La Triskell editore presenta “Il collezionista di Bambole” Imperdibile!!!

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Trama: 
Febbraio 1929.

Dopo la strage di San Valentino, altri avvenimenti sanguinosi continuano ad abbattersi su Chicago. La città del vento è in preda al terrore, tenuta sotto scacco da un serial killer denominato il Collezionista di Bambole, un assassino che da quasi quindici anni terrorizza gli abitanti creando macabre bambole umane con ragazzi di strada, che abbandona poi in luoghi caratteristici come se fossero un tassello a completamento della sua opera.

In questo clima di terrore si incrociano le vite di Aidan, il detective messo a indagare sul caso, René, un giovane che vive nella casa di piacere di Mama Blue e che con la donna condivide un terribile segreto e del giovane Hisui, anche lui un ragazzo della casa di piacere.

In una metropoli spazzata dal gelido vento del nord che porta con sé le note della musica jazz, il lamento di vittime innocenti e la voce di una bestia bramosa di sangue e vite umane, è in atto una corsa contro il tempo per evitare che il Collezionista di Bambole colpisca ancora. E ancora.

 

Dati libro

Data di pubblicazione: 25 Luglio

COLLANA: REDRUM

Titolo: Il collezionista di bambole

Autrice: Erika Tamburini

ISBN EBOOK: 978-88-9312-547-5
ISBN CARTACEO: 978-88-9312-548-2

Genere: Thriller
Lunghezza: 416 Pagine

Prezzo Ebook: 6,99 € – in promozione a € 4,99 per due settimane dopo l’uscita
Prezzo cartaceo: 15,00 €

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“Un passo avanti e poi un altro” di Eleonora Ippolito, Delos digital. A cura di Alessandra Micheli

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Fa male il libro di Eleonora.

Fa male la sua storia e al tempo stesso rigenera te che la leggi e che magari soffri delle sue stesse problematiche.

E oggi, qua in questo mondo idilliaco un paesino di altri tempi ancorato cosi tanto al suo passato da farti sfuggire il presente e il tuo futuro, il suo racconto scava dentro di me in modo a volte lancinante.

E mi ritrovo a versare lacrime cocenti su un anima che mai è stata davvero accettata.

Io e Laura condividiamo le stesse sensazioni ossessiva di non appartenere a questi tempi, di non far parte della stessa comunità.

Capaci di grandi slanci, di osservazioni profonde ma prive del tatto o oserei dire della capacità di essere davvero suddite di questi tempi cosi vuoti e cosi ripetitivi.

Fatti di convenzioni a cui non possiamo non essere servi, fatte di doveri che nessuno ha fissato su carta, ma che fanno parte del quieto vivere. Purtroppo di quieto non hanno nulla.

Urlano le anime almeno quelle non addormentate o assuefatte.

Sono schiave di un lassismo che ci rende tutti drammaticamente burattini. E chi come noi è senza fili come direbbe il buon Bennato trova sempre qualcuno che tenta di rimetterli quei fili.

Che sia una famiglia che non riesce a capirti, che non riesce neanche a udire il tuo linguaggio (di diverso ha solo la freschezza dei sogni) che sia un compagno che non può vederti, perché vederti significherebbe ritrovarsi fissati da uno specchio che rimanda i suoi errori e trovare crollate ogni certezza.

Che sia una società che si nutre di linfa vitale e ama sorridendo comandare piccoli assurdi morti viventi, che per paura, per vigliaccheria, non trova il coraggio di dire no.

Che sia il gioco asfissiato di un amore che ha oramai solo il nome, solo la reputazione, ma che è una assurda maschera per nascondere fragilità e insicurezze.

Per non stare mai da soli.

E cosi amicizie, sesso, uscite per brindare alla vita che ti saluta lasciandoti solo, perché non vuoi assolutamente danzare davvero con lei al chiaro di luna.

Tutto quello descritto dal libro Un passo e poi un altro è drammaticamente vero.

