La Bombiani presenta i suoi imperdibili titoli!

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Il mondo è cominciato con un sì

Erica Jong

 

 

 

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Casa Paradiso

Nina Stibbe

 

 

 

 

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Gli oscillanti

Claudio Morandini

“Scritture del primo mondo” di Alasor, Santelli editore. A cura di Alessandra Micheli (Fonte www.letturesalepepe.com/recensione-scritture-dal-primo-mondo-di-aliasor/ )

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Ora potrei narrarvi del destino degli umani costantemente in mutamento e gestito sui piatti della Bilancia del dio Fato, potrei dirvi che tutto ciò che credete sugli dèi Morte e Vita sono erronee e frutto di pregiudizi

Per troppo tempo i libri che si sono occupati del divino, hanno avuto un atteggiamento di riverito rispetto.

Le divinità erano arroganti si, ma profondamente irreali, improntate di quel sacro distacco dalla materia.

Persino le divinità greche le meno algide, nei loro istinti mantenevano un contegno distaccato, altero, o per dirla in termini moderni, profondamente snob. Passioni, vendette, rabbia, sesso, non erano che passatempi per un eternità annoiata dalla perfezione, che trovava diletto nell’imitare i vizi (quasi mai le virtù) di quel soggetto strano e straordinario chiamato uomo.

Mai in nessun libro, ho trovato divinità che si toglievano per un attimo i panni degli eccelsi, troppo convinti di se stessi per poter davvero partecipare al quotidiano, alla banalità da cui rifuggivano quasi schifati.

Questo se da un lato permetteva all’uomo di mantenere intatto un modello da raggiungere, ne veniva però al tempo stesso frustrato dalla sua irraggiungibilità.

Per quanto tutti noi necessitiamo di alti ideali, questi se sono troppo distanti, troppo perfetti divengono fonte di una profonda insoddisfazione, rendendoci abili all’odio del sé.

Ecco perchè spesso nelle religioni costituite ci sono atti di è profonda costrizione personale, di penitente al limite della sopportazione, atroci mortificazioni della carne, e sangue a fiumi.

Perché soltanto mondando la nostra orrorifica tendenza a venerare questa sozza materia, possiamo forse sperare di raggiungere il bene supremo.

Ed è questo il vero danno.

Abbiamo oramai da tempo separato la materialità, la componente terrena dai luoghi di culto, specialmente quelli relativi al nostro io più profondo, rendendolo il male assoluto.

E se si inizia a combattere l’altra parte di noi stessi, non si potrà mai godere della bellezza del nostro essere profondamente, incredibilmente umani.

La divinità, esclusa dalla nostra vita, resa quasi evanescente, non fungerà mai più da sprone per affrontare con coraggio i nostri limiti, ma diverrà limite stesso.

Ecco perché il libro di Aliasor ha un notevole impatto emotivo e una grande importanza educativa: i suoi esseri divini non sono affatto perfetti.

Qua morte, esistenza, tradimento, sono fantasticamente….imperfetti.

Tempo ama i videogiochi e mangia cibo spazzatura.

Vita è terrificantemente troppo convinta di se. Morte è desolantemente solo ma per nulla crudele:

Morte. Cos’è la morte? Chi è Morte? Abbiamo tutti paura della

Morte, no? Possiamo ingannarci, non pensarci, ma essa ci attende il giorno stesso della nostra nascita e tutti la raggiugiamo, chi prima e chi dopo. Fa paura, fa piangere, tutti la odiano e lei odia noi.

Bugia.

Ella ci ama, così come ci ama il dio che la incarna. Lei tiene a noi, forse più di Vita. La Morte è uguale per tutti, non credete? Nella vita c’è chi nasce ricco, chi povero, chi bello, chi brutto. Chi bianco, chi nero, chi intelligente, chi stupido. Chi alto, chi basso, chi umano o chi divinità. Eppure, nel momento del decesso nessuno riceve un favoritismo. “La Morte è uguale per tutti”.

Ed è la stessa, favolosa, incredibile e liberatoria conclusione del grandeAntonio De Curtis, espressa nella poesia a livella.

A morte ‘o ssaje ched’e”…. e una livella.

‘Nu rre, ‘nu maggistrato, ‘nu grand’ommo,
trasenno stu canciello ha fatt’ ‘o punto
c’ha perzo tutto, ‘a vita e pure ‘o nomme
tu nun t’he fatto ancora chistu cunto?

Tutti loro sono sotto la minaccia dell’uomo nero, rappresentazione di ogni timore atavico cresciuto durante la separazione tra materia e spirito.

Relegare la ribellione in un antro infernale significa accusare il lato curioso dell’essere umano all’immobilismo.

E sapete bene che essere immobili significa, in fondo, morire. E se anche la Morte ci ama, e cerca di ricordarci a tutti la nostra provenienza e il nostro fine ultimo:

Abbiamo solo questa vita per dimostrare chi siamo.

E siamo noi stessi le divinità descritte da Aliasor.

I dei li produciamo noi, senza di noi essi non potrebbero esistere, sarebbero solo potenzialità infinite in un ammasso energetico immobile e perfetto.

Allora è l’imperfezione e quindi il caos il vero punto di partenza, quando tutte le molecole sono in procinto di organizzarsi in un perfetto reticolo di legami e scambi.

