“Il magnifico perdente” di Sonia Morganti, Oakmond publishing. A cura di Alessandra Micheli

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O la bella Gigogin trallerillerilellera,
la vas a spas col su sposin trallerillerillellà.
A quindici anni facevo l’amore
dàghela avanti un passo delizia del mio cuore!
A sedici anni ho preso marito:
dàghela avanti un passo delizia del mio cuore!
A diciassette mi sono spartita:
dàghela avanti un passo delizia del mio cuor.
La ven, la ven, la ven alla finestra,
l’è tutta, l’è tutta, l’è tutta cipriada.

La dis, la dis, la dis che l’è malada,
per non per non, per non mangiar polenta,
bisogna, bisogna, bisogna aver pazienza
lassàla, lassàla, lassàla maridà.
O la bella Gigogin trallerillerilellera,
la vas a spas col su sposin trallerillerillellà.
La ven, la ven, la ven alla finestra,
la dis, la dis, la dis che l’è malada,
bisogna, bisogna, bisogna aver pazienza
lassàla, lassàla, lassàla maridà.
O la bella Gigogin trallerillerilellera,
la vas a spas col su sposin trallerillerillellà

Avevo tredici anni e a lezioni di musica, alle medie, iniziavamo a conoscere i canti italiani.

Sia quelli popolari che quelli più intensi, capaci di infiammare i cuori e di spronare all’azione giovani intellettuali.

Il loro progetto?

Il sogno di un Italia unita e libera di decidere del suo destino, senza l’oppressione di interessi stranieri.

Per me, maturata da letture forse poco da signorina, come Robin Hood, Edmond Dantes, e il prode D’Artagnan o Richard Shelton (la freccia nera) i canti patriottici ebbero un’influenza profonda e furono il fulcro di tante mie suggestioni idealistiche.

La bella Gigugin fu uno dei più suadenti e mi causava lontane immagini di giovani che non avevano terrore né della morte, ne dell’esilio e combattevano fieri e orgogliosi la loro battaglia, capaci di fissare le minacce negli occhi e di partire indomiti in cerca di un altra vita.

E questo non per meri interessi materiali, ma per una volontà di adempiere a un dovere civile che esulando dai bisogni primari, si rivolgeva alla cosiddetta volontà generale quella che voleva elargire doni al supremo bene comune.

E il bene comune, in ogni mio libro mentore, se ne fregava di interessi privati, di proprietà acquisite con i privilegi e di condiscendenze scodinzolanti per mantenere intatti i servili compromessi.

Erano ideali eterni, quelli che il buon sant’Agostino definiva fondamentali.

Erano i mattoni su cui impiantare una società civile più aderente al concetto di Maat cosmica, quella legge primordiale che avrebbe realizzato il paradiso in terra.

Per tutti, non solo per i potenti o per i leccaculo.

Io, fin da bimba, ero nutrita dai racconti cavallereschi, i custodi prescelti di quel principio di giustizia aderente al complesso ma perfetto ordine supremo. Un ordine impartito da un dio diverso dai racconti cristiani, capace di non crocifiggere l’uomo ai suoi doveri materiali, ma di elevarlo, staccandolo dalla maledetta croce di materia e renderlo puro spirito e far si che questo spirito fecondasse la creazione terrena. Seguendo la scia di questi ideali io diventavo sempre più consapevole e innamorata dell’impegno civile e sempre più a favore di concetti, scontati per molti, come educazione, equità, rispetto per il lavoro e amor patrio.

Un amor patrio che non era affatto quello oggi millantato da tanti sciocchi servitori di Mammona.

Era l’amore per la terra che doveva essere faro per mille altre terre.

Era la fratellanza di tutti gli uomini uniti per compere il più ardito dei progetti: rendere l’intero mondo un mosaico perfetto di piccoli tasselli consci delle proprie peculiarità e uniti uno agli altri da profondi e evidenti legami.

Uno stato senza stato, senza armonia, senza coscienza senza orgoglio non era altro che landa deserta preda dei pirati di turno.

Ecco che la nazione, l’idea di nazione non diveniva muro tra noi e l’altro. Solo con la consapevolezza dei propri doni, delle proprie meraviglie si poteva divenire fratelli e improntare un’Europa o un mondo sull’egemonia della fraternità.

Io posso essere amico, compagno e complice solo in una posizione di equità o di eguaglianza di diritti e doveri.

