La Dri editore presenta il nuovo libro di una meravigliosa Pitti Duchamp “Stupefacente banalità”. Imperdibile!

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«Vuole essere trattata come una donna o come un cliente?»

«Come cliente, ci mancherebbe!» rispose Mimì senza guardarlo negli occhi.

«Peccato, mi sarebbe piaciuto di più che avesse scelto la prima opzione.»

 

 

Sinossi

Lui è il manager di punta di un’azienda produttrice di macchinari agricoli, malato di lavoro. Lei una ex modella con figlio problematico a carico, che tenta di riciclarsi nel mondo dell’agricoltura senza la minima preparazione. Lui fa della calma e del sangue freddo le sue migliori virtù, lei dell’ansia il suo peggior difetto. Tra ricordi dolorosi che affiorano inesorabili dal passato, crisi post adolescenziali di un figlio cresciuto senza padre e problemi economici di ogni sorta, una storia solo apparentemente banale si fa strada tra le piante di ulivo della nostra splendida toscana, diventando piano piano … stupefacente!

La nostra brava Pitti, dopo l’incredibile successo del suo regency Frittelle al Miele e altre dolcezze, accetta la sfida che le abbiamo proposto e ci regala questo magnifico romance contemporaneo, che siamo sicuri vi rapirà fin dalle prime battute. Grazie!

 

SCHEDA PRODOTTO

Titolo: “Stupefacente Banalità”

Autore: Pitti Duchamp

Editore: Dri Editore

Genere: Contemporaneo

Formati disponibili: ebook 2.99/ cartaceo 14.99

Lancio: ufficiale 26 agosto (preorder 23 a sconto)

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La Triskell editore presenta “Intrigo a Darkstone” di Serena Lilyen. Imperdibile!

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Trama:

Inghilterra, Anno del Signore 1052. Kelan di Darkstone ha ormai deciso di prendere i voti e lasciarsi alle spalle la sua vita laica. Almeno finché non giunge un messaggero che lo informa della morte del padre e della scomparsa del fratello. Kelan è perciò costretto ad abbandonare il monastero per fare ritorno a Darkstone, dove è cresciuto e da dove è fuggito.
Kelan, tuttavia, non ha alcuna intenzione di diventare duca, per cui si getta nella disperata ricerca del fratello, che crede ancora vivo. Nonostante la madre lo spinga a prendersi le sue responsabilità, sposarsi e generare un erede – per evitare che il feudo cada nelle mani della velenosa moglie incinta di Finn, Kelan non intende arrendersi.
Ad aiutarlo c’è Ryan Campbell, giovane figlio dello stalliere Sam, che era come un padre per Kelan. Ryan non vede di buon occhio Kelan e tutti i nobili come lui, ma, dopo la morte sospetta del padre, accetta di indagare assieme a Kelan per scoprire cosa sta succedendo all’interno delle mura del castello.
Tra intrighi, spie e tradimenti, i due indagheranno per scoprire la verità ed evitare che altre vite vengano spezzate. Non possono fidarsi di nessuno, se non di loro stessi, e questo li porterà più vicini di quanto avrebbero mai pensato. La passione tra di loro divampa, ma Kelan non vuole mancare di rispetto al suo vecchio amico Sam, nonostante l’attrazione per Ryan sia ogni giorno più forte.
Riusciranno i due a scoprire il mistero che si cela dietro la scomparsa di Finn, prima che sia troppo tardi?

 

 

Dati libro 

Data di pubblicazione: 14 Agosto

Collana: Rainbow

Titolo: Intrighi a Darkstone
Autrice: Serena Lilyen

Genere: Giallo storico
Lunghezza: 320 pagine
Isbn ebook: 978-88-9312-560-4

Prezzo: € 5,99 

Review party “Il pianoforte” di Chris Cander, Nord editore. A cura di Alessandra Micheli

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Ho pensato alla colonna sonora di questo libro.

Mi capita spesso di scrivere accompagnata dalle note, come se esse fossero le voci adatte a render conto delle mille sfumature dei libri che leggo.

Sono quelle voce che narrano della sua essenza, un’essenza che sfugge alla mente consapevole e si avvicina al sogno.

E nel sogno io posso viaggiare con i personaggi, ascoltando i loro cuori battere e ripetere come una melodia perduta, la storia dentro la storia, quella che sfugge dalla trama e dalle tecniche letterarie.

Il pianoforte è cosi; un libro con più significati, cosi come ricca e complessa è l’anima umana.

