“Leonardo e la morte della Gioconda” di G.P. Rossi, Diarkos edizioni. A cura di Alessandra Micheli

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Innamorarsi del thriller storico è facilissimo.

Basta una grande curiosità per il passato, un’amore immenso per gli enigmi e i misteri e la volontà di provare a svelarli solo grazie alla propria logica.

Ecco perché è un genere che spadroneggia.

La differenza con i suoi fratelli moderni, sta nell’uso esclusivo della mente, dell’intuito e della capacità razionale di legare a se piccoli indizi e trovare il dato stonato, quello che da una sorta di ombrosa oscurità al quadro perfetto, apparentemente stabile che fa da sfondo o da paravento ai misteri.

In assenza delle tecniche moderne, l’investigatore medievale o ottocentesco deve contare solo sul proprio indubbio genio.

Nel caso del libro di GP Rossi lo svelamento dell’intrigo è facile, visto che a impegnarsi nell’arduo compito è il genio per eccellenza, il maestro di ogni tempo, colui che unisce il passato e il presente annullandone le distanze: lui il mitico Leonardo Da Vinci.

Tanto si è scritto del grande Leonardo.

Non negherò di aver letto tutto d’un fiato questa sua avventura guidata dall’immenso amore e dalla grande stima per un uomo che è e resta il mio mentore.

Una mente in grado di vedere attraverso le stringhe della dimensione spazio temporale, capace quindi di compiere autentici viaggi nel tempo e anticipare non soltanto le scoperte dei tempi ma persino la mentalità.

La tecnologia non ha mai conosciuto freni.

Volenti o nolenti siamo pieni di oggetti che contrastano con le nostre limitate vedute scientifiche. Basti pensare ai reperti archeologici chiamati outparts, ossia fuori dal tempo.

Il genio umano è conosciuto e capace di voli pindarici anche se il nostro assurdo senso di superiorità ci costringe ad considerare i nostri antenati dei simpatici primitivi senza capacità.

Noi siamo i grandi e loro sono guardati con compassionevole benevolenza.

In realtà, la visione storico scientifica etnocentrica ha subito un grosso danno da quando è rivelato che, l’America, non è stata una scoperta ma una ri-scoperta, che il ferro era conosciuto anche dagli egizi e che gli stessi operavano in modo perfetto e pregevole (non esistevano casi di malasanità nell’antico regno ) in campo neurologico.

Quello che rende i tempi divisi in progresso e arretratezza non è, dunque, la capacità di creare e inventare strumenti capaci di alleggerire il lavoro umano o divenire momenti di estremo vanto, di stuzzicare quindi la nostra egoica vanità.

Ma è il pensiero che decide e fa decidere se una civiltà, se un epoca è civile o no.

L’epoca vittoriana lo dimostra: si possono avere scienziati all’avanguardia ma credere ancora in idee antiquate e perniciose.

Si può creare il sogno dell’uomo di volare, ma al tempo stesso essere convinti che gli uomini sono divisi in inferiori e dominanti.

Leonardo era oltre i tempi proprio per la sua capacità di avere un mente flessibile e moderna, nelle idee ragazzi miei, non nell’azione meccanica. Ci stupisce qua il suo pensiero, non tanto le sue creazioni.

Il libro diviene elettrizzante per le sue idee avanzate sulla stregheria, non tanto per la creazione di perfetti modelli meccanici.

In questo testo, (lo ammetto mi ha appassionato terribilmente, tanto che lo custodisco come una sacra reliquia) le vicende del mio mito si intrecciano con quelle di banale quanto orribile quotidianità: ossa il cambio di un potere che non avviene mai dal basso, ossia per violazione del patto costitutivo dello stato, ma per beceri sotterfugi che hanno sempre il sapore della cospirazione, della violenza è del fine giustifica i mezzi (quanti danni hai provocato mio buon Machiavelli!).

Sullo sfondo di una Milano che è sull’orlo del cambiamento di padrone e con una Francia che fungerà da rifugio per il nostro grande uomo, si dipana e si svela non solo l’orrore degli intrighi di corte, ma anche il mistero del suo quadro più amato e più studiato: la Gioconda.

Il suo sguardo quasi evanescente, capace di deriderti per la sua capacità di lungimiranza, osserva da sempre il turista inquieto.

Che sa che dietro la perfezione stilistica si cela un segreto. Forse la stessa concezione religiosa e ontologica del sommo.

E il libro, divenendo non più tomo di evasione ma documento storico ci propone la sua visione, la sua spiegazione, non meno affascinante anzi a parer mio più convincente di quelle esoteriche o complottiste.

Un libro che si legge tutto di un fiato, che è difficile lascia andare, ma che non si può leggere e rileggere come se una strega avesse lanciato il suo incanto maliardo sulle parole scritte.

In tal caso, siamo tutte fanciulle che, una volta indossato scarpette rosse non possiamo smettere di ballare.

Solo che al contrario della tetra fiaba, qua troviamo solo la bellezza dell’arte a tenerci avvinti al magico potere del verbo.

Un libro che non deve assolutamente mancare nelle vostre biblioteche, se davvero vi definite lettori avidi e innamorati della sublime arte della scrittura.

 

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