Dalla denuncia di un anaffettività che sembra possedere la nostra esistenza.

Dalla consapevolezza di essere un Italia che sta fallendo, tradendo la sua essenza, la sua creazione e persino gli sforzi di chi è morto sognando una patria diversa, laddove finalmente sarebbe cambiato non solo il suono ma anche il suonatore.

La vita che scorre nascosta dal velo dell’apparenza, dove falliti dominano altri falliti, in un esecrabile corsa verso l’autodistruzione.

Racconta di sogni sfilacciati aggrediti e ridotti a brandelli dalle belve di una realtà che è, in fondo, una creazione della nostra mente pusillanime, incapace di immaginare altri confini, altre speranze.

Una generazione di disillusi, fragili e addolorati che invece dell’unione hanno scelto la disgregazione.

Laura è il simbolo di ogni giovane che si sente diverso.

Che vuole semplicemente partecipare alla giostra della vita, scegliersi il cavallino bardato a festa e provare a fare il miracolo: staccarsi da questo girotondo sfrenato e senza una meta e provare a rendere quel cavallino di plastica un fiero destriero, pronto a raggiungere l’orizzonte che ai sognatori appare come una voce tonante, ma sempre più flebile.

Cosi flebile che per essere udita ha bisogno di orecchie nuove.

E cosi per ogni vita perduta, affranta distrutta, ci sarà chi come noi, seppur piangenti lacrime di sangue, seppur con lo stomaco ingarbugliato dallo stress, dalla rabbia o con gli occhi aperti nel buio per una paura atavica, quella del movimento, saprà passo dopo passo essere esempio. Un esempio fatto di carne non cosi evanescente da non poter essere raggiunto.

Non cosi trascendente da appartenere a chissà quale altro universo.

Laura è un personaggio scomodo.

Non accetta compromessi e crede, crede cosi profondamente nei meriti, nonostante una vita passata a cercare se non di farsi accettare, almeno rispettare.

E’ preda di una famiglia che per tradizione deve appoggiare ogni idea consolidata ogni certezza, perché senza quelle maestose cazzate, rischia di cambiare.

E’ preda di illusioni create dal mondo, per sedurti e ammutolirti.

E’ vittima di amori malati che vogliono solo sentirsi unici per poter sopravvivere a se stessi.

E’ in una società, in un paese che ai suoi giovani ha lasciato ceneri, soltanto macerie.

E siamo noi a dover recuperare ideali da sotto quegli ammassi indistinti. Come fa Laura, nonostante il sangue mischiato alle lacrime, sangue dall’anima ogni volta che la ferocia della “realtà” l’azzanna, quando tenta di andare fuori gli schemi.

Io so cosa prova Laura.

So molto dei suoi terrori notturni.

So cosa si prova a essere guardata come un alieno perché si crede, si sogna, o semplicemente dietro l’apparente costretta tranquillità celano una lupa fiera capace di mordere.

So cosa significa vivere a contatto con l’ipocrisia borghese e con il perbenismo, con persone dai desideri frustrati che come sanguisughe tentano di mangiarti i suoi di sogni privandoli di energia.

So come ci si sente a camminare con la corazza ammaccata, piena di segni con il volto coperto da lacrime.

Io lo so.

E lo sa ognuno di voi.

Ma so anche che dietro quei suoi pensieri cosi disperati si cela la vera forza.

E’ dalla caduta, dall’orrore che possiamo vedere quant’è bello il cielo. Osservare le stelle e provare a afferrarle.

E’ dall’abisso che possiamo vedere quant’è immenso l’infinito.

E passo dopo passo amare quella vita, cosi com’è.

Con le sue atroci altezze, e le sue impervie e oscure discese.

E’ solo resistendo, è solo continuando a essere integri con se stessi che si può raggiungere tutto quello che la massa oggi chiama utopico.

Non mollate mai.

