“Pelle. Oltre il limite” di Domenica Lupia, Mezzelane editore. A cura di Alessandra Micheli

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Di un libro mi colpisce la trama.

E da questa somma divinità, musa ispiratrice partorita direttamente dall’infinito, che si cela il segreto del mio amore per i libri.

Essa si snoda suadente e elegante come un maestoso serpente, l’ouroboro che si morde la coda, fine e inizio in un ciclo di nascita rinascita e morte che il libro DEVE poter rappresentare.

Dentro i personaggi, nelle intenzioni dell’arguto scrittore devono essere racchiusi i fasti e gli abissi del nostro divenire umano.

E spesso essi sono raccontati dalle parole che divengono frasi infarcite di simboli e archetipi, di snodi cruciali, di stili ridenti e di incantate figure retoriche.

Ma ogni tanto, quel paese delle meraviglie viene abbandonato per un altro mondo particolare, incantato allo stesso modo ma ancora più oscuro e numinoso, perché non spiegato dal potere del linguaggio: il titolo.

Certi titoli capeggiano occhieggiando timidi dalla copertina, spesso colorata e cacofonica.

Altre ridono beffarde nascondendosi dietro lo scrigno del significato. Altri ancora, maestosi e imponenti si svelano subito eppure, nonostante la loro volontà di visibilità sfuggono all’occhio ignaro del lettore neofita. Ma per noi, archeologi del significato, essi sono dei racconti ancora più importanti e pregni di significato della nostra amata trama.

Il libro di Lupia è proprio cosi.

Si racconta già dal titolo.

Pelle.

Un termine conosciuto e al tempo stesso ignorato.

La pelle quel sottile strato di cellule vive che ricopre non solo il nostro scheletro ma i sensi stessi l’anima.

La pelle che è si ricca di suggestioni elevate, spesso paragonabili agli ansimi del sacro tanto che alcune tribù indossano le pelli di animali per carpire la loro forza, quando non usano quelle dei nemici, quasi in un omaggio di sommo rispetto.

La pelle è colei che ci garantisce l’informazione del mondo, lo strato tra la mente che elabora immagini e un reale che non sappiamo mai quanto esso sia reale.

La pelle tuttora conserva oggi un qualcosa di sacrale, tanto da essere spesso oggetto di venerazione, pensiamo alle mille reliquie sparse per la nostra bell’Italia.

Lo stesso velo di Manopello non è che una fotografia della pelle della nostra divinità più amata.

Ma la pelle è anche sporcizia, sudore, effluvi selvatici, squame come se l’anima stessa si perdesse in mille pezzi.

E’ cosi fragile da essere vittima di miliardi di batteri che la deturpano, nutrendosi essi stessi delle sue scaglie.

La pelle è possiamo dire abisso e paradiso, mezzo e tramite ma anche ostacolo.

Spesso la pelle simboleggia la maschera che indossiamo davanti al mondo: non mi sento a mio agio nella pelle per esempio.

O rappresenta la somma culminante di ogni emozione: non sto più nella pelle.

La pelle è il libro con cui descriviamo noi stessi in rapporto al mondo, per esempio con i tatuaggi, racconti di estratti di anima, di suggestioni, di desideri e di frustrazioni.

E oggi la pelle evapora sogni inconfessati, un ansia di sentire con ogni poro di quelle cellule epidermiche che ci danno forma ma mai sostanza, quella è dentro di noi.

E la pelle è il limite, il confine che ci separa dal regno delle idee che ci è precluso in quanto umani, in quanto dotati di dimensioni fisiche, quelle che la pelle stessa racchiude.

Ecco che intitolare a tal modo il racconto travagliato di un uomo, o forse di tutti noi uomini, significa dare già una direzione al libro.

Ecco che le scelte distruttive o costruttive, forse nascono da quel senso del limite che quell’organo meraviglioso dotato di suoi propri sensori, colui che ci mette in connessione con quella mente che è oggi, grazie alla scoperte scientifiche la vera sede dello spirito, ci pone davanti a noi.

La pelle è si sensore ma totalmente fragile.

Da forma al copro ma al tempo stesso ne limita le potenzialità.

Bassi, grossi, cattivi, buoni siamo forse di più di cosa la pelle mostra al mondo.

E in quel senso di prigionia le anime contorte, quelle che non riescono a uscire fuori da se stessi per intraprendere voli pindarici, divengono incattiviti, egoisti, crudeli perché si sentono sempre a metà: metà umani e metà divini.

Metà buoni e metà cattivi.

Metà amore e metà odio.

Sempre alla costante ricerca di un equilibrio.

Un equilibrio che non sarà mai del tutto possibile.

Il protagonista di pelle sente di essere qualcosa di più che un mero involucro ingabbiato in esperienze troppo comuni.

Tanto da doverne fuggire.

Si sente invecchiato perché pieno di idee che però, non si realizzano in concretezza.

E cosi si nutre dell’altro nel modo peggiore che si possa immaginare. Distrugge l’amata, la umilia per sentire almeno l’emozione di essere demiurgo del proprio destino.

Tenere tra le mani un anima, uno spirito una mente da uno scellerato senso di onnipotenza.

Cosi come la sua storia peggiore, quella con una ragazzina problematica. Non è un inno alla pedofilia non fraintendete Domenica.

E’ il racconto di un uomo imprigionato nella materia che brama una luce evanescente, troppo lontana per poter dissetare il suo io assetato.

E cosi si nutre di giovinezza.

Ma non una già pura.

Ma contaminata dal dolore che il mondo reale porta con se, quel senso di eterno abbandono che si risolve con la ricerca dell’oblio.

Che sia droga, o sesso sfrenato, i protagonisti qua tentano disperatamente di essere vivi.

Ma si basano solo sulla pelle, involucro troppo esterno per poter vivere a trecentosessanta gradi.

Ed è la mancanza di una relazione profonda prima con il proprio se, unica possibilità in grado di farci vivere una quotidianità fantastica, che rende i rapporti distruttivi.

Chi cerca di mangiare gli altri, le loro energie è perché non riesce a sfamare il proprio inconscio di emozioni, di viaggi pindarici, di sensazioni non solo tattili.

Pelle è si un invito alla vita, ma una vita a metà che manca del suo esoscheletro interno: la fantasia.

Lupia la fantasia la conosce e decide di sperimentarla in ogni istante di vita, persino in quei meandri, gli angoli dell’esistenza li chiamo io, troppo bassi per l’intellettuale assetato di infinito.

Eppure, è proprio nel fango, nella merda, come direbbe Pasolini, che si cela il vero incanto.

Un incanto da cui il protagonista è desolantemente escluso.

Di me restano solo frammenti di ricordi accesi nelle notti buie e piccoli spazi di vita e di morte regalati senza troppa cura al prossimo mio, verso una nuova illusione. Una vecchia ferita che muore. Perché le ferite servono, bisogna averne cura e tenerle aperte, farle sanguinare, finché tutto il nero sia scivolato via. Occorre farsi male, sempre, da capo, per poter guarire, serve il doppio del dolore sofferto. Non esistono errori, solamente scelte. Non ci sono scuse né pentimento; chi agisce accetta tutte le conseguenze, che piacciano o meno.

Che il libro sia per voi memento mori dell’importanza di sentire sia la pelle esterna ma sopratutto il collegamento interno con il mondo, unico che ci salva da scelte distruttive che hanno solo l’arduo compito di farci sentire….vivi, amati e desiderati.

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