“Un passo avanti e poi un altro” di Eleonora Ippolito, Delos digital. A cura di Alessandra Micheli

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Fa male il libro di Eleonora.

Fa male la sua storia e al tempo stesso rigenera te che la leggi e che magari soffri delle sue stesse problematiche.

E oggi, qua in questo mondo idilliaco un paesino di altri tempi ancorato cosi tanto al suo passato da farti sfuggire il presente e il tuo futuro, il suo racconto scava dentro di me in modo a volte lancinante.

E mi ritrovo a versare lacrime cocenti su un anima che mai è stata davvero accettata.

Io e Laura condividiamo le stesse sensazioni ossessiva di non appartenere a questi tempi, di non far parte della stessa comunità.

Capaci di grandi slanci, di osservazioni profonde ma prive del tatto o oserei dire della capacità di essere davvero suddite di questi tempi cosi vuoti e cosi ripetitivi.

Fatti di convenzioni a cui non possiamo non essere servi, fatte di doveri che nessuno ha fissato su carta, ma che fanno parte del quieto vivere. Purtroppo di quieto non hanno nulla.

Urlano le anime almeno quelle non addormentate o assuefatte.

Sono schiave di un lassismo che ci rende tutti drammaticamente burattini. E chi come noi è senza fili come direbbe il buon Bennato trova sempre qualcuno che tenta di rimetterli quei fili.

Che sia una famiglia che non riesce a capirti, che non riesce neanche a udire il tuo linguaggio (di diverso ha solo la freschezza dei sogni) che sia un compagno che non può vederti, perché vederti significherebbe ritrovarsi fissati da uno specchio che rimanda i suoi errori e trovare crollate ogni certezza.

Che sia una società che si nutre di linfa vitale e ama sorridendo comandare piccoli assurdi morti viventi, che per paura, per vigliaccheria, non trova il coraggio di dire no.

Che sia il gioco asfissiato di un amore che ha oramai solo il nome, solo la reputazione, ma che è una assurda maschera per nascondere fragilità e insicurezze.

Per non stare mai da soli.

E cosi amicizie, sesso, uscite per brindare alla vita che ti saluta lasciandoti solo, perché non vuoi assolutamente danzare davvero con lei al chiaro di luna.

Tutto quello descritto dal libro Un passo e poi un altro è drammaticamente vero.

Dalla denuncia di un anaffettività che sembra possedere la nostra esistenza.

Dalla consapevolezza di essere un Italia che sta fallendo, tradendo la sua essenza, la sua creazione e persino gli sforzi di chi è morto sognando una patria diversa, laddove finalmente sarebbe cambiato non solo il suono ma anche il suonatore.

La vita che scorre nascosta dal velo dell’apparenza, dove falliti dominano altri falliti, in un esecrabile corsa verso l’autodistruzione.

Racconta di sogni sfilacciati aggrediti e ridotti a brandelli dalle belve di una realtà che è, in fondo, una creazione della nostra mente pusillanime, incapace di immaginare altri confini, altre speranze.

Una generazione di disillusi, fragili e addolorati che invece dell’unione hanno scelto la disgregazione.

Laura è il simbolo di ogni giovane che si sente diverso.

Che vuole semplicemente partecipare alla giostra della vita, scegliersi il cavallino bardato a festa e provare a fare il miracolo: staccarsi da questo girotondo sfrenato e senza una meta e provare a rendere quel cavallino di plastica un fiero destriero, pronto a raggiungere l’orizzonte che ai sognatori appare come una voce tonante, ma sempre più flebile.

Cosi flebile che per essere udita ha bisogno di orecchie nuove.

E cosi per ogni vita perduta, affranta distrutta, ci sarà chi come noi, seppur piangenti lacrime di sangue, seppur con lo stomaco ingarbugliato dallo stress, dalla rabbia o con gli occhi aperti nel buio per una paura atavica, quella del movimento, saprà passo dopo passo essere esempio. Un esempio fatto di carne non cosi evanescente da non poter essere raggiunto.

Non cosi trascendente da appartenere a chissà quale altro universo.

Laura è un personaggio scomodo.

Non accetta compromessi e crede, crede cosi profondamente nei meriti, nonostante una vita passata a cercare se non di farsi accettare, almeno rispettare.

E’ preda di una famiglia che per tradizione deve appoggiare ogni idea consolidata ogni certezza, perché senza quelle maestose cazzate, rischia di cambiare.

E’ preda di illusioni create dal mondo, per sedurti e ammutolirti.

E’ vittima di amori malati che vogliono solo sentirsi unici per poter sopravvivere a se stessi.

E’ in una società, in un paese che ai suoi giovani ha lasciato ceneri, soltanto macerie.

E siamo noi a dover recuperare ideali da sotto quegli ammassi indistinti. Come fa Laura, nonostante il sangue mischiato alle lacrime, sangue dall’anima ogni volta che la ferocia della “realtà” l’azzanna, quando tenta di andare fuori gli schemi.

Io so cosa prova Laura.

So molto dei suoi terrori notturni.

So cosa si prova a essere guardata come un alieno perché si crede, si sogna, o semplicemente dietro l’apparente costretta tranquillità celano una lupa fiera capace di mordere.

So cosa significa vivere a contatto con l’ipocrisia borghese e con il perbenismo, con persone dai desideri frustrati che come sanguisughe tentano di mangiarti i suoi di sogni privandoli di energia.

So come ci si sente a camminare con la corazza ammaccata, piena di segni con il volto coperto da lacrime.

Io lo so.

E lo sa ognuno di voi.

Ma so anche che dietro quei suoi pensieri cosi disperati si cela la vera forza.

E’ dalla caduta, dall’orrore che possiamo vedere quant’è bello il cielo. Osservare le stelle e provare a afferrarle.

E’ dall’abisso che possiamo vedere quant’è immenso l’infinito.

E passo dopo passo amare quella vita, cosi com’è.

Con le sue atroci altezze, e le sue impervie e oscure discese.

E’ solo resistendo, è solo continuando a essere integri con se stessi che si può raggiungere tutto quello che la massa oggi chiama utopico.

Non mollate mai.

Come Laura sarete avvolti dal dolore.

Come Laura perderete.

Come Laura vi sembrerà di essere spaccati in due.

Ma:

Ed è proprio aver vissuto che ci fa vivere ancora

e’ proprio aver perduto che ci fa credere ancora.

Roberto Vecchioni

 

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