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Immersa nella sfolgorante natura montana, titillata dal vento che fa frusciare gli alberi mi sono totalmente gustata il libro di Alessio del Debbio.

Quanto Betta filava contiene dentro le sue pagine quella forza enorme e potente chiamata tradizione.

E’ un rigurgitare di sensazioni dimenticate, troppo sconvolte forse da questa modernità che va di corsa, affannata, delusa e lacerata da contraddizioni che non fanno altro che renderci fragili, maledettamente soli.

Tra i monti, nei paesini solitari, brillanti come piccole meravigliose perle dimenticate, si cela il senso del nostro vivere, l’essenza stessa di quel sogno chiamato uomo.

Nel mondo non immaginario di Alessio perché in realtà è un mondo concreto, quanto la suprema scienza che ci ha reso tutti schiavi, si muovono folletti, uomini del bosco, streghe e maghi, ultimi depositari di una tradizione contadina totalmente spezzata dall’avvento della nuova religione.

Una religione che relegava il numinoso in alto, nel regno evanescente dei cieli, privando il nostro mondo terreno dei suoi protettori.

La tradizione contadina e ve lo posso assicurare io oggi, immersa nella sonnacchiosa apparente calma di un bosco in fermento, viveva e comunicava con quel mondo etereo, fatto di piccoli numerosi e luminosi fili che tenevano assieme la società in un eterno patto di cooperazione e comunione.

Nell’universo di Alessio il patto non va tradito, né isolato.

E’ il mondo oltre il velo che mantiene viva la speranza, che in fondo ci rende uomini liberi perché capaci di scegliere a quale coorte donare la nostra riverenza.

In fondo, oscurità e luce, non sono altro che figli dello stesso composito universo che oggi ci ospita benevolo elargendoci i suoi doni, anche se vilipeso, se non compreso, se dileggiato.

Le divinità antiche, tuttora, ci proteggono dagli assalti di un male che non è altro che la sfrenata modernità capace di divorare l’antica solidarietà contadina, l’antico patto che ci rendeva uomini e non più bestie dedite solo alla sopravvivenza.

In fondo quegli esseri quasi invisibili, quelli che oggi mentre scrivo muovono dispettosi l’erba, che fuggono veloci, di cui avverto le risate risuonare nelle valli, non fanno altro che donarmi la creatività, quella che oggi metto al servizio di Alessio.

Quando Betta filava, quando il mondo era scandito dai cicli, quando si osservava incantati un mondo tutto da scoprire, è il nostro tempo felice, il tempo in cui la divinità non prometteva un paradiso remoto, troppo lontano da vedersi, ma prometteva l’oggi e l’istante ora e subito.

Tra balli e canti, tra tesori e maledizioni, il mondo girava su se stesso in un perfetto armonico ritmo, in totale cooperazione con un cosmo che lo conteneva e lo trascendeva.

I devoti della Bona Dea, erano fondamentalmente uomini che lottavano per avere la libertà dell’eresia, ossia della scelta.

Che lottavano per avere il diritto di pensare, di capire e di comprendere, seppur in simboli, un mondo che sfugge alla scienza perché la scienza lo spezzetta, lo scompone senza rispetto.

Il contesto scelto da Alessio è quello della Toscana.

E sapete perché?

Perché secondo voci sussurrate ancora nei suoi boschi, si agita e si muove leggero e delicato lo spirito di Aradia.

E Aradia non è soltanto una dea immaginifica, ma è il simbolo della lotta contro una religione (poco importa la sua denominazione) che vuole sconfiggere il vero potere umano: quello di nominarlo il mondo, e quindi di generarlo.

La fantasia che diede i nomi alle forza cosmiche è oggi in costante pericolo.

Si organizza tutto: la visione dell’altro, vittima della blasfemia della tecnica, alla letteratura uccisa dalla prosopopea dei canoni che di estetico nulla hanno.

Il nostro stesso linguaggio reso povero, scarno privato di ogni suo afflato verso l’infinito, privato dalla sua ridondante fantasia ci rende limitati, miseri e aridi.

Bellezza ha preso il posto di beltà, privandoci del suono primordiale e del ritmo.

Il dialetto sta smarrendo con la sua cadenza meravigliosa capace con una sola parola di racchiudere in se tutto il cosmo.

La saggezza contadina viene occhi schivata come superstizione, da combattere a ogni costo o peggio asservirla al dio Mammona.

Denaro e successo, prendono il posto di quel senso del sacro che molti autori celebravano nei racconti orali, nelle storie, nei miti e nelle fiabe. Ecco che in questo contesto in disfacimento Alessio diviene il nuovo Robert Graves, capace di restituire poesia al mito, ritmo al suono e suono alla parola.

E se leggerete quanto Betta filava, i vostri occhi si apriranno e tra l’erba monotona e quasi scontata vedrete movimenti impercettibili e frenetici.

E se avrete il coraggio di osservare con ancora più attenzione vedrete spiccare dietro l’erba un berretto verde…e una faccina rubiconda.

Magari avrete fortuna e un Buffardello vi darà la sua benedizione.

E se per i boschi incontrerete un uomo irsuto, con un cappello fatto di pigne donategli frutta e pane.

L’uomo del bosco vi ricompenserà con un dono immenso: la capacità di sentire la voce della natura.

Per secoli ci hanno cacciato, accusandoci delle peggiori nefandezze, ci hanno dipinto come servitori del demonio, quando siamo soltanto un popolo libero, fiero della propria libertà. Puoi dire altrettanto di te?»

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