E allora quale miglior canzone per queste mie misere parole di Vivo per lei di Andrea Boccelli?

Apparentemente, al pari del libro è una canzone d’amore, trita e ritrita, il canto di fedeltà dell’innamorato alla sua musa, colei o colui che lo aiuta l’autore a riempire pagine e pagine di inchiostro.

Vivo per lei, come se la stessa esistenza fosse legata a un sottile filo rosso tenuto da mano a tratti crudele a tratti adorabile.

E’ cosi l’amore, abisso e paradiso, incanto e disperazione, salite e ripide discese.

L’amore che non da vie d’uscita se non nel totale godimento dei sensi e al raggiungimento dell’estasi dell’amato.

Ma un sentimento cosi immenso cosi eccelso, non può restare per tanto tempo avvinto al materiale, a un uomo che seppur coronato di stelle e gloria è cosi miserabilmente fallace e fragile.

Basta un nulla, un sogno che non si avvera, una speranza distrutta, un incendio del cuore perché lui tradisca se stesso e l’altro.

Allora si capisce come la vera natura della canzone è soltanto riferibile a qualcosa di eterno qualcosa che, attraverso il pianoforte, allontana da noi la stessa morte.

Allora capisco come il vero senso del libro è la musica.

Una musica che fa vibrare i cuori più di quanto possa fare il nostro misero amore umano.

Un dolore quando si perde una passione, come se fosse la passione il colore e noi soltanto i pennelli con cui esso dipinge le nostre vite.

Senza colore tutto è grigio e banale, tutto si perde in un suono di urla, bombe e orrori.

E’ la musica che qua mantiene i ricordi vivi e le speranze, che tesse legami e di loro si beffa.

E’ la musica a raccontarci le storie, anche tragiche di chi è disposto a lasciare tutto, persino il paese natio per trovare soddisfacimento a strane ambizioni.

La musica perduta, la musica al servizio del potere, la musica tradita, la musica rimasta sognata e quella dell’estremo addio.

Suonata da un pianoforte come eco lontano della vera anima dell’altro, nutrita di sogni e illusioni, nutrita di passione e meraviglia.

Sarà il pianoforte a narrarci la storia di Clara e Katya di Grisa e di Bruce. Sarà il pianoforte con la sua strana presenza assenza a raccontarci i viaggi delle anime dibattutesi tra speranza e orrore, tra perdita e dolore, tra rinunce e conquiste.

Sarà il pianoforte il protagonista del senso dell’abbandono, del ghiaccio di chi si sente oramai straniero nel mondo, alieno agli uomini.

Sarà il pianoforte a raccontarci del crollo del sogno comunista, Addio bandiera rossa, divenuto solo null’altro che patetico teatrino della commedia dell’arte.

Sarà lui a raccontarci slanci e distruzione, quando le aspettative non riescono a crescere e farsi spuntare le ali.

E sarà ancora un volta il pianoforte non solo a scrivere l’inizio ma sopratutto a dover scegliere il finale, affinché come in un rito catartico, tutti possano liberarsi del dolore e della colpa.

Un libro intenso, commovente, un libro venato di una passione immensa, come solo l’arte sa regalarci.

Amanti o appassionati di storia o semplici buongustai letterari, oggi il blog vi presenta il libro di Ivan La Cioppa ” La legione venuta dal mare” Booksprint edizioni. Da non perdere!

 

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Sinossi.

Sono tempi incerti per l’impero romano.

L’imperatore Nerva non ha le capacità per governare e il generale Marco Ulpio Traiano cerca di fare il possibile per difendere il limes danubiano.

Approfittando di questa situazione precaria, i barbari sono diventati irrequieti lungo le sponde del Danubio.

Ai soldati della leggendaria Legio I Adiutrix, stanziata a Brigetio, è demandato il compito di combattere gli infidi Iazigi e salvare alcuni commilitoni catturati.

Il decano Caio Flavio Aquila e i suoi compagni, sprezzanti del pericolo e con un diverso modo di combattere rispetto agli altri soldati di Roma, lotteranno strenuamente e faranno onore all’aquila della propria legione

 

 

Link per acquistare.
https://www.mondadoristore.it/La-legione-venuta-dal-mare-Ivan-La-Cioppa/eai978882492751/
https://www.lafeltrinelli.it/smartphone/libri/ivan-cioppa/legione-venuta-dal-mare/9788824927512

“Servizi e segreti” di Roberta Costantini, Scatole Parlanti editore. A cura di Francesca Giovannetti

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Peter Simmons non ha la vocazione della spia, ma la vita a volte prende direzioni che non ci saremmo mai immaginati.

