“Viento ‘e terra” di Luigi Gianpetraglia, Il Terebinto editore. A cura di Alessandra Micheli

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Faticano a capire i motivi per i quali non puoi chiudere un occhio e fare finta di non vedere… come fanno tutti gli altri. Gli altri, che si dimostrano sempre riconoscenti e apprezzano in egual misura consigli e regali più o meno disinteressati. E che accettano volentieri un caffè o, perché no, un aperitivo, tanto che male c’è?

Gli altri.

Quelli che scendono a compromessi, senza vergogna, perché tanto così va il mondo e non saranno certo loro a cambiarlo.

Questa frase mi ha accompagnato durante tutta la lettura di Viento e terra.

Mi risuonava nella testa, come un mantra dal tono acuto, incessante dialogo tra la mia coscienza e una certa stanchezza tipica di noi idealisti.

Noi che combattiamo, anche solo con la penna, contro l’immobilismo di un Italia che stenta a muoversi.

Apparentemente un grande paese dalla storia eccelsa, dalla presenza di grandi geni, di inventori, santi e poeti.

Ma, come direbbe il buon Lando Fiorini, di troppi mafiosi e pochissimi preti.

Gianpetraglia con la sua profonda semplicità, omaggio alla bellezza sfolgorante delle idee di Italo Calvino, affronta uno dei temi più scomodi, meno amati da chi accetta il valore tutto italico del tira a campare.

Tanto nulla cambia.

Meglio avviarsi verso il flusso acclamato come unico possibile da un umanità abbruttita, degradata, nonostante l’eleganza della tecnologia e dei vestiti di marca. E chi va controcorrente è solo un fastidio

È per questo che ti odiano: per ciò che sei

diventato nonostante ciò che eri.

Ti considerano un infame, nu traditore, un

venduto allo Stato per una placca dorata da appendere al collo.

E cosa in realtà tradisci?

La volontà dell’immobilità, del tutto cambi affinché nulla in realtà si modifichi.

Una frase tratta dal libro il gattopardo, terrificantemente attuale, sintesi di una società che perde inesorabilmente la sua sfida con la modernità.

Ci consideriamo il paese evoluto, fiore all’occhiello dell’Europa unita, perfetto alleato del grande sogno americano.

Ma siamo solo pusillanimi che la forza di dire no alla corrente della maggioranza, non lo ha mai avuto e forse mai lo avrà. Viento e terra racconta una storia diversa.

Una storia sognata da me, e forse da altri, pochi un pugno di prodi che allo status quo non ci vuole credere.

In un mondo che si mantiene grazie alla reiterazione di valori al contrario, distorti eppure accettati come unici validi, contrappone la fede eterna in una giustizia che non è solo legge, norma o punizione, ma è un sentire profondo dell’animo, che risveglia la coscienza e la arma con una lucente spada.

E’ la volontà si di riparare ai torti, ma senza l’ombra nefasta della rabbia o della vendetta.

Senza che essa si trasformi alla fine nell’accettazione del valore della sottomissione e della subordinazione alla atavica legge della giungla. Perché è questo che oggi dimostriamo noi, e dimostra il sud. Nascondendosi dietro il disastro dell’unità d’Italia, il mito del brigantaggio come unico baluardo contro uno stato che non ha creato cittadini liberi come prometteva, ma sudditi, si arma dell’orribile e patetica maschera dell’avvoltoio, che si ribella alla sua sudditanza con lo scellerato patto faustiano: scappare dal male accettando il male.

Un vero controsenso in fondo, evidente e irridente ma chissà per quale arcano sortilegio oscurato dal mito della forza, dell’onore, della ribellione rivoluzionaria.

Cosa c’è di rivoluzionario in un essere che da uomo si degrada a bestia?

Che gloria c’è nell’accettare di essere sudditi di un illegalità che ci rende si tutti uguali, ma uguali archè inginocchiati davanti a signora morte.

