“Victorian Vigilante. Le infernali macchine del dottor Morse” di Vittoria Corella e Federica Soprani, Nero Press editore. A cura di Alessandra Micheli

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La scienza per me è una vera passione.

Ma questa passione non è libera di scorrere impunemente.

Non è tutto lecito in suo nome.

Non è una scusa per venerare qualsiasi impulso o curiosità, scevra da un senso di rispetto per qualcosa di immanente che io chiamo l’eterno.

Amare e venerare la scienza è una forma di fede, quella che ti spinge a incontrare dio nei numeri, nei dati, negli esperimenti, accompagnato da un costante senso di meraviglia e riverenza.

E’ l’emozionarsi davanti alla perfezione delle formule chimiche, davanti all’intramontabile immutabilità delle costanti di natura.

Al meraviglioso viaggio nel vero paese delle meraviglie, che è possibile compiere con un microscopio, laddove una goccia d’acqua è un piccolo cosmo, dove un soffice fiocco di neve è una mirabile opera d’arte.

Ed è cosi in ogni appuntamento con la storia naturale, l’etologia, la botanica la biologia e la chimica.

E cosa dire dell’astronomia?

Quell’incontro con la maestosità di un universo in crescita che ci fa sentire spaventosamente piccoli ma parte di un progetto meraviglioso. La scienza è connessa con la religione, quando con rispetto e pudore intende capire i legami che ci uniscono in questo ingranaggio perfetto e sentirsene parte.

E’ la conoscenza che ci fa, semplicemente, osservare il sublime volto di dio, un dio che non è separato da noi da chissà quale distanza siderale, ma è immanente.

Nessun vero scienziato è ammantato dal sogno di onnipotenza.

Perché il potere fa parte del mondo e il vero scienziato è si nel mondo, ma non del mondo.

E’ sacerdote e bambino, è incanto e gioia.

Responsabilità e rispetto.

Perché quando si è consapevoli di far parte di un organismo che ci contiene e ci trascende, si è più attenti, più partecipi e più responsabili di ogni singolo filo invisibile che ci lega uno all’altro.

E questo senso di appartenere alla grande ragnatela dell’esistenza, ci rende maniacalmente attenti a ogni azione, perché essa non generi un onda d’urto che ne danneggi l’incredibile bellezza.

Chi ama la scienza non sogna l’immortalità, perché si sente già immortale interiorizzando la massima che “nulla si crea e nulla di distrugge”.

In victorian vigilant, il senso autentico della scoperta scientifica, viene perduto nel mare impetuoso e oscuro del sentimento di rivalsa.

A muovere il dottor Morse non è l’amore per la conoscenza, ma la volontà semplice e bambinesca di urlare a un mondo distratto “ora ti faccio vedere chi sono”.

E solo un uomo davvero senza dio, inteso però come coscienza, può manipolare il corpo e non usare le capacità per migliorarlo, ma piuttosto per dominarlo.

In un adrenalinica corsa verso il riparare torti reali o apparenti, Victoiran vigilante si muove sulla scena di un’epoca vittoriana che sta lentamente decadendo.

La grandeur britannica è in asfissia.

I sentimenti di rappresaglia delle sue colonie sono voci sempre più potenti.

Le contraddizioni tra la volontà di mostrarsi come guida al mondo, cosi come dovrebbe fare un vero impero e le sue atroci contraddizioni sociali la stanno spezzando.

La società inglese è un morto che cammina, cosi come tanti romanzi perfettamente ci descrivono.

Non è un caso che i romanzi neovittoriani, descrivono la società oramai decadente usando il simbolo del vampiro, colui che pur deceduto non rinuncia a succhiare la linfa vitale di tanti poveri elementi sacrificabili, non a caso scelti tra i perdenti che brulicano i dock o White Chappel.

E’ una nazione alla ricerca di un nuovo senso da dare alla sua esistenza, di nuovi valori e di un nuovo sentimento comunitario che il colonialismo non può più dare.

Ecco che la soluzione la si ritrova in un finto amore per una scienza, che non è altro che una nuova maschera per il vecchio musicante che spavaldo non cambierà mai le sue note.

E sarà sempre la volontà di potenza degli uomini che si sentono piccoli e spauriti davanti al tempo che passa, a un evoluzione che non guarda in faccia i nostri bisogni, a una legge, quella della retroazione, che ci fa scontare le nostre sviste.

La scienza del dottor Morse è il gesto disperato di chi non riesce a trovare una via alternativa alla logica di dominazione, che sta mostrando tutte le sue falle, lasciando che il mare della vita la inondi, la distrugga e la devasti.

In questo scenario tipicamente e deliziosamente decadente e steampunk nel suo originario senso (la bellezza del progresso al servizio dei più miseri obiettivi) coinvolge uomini e donne che tentano di vivere al meglio in questo mondo disperato.

Rachel che in un ultimo atto di redenzione cerca di riparare alle sue scellerate visioni.

Mordecai vittima e carnefice inconsapevole come l’eroe graaliano dei suoi doni.

E i due eroi, stesse facce di una medaglia chiamata giustizia: Percy e Malachy.

Entrambi i volti di quell’umanità che desidera ancora fregiarsi dell’aggettivo umano e che ha solo due strade davanti a se per la redenzione: la purezza dell’ideale e il coraggio di scendere nell’abisso.

In questo mondo che crolla, Percy è l’eroe classico, puro, guidato da alti ideali incapace di soccombere alla tentazione.

Ma pertanto evanescente, come la notte a cui appartiene e troppo irraggiungibile per poter essere imitato.

E poi c’è l’uomo di ogni giorno, che cade, si ferisce, rimane gemente e piangente nell’abisso.

Sbaglia, odia, compie errori.

Ma proprio per questo lì, in quella profonda voragine capace di attutire tutti i rumori, è cosi coraggioso da alzare lo sguardo.

E vedere le stelle.

E decidere in un atto difficile ma sublime di raggiungerle.

Che sia amore, o rimpianto, o dolore, il vero eroe non è il puro, il paladino perfetto.

Ma chi crolla e piange si suoi errori e da quelle lacrime fa nascere una coscienza nuova:

Alla fine siamo frutto tanto delle nostre colpe quanto dei

nostri meriti. Combattiamo nelle tenebre senza sapere se

meriteremo la luce. Combattiamo perché non possiamo fare

altro. Perché qualcuno lo deve fare. La guerra ha delle regole

che non appartengono agli uomini, non appartengono a Dio.

Appartengono solo a chi la combatte.

A chi vigila nell’oscurità notte dopo notte.”

Che un vigilante, un paladino, possa lasciare e pagine di questo libro disperato e poetico e irrompere in  questo post moderno traballante, specchio di quella società che ieri crollava.

Oggi, il nostro orgoglio umano non fa altro che contemplare una   società morente, incapace di distogliere lo sguardo attonito dall’orlo di un abisso senza fine, oscuro e senza speranza.

E allora come nell’epoca vittoriana anche oggi abbiamo bisogno di eroi, di ideali da stringere a noi.

Anzi.

Tutti noi dobbiamo essere eroi di ogni perduto, faticoso giorno.

 

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