Grazie al blog The dirty Club of the book per la grande opportunità. Ecco a voi la recensione di una grande autrice Mary Shelley “Mathilda”, Darcy editore. A cura di Alessandra Micheli, Traduzione a cura di Alessandranna D’Auria (Fonte https://thedirtyclubofbooks.it/mathilda-di-mary-shelley/ )

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Certi autori vengono definiti eterni proprio perché capaci di fissare su carta emozioni, sensazioni e accadimenti che riguarderanno, bene o male tutti noi a prescindere dal secolo, dalla diversa società e dalle differenze culturali.

I classici non sono altro che meravigliosi specchi per trovare noi stessi, appuntare le verità morali e etiche, affrontare i difficili e ingarbugliati nodi della nostra società cosi solitaria e sopratutto comprendere cosa distingue e cosa rende un libro un capolavoro.

La Darcy editore lo sa benissimo e decide di regalarci ogni volta piccole indispensabili chicche letterarie che possono servire ai lettori a ricordare un senso della bellezza ormai perduto dalla troppa pubblicità e dal consumismo esasperato che divora anche il mondo letterario, e all’autore che spesso si perde preda di mille voci contraddittorie che tentano di educarne il gusto, di livellare gli stili e di offuscare la voce tonante di signora fantasia.

Eppure è solo quella capace di portarci attraverso differenti piani esistenziali, in quel regno delle idee in cui ritroviamo i semi che, un giorno felice, diventeranno libri.

Quello che mi accingo a recensire è un testo “perduto” e dimenticato della grande Mary Shelley conosciuta ( spero) per il capolavoro horror di Frankstein.

Un libro molto contraddittorio, un libro a tratti scabroso dai temi arditi e moderni, capaci di scioccare per la “brutalità” dello stile le menti venate di perbenismo della buona società vittortiana.

Con Mathilda Mary continua la sua innovativa opera letteraria proponendo con una grazia venata di una certa propensione alle atmosfere tenebrose, un tema infuocato e quasi assurdo ritrovare in quell’epoca cosi apparentemente chiusa ossia l’incesto.

Un amore malato che turba gli animi quello descritto con immagini forti, tratte da scenari naturali che sembrano seguire perfettamente i moti animici della protagonista, individuo assetato di amore, incolpevole eppure cosi fragile da caricarsi di una inesistente responsabilità verso il pernicioso corso degli eventi che la magia dello stile della
Shelley ci mostra in tutta la sua affranta crudezza.

Partecipi di un dolore che oggi reputiamo assurdo, come se il diritto di essere amato, conosciuto, rispettato e protetto dai propri genitori fosse un lusso concesso solo un sogno ai rampolli delle famiglie perbene.

Ecco che lungi dal considerare responsabile della pazzia il padre, reo di considerarla solo immagine sfuocata di un amore lontano e cosi illusorio, Mathilda diventa essa stessa, perché educata cosi, il capro espiatorio del declino folle di un uomo che ha accettato ogni dono della vita come dovuto, fino a perdersi in strane e assurde congetture.

Colpe inesistenti dunque, legate però alla concezione dell’epoca e forse della nostra, del suo sesso.

Lei donna, lei animo romantico e passionale, troppo per quei tempi cosi costretti cosi improntati a un perbenismo di facciata, che riversa su un padre assente e profondamente egoico ogni sua afflato di tenerezza.

Ed è questa la sua colpa: l’eccesso di tenerezza considerata la somma tentazione per un uomo fintamente perbene che tende a nascondersi e nascondere le use pulsioni più oscure.

Ecco che la fanciulla, cosi evanescente sulla carta da sembrare un ombraessa stessa, concepisce il suo bisogno di amore non come un diritto, ma come un mero regalo del destino, beffardo e crudele che dietro il paradiso nasconde spade acuminate. Una felicità quindi non considerata dovere e diritto, ma concessione compassionevole.

Come se Mathilda non fosse “umana”

Mathilda è un anima angosciata perché come spiega perfettamente ai suoi ascoltatori attoniti:

Quasi dall’infanzia sono stata privata di tutte le testimonianze di affetto che i bambini generalmente ricevono. Ho dovuto contare interamente sulle mie risorse, e ho gioito di ciò che potrei quasi chiamare piaceri innaturali, perché erano sogni e non realtà. La terra era per me una magica lanterna e io un’osservatrice e un’ascoltatrice ma non attrice;

Una bambina non cresciuta, con l’anima marchiata a fuoco dal con impronta del dolore, della colpa, rea di aver pagato la sua vita con la morte della madre adorata e idealizzata come donna perfetta.

Eppure è la sua bambina che si fa strada con vagiti forti e con un mondo interiore ricco e variegato che però, ahimè resta non compiuto che la rese poco avvezza ai fatti umani naturali e “normali” e più vicina a un regno delle ombre che l’epilogo sembra restituirle pietoso:

Non mi avete mai considerata parte di questo mondo, ma piuttosto un essere, che per una penitenza è stato inviato dal Regno delle Ombre e che trascorresse alcuni giorni piangendo sulla terra desiderosa di tornare nella sua patria natia

Mathilda non è stata mia considerata una persona.

E’ sempre stata educata all’invisibilità, a scomparire lentamente giorno dopo giorno, fino all’attimo in cui ha compreso che neanche per l’amato padre era soggetto quanto piuttosto ricordo, soggetto vano e lontano di rimpianti dolorosi.

E cosi Mathilda non è mai stata davvero viva perché nessuno si è mai preso la briga di farla nascere davvero. Perché per essere una bambina, una donna ha bisogno di concretezza, non solo di ideali e di idee.

Non solo di immaginari scenari.

Le idee dolorose e lievi come il vento hanno bisogno di movimento e di azione per non perdersi nel vento.

In questo libro Woodville rappresenta la concretezza che a Matilde manca. Rappresenta l’umo che dal dolore impara, e lo rende uno stimolo per migliorare la vita di chi come lui è stato toccato dalle sue gelide dita.

Ecco che forse ho l’ardire di asserire che Mathilda non è altro che il simbolo di una femminilità distrutta e annullata da una perniciosa mancanza di rispetto, quello che si deve non solo alla sua natura idealizzata ma alla materialità di un essere che prima di essere spirituale, evanescente, dolce angelo del focolare, consolazione degli afflitti è carne e sangue impegno e personalità.

Anche scomoda anche infarcita di elementi meno paradisiaci.

Ancora una volta un autore classico, con quella dicitura che sa quasi di sdegnoso disinteresse, ci dimostra di essere non solo più maturo intellettualmente di noi, ma anche il coraggio di andare laddove anche gli angeli esitano.

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