“Nandèra. Il ragazzo della profezia”: il nuovo romanzo di Pierluigi Cuccitto. Il valore della lentezza e della diversità in un mondo efficientista che corre troppo veloce: tema ispirato dalla “vita disprassica” dell’autore

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Nandèra. Il ragazzo della profezia” è il nuovo romanzo fantasy di Pierluigi Cuccitto pubblicato a maggio scorso per Apollo Edizioni. L’opera è la prima di una serie di tre romanzi e racconta le vicende di Joan, un giovane orfano contadino che un giorno riceve la visita del mago Borèo. Una visita da cui prende le mosse l’intera trama. Il mago è infatti convinto che il destino del ragazzo sia legato a una profezia e vuole farne il suo erede, dato che la “magia” rischia di scomparire dalla terra immaginaria di Nandèra e di cedere il passo a una strana setta mercantile-religiosa. Che vuole liberarsi di ciò che resta della “magia” guerreggiando al grido di “Rapidità. Efficienza. Non perdere tempo”.

Il tema di fondo è quello della riscoperta della lentezza, della capacità di sognare, dell’autenticità, della diversità fatta di modi di essere e di sentire messi spesso all’angolo da una società efficientista e cinica. Una società che corre veloce, velocissima, spesso senza concedere tregua. Un tema che Pierluigi Cuccitto ripropone anche alla luce del suo convivere con la disprassia, “un disturbo – spiega lo stesso autore – che comporta la mancanza degli automatismi che collegano il pensiero all’azione e che porta alla necessità di modellare la vita con dei ritmi rallentati”. Da qui, dunque, l’idea di ispirare il romanzo “al disagio che io – dice Cuccitto – in quanto disprassico sento molto rispetto a una società efficientista, frettolosa e senza pietà per chi rimane indietro”.

Il risultato è che di questi aspetti esistenziali “ne risente molto anche la costruzione dei singoli personaggi”. E ciò per molti versi è in linea con “Il ragazzo in ritardo”, il precedente romanzo fantasy di Pierluigi Cuccitto pubblicato per Tabula Fati.

Un’esigenza, quella di sensibilizzare sul tema della diversità e della lentezza, che Cuccitto esprime anche nei suoi “Racconti disprassici”, scritti per far conoscere la disprassia e parlarne in modo costruttivo; racconti brevi pubblicati sul blog dell’autore al seguente link: https://tuor1981.wordpress.com/

Per quanto riguarda, invece, le scelte stilistiche, con “Nandèra. Il ragazzo della profezia” vengono messi insieme fantasy e stile fiabesco. “Questo libro – sottolinea Cuccitto – nasce con la premessa delle Fiabe italiane di Italo Calvino che mi hanno spalancato un mondo davanti. Mi sono reso conto – spiega ancora l’autore – che il fantasy oggi ha bisogno di strade nuove e di esplorare un mondo in cui anche le fiabe possono trovare il loro posto”.

Chi è Pierluigi Cuccitto

Pierluigi Cuccitto, nasce a Urbino il 17 settembre del 1981, e si laurea in Beni culturali e ricerca storica. Appassionato di fantasy fin dall’età di otto anni, grazie ai libri di Tolkien e di Neil Gaiman sviluppa un interesse per la lettura e la scrittura che aumenta nel tempo in modo continuo.

Inizia a scrivere alcuni brevi racconti in privato nel 2005 partendo da grezze prove per trovare uno stile da seguire. Il primo libro, pubblicato con Sigismundus Editrice, è del 2013, e si intitola “Lo specchio è oltre”: una piccola favola fantasy a metà tra “La storia infinita” e “Alice nel paese delle meraviglie”.

A giugno del 2017 esce per il gruppo editoriale Tabula Fati il suo primo romanzo, “Il ragazzo in ritardo”.

Tra il 2018 e il 2019, pubblica sul suo blog i “Racconti disprassici”: si tratta di “un tentativo – spiega l’autore – di narrare il lungo viaggio che un bambino, poi ragazzo, compie per conoscere il suo problema giungendo ad accettarlo e a vivere normalmente con i suoi ritmi. Racconti rivolti a tutti i bambini e ragazzi che ne soffrono e che può servire anche ai loro genitori per comprendere meglio i loro figli”.

