“Il marchio della bestia” di Rudyard Kipling, Biblion editore. A cura di Alessandra Micheli

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E’ difficile spiegarvi la gioia che una lettrice prova nell’aver tra le mani un grande della narrativa classica.

Emozione, incredulità e un amore immenso per le parole scritte.

Voi che non amate la letteratura e che forse avete iniziato ad entrare nel suo sacro tempio soltanto ultimamente, non potrete mai comprendere appieno il fascino degli scrittori che io considero eterni.

E’ nel loro modo di esprimere il significato, nella capacità di imprimere a fuoco la loro anima nelle parole che, come affilate lame incidono nella carne dell’anima, è nel loro donarsi completamente al libro diventando dei veri e propri creatori di universi, di senso e di emozioni.

E’ nella loro semplice amore per lo scritto e in una sorta di pudore nel dargli la luce che si cela la magia dei classici.

In nessuno, ne Dickens, nel a Austen, né in Wilde, troverete l’attenzione esasperata vero il lettore, la volontà di vendere, la pedissequa ossessione alla fama e al successo.

Troverete solo la voglia immensa e appassionata di comunicare, di fissare su carta il loro tempo, quello capace di creare le suggestioni, le motivazioni profonde, le radici non logiche delle nostre azioni che deve spingere a scrivere.

Nient’altro.

E Rudyard Kipling (vi prego ditemi che lo conoscete) è il perfetto superbo esempio dell’autore che compone la sua prosa per comprendere e elaborare in qualche modo, tramite un’auto-terapia, il suo tempo.

E il tempo di Kipling era cosi complesso, cosi sfaccettato e cosi incoerente dal punto di vista politico e culturale, da dover essere decifrato tramite la scrittura.

Ecco che i racconti presentati dalla Biblion editrice (che ringrazio dal profondo del cuore) oltre a essere pregevoli esempi di come devono essere delineate le narrazioni del fantastico (in barba allo show don’t tell e all’infodump e all’avversione degli avverbi) raccontano proprio le idiosincrasie dell’Inghilterra coloniale, sospesa tra etnocentrismo sfrenato e consapevolezza che, davanti alle culture formate, nessun buonismo poteva attecchire ne sopravvivere.

L’oniricità presente in queste narrazioni è proprio frutto di questo atroce disagio che Kipling provava; nato in India a Bombay ma cresciuto e nutrito da una sorta di iper-consapevolezza della grandeur dell’impero, si senti a cavallo tra due diverse e opposte culture.

Quella indiana però, sfuggiva al pregiudizio inglese che si beava di una sorta di opera salvifica apportatrice di civilizzazione in un mondo caotico e degradato.

Infatti, oramai sappiamo come, nonostante le sue innumerevoli contraddizioni, non differenti in fondo da quelle dell’Inghilterra potente ma al tempo stesso attaccata a valori di decadenza e disuguaglianza, aveva una tradizione culturale di alto livello filosofico forgiata attraverso i secoli e consapevole di una sua supremazia valoriale sul resto dell’Asia. Lo stesso panteon indiano, nonostante si distinguesse da quello inglese perché contemplava e doveva contemplare una sorta di venerazione del numinoso, era tuttavia, totalmente devota a un senso scientifico che, nella composita natura trovava la sua sperimentazione.

Ecco che il conflitto cultural/religioso non era tanto tra dominato e dominante; ma tra due civiltà arroganti e coscienti di una propria validità eterna e intoccabile a livello morale che si contendevano il ruolo egemone.

L’india, nonostante fosse “sottomessa” dall’Inghilterra, non si faceva fagocitare dalle sue affermazioni di potere, come la democrazia, la legge, e la considerazione, almeno in apparenza, dei diritti civili tutelati dal welfare state.

In fondo, la sua supremazia economico/scientifica non era altro che un abile maschera per nascondere sotto eleganti e soffici tappeti le loro oscure perversioni, le imperfezioni e l’amoralità di una parte dell’elite. Nonostante il raggiungimento di status di moderno paese all’avanguardia, non era priva di brutalità e di orrori, perfettamente descritti nelle pregevoli opere di Dickens.

Al contrario, l’India, mostrava con quasi orgoglio le sua elitaria composizione sociale, non nascondendosi dietro l’apparenza di civiltà progredita.

