“La volta buona” di Massimo Lapolla edito Scatole Parlanti. A cura di Ilaria Grossi

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Torino.

Cesco, sulla soglia dei quaranta anni, vive come in una bolla fatta di abitudini, un lavoro sempre uguale e un rapporto simbiotico con la mamma con cui condivide i ricordi del padre defunto.

Una vita sempre con lo stesso ritmo cadenzata da letture serali assieme alla madre e una sorta di diario in cui confida al padre pensieri e riflessioni, amici pochi anzi solo uno Pinin, l’oste che ogni giorno gli offre un bicchierino e quattro chiacchiere.

La morte improvvisa della mamma getta Cesco in un totale sconforto dove è forte il senso dell’abbandono, rompendo finalmente la bolla in cui viveva e in cui si chiudeva ogni giorno.

L’incontro al ristorante con Catilina, giovane cameriera rumena, insoddisfatta del lavoro e di Torino, porterà un po’ di luce nella sua vita quasi una sorta di scossa alla monotonia delle sue giornate.

Pinin è sempre in prima linea, pronto a dispensare consigli da ex latin lover.

Cesco è un protagonista strano, goffo, abitudinario, troppo pacato e troppo felice di vivere nella sua bolla personale.

C’è un grosso nodo da sciogliere e tra zone di luce ed ombra, ci sarà un riscatto. Leggere “la volta buona” è un po’ come trovarsi tra i pensieri e i ragionamenti di Cesco, tra le pagine del suo diario, mentre passeggia per Torino, mentre si confida con Pinin, tra abbandoni definitivi e proposte lasciate in sospeso.

Ho tifato per te Cesco, perché spesso mi veniva voglia di gridarti “sveglia ragazzo” e ho continuato a tifare per te fino alla fine del libro.

Con uno stile diretto, fluido e al tempo stesso introspettivo, Cesco e Pinin vi terranno compagnia, in una Torino che vuole stare a passo con i tempi, tra apericena e aperisushi, tra parole non dette, silenzi, lutti, una verità scomoda e la voglia di lasciare andare il passato e accogliere il futuro, nonostante tutto.

Buona lettura Ilaria Grossi

 

 

Il club di Aurora presenta “I’m for you”. recensione a cura di Alessandra Micheli

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Doveva arrivare il nefasto giorno in cui Aurora Stella, posseduta dal terrificante dio dello rosa vestito dei panni dell’urban mi avrebbe chiesto di leggere e recensire la sua produzione.

Ho aperto il mio Kobo con il terrore negli occhi, perché stavolta non si trattava tanto di un testo irridente al genere, quanto un tentativo, semplice, di scriverlo.

Lei abituata alle atmosfere dell’orrore più cupo, cibatasi di Dick e Asimov, aveva scritto la storia dell’angelo che si innamora della sua protetta umana.

Un filone iniziato, scelleratamente direi visto le conseguenze, con la Chandler con Baciata da un Angelo, seguita da Federica Bosco con il mio angelo segreto e culminata in Becca Fitpatrick.

Insomma l’angelo il messaggero ereditato dalla tradizione mesopotamica diveniva a tutti gli effetti il “mr Grey” del mondo soprannaturale.

Non che la storia fosse cosi originale.

In fondo le prodi autrici sopracitate non si sono basata altro che sul libro di Enoch laddove i figli di dio si innamorarono delle donne mortali, rinunciando alla loro “purezza” intesa ovviamente come lignaggio per portare il mistero e l’evoluzione fra gli uomini.

L’amore dei Nephilim per la donna è leggendario, contenente profondi significati mistici non solo riguardo alla religione proto-ebraica ma anche a livello ontologico: l’evoluzione nasce e prospera soltanto quando le due energie presenti nell’umano ossia spirito e carne si fondono per contemplare i misteri e immetterli in questa dimensione per renderla più simile al luogo della luce originario. Questo significato era, ovviamente aborrito dagli gnostici che consideravano i figli di dio del libro di Enoch dei millantatori e degli arconti.

Gelosi della capacità della Fonte primaria di plasmare il mondo e l’essere umano, cercarono con la loro scintilla di a loro volta imitare, goffamente, il loro padre.