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Questo il link alla pagina di “Nandèra. Il ragazzo della profezia” sul sito di Apollo Edizioni: https://www.apolloedizioni.it/Nandera-Il-ragazzo-della-profezia

 

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“Il marchio della bestia” di Rudyard Kipling, Biblion editore. A cura di Alessandra Micheli

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E’ difficile spiegarvi la gioia che una lettrice prova nell’aver tra le mani un grande della narrativa classica.

Emozione, incredulità e un amore immenso per le parole scritte.

Voi che non amate la letteratura e che forse avete iniziato ad entrare nel suo sacro tempio soltanto ultimamente, non potrete mai comprendere appieno il fascino degli scrittori che io considero eterni.

E’ nel loro modo di esprimere il significato, nella capacità di imprimere a fuoco la loro anima nelle parole che, come affilate lame incidono nella carne dell’anima, è nel loro donarsi completamente al libro diventando dei veri e propri creatori di universi, di senso e di emozioni.

E’ nella loro semplice amore per lo scritto e in una sorta di pudore nel dargli la luce che si cela la magia dei classici.

In nessuno, ne Dickens, nel a Austen, né in Wilde, troverete l’attenzione esasperata vero il lettore, la volontà di vendere, la pedissequa ossessione alla fama e al successo.

Troverete solo la voglia immensa e appassionata di comunicare, di fissare su carta il loro tempo, quello capace di creare le suggestioni, le motivazioni profonde, le radici non logiche delle nostre azioni che deve spingere a scrivere.

Nient’altro.

E Rudyard Kipling (vi prego ditemi che lo conoscete) è il perfetto superbo esempio dell’autore che compone la sua prosa per comprendere e elaborare in qualche modo, tramite un’auto-terapia, il suo tempo.

E il tempo di Kipling era cosi complesso, cosi sfaccettato e cosi incoerente dal punto di vista politico e culturale, da dover essere decifrato tramite la scrittura.

Ecco che i racconti presentati dalla Biblion editrice (che ringrazio dal profondo del cuore) oltre a essere pregevoli esempi di come devono essere delineate le narrazioni del fantastico (in barba allo show don’t tell e all’infodump e all’avversione degli avverbi) raccontano proprio le idiosincrasie dell’Inghilterra coloniale, sospesa tra etnocentrismo sfrenato e consapevolezza che, davanti alle culture formate, nessun buonismo poteva attecchire ne sopravvivere.

L’oniricità presente in queste narrazioni è proprio frutto di questo atroce disagio che Kipling provava; nato in India a Bombay ma cresciuto e nutrito da una sorta di iper-consapevolezza della grandeur dell’impero, si senti a cavallo tra due diverse e opposte culture.

Quella indiana però, sfuggiva al pregiudizio inglese che si beava di una sorta di opera salvifica apportatrice di civilizzazione in un mondo caotico e degradato.

Infatti, oramai sappiamo come, nonostante le sue innumerevoli contraddizioni, non differenti in fondo da quelle dell’Inghilterra potente ma al tempo stesso attaccata a valori di decadenza e disuguaglianza, aveva una tradizione culturale di alto livello filosofico forgiata attraverso i secoli e consapevole di una sua supremazia valoriale sul resto dell’Asia. Lo stesso panteon indiano, nonostante si distinguesse da quello inglese perché contemplava e doveva contemplare una sorta di venerazione del numinoso, era tuttavia, totalmente devota a un senso scientifico che, nella composita natura trovava la sua sperimentazione.

Ecco che il conflitto cultural/religioso non era tanto tra dominato e dominante; ma tra due civiltà arroganti e coscienti di una propria validità eterna e intoccabile a livello morale che si contendevano il ruolo egemone.

L’india, nonostante fosse “sottomessa” dall’Inghilterra, non si faceva fagocitare dalle sue affermazioni di potere, come la democrazia, la legge, e la considerazione, almeno in apparenza, dei diritti civili tutelati dal welfare state.

In fondo, la sua supremazia economico/scientifica non era altro che un abile maschera per nascondere sotto eleganti e soffici tappeti le loro oscure perversioni, le imperfezioni e l’amoralità di una parte dell’elite. Nonostante il raggiungimento di status di moderno paese all’avanguardia, non era priva di brutalità e di orrori, perfettamente descritti nelle pregevoli opere di Dickens.

