“Unlucky?” di Milena de Rosa. A cura di Alessandra Micheli

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La prima cosa che viene spontaneo pensare dopo aver letto Unlucky è “finalmente una protagonista sana e normale!”

Abituata a adolescenti complessate, piene di strani turbamenti post menopausa e pruriti sessuali fuori norma, la dolcezza buffa e goffa di Claire è un toccasana per me, per tutte noi.

Questo perché le adolescenze nella norma erano troppo abituate a emozioni e sensazioni meno pretenziose o più terra terra, che andavano dal gioire per lo sguardo del prescelto, alle fantasie monotone tipo amore eterno, promesse in chiesa e nidiate di bimbi.

Nulla a che vedere con acrobatiche performance erotiche da far impallidire Yuri Cechi, o strane e oscure fantasie che prevedono candele (l’unica candela che mi interessa è quella della macchina) manette (anche li mi limito alle imprese criminologhe di CSI) frustini (ehi non siamo al Palio di Siena né all’ippodromo) e corde varie ( e non per imparare a fare i nodi dal buon vecchio capitan Findus).

Le nostre idilliache visioni erano molto più fresche e naturali e prevedevano si la volontà di sentirsi pelle a pelle, ma in modo sereno senza l’ansia di acrobazie contro le leggi newtoniane o volontà di appartenenza al limite della sanità mentale.

Ci bastava aver conquistato almeno l’attenzione del nostro eroe romantico e che lui ci avesse notate, a discapito degli orridi vestiti che madri snaturate ci costringevano a indossare, a discapito dei problemi adolescenziali come acne e sudorazione eccessiva, cosi come eravamo con quell’interiorità dotata di una grande ricchezza di immaginazione, con quel grande desiderio di regalare all’altro le chiavi delle nostre segrete stanze del cuore.

E non viaggi allucinatori nelle camere dei giochi, che per me amante dei thriller, sembrano cosi orribilmente simili alla sala del maniaco di turno, provetto serial killer.

Eppure i libri che oggi formano la nostra idea dell’amore prevedono almeno una pedata (se non ti scalcia non è amore) almeno una frustata (Brambilla siamo noi la razza da proteggere) e una bella dose di cera bollente nelle zone sensibili senza neanche tirare giù tutti i santi del calendario e forse anche quelli di quello cinese, ma solo mugolii sensuali di piacere.

Ma io sono anziana e il massimo del piacere a cui aspiro è quello di divorare una bistecca di manzo senza ricorrere al Gaviscon di sera, per far smettere all’adorabile bovino di correre su e giù per il mio stomaco. Come potevo restare, pertanto indifferente alla mia gemella di carta, l’adorabile Claire?

Come non ridere delle sue disavventure che in fondo rappresentano quelle, seppur esagerate per un’esigenza narrativa, delle figuracce (grezze le chiamavamo noi) di ogni santo adolescente che si affaccia alla vita e si trova alle prese con le interazioni con l’altro, fatte di sogni e di incubi, di vette altissime e di abissi, di insegnamenti e soprattutto della più fondamentale delle massime apprese in quegli anni che alcuni vorrebbero dimenticare: non è l’accadimento che fa crescere.

Non sono le esperienze di per se traumatiche il vero impulso che oggi mi ha reso e ci ha reso, parlo di tutti voi ragazzi che mi leggete, le persone che siamo oggi.

Ma è stato e sarà sempre la modalità con cui le abbiamo affrontate, interiorizzate e superate.

E se non superate utilizzate per cementare la strada del nostro futuro. Ecco che in una sequela di esilaranti disavventure, tutte considerate frutto del crudele umorismo di una divinità chiamata sfortuna, possiamo vedere nella storia di Claire semplicemente l’incontro con la vita, in ogni sua sfumatura, la meraviglia dell’amicizia, il senso di solitudine di chi cerca di comprendere e proteggere e persino far nascere la propria personalità, la ricerca della felicità con i suoi limiti etici da creare noi stessi grazie anche all’educazione ricevuta, fatta di elementi da conservare e altri da scartare.

L’incontro con il diverso, l’infrangersi delle nostre aspettative.

Sopratutto questa è stata e sarà sempre la sfida meravigliosa: è dal crollo delle nostre costruzioni mentali, anche se dotato di un impatto a volte traumatico, che può nascere davvero il futuro, il presente e la nuova possibilità capace di creare entrambe.

E’ quando Claire si sente sola, in balia di eventi che demoliscono le sue certezze, che cresce, cambia, matura e diventa sempre più se stessa, rimpicciolendo quel bozzolo infantile che protegge la nostra vera essenza.

Ed è da quel bozzolo che nascono uomini e donne.

Claire ha dalla sua parte la capacità di ridere di se stessa, di affrontare la vite e le sue sfide con ironia.

Nonostante le propri insicurezze a volte pesanti, nonostante il primo impatto con la meschinità umana, è grazie alla forza del sorriso e della risata che gli ostacoli appariranno meno ignoti e quindi meno pericolosi.

Ogni risata, sfogliando questo libro è un passo per ritrovare una purezza che oggi abbiamo perduto.

Troppi libri dark, troppo dolore, troppe adolescenti gotiche e oscure. Troppo amore malato, troppi pochi sogni leggeri e pieni di dolcezza. Troppo poca realtà in questi libri di oggi, rendono Unlucky e la sua adorabile autrice una piccola isola felice, che tutte voi almeno una volta dovete provare a ormeggiare.

E passeggiare sulle sue spiagge assolate, provare a ridere e divertirvi, senza il sogno dello stronzo di turno pronto a ammanettarvi e a piastrellarvi come un marmista turco.

E vivere per un’istante, questa normalità fa bene.

Perché non siamo e spero che nessuno di voi sarà un disagiato Mr Grey o una rincoglionita Anastasia.

Ma una semplice normale Claire.

Ovviamente è una normalità per nulla noiosa.

Credetemi Claire è tutto fuorché monotona.

È in preda delle isterie di due voci nella testa che sono peggio di quelli che avevo io a sedici anni e che mi costrinsero a dare un bel pugno in faccia a un mio povero compagno, reo di aver rovinato la mia vittoria a braccio di ferro.

Beh in effetti la mia idea di normalità potrebbe apparire un po’ contorta, ma certo meglio della vostra che pur di accontentare il disadattato di turno vi contorcete come anguille infarinate nella friggitrice mentre venite scagliate con la fionda addosso al muro della stanza dei giochi.

Bravissima Milena e non smettere mai di andare controcorrente.

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Un pensiero su ““Unlucky?” di Milena de Rosa. A cura di Alessandra Micheli

  1. Finalmente un’opinione sensata…
    Finalmente qualcuno che dà voce alle povere sfigate che credono che l’amore preveda più rispetto che sottomissione.

    Mi piace

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