“Estelle. Storia di una principessa e di un suonatore di Accordion” di Massimo Piccolo, Cuzzolin editore. A cura di Alessandra Micheli

download.jpg

 

Libertà, quanti hai fatto piangere.

Senza te, quanta solitudine!

Fino a che avrà un senso vivere

Io vivrò per avere te.

Libertà, quando un coro s’alzerà

Canterà per avere te.

Albano Carrisi

Mentre leggevo la fiaba di Massimo Piccolo, mi risuonavano in testa le parole di questa canzone.

Libertà, un valore cosi agognato ma poco compreso.

Tanto che non facciamo altro che costruirci le nostre personali catene.

Lo facciamo persino nella letteratura, richiudendo la creatività in rigide gerarchie narrative.

Da quella gabbia è vietato scappare.

Eppure, proprio questi testi inneggiano alla libertà.

Non è uno strano e inquietante paradosso?

Parlare di qualcosa che presuppone fluidità facendolo rispettando pedissequamente rigidi canoni?

La libertà, è un concetto fondamentale che presuppone la capacità di scegliere.

E presuppone la volontà di scorrere fluidi come acque di un cristallino torrente.

Per fortuna non tutti i libri sono fissi come se fossero la stella polare. Esistono piccoli ma immensi testi che raccontano con semplice eleganza il difficile percorso che porta a raggiungere il tanto agognato valore. Estelle è uno di questi.

Un testo che arriva quasi con timidezza al lettore, quasi con pudore si mostra in tutta la sua beltà (si farò impazzire le novelle autrici ma io uso beltà al posto di bellezza, rassegnatevi).

Con maestria bussa alle porte del nostro io e ci trascina in una fiaba che profuma di realtà, dove il vissero felici è contenti non è dato dal reiterare un sistema di vita concesso con plauso dalla società.

La felicità è nell’odore del mare, nel vento che scompiglia i capelli, nelle notti d’amore sotto una luna vanitosa, nella corsa sfrenata in un prato, nell’occhieggiare radioso di un sole che appare dietro le nuvole. La felicità non è nella ricchezza, nella conquista del principe azzurro, nella maestosità di edifici e di perfetti giardini.

La vera felicità è nel rompere i muri e volare verso un futuro tutto da inventare.

Ma attenzione.

Estelle non ci racconta una vera fiaba perché in essa il dolore è quasi venerato.

Perché è da quell’oscuro sentimento che rifuggiamo oggi in tutti i modi che si cela il segreto dell’arte: la sofferenza apre le porte del mistero e di esso si nutre producendo nonostante il contatto con l’abisso paradisi infiniti.

Estelle è la principessa prototipo dell’uomo moderno, troppo amato, viziato e vezzeggiato.

Portatore di una latente maledizione, vera o presunta, che gli impedisce la vera unica speranza umana: la scoperta. Esteelle vive in un palazzo dai giardini immensi, colorati cangianti di colori.

Ma chiusi da un muro.

E dietro quel muro si cela un ignoto che minaccia la sua stessa vita. In questo oscuro destino è la musica, impersonata dal suonatore di accordion a donarle una vera possibilità di fuga, la possibilità di scoprire un mondo che è vasto, più vasto del nostro personale giardino.

Estelle però è convinta che, lasciare il suo comodo mondo, equivale a una sentenza di morte.

Ed non è quello che facciamo sempre noi?

Alla possibilità di conoscere, di cambiare prospettiva, di modificare valori stantii preferiamo la comodità della zona di conforto.

Una zona che si fa morire dentro ma ci garantisce una fasulla sopravvivenza una continuità di vita apparente.

Estelle rimarrà bloccata nella sua limitata dimensione, mentre la musica che l’ha sfiorata arricchirà con le sue note ogni anfratto sconosciuto.

La vera possibilità di risveglio in Estelle non è un bacio, o l’amore eterno.

E’ nella volontà di rompere fino a ferirsi le mani quel muro affinché l’aria del reale non la inebrierà, fino a renderla davvero felice.

Custodite la vostra libertà come un bene prezioso.

E’ quello a farvi davvero nobili.

Un libro incantato e incantevole, da leggere gustando la poesia racchiusa in ogni frase, un oniricità che avvolge di meraviglia questo nostro patetico reale.