Al contrario, l’India, mostrava con quasi orgoglio le sua elitaria composizione sociale, non nascondendosi dietro l’apparenza di civiltà progredita.

Il suo vanto erano proprio le caste, perfetto esempio di ordine cosmico, portato sulla terra.

La casta, infatti, poteva essere paragonabile in un certo senso, alla teoria dell’evoluzione: solo pochi, grazie a un cammino irto di ostacoli (reincarnazioni) potevano godere appieno dei diritti spettanti solo alla parte matura della società che fungeva, quindi, da guida, da giudice e da censore.

Lo stesso accadeva nell’Inghilterra di Kipling.

Era l’élite che guidava il paese e considerava i suoi sottoposti scarti necessari alla conquista della supremazia economica e politica.

Nei racconti di Kipling, tutti questi valori edulcorati rivelano le proprie oscure radici non logiche.

Il contatto occidente e oriente non fa altro che mostrare la vera facciata del potere, un potere che Kipling considera corrotto e contagiato proprio dal buon selvaggio che doveva, invece, giovare del vento riformatore della modernità.

Come scrive perfettamente nell’introduzione Miriam Sette:

Quando Kipling scrive, peraltro, registra i segnali di una crisi di quel mainstream storico, crisi che colpisce la sua sensibilità letteraria, acuita da un forte senso di appartenenza all’ideologia imperialistica, da cittadino nato a Bombay ma naturalizzato inglese, che avverte il presagio di una dissoluzione in corso che coinvolge la sua identità, duplice e ambigua. Una sensazione di logoramento, che proprio perché colta in fase incubativa profonda, ma non ancora esplosa, rappresenta in Kipling la necessità di far emergere nel fantastico ciò che gli urge invece nella dissoluzione della più intima appartenenza all’India, che sta corrodendo il proprio rapporto con l’Inghilterra.

Ecco che il fantastico non diventa altro che un modo per contemplare senza rischi:

la sua lacerazione in un disfacimento che si rivela negli aspetti dell’orrido, del putrescente, del morbo, del contatto animale, dell’immaginazione stravolta da fantasmi che rompono gli equilibri della razionalità.

Ecco perché Kipling in questi racconti, a differenza forse dei suoi connazionali, affascina seduce e terrorizza, perché:

abbandona la capacità analitica ed empirista propria della cultura inglese nel momento in cui si confronta con l’esotico, le culture altre, le condizioni di marginalità delle nuove terre, che il dominatore britannico aveva saputo distanziare dal punto di vista della civilizzazione dell’Impero, oggettivando il rapporto in un senso di sanità, di pienezza, di potenza occidentale.

Ogni racconto è una precisa e coerente sequenza di fascinazioni ed orrore al tempo stesso, che partono dalla distruzione dei valori portanti inglesi, causati da una sorta di contagio profondo con una cultura molto meno razionale, apparentemente di quella inglese, che riveriva e si sottometteva a una diversa forma di concezione dell’energia del cosmo. In india, a differenza dell’Inghilterra, non ci fu e forse non può esserci tuttora la divisone mente corpo operata da Cartesio.

Tutto e uno e uno è nel tutto.

E le superstizioni non diventano altro che diversi modi per sperimentare l’universo che, però ovviamente contrastano, inquinano e a volte distruggono le certezze occidentali.

Nei racconti il fantastico irrompe con una forza conquistatrice pari e forse maggiore di quella inglese, a dimostrazione che il buon selvaggio indiano, ha saputo prendere dal lascito inglese il giusto mezzo per reagire ed imporsi non come popolo sottomesso, ma come pari del regno inglese:

a sua forza, che risiede anche nell’aver inventato la democrazia moderna, diventa un boomerang che può distruggerlo nelle mani degli indù. Questa consapevolezza di aver immesso l’antagonismo dialettico può produrre il rischio mortale dell’annichilimento dei colonizzatori

In questi racconti, dunque, Kipling con la sua forza immaginativa, il suo talento e la sua sensibilità lacerata, ci dona uno spaccato della decadenza dell’idea colonialista.

Un idea che stentiamo ad abbandonare anche oggi, in questa fase di globalizzazione, ma che pone una quesito irrisolto: è giusto conquistare o sarebbe giusto conoscere e semplicemente relazionarsi con l’altro considerandolo un po’ il nostro specchio?

A voi lettori la risposta.