, affronta la vita un giorno alla volta, una birra alla volta, ma anche una disavventura alla volta, come capita a tutti, tra serate passate a chiacchierare ai tavolini di un bar, a giornate in cui qualsiasi avvenimento, anche il più insignificante, è solo la scusa per vedersi, cercare supporto, riderne e scherzare.
E l’autore, con una scrittura chiara e efficace, narrando in prima persona, ha la bravura di riuscire a coinvolgere il lettore a tal punto da trasmettergli un forte senso di complicità, così che, egli stesso si senta uno dei due protagonisti o addirittura un terzo amico, più silenzioso magari, ma che, in queste giornate romane, vede, ascolta e vive le loro discussioni, i loro problemi, i loro tormenti e la loro paura di diventare adulti.
Fotografie di giorni felici, intrise di una malinconica ironia, che sono un elogio sincero ed emozionante all’amicizia.
Quella più genuina, disinteressata e duratura, quella che ogni individuo dovrebbe provare almeno una volta nella vita, per affrontare l’esistenza, e i “tondi” o i “quadrati “, le categorie in cui il Mottin divide gli uomini, a cuor più leggero.

L’IMPERFETTO fa riflettere, divertire, commuovere e pensare, che cosa volete di più da un libro?