Come Laura sarete avvolti dal dolore.

Come Laura perderete.

Come Laura vi sembrerà di essere spaccati in due.

Ma:

Ed è proprio aver vissuto che ci fa vivere ancora

e’ proprio aver perduto che ci fa credere ancora.

Roberto Vecchioni

 

“Pelle. Oltre il limite” di Domenica Lupia, Mezzelane editore. A cura di Alessandra Micheli

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Di un libro mi colpisce la trama.

E da questa somma divinità, musa ispiratrice partorita direttamente dall’infinito, che si cela il segreto del mio amore per i libri.

Essa si snoda suadente e elegante come un maestoso serpente, l’ouroboro che si morde la coda, fine e inizio in un ciclo di nascita rinascita e morte che il libro DEVE poter rappresentare.

Dentro i personaggi, nelle intenzioni dell’arguto scrittore devono essere racchiusi i fasti e gli abissi del nostro divenire umano.

E spesso essi sono raccontati dalle parole che divengono frasi infarcite di simboli e archetipi, di snodi cruciali, di stili ridenti e di incantate figure retoriche.

Ma ogni tanto, quel paese delle meraviglie viene abbandonato per un altro mondo particolare, incantato allo stesso modo ma ancora più oscuro e numinoso, perché non spiegato dal potere del linguaggio: il titolo.

Certi titoli capeggiano occhieggiando timidi dalla copertina, spesso colorata e cacofonica.

Altre ridono beffarde nascondendosi dietro lo scrigno del significato. Altri ancora, maestosi e imponenti si svelano subito eppure, nonostante la loro volontà di visibilità sfuggono all’occhio ignaro del lettore neofita. Ma per noi, archeologi del significato, essi sono dei racconti ancora più importanti e pregni di significato della nostra amata trama.

Il libro di Lupia è proprio cosi.

Si racconta già dal titolo.

Pelle.

Un termine conosciuto e al tempo stesso ignorato.

La pelle quel sottile strato di cellule vive che ricopre non solo il nostro scheletro ma i sensi stessi l’anima.

La pelle che è si ricca di suggestioni elevate, spesso paragonabili agli ansimi del sacro tanto che alcune tribù indossano le pelli di animali per carpire la loro forza, quando non usano quelle dei nemici, quasi in un omaggio di sommo rispetto.

La pelle è colei che ci garantisce l’informazione del mondo, lo strato tra la mente che elabora immagini e un reale che non sappiamo mai quanto esso sia reale.

La pelle tuttora conserva oggi un qualcosa di sacrale, tanto da essere spesso oggetto di venerazione, pensiamo alle mille reliquie sparse per la nostra bell’Italia.

Lo stesso velo di Manopello non è che una fotografia della pelle della nostra divinità più amata.

Ma la pelle è anche sporcizia, sudore, effluvi selvatici, squame come se l’anima stessa si perdesse in mille pezzi.

E’ cosi fragile da essere vittima di miliardi di batteri che la deturpano, nutrendosi essi stessi delle sue scaglie.

La pelle è possiamo dire abisso e paradiso, mezzo e tramite ma anche ostacolo.

Spesso la pelle simboleggia la maschera che indossiamo davanti al mondo: non mi sento a mio agio nella pelle per esempio.

O rappresenta la somma culminante di ogni emozione: non sto più nella pelle.

La pelle è il libro con cui descriviamo noi stessi in rapporto al mondo, per esempio con i tatuaggi, racconti di estratti di anima, di suggestioni, di desideri e di frustrazioni.

E oggi la pelle evapora sogni inconfessati, un ansia di sentire con ogni poro di quelle cellule epidermiche che ci danno forma ma mai sostanza, quella è dentro di noi.

E la pelle è il limite, il confine che ci separa dal regno delle idee che ci è precluso in quanto umani, in quanto dotati di dimensioni fisiche, quelle che la pelle stessa racchiude.