Il suo vanto erano proprio le caste, perfetto esempio di ordine cosmico, portato sulla terra.

La casta, infatti, poteva essere paragonabile in un certo senso, alla teoria dell’evoluzione: solo pochi, grazie a un cammino irto di ostacoli (reincarnazioni) potevano godere appieno dei diritti spettanti solo alla parte matura della società che fungeva, quindi, da guida, da giudice e da censore.

Lo stesso accadeva nell’Inghilterra di Kipling.

Era l’élite che guidava il paese e considerava i suoi sottoposti scarti necessari alla conquista della supremazia economica e politica.

Nei racconti di Kipling, tutti questi valori edulcorati rivelano le proprie oscure radici non logiche.

Il contatto occidente e oriente non fa altro che mostrare la vera facciata del potere, un potere che Kipling considera corrotto e contagiato proprio dal buon selvaggio che doveva, invece, giovare del vento riformatore della modernità.

Come scrive perfettamente nell’introduzione Miriam Sette:

Quando Kipling scrive, peraltro, registra i segnali di una crisi di quel mainstream storico, crisi che colpisce la sua sensibilità letteraria, acuita da un forte senso di appartenenza all’ideologia imperialistica, da cittadino nato a Bombay ma naturalizzato inglese, che avverte il presagio di una dissoluzione in corso che coinvolge la sua identità, duplice e ambigua. Una sensazione di logoramento, che proprio perché colta in fase incubativa profonda, ma non ancora esplosa, rappresenta in Kipling la necessità di far emergere nel fantastico ciò che gli urge invece nella dissoluzione della più intima appartenenza all’India, che sta corrodendo il proprio rapporto con l’Inghilterra.

Ecco che il fantastico non diventa altro che un modo per contemplare senza rischi:

la sua lacerazione in un disfacimento che si rivela negli aspetti dell’orrido, del putrescente, del morbo, del contatto animale, dell’immaginazione stravolta da fantasmi che rompono gli equilibri della razionalità.

Ecco perché Kipling in questi racconti, a differenza forse dei suoi connazionali, affascina seduce e terrorizza, perché:

abbandona la capacità analitica ed empirista propria della cultura inglese nel momento in cui si confronta con l’esotico, le culture altre, le condizioni di marginalità delle nuove terre, che il dominatore britannico aveva saputo distanziare dal punto di vista della civilizzazione dell’Impero, oggettivando il rapporto in un senso di sanità, di pienezza, di potenza occidentale.

Ogni racconto è una precisa e coerente sequenza di fascinazioni ed orrore al tempo stesso, che partono dalla distruzione dei valori portanti inglesi, causati da una sorta di contagio profondo con una cultura molto meno razionale, apparentemente di quella inglese, che riveriva e si sottometteva a una diversa forma di concezione dell’energia del cosmo. In india, a differenza dell’Inghilterra, non ci fu e forse non può esserci tuttora la divisone mente corpo operata da Cartesio.

Tutto e uno e uno è nel tutto.

E le superstizioni non diventano altro che diversi modi per sperimentare l’universo che, però ovviamente contrastano, inquinano e a volte distruggono le certezze occidentali.

Nei racconti il fantastico irrompe con una forza conquistatrice pari e forse maggiore di quella inglese, a dimostrazione che il buon selvaggio indiano, ha saputo prendere dal lascito inglese il giusto mezzo per reagire ed imporsi non come popolo sottomesso, ma come pari del regno inglese:

a sua forza, che risiede anche nell’aver inventato la democrazia moderna, diventa un boomerang che può distruggerlo nelle mani degli indù. Questa consapevolezza di aver immesso l’antagonismo dialettico può produrre il rischio mortale dell’annichilimento dei colonizzatori

In questi racconti, dunque, Kipling con la sua forza immaginativa, il suo talento e la sua sensibilità lacerata, ci dona uno spaccato della decadenza dell’idea colonialista.

Un idea che stentiamo ad abbandonare anche oggi, in questa fase di globalizzazione, ma che pone una quesito irrisolto: è giusto conquistare o sarebbe giusto conoscere e semplicemente relazionarsi con l’altro considerandolo un po’ il nostro specchio?

A voi lettori la risposta.