Se io sono più forte, non attuo altro che la patetica tolleranza, che presuppone sempre uno sguardo benevolente sull’inferiore di turno.

No.

L’idea originaria di nazione ci rendeva tutti cavalieri, decisi a costruire una tavola Rotonda.

Non rettangolare, né quadrata.

Ma tonda, senza capo ne coda.

Capite la meraviglia?

La bella Gigugin diveniva cosi l’eterno canto di lotta di tanti idealisti, compatiti e derisi, che cercavano solamente di rendere il pensiero azione.

E di cosa parlava la bella?

Un canto di amore godurioso?

Un inno alla beltà dell’amata?

Si.

Anche.

Peccato che l’amata non era altro che l’Italia umiliata da tanti troppi interessi.

Fu scritta nel 1859 dal compositore milanese Paolo Giorza che si ispirò a alcuni canti popolari lombardo piemontesi.

Gigugin è il diminutivo piemontese di Teresina usato dai carbonari per indicare l’Italia.

O anche il suo “salvatore”Vittorio Emanuele.

Mentre lo spusin diventa l’imperatore francese Napoleone III al quale è richiesto di stringere alleanza ossia maritarsi.

Ecco che il tema non è la dichiarazione classica d’amore che tanto piace alle donne di oggi (non si parla di un MR Grey) ma è l’invito a fare un passo avanti ossia a liberare l’Italia dallo straniero.

Ma cosa c’entra con il libro della Morganti direte voi?

Beh non che vi faccia male un po’ di cultura, visto che dai moderni sondaggi siamo scarsi di fondamentali conoscenze del percorso che da singoli stati divisi e spesso in lotta tra loro si è arrivati allo stato italiano. Ed è uno dei motivi, la non conoscenza dico che porta tanti, troppi oggi a votare per il disfacimento dell’idea italiana.

Il perché è necessario lo stato per la fratellanza ve l’ho già spiegato.

E’ un po’ come il precetto ama il prossimo tuo come te stesso, che presuppone un te stesso, ossia un essenza chiamata uomo, consapevole di esserlo per poter interagirà pacificamente con l’altro.

In assenza di un interlocutore capace di porsi come elemento degno di rispetto (la comunicazione è rispetto) con cui interagire, si ha soltanto la sopraffazione.

Il dominio oggi è la fase in cui io che sono fantasticamente favoloso, decido di dare a te infimo essere indegno e incivile, l’attenzione perché sono un angelo disceso dal cielo, per renderti da barbaro degno di rilevanza sociale.

Il termine inferiore indica proprio la tendenza a gerarchizzare, come se coloro che per ironia della sorte sono collocati al di sotto della linea accettabile, non fossero altro che pecorelle smarrite da guidare.

In tal caso non esiste un altro da amare perché non riconosciuto degno di essere elargito del rispetto dovuto alla controparte con cui si interagisce. O nel caso peggiore divengo “nemico”.

E in tal caso mi caricherò di tutti i fardelli che il soggetto, stato o clan ritiene indegni, divenendo cosi un olocausto vivente.

Ecco che l’idea di nazione diviene fondamentale per il progresso.

Non più inferiori ma soggetti con cui comunicare e per comunicare si presuppone uno stesso codice ma anche una stessa distanza: non più sotto sopra, ma accanto.

Cosi alcuni uomini, capaci di pensieri elevati decisero di sacrificare la loro comodità e i privilegi per provare a dare corpo a idee interessanti che, però restando fumose, sarebbero preda dei venti.

Numinose e fuggevoli, incapaci di instaurare il movimento necessario al cambiamento.

E’ solo l’azione che da sostanza alle idee. Senza azione esse divengono evanescenti.

Ecco che la Morganti, che si storia se ne intende, da al lettore troppo nutrito da falsi ideali, una figura controversa, odiata, e amata: il prode Mazzini.

Ora io spero per voi, non per me, che sappiate chi fu Giuseppe Mazzini. Può non essere condivisibile la sua impronta ontologica, anzi, molti lo accusarono di mettere il sabato (l’ideale) al posto dell’uomo.

In realtà, la storia e la Morganti lo sa, fu più complessa.

Mazzini fu un uomo complicato, preda di ideali immensi ma per nulla trasformabili in ideologie che agì in un periodo nefasto e delicato.

La giovine Italia fu osteggiata e forse troppo infarcita di grandi uomini dal carattere eccessivamente focoso.

Molti preferiscono l’arte diplomatica del buon Cavour che riusci a fare l’Italia senza spargimento di sangue.