Ecco che l’immagine dell’uomo nero, la paura atavica che insidia questo processo creativo e semplicemente quello che accade oggi: le paure troncano (uccidono) la creatività.

Il terrore atavico stoppa la produzione di sacro.

Ma non temete.

Anche questo strano conglomerato di oscurità è in fondo, malato, contagiato dall’unicità umana: l’emozione.

La loro razza non conosceva questo termine, eppure loro due lo erano. Erano troppo umani. Erano malati? Di quel virus chiamato “

emozione, il più pericoloso dei batteri?

Bellissimo e coinvolgente, strano e onirico affresco del nostro costante, incessante, ambito bisogno di sacro.

“La leggenda di Ninfa” di Monica Maratta e Dario Pozzi, La strada per Babilonia edizioni. A cura di Alessandra Micheli

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Un incantato giardino dai sfavillanti colori simili a variegate ali di farfalla, si stende alla vista del turista, ammainandolo e rapendolo.

E’ una visione che appare quasi uscita da un libro di favole, quelle che da bambini sognavamo e che rendevano i nostri occhi sgranati avvezzi alla meraviglia e all’incanto.

Ninfa è oggi, per il turista in cerca di bellezza, una porta su un mondo altro, sul regno del numinoso capace di abbracciare e di soffocare la noia del vivere urbano.

Eppure, pochi conoscono a fondo la sua leggenda, quella che permea l’aria di sussurri che dal passato arrivano a noi.

E’ questa la meraviglia della storia.

Non solo accadimenti e eventi, ma incastri perfetti che uniscono in un filo di eternità le vite e i destini di uomini comuni e di grandi geni.

Sullo sfondo di Ninfa, nel libro di Monica Maratta e di Dario Pozzi si affacciano personaggi del calibro di Lucrezia Borgia, di lord Byron e remoto, evanescente ma sempre presente, Cesare Borgia.

Presente nel cuore straziato di sua sorella che nelle lettere ammantate di un dolore cocente, lo rende partecipe di una lontana leggenda che, seppur tragica, ha la drammaticità tipica di un amore passionale, intenso e totalizzante.

Ed è quello il vero protagonista, che sfiora lieve i volti dei personaggi che si affacciano sulla bellezza, a volte ombrosa, di un territorio che sembra la sede ideale di magie e sfrenate passioni, di paradisi lucenti e di abissi profondi.

La leggenda di Ninfa, triste fanciulla che per non rinunciare la suo amore decide di seguirlo nelle deserte lande dell’ade senza voltarsi mai conscia del rischio di perderlo, affascina la bellissima sorella del prode Borgia.

Una pedina su una scacchiera politica giocata abilmente dai parenti, ma che seppur decisa a immolarsi per l’onore non solo della casata ma dello stesso sogno italiano, baratta per una lontana e forse irraggiungibile fama che brillerà solo nel futuro nostro, la sua vivacità e le sue emozioni.

E’ una Lucrezia spenta quella che racconta le vicende di Ninfa, una Lucrezia senza sogni, né slanci.

Una Lucrezia quasi annebbiata, quasi depressa perché conscia del suo ruolo sociale e politico che la costringe quasi a rinunciare a un amore fatto di impervie discese e salite vertiginose, di sensazioni paradisiache ma anche di dolori cocenti.

L’amore sognato, quello eterno è fatto di spine e di effluvi di rose, impossibile da provare per chi, causa la ragion di stato, deve usare il suo fascino, il prestigio e il corpo stesso per dominare lo scenario politico e uscire vincitore dai suoi innumerevoli intrighi.

Lucrezia conosce il proprio posto, ma, a differenza di Ninfa non vuole o non riesce a ribellarsi.

Anche lei ama il suo nobile nome, e tutto ciò che esso comporta.

E cosi cerca di rivivere quelle emozioni negate, riversando i suoi afflati di eterno in quella storia che, attraverso i suoi soffusi gemiti, diviene reale e corporea.

Ecco che viene tessuto un arazzo che ingabbia le anime assetata quelle stanche, stufe, sazie ed ebbre della loro sociale maschera, quelle indossata e vantata in seno a una società che li pretende ligi al proprio status al proprio personaggio, al proprio ruolo.

E cosi a essere rapito e avvinto da questo rosso filo dell’incanto e della disperazione soave dell’innamorato, non è altro che lord Byron.

Un uomo complicato in cerca dell’acme di ogni emozione eppure privato, causa il suo vanesio egoismo (ne farà spese il povero Polidori) non potrà mai provare le stesse intense emozioni di Ninfa e Martino.

Avvinto da un oscurità mutevole che però ha sedotto milioni di generazioni con quelle poesie cavernose eppure capaci di ammaliare, avvertirà il bisogno di quella purezza che solo l’eternità di un amore può donare.

E cosi incanto e Disperazione avvolgono le pagine di questo libro, che è quasi un sussurro tra i boschi, un vento di purezza, per quei sentimenti che il male e l’orrore non possono assolutamente spegnere.

E cosi il lettore resta ingabbiato in una magia che, neanche l’ultima pagina o la parola fine potrà far cessare.

E che cercherete di rivivere, io lo so, beandovi dell’assolata e misteriosa beltà di Ninfa, sperando di vedere la candida fanciulla vagare nei boschi in cerca del suo perduto e mai mutato amore.