“La baia” di Kate Rhodes, La corte Editore. A cura di Alessandra Micheli

la baia

 

 

Ogni volta che leggo un libro edito dalla corte editore è un vero disastro. Sono cosi belli, cosi perfetti sia a livello di intreccio narrativo che di stile, che poi leggere altro è impossibile.

Per almeno qualche giorno si lasciano decantare le emozioni provate, si rivivono mentalmente i passaggi più avvincenti o emozionanti e si rileggono le parti sottolineate come se si fosse in preda di un incantesimo ossessivo.

E sono convinta che, i loro autori siano dei maghi.

Degli apprendisti stregoni capaci con un semplice gesto,quello dello scrivere di creare scenari di incanto.

Nonostante siano i thriller i miei preferiti, o i romanzi gotici, non posso non asserire quanto essi siano dotati di una loro poetica malia.

Saranno le descrizioni, sarà quel ritmo lento che non annoiata ma intesse pagina per pagina una sedizione che entra fin dentro il sangue e le ossa.

Sarà quel flusso di fantasia immaginativa, di falsificazione del reale pur parlando del reale che scorre libera e quasi naturale come acqua che sgorga dalla fonte.

Avete mai visto quel fenomeno?

E’ una scena di rara bellezza: dalla sorgente spesso sotterranea si iniziano a diramare bollicine che rendono la superficie acquea per nulla monotona ma in un movimento circolare che si allarga sempre di più, ipnotizzando il visitatore che intuisce soltanto quella forza ribollente sotto l’apparente tranquillità di quel fluido cosi prezioso per noi.

E’ cosi che posso iniziare il racconto della Baia.

Uno scenario paradisiaco, quasi irreale si staglia ai nostri occhi sognanti. Ma sotto la superficie di un colore quasi petrolio, tanto è profonda la radice del mare, si intuiscono mille piccole bollicine che ci fanno intuire la forza ctonia di un qualcosa che deve essere celato, una forza che è stata nascosta ma che all’improvviso si risveglia.

E inizia a far tremare le fondamenta delle nostre assurde convinzioni: che il male sia identificabile, circoscrivibile e sopratutto prevedibile.

Per noi il killer ha sempre un preciso identikit, ha precisi segnali e per noi diviene quasi tranquillizzante sapere che la scienza, la criminologia può darci le coordinate per evitarlo o stanarlo.

Ma non è cosi.

Il male è una creatura fatta di ombra, multiforme che si nutre piano piano di emozioni umane fino a renderle contagiate con la sua oscurità. Sono dai gesti sempre più caotici, sempre più violenti che si diventa crudeli, come se il fatto stesso di assaggiare la crudeltà ci rende pericolosamente vicini a osservare con interesse e attrazione l’abisso. Nella Baia sono tutti partecipi di un contagio oserei dire primordiale, che trova la sua origine nella volontà di costruire comunità omogenee bastanti a se stesse, capaci di ristabilire quella solidarietà contadina infranta dal vivere moderno.

Ecco perché le piccole località, strette una attorno all’altra, cosi come sono spesso strette le case in un vicolo di un paesino di montagna, sono spesso il terreno più facile su cui il male ama prosperare.

La volontà di fare la differenza, la voglia di opporsi a una modernità che seppur ci garantisce sempre più comunicazione ci rende, però, terribilmente soli è il più pericoloso alleato della violenza.

Perché ogni impulso oscuro viene non conosciuto e liberato dalle sue scorie, ma allontanato come la minaccia più aggressiva per quella parvenza di paradiso che sono le comunità chiuse.

Isolate e arroccate sulla difesa del proprio status quò.

O della propria zona di comfort.

Le isole Scilly, in particolare Bryher protagoniste di questo dramma rappresentano perfettamente il tipico paesino che isola il male relegandole nelle caverne più oscure dell’io.

E questo significa seppellire i propri segreti più inconfessabili sotto la patina del perbenismo.

La comunità deve sopravvivere e per farlo deve allontanare ogni tentazione mondana.

Ma la stessa è connaturata a una strana esigenza umana capace di nutrirsi di rabbia e bestialità.

Del resto il proverbio indiano dice che in noi convivono due lupi, uno rabbioso e uno pacifico.

Dipende a chi si dona più nutrimento.

E spesso, per una sorta di strano congegno mentale si nutre la parte rabbiosa, forse perché meno ignota di quella che decide di cambiare totalmente prospettiva.

Rabbia per il tempo che passa.

Per i sogni traditi, per la gioventù che fugge senza che le nostre aspettative siano dissetate.

Chi, dunque può portare ordine nel caos brutale che diviene, per un efferato delitto quella bella baia assolata e baciata dal mare?

Solo chi nell’abisso è disceso.

E come un novello Orfeo non si è lasciato sedurre dalla voce che lo invita a voltarsi indietro.

E’ chi fa parte di quella mentalità e di quella comunità ma al tempo stesso ha deciso che il mondo è più ampio per poter essere contenuto in un pezzo di terra.

Eppure, nonostante la brama di conoscenza porta nel suo DNA la natura selvaggia di chi ha dovuto lottare e lotta ogni giorno contro le intemperie, il mare che è spesso un pessimo compagno, che ribolle di rabbia, sotto la placidità dei suoi colori sfumati.

Chi conosce il peso dei fallimenti e si nutre di senso di colpa.

E solo grazie alla verità scoperta, redime se stesso.

Ben trova la sua strada tra le ombre del suo dolore dei rimpianti grazie alla volontà di proteggere il suo posto del cuore dalla barbarie della negazione.

E’ dalla volontà di non vedere, di continuare a illudersi che l’ingiustizia naviga solo nelle grandi città, nella fantasia di poter creare un posto privo di ogni pericolo che esso il male può prosperare ridente, nutrendosi di quella volontà di seppellire le parti scabrose sotto un tappeto.

Solo la verità rivelando segreti e cadute, togliendo la maschera a ogni protagonista, potrà redimere l’isola assicurare la giustizia.

Una giustizia a metà, perché a uscirne sconfitto è il progetto di creare una zona idilliaca, priva di ogni malignità.

Un libro stupendo da divorare tutto di un fiato e bersi di ogni emozione che riesce a suscitare.

Cosa dire ancora per convincervi a leggerlo?

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