Noi che crediamo di ribellarci a uno stato in cui non ci riconosciamo, che ci ha tradito, tradito il patto originario che doveva proteggerci e non umiliarci, alla fine accettiamo di essere mere pedine di un potere che si ingigantisce, che diventa cosi fagocitante da demolire ogni parvenza d’umanità in un essere che di uomo ha ormai solo il nome.

Perché io non vedo umanità nelle cronistorie di azioni criminose. Non vedo eroi nei telefilm che inneggiano mafia e camorra.

Non trovo seducente né Rosy Abate, né Tonio Fortebracci.

Anzi.

Li trovo solo tentativi patetici per farci comprendere che il no è soltanto un utopia.

Che nulla si può contro questo mostro multiforme.

Trovo aderente a questa coscienza ferita ma non battuta il sentimento di autentica rivalsa di Mimi del testo, quello che decide di agire nonostante si senta appiccicato un identità che non sente, non può sentire sua.

Che nonostante debba lottare contro il passato, un passato a cui è legato, sa che in fondo il senso di giustizia, la fede vera va riservata solo a un ideale più grande, quello che protegge e vivifica di nuova linfa vitale uno dei migliori sentimenti di rivalsa che ho mai letto in un giallo.

E’ Mimi il vero eroe, che nonostante il peso dell’affetto non rinuncia a seguire la voce della sua coscienza.

Non smette di sperare in un cambiamento.

E’ questo il sentimento autentico di rivalsa: decidere che una società diversa, un Italia diversa, una Napoli diversa sia ancora possibile. Ma siamo noi a doverci credere.

“Un altra Maddalena” di Gianni Cardia, Collana Policromia. A cura di Alessandra Micheli

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Essere donna ieri come oggi è terribilmente difficile.

Ci troviamo giudicate, spesso, non per il nostro intelletto ma per il nostro genere sessuale.

Corpi prima che persone.

Oggetti prima che esseri viventi, arricchiti da mille soavi fili misteriosi e sconosciuti.

L’anima di un essere umano è fatta cosi, come una tela intessuta da mani sapienti, ricca di colori e sfumature e impossibile da giudicare da uno sguardo parziale.

L’arazzo è giudicato in modo armonico, non importa quale tipo di insetto ha prodotto il filo con cui è stato creato.

Nella nostra società, invece, conta tutto tranne che l’insieme.

Conta lo status sociale, conta il genere sessuale, conta l’accettazione senza riflessione dei valori imposti da non si sa chi.

Perché se andiamo ad analizzare tutti i mattoni che costruiscono l’apparente impalcatura della casa chiamata società, nessuno sa dirci quale sia stato l’organo competente a averli inscritti a fuco sulla nostra coscienza.

Chi ha detto che la donna è donna soltanto se accetta il dominio del padre, del marito o del fratello?

La tradizione, risponderanno molti.

E su questa divinità chiamata appunto tradizione, si impiantano i peggiori razzismi del nostro tempo, le peggiori misoginie, e le peggiori aberrazioni.

La donna è donna solo se accetta un determinato diktat.

Se baratta se stessa in cambio di una evanescenze protezione.

Se ammutolisce i proprio sogni, le speranze, gli impulsi più reconditi per divenire immacolata come la concezione ideale della femminilità.

Una femminilità privata del proprio regno terreno, resa cosi lontana cosi irraggiungibile da essere algida e fredda.

Un altra Maddalena parla, appunto, di questa strana assurda volontà di appiattire l’animo femminile, di privarlo della sua necessaria autonomia, rendendola schiava del potere maschile, delle convezioni che esso stesso stabilisce come inviolabili.

In tutta la storia Maddalena è tutto, tranne che persona.

E’ la follia prediletta.

E’ la moglie arrendevole.

E’ la madre penitente e piena di dolore.

E’ l’amante spregiudicata.