Ecco che la commistione umano divino non viene da loro vista come un esperimento ibrido atto a riunire due realtà separate ma come una commistione di energie troppo diverse con l’obiettivo di annacquarle e forse distruggerle.

Il mondo creato dall’azione umana, appropriatasi indebitamente del mistero, diviene non una sorta di sprone a tornare nel regno numinoso quanto una pallida imitazione di esseruncoli che non sono più capaci a trovare la strada di casa.

Si capirà, allora, come il tema del divino che sposa generando figli con l’umano, ha un significato psicologico e esoterico molto più profondo della mera storia d’amore e del suo inno all’eternità.

Un inno sfarzoso di un sentimento tanto celebrato da divenire anche troppo manifesto.

Del resto la passione amorosa ha la sua origine proprio nel mistero, in quel ritrovare la parte mancante di se, la propria costola per divenire finalmente l’uno, somigliante all’uno originario.

Consapevole, quindi, delle radici simboliche dell’angelo che si umanizza e dona un pizzico di cielo alla sua protetta e perfettamente consapevole della duplicità della simbologia, Aurora cerca di non tradire se stessa e la sua anima curiosa dando alla scenicità del rapporto a due una certa consapevolezza e profondità.

Attraverso, quindi, il percorso che porta alla riunione con l’altro approfitta per dire la sua sull’origine della divinità, reinterpretare a suo modo il mito biblico degli Nephilim e parlando più approfonditamente di cosa rende l’uomo questo essere composito e spesso troppo pigro per alzare gli occhi al cielo cosi speciale tanto da renderlo più su degli angeli e coronarlo di gloria e stelle.

È stata quella creatura» continua parlando a Semeyaza «L’uomo a dare agli animali il nome. E qualsiasi nome abbia scelto, anche il più stupido, il Creatore ha accettato di lasciarglielo. Ma ti rendi conto? Il Creatore gli fa un dono di una portata immane e quell’inetto cosa fa? Se ne sta tutto il giorno a gironzolare nell’Eden con l’aria di chi è stato abbandonato. Io proprio non lo capisco. Ha ricevuto il dono del libero arbitrio, un dono per cui l’Arcangelo Lucifero si è dannato, ha potuto imporre i nomi a tutto il creato e se ne sta abbattuto come se fosse nella peggiore catastrofe! E nemmeno si rende conto dell’importanza del Nome! E tutto perché? Perché chi doveva essergli di aiuto lo ha rifiutato!

In quest’ottica, il tabù relativo all’amore tra due esseri distanti ma compartecipi della creazione, diviene in realtà soltanto una mera illusione, frutto della consapevolezza forse errata, della superiorità angelica.

L’angelo emanazione divina non contaminata dalla carne, non riesce a comprendere l’indulgenza di dio verso di noi, tanto da averci dato un libero arbitrio che alle creatura divine è negato e sopratutto la capacità di creare, che è in fondo paragonabile a quella di generare e immaginare.

Ecco che Dio ci appare molto meno inflessibile dello Jahvè della tradizione ebraica, fautore di un progetto più ampio che porta l’uomo stesso a incontrare il soprannaturale e a volerlo non emulare, ma abbracciare.

Il progetto divino nascosto nella favola urban fantasy non è altro che la speranza, il sogno, la prospettiva di raggiungere noi stessi, le soglie del cielo.

Nonostante ritenga quello di Aurora un opera minore non paragonabile allo spessore di Oblivion, Onirica ed e Vissero (ma sicuramente molto più semplice da recensire per l’immediatezza apparente del tema trattato) la trovo comunque interessante per il concetto che essa ha espresso del binomio angelo/uomo e del suo concetto di dio.

E questo tentativo riuscito di profondità riesce a far emergere le idiosincrasie di un genere amato, venerato ma non sviluppato pienamente da quasi nessuno scrittore.

La parabola angelica è invece un terreno fertile che comporta una profonda e acuta riflessione. Ed è questo che fonda e crea ogni giorno la realtà che ci circonda.

Però la prossima volta, mettiti alla prova con un altro genere, magari di Philips Dick e H. G.  Wells, e regalaci un bel fantascientifico.

O almeno regalalo a me.