Eppure…la storia la fanno i vincitori e i Savoia dovevano uscire come la dinastia salvatrice.

Ma per essere diplomatici, bisogna sposare l’idea di Machiavelli il fine giustifica i mezzi.

E per ottenere l’Italia senza “sacrificio” significava porre la questione non sul piano della passione ideale ma della convenienza politica.

Ciò presupponeva uno scambio di favori, compromessi e do ut des: ti do per avere, che porterà il neonato stato su un abisso pernicioso, di cui oggi, paghiamo ancora i danni.

Il progetto di Mazzini era molto più sottile e elegante, degno di una mente lucida e elevata: educare alla necessità di uno stato che garantisse il rispetto del patto sociale.

E quindi presupponeva che il popolo, capendo l’impossibilità di sottomettersi ancora a una legge a una potenza che per mantenersi doveva fare accordi con il potere costituto, se ne fregava bellamente della massa costretta nell’indigenza, costretta a sopravvivere, a cui veniva negata una vera partecipazione alla res pubblica.

Salvo poi garantire alla loro sopravvivenza un anti-stato capace di assurgere a finta nemesi dell’ordine costituito con cui, in realtà, stringerà alleanze sempre più forti.

Uno stato padrone e un sotto stato finto ribelle.

Che collaborano per tenere il senso civico fuori dalle decisioni.

Ecco che in questo libro, finalmente Mazzini splende, in tutta la sua modernità e in tutto il suo ribelle piano.

E lo dimostra agendo in uno degli stati più assurdi e controversi della storia: l’Inghilterra, Londra della fuliggine, della povertà dello sfruttamento e della sistematica violazione dei diritti mani, sanciti da una propaganda che voleva l’impero un esempio per tutti gli altri.

E infatti, noi italiani quest’esempio l’abbiamo preso alla lettera: stato moderno, civile sulla carta e orrendo carnefice e pusillanime sostenitore dei ricchi nei fatti.

Detrattore dello sfruttamento e della schiavitù ma esecutore della stessa con il sistema del caporalato.

Povero mio Mazzini!

Mai avrebbe dubitato che il dovere dell’uomo fosse affratellare l’umanità e risvegliare le coscienze, che la libertà e la dignità fossero so- relle gemelle, inscindibilmente legate tra loro.

Eppure, nonostante la sua granitica convinzione, Mazzini era un uomo e spesso tormentato da dubbi e angosce :

Eppure le incertezze che l’avevano tormentato nei giorni più cupi, in Svizzera, si erano riaffacciate con decisione.

Questo perché a differenza di scritti che sembrano apparentemente raccontare il nostro risorgimento, c’è quasi un subdolo istinto a voler deridere la stessa idea di Italia, come se essa fosse pericolosamente sovversiva.

Noi siamo italiani eppure non capiamo a fondo il potenziale di questa realtà.

E credo che solo questo libro che affronta i temi che ci ho esposto ora, li affronta tutti con orgoglio e amore può darci l’idea di cosa, oggi stiamo sprecando rincorrendo i falsi spettri del populismo

La povertà delle classi umili è un problema da affrontare come patriota, così come la miseria dell’Italia. E poi avrebbe continuato a parlargli, andando sempre più a fondo nel suo cuore e spro-nandolo. «Come persona di fede, devi aiutare chi è in difficoltà, devi lottare contro le iniquità e la diseguaglianza» avrebbe sussurrato al figlio «Come uomo, devi difendere i più deboli e impegnarti per il miglioramento, tuo e della società.

E ancora:

Di quell’Italia spartita tra padroni, immiserita, che andava risvegliata, accesa nelle coscienze e negli animi…Infine dette voce alla speranza e ai propositi che l’avevano animato in quel lungo percorso e che rimanevano intatti: risvegliare le coscienze verso la responsabilità e l’azione, per l’umanità e la patria.

Noi oggi sputiamo su questi ideali, con una scuola che non ci fa vivere, come la Morganti, la meraviglia di idee eterne come quelle mazziniane, in una società che denigra gli idealisti come sciocchi, esiste la perdizione e la sconfitta dell’essere umano.

«Ciò che scende dall’altro, dura poco» spiegava,

E che questo libro possa in voi accendere la fiamma della passione come è successo a me e canticchierà tra se le note della Bella Giguin, sedotta da altri marrani che vogliono solo ucciderla.

Non permettiamolo.

Ne oggi ne mai.

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