E’ quello che gli altri la definiscono di volta in volta, per i loro assurdi bisogni.

L’uomo che ha necessità di diventare qualcuno in rapporto a un altro, giudicato inferiore.

La famiglia che è importante solo se sposa il decoro e l’appiattimento delle emozioni.

La madre che è madre solo se rinuncia a una femminilità denigrata, temuta e forse odiata.

Maddalena è però diversa.

Curiosa e ribelle, incapace di negare la propria natura cosi indomita, cosi legata alla terra al corpo e alle sue emozioni.

Una donna forte, che cozza contro una società che teme e le teme in modo feroce, le donne svincolate dai legami che la incatenano. Maddalena sfida ogni tabù.

Sposa un uomo per amore.

Gode dell’amore fisico e non si vergogna di provare piacere.

Diventa una madre affettuosa senza rinunciare alla propria natura multicolore,che vira dal nero della rabbia al rosso della passione.

Si trova a essere vedova, appannata da un dolore assoluto senza però fare di questa sofferenza una tomba.

Sperimenta una delle lacerazioni peggio che una donna può provare, senza perdere la voglia di vivere e reagire.

E tenere testa al destino.

E’ sola ma non rinuncia al piacere fisico.

Sperimenta ogni sfumatura della vita fino a crescere, a imparare dalle sue cadute e da divenire, simbolo e sprone per ogni donna che la leggerà: ossia eroina di un indipendenza che toglie potere all’idea che una donna, senza un uomo è finita.

Che una donna vale solo come mucca da riproduzione.

Che una donna può avere voce in capitolo sul destino suo e dei suoi possedimenti solo che un uomo acconsente serafico e compassionevole a farla divertire.

Ecco un altro tabù sfatato dal libro.

I possedimenti.

Per troppi secoli la donna era priva di mezzi di sostentamento.

Non poteva ereditare,non poteva gestire un impresa.

Era l’angelo del focolare soggetta alle decisioni del maschio di turno. Poche eroine anche letterarie hanno avuto la forza di brillare da sole.

Alla fine un uomo sempre un uomo le ha avvinte.

Pensate a Emma, che seppur indipendente, alla fine cede al signor Knigthley.

Maddalena no.

Gioiosa, goduriosa, decisa a non abbassare le testa, affronta ogni sua tentazione per poi scegliere la strada più impervia: l’amore per se stessa. Una strada che ancora noi, oggi nel 2019 ancora stentiamo a scegliere. Troppi romanzi in cui lei ha bisogno di un lieto fine con l”altro e mai con se stessa.

Troppi show in cui per amore di un uomo la dignità viene barattata. Troppi reality in cui la nostra potenza è posta ai piedi del nostro sovrano il potere maschile.

Questo libro ha un unica pecca.

E’ scritto da un uomo.

Avrei voluto io piccola suffragetta, ammiratrice indefessa della buona vecchia Simone e di Betty, avrei voluto leggere queste parole dalla bocca di una donna.

Ma cosi non è stato.

E forse, e lo spero con tutto il mio cuore, la lettura di questo testo scomodo, splendido nella sua verve non politicamente corretta, faccia nascere non una ma cento, mille Maddalene.

In quei ragionamenti popolari c’era in sintesi molto di ciò che doveva essere la donna: fragile, madre, puttana, compromessa se non aveva al fianco un maschio. Mentre l’uomo era sempre lui: lavoratore, padrone, padre, libertino, puttaniere; era già un merito se le faceva sorridere, e accontentava tante donne celibi, posate, non sposate che, poverine, non potevano permettersi un uomo a comando. Le madri incinte speravano di avere un maschietto perché avrebbero avuto altre braccia forti in casa, o perché si sarebbero sentite difese. Le ragioni erano tante, ma all’uomo era permesso ciò che alla donna era negato, persino avere rapporti multipli: se la donna ci provava con altri oltre il marito, era di facili costumi.