Ecco che intitolare a tal modo il racconto travagliato di un uomo, o forse di tutti noi uomini, significa dare già una direzione al libro.

Ecco che le scelte distruttive o costruttive, forse nascono da quel senso del limite che quell’organo meraviglioso dotato di suoi propri sensori, colui che ci mette in connessione con quella mente che è oggi, grazie alla scoperte scientifiche la vera sede dello spirito, ci pone davanti a noi.

La pelle è si sensore ma totalmente fragile.

Da forma al copro ma al tempo stesso ne limita le potenzialità.

Bassi, grossi, cattivi, buoni siamo forse di più di cosa la pelle mostra al mondo.

E in quel senso di prigionia le anime contorte, quelle che non riescono a uscire fuori da se stessi per intraprendere voli pindarici, divengono incattiviti, egoisti, crudeli perché si sentono sempre a metà: metà umani e metà divini.

Metà buoni e metà cattivi.

Metà amore e metà odio.

Sempre alla costante ricerca di un equilibrio.

Un equilibrio che non sarà mai del tutto possibile.

Il protagonista di pelle sente di essere qualcosa di più che un mero involucro ingabbiato in esperienze troppo comuni.

Tanto da doverne fuggire.

Si sente invecchiato perché pieno di idee che però, non si realizzano in concretezza.

E cosi si nutre dell’altro nel modo peggiore che si possa immaginare. Distrugge l’amata, la umilia per sentire almeno l’emozione di essere demiurgo del proprio destino.

Tenere tra le mani un anima, uno spirito una mente da uno scellerato senso di onnipotenza.

Cosi come la sua storia peggiore, quella con una ragazzina problematica. Non è un inno alla pedofilia non fraintendete Domenica.

E’ il racconto di un uomo imprigionato nella materia che brama una luce evanescente, troppo lontana per poter dissetare il suo io assetato.

E cosi si nutre di giovinezza.

Ma non una già pura.

Ma contaminata dal dolore che il mondo reale porta con se, quel senso di eterno abbandono che si risolve con la ricerca dell’oblio.

Che sia droga, o sesso sfrenato, i protagonisti qua tentano disperatamente di essere vivi.

Ma si basano solo sulla pelle, involucro troppo esterno per poter vivere a trecentosessanta gradi.

Ed è la mancanza di una relazione profonda prima con il proprio se, unica possibilità in grado di farci vivere una quotidianità fantastica, che rende i rapporti distruttivi.

Chi cerca di mangiare gli altri, le loro energie è perché non riesce a sfamare il proprio inconscio di emozioni, di viaggi pindarici, di sensazioni non solo tattili.

Pelle è si un invito alla vita, ma una vita a metà che manca del suo esoscheletro interno: la fantasia.

Lupia la fantasia la conosce e decide di sperimentarla in ogni istante di vita, persino in quei meandri, gli angoli dell’esistenza li chiamo io, troppo bassi per l’intellettuale assetato di infinito.

Eppure, è proprio nel fango, nella merda, come direbbe Pasolini, che si cela il vero incanto.

Un incanto da cui il protagonista è desolantemente escluso.

Di me restano solo frammenti di ricordi accesi nelle notti buie e piccoli spazi di vita e di morte regalati senza troppa cura al prossimo mio, verso una nuova illusione. Una vecchia ferita che muore. Perché le ferite servono, bisogna averne cura e tenerle aperte, farle sanguinare, finché tutto il nero sia scivolato via. Occorre farsi male, sempre, da capo, per poter guarire, serve il doppio del dolore sofferto. Non esistono errori, solamente scelte. Non ci sono scuse né pentimento; chi agisce accetta tutte le conseguenze, che piacciano o meno.

Che il libro sia per voi memento mori dell’importanza di sentire sia la pelle esterna ma sopratutto il collegamento interno con il mondo, unico che ci salva da scelte distruttive che hanno solo l’arduo compito di farci sentire….vivi, amati e desiderati.