Tra la Germania e la Francia, una spy story che tiene con il fiato sospeso fino a una conclusione inattesa.

Un romanzo conciso con un ritmo incalzante, dove l’azione lascia spazio anche alla descrizioni di splendidi panorami urbani.

Intrighi e segreti, un ambiente difficile per chi, come il protagonista, ha un animo pieno di ideali.

E il lettore alla fine dell’opera è portato a chiedersi quanti avvenimenti vengano risparmiati al cittadino comune, all’uomo “normale” che si alza ogni mattina per andare al lavoro, salendo su un mezzo pubblico, o al turista che si trova a visitare un museo.

Quale realtà parallela corre insieme a quella che ci è concesso vedere?

E soprattutto, come l’opera stessa suggerisce, quali ampi giochi di potere sono esercitati da “alti papaveri” mentre il soldato semplice porta avanti coraggiosamente la missione che gli viene affidata?

Certo, questo è “solo” un romanzo, ma mi ha lasciato dentro questa verosimile sensazione.

Il nodo del conflitto Oriente contro Occidente, Islam contro gli infedeli.

Protagonisti che incarnano i peggiori estremismi che portano solo morte e distruzione.

Ma la spirale delle esaltazioni religiose ha come soggetti gli uomini, biecamente trasformati in macchine che uccidono.

Si perde il senso stesso di umanità e sacralità della vita.

Le ambientazioni del libro sono curate e realistiche, i personaggi credibili.

Lo stile veloce e incalzante.

Un libro per gli amanti del genere ma anche per i neofiti che si affacciano per la prima volta nel variegato mondo del noir.

“Il tempio dei Mezzosangue. I venti della discordia” di Rob Himmel, Dark Zone editore. A cura di Alessandra Micheli

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Ogni volta che leggo un libro di Rob Himmel la sua genialità stuzzica il mio senso della realtà.

Mi spiego meglio.

La sua passione per il genere fantasy, la sua volontà di purificarlo che clichè e stereotipi crea una sorta di apertura in un genere altrimenti granitico, liberandolo dalla sua autoreferenzialità, dalla sua autosufficienza e accostandolo al reale.

Il fantasy diviene cosi non mondo auto costruito con sue leggi e sue regole, bastante a se stesso, ma uno specchio convesso in cui si possono riflettere quelle parti della nostra società degne di una severa ma giusta autocritica.

Ecco che i libri epici divengono monito di oggi, le avventure piene di adrenalina e azione divengono modello per gli uomini del nostro tempo,privi forse di elfi e draghi, di demoni e strani esseri primordiali, ma partecipi degli stessi identici drammi.

In fondo, anche noi abbiamo i nostri diavoli, peccato che essi lavorino a Montecitorio e non nell’esercito dell’armata del Drago.

Ma il risultato è lo stesso: conquista, supremazia e disgregazione.

Tutto il senso del libro è contenuto nello strillo sulla cover:

l’unità non è che una fragile tregua dall’egoismo.

Una frase potente, forte, arguta, la base sui cui Rob impianta le storie dei personaggi che animano questo mondo cosi apparentemente distante dal nostro.

Un mondo che rivelerà come gli eroi non sono altro che maschere, in cui ognuno, dietro quella apparente volontà di incidere sul loro tempo, di aderire alla profezia che vuole la salvezza dell’unità, non fa altro che disgregarla portando dentro di se motivazioni diverse, valide se prese una per una, ma inutili di fronte al bene comune.

Quello che amo in Rob, è quel suo cinismo lucido, tipico di noi sognatori, ogni volta che li cerchiamo quei sogni e non essi non si fanno trovare.

O svaniscono all’alba, o li seppelliscono dietro fiumi di parole, atti coraggiosi agli occhi del volgo, ideali e propositi di vendette.

Ogni protagonista ha il suo demone.

Un suo motivo per andare alla ricerca del movimento, quello che partendo da una lontana profezia distribuisce ruoli a destra e manca.

Nella speranza che, nella massa, tra i viaggi, tra i personaggi che si muovono inconsapevoli a volte di essere soltanto pedine, esista chi possa fare da ponte per una nuova era.

Non a caso il titolo suggerisce la terza via: il tempo dei mezzosangue.

Mezzosangue una parola spesso usata con disprezzo, ma che indica il necessario ibrido capace di riunire in se il meglio di ogni razza.

Una razza creata da chi intendeva mettersi in mostra verso il dio originario, chi voleva essere cosi speciale da lasciare dietro di se un modo simile e somigliante.

E ecco che, nel secondo volume, Rob inserisce indizi e lascia aperti di discorsi, mettendo noi lettori in una tesa aspettativa verso il finale che raccoglierà tutte le storie e forse farà emergere il vero trionfatore.

Quel mondo, cosi come il nostro è frutto di un atto creativo.

Ma badate bene, non della fonte di tutto, chiamatelo dio se volete.

Ma delle sue emanazioni, che sentono per la prima volta, qualcosa di umano stuzzicare la loro fantasia: la volontà di avere qualcuno che li veneri cosi tanto da farli competere con dio.

Ecco i i nephilim creatori delle razze, dei mondi, dei grimori e di tutto lo scibile umano.

Peccato però, un particolare: nell’atto costruttivo essi infondono qualcosa di se alle razze, non solo l’essenza più pura, ma anche la loro volontà egoistica di competere con Dio, rendendole, dunque, inclini alla discordia.

Ecco il senso della frase che mi ha colpito: nell’unità ci sono i semi della discordia.

Quando ci uniamo, spesso lo facciamo per il bene supremo, per ristabilire il patto tra noi e l’universo, per venerare una creazione di cui ci sentiamo parte.

Lo facciamo per tutelare i nostri interessi, per riparare i torti apparenti, finanche rischiando di aprire gli abissi, senza immaginare le conseguenze.

Lo facciamo perché una profezia ci ha isolato dalla massa e convinti di essere speciali.

Lo facciamo per rispondere a ordini di sapienti che, non sapendo prevenire davvero il male, lo eliminano. Come se tagliare l’erbaccia sia la vera soluzione.

Pochi si incamminano con la necessaria inconsapevolezza verso il destino come Balderk.

Che deve svegliarsi e imparare la sua vera origine e persino decidere di accettarla.

E cosi ancora una volta come nel racconto del vecchio marinaio di Coleridge, sarà chi privo della finalità cosciente affronterà o il mostro marino e la sua colpa, o la buia foresta dell’inconsapevolezza.

Non sappia la tua destra cosa fa la tua sinistra, ci rende davvero eroi.

E cosi anche oggi vediamo un unità baluardo di interessi personali.

E mentre leggiamo rapiti dall’arte di Rob forse impareremo a osservare il nostro di mondo.

Perché il senso ultimo del libro, non è fa fuggire il lettore verso altri mondi, rinnegando il proprio, non è il mezzo per sfuggire dalle nostre responsabilità, ma affrontarla, decisi e pieni di volontà.

Io non amo molto il fantasy, ma leggere Rob è per me è sempre un dono inestimabile.

Non c’è stato un suo libro che non mi ha scatenato riflessioni su me, sul mio mondo, sul mondo in cui mi trovo a vivere.

Ecco che autori cosi li dovreste tenere vicino non al cuore, ma proprio alla coscienza.

“Discorso sul fantasy: limiti e virtù del genere” A cura di Alessandra Micheli

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Una delle caratteristiche principali delle persone è quella di osservare sempre la pagliuzza negli occhi dell’altro senza mai comprendere che il proprio occhio ha una trave enorme.

Manca non tanto il dialogo, manca la volontà di considerare l’altro un vero interlocutore.

Di dialoghi, di comunicazioni sui social specialmente, ce ne sono a iosa. Io propongo la mia visione e tu o rispondi contestandola e qui di mettendo un muro allo scambio, o sei in religioso silenzio a inebriarti delle parole del guru di turno.

Questo presuppone che, non hai la comunicazione atta a trasformare l’informazione in esso contenuta, quanto a presentarla come l’unica l’alternativa valida e possibile.

E questo nell’ottica della contrapposizione e della sopraffazione. Ecco che non manca il dialogo, manca il dialogo costrittivo e non aggressivo.

Nel campo della letteratura, che dovrebbe essere fulgido esempio di virtù e etica, si assiste a un proliferare di idee mutuata, pare da lettura di saggi e manuali.

Di un interpretazione letterale delle regole come se, oggi, la fantasia che dovrebbe essere il primo passo per la costrizione della narrazione, in fondo spaventi.

E non può ricordarmi questa tendenza l’idea che un certo islam ha dell’immaginazione.

Essa è considerata disordine, perché proponendo un’ altra visuale, un’ altra prospettiva, presuppone la possibilità neanche tanto remota, dello sfaldamento dei preconcetti che reggono le società. Attenzione, non quelle scaturite dal patto politico, ma quelle scaturite dai singoli cittadini che propongono la loro idea di decoro, di convenienza e di perbenismo.

Ecco esserci due società: la reale e la non scritta.

Una eretta secondo i criteri della logica e del bene comune, esorcizzando il terrore dell’eccesso di libertà.

L’altra chiusa, moraleggiante, morigerata che esorcizza il terrore del mutamento. La letteratura, nata dai menestrelli, ossia dalla tradizione orale con lo scopo di legittimare i cambiamenti che i tempi portano con sé, si è arroccata il diritto di decidere cosa è bene e cosa è male, cosa è in e cosa è out.

E tutto retto da complicità che non hanno assolutamente il profumo dell’arte.

Ma della commercializzazione, rendendo evidente come, oggi, la polis si stia imbarbarendo nel senso della tecnocrazia.

Pertanto contro un certo schema identitario, nel quale stento a riconoscermi, ho proposto una visione diversa della scrittura. Non granitica, non improntata alla reiterazione pedissequa di regole che dovrebbero agevolare il flusso dei pensieri, ma che in realtà sembrano ingabbiarlo che consistere in una eterna e fondamentale falsificazione del reale.

L’interesse sociologico ma anche umano della narrazione è nella sua capacità di filtrare gli oggetti reali, interpretandoli alla luce della percezione ( secondo gli studi di J. Ames) e propendendo, dunque un qualcosa che pur partendo dalla verosimiglianza se ne stacca riempendo di incongruenze.

La narrazione segue lo schema di emissario-messaggio-rumore- e ricezione.

Ma mentre il rumore nella comunicazione viene costantemente monitorato al fine di eliminarlo, affinché l’essenza del messaggi risulti pura e non degradata, nella letteratura è nel rumore, nelle incongruenze, nella mancanza di coerenza che si riversa il mondo che, a chi come me è fissato con psicologia e sociologia, interessa.

E’ nell’apparente distorsione del messaggio che ci cela l’universo da scoprire.

Pertanto, la creazione in ogni opera di significati e mondi che non aderiscono alla realtà, diviene la ragione d’esistere dell’attività del recensore, che lì, in quelle radici non logiche, i famosi residui parietani, trova materiale per arricchire il proprio mondo interiore e esteriore.

Neanche i generi più ammantati di realtà, come il verismo e lo storico, devono sfuggire alla legge che vuole la coerenza vivere affianco della fantasia sfrenata.

Neanche questi sfuggono alla capacità della mente di filtrare gli oggetti e gli elementi e trasformarli in percezione.

E la prosa narrativa è questa libertà umana di raccontare se stessi, la visione del mondo attraverso elementi che nella nostra mente conscia non troverebbe spazio o sarebbero aborriti come disordine.

Al contrario del saggio che si sforza di essere verosimile, la narrazione è essenza creativa in continua trasformazione.

Una delle polemiche che più infiammano gli animi è sicuramente quella che partendo da questi concetti, sostiene che nel fantasy tutto è possibile se si è in grado di maneggiare le tecniche narrative.

Vero?

Un falso aborrito dagli editor o dai seguaci del purismo letterario?

Ritengo quest’affermazione portante una verità inespressa e poco piacevole, che si scontra con il dogmatismo che, purtroppo, investe ogni idea che si fa ideologia.

Oggi l’ideologia del fantasy regna sovrana, tanto da far affannare provetti autori a spiegare in modo razionale le loro fantasie irrazionali.

Devo spiegarti la magia, le leggi di questo mondo e in cotal modo, si smetta di creare porte verso altri universi, laddove la regole devono per forza di cose, per esigenze emozionali essere stravolte.

Leggo perché voglio entrare in uno stato di sogno e la ragione deve scendere fino agli abissi della coscienza raccogliendo le forse per porre in critica il mio mondo “reale”. Presupponendo che il reale non esiste, ma lo facciamo esistere per non scendere nei meandri della pazzia.

Le leggi servono all’umano per muoversi attraverso un mondo un universo fatto di sottilissimi fili, di interconnessioni chiamate caso, casualità, costanti numeriche o semplicemente Dio.

La scienza serve per rendere intellegibile il mistero.

Se nella vita conscia dobbiamo credere all’oggettività a ogni costo, tradendo la parte oscura di noi, essa per non divenire assassina feroce deve essere titillata appunto dall’arte, dal bizzarro, dal non senso, dalla distorsione delle leggi umane.

Quale sono le leggi del fantasy?

Il fantasy deve essere verosimile.

Andiamo a indagare il senso etimologico di verosimile.


Verosimile ossia Conforme al vero, fino al punto da garantire la probabilità o la credibilità di un fatto anche non avvenuto, non documentato, non atteso.

Qua l’accento è dato sulla parola che regge l’intera struttura semantica: conforme non aderente al vero.

E questo perché conforme significa:

più o meno corrispondente nella forma o nell’aspetto.

Più o meno, non totalmente.

Quindi il fantasy può permettersi un volo pindarico.

 

Se fosse reo di aver fallito nella sua comunicazione si sarebbe detto: aderente al vero:

Che è a stretto contatto, attaccato, Strettamente corrispondente.


Capite la differenza?

Altra idea.

Il fantasy deve essere credibile.

Ora, uno scritto per essere credibile deve:essere:

Accettabile come vero, verosimile, attendibile.

Allora dove sta la credibilità di uno scritto che crea e costruisce altre leggi, altri mondi e considera validi assunti come magia e esistenza di stati evolutivi diversi da quelli accertati dalla scienza?

Se la credibilità è riferita alla trama allora si sfalda tutto il discorso sulla narrazione: i libro diviene saggio, ossia resoconto documentato di un fatto dato per ipotesi.

Se invece riguarda la sua verità interna allora esige un dato fondamentale: il fantasy deve avere la capacità o meno di spingere il lettore a una libera scelta: la sospensione dell’incredulità.

E cos’è questa sospensione?

Arriva l’etimologia e svelarci l’arcano:

La sospensione dell’incredulità, o sospensione del dubbio (suspension of disbelief in inglese), è un particolare carattere semiotico che consiste nella volontà, da parte del lettore o dello spettatore, di sospendere le proprie facoltà critiche allo scopo di ignorare le incongruenze secondarie e godere di un’opera di fantasia.

Ecco che la parola chiave la pietra d’angolo di tale forma narrativa, è proprio incongruenza.

Ossia mancanza di coerenza, quella che oggi è tanto invocata


Incongruenza: sostantivo femminile indicante mancanza di convenienza o coerenza o comportamento, discorso privo di Coerenza.

La coerenza, che è la base di molti scritti diviene un mero dato accessorio, se riguarda la forma può essere valida, tipo stile in prima persona che disturba se cambia improvvisamente in terza.

Coerenza come intima connessione e interdipendenza delle parti, intreccio fabula, significato.

Ma se si interpreta la coerenza come

Costanza logica o affettiva nel pensiero e nelle azioni.

Allora la sua validità decade.


Quindi, quali sono i criteri per giudicare valida un opera di fantasia?

Sostanzia,mente ritengo siamo vari, ma posso identificarli come espressione pura del carisma dell’autore che tramite il mezzo scrittura e le sue tecniche rende una fantasia degna di essere vissuta, sospendendo il giudizio logico.

Nel libro le parti devono danzare assieme con la stessa musica, senza sbalzi eccessivi di stile e di tensione. Presenza non cacofonica e equilibrata di incongruenze e al tempo stesso di reale, seppur falsato nell’interpretazione unica dell’autore.

Questo si esprime nel dato eterno del significato.

Ma sopratutto, il puro talento che riesce a farvi sorvolare la logica,la ragione per immergervi in un mondo che la vostra mente cosciente NON accetterebbe mai.

Leggere è e resta un atto di sospensione consapevole dello stato di veglia paragonabile al sogno.

 

La Triskell editore presenta “Fighting silence: incontro con il silenzio” di Aly Martinez. Imperdibile!

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Trama:

Per la maggior parte delle persone, il silenzio è un concetto astratto. Passiamo la vita a bloccare qualsiasi interferenza esterna, per concentrarci su ciò che riteniamo davvero importante. E se invece, quando il silenzio oscura la chiarezza, quell’oscuro rumore di sottofondo fosse l’unica cosa a cui aggrapparsi?

Sono sempre stato un combattente, un lottatore. Figlio di genitori che a stento riuscivano a stare fuori di prigione e con due fratelli più piccoli che per miracolo hanno evitato i servizi sociali, sono diventato un esperto nello schivare i pugni che la vita cercava di assestare. Mentre crescevo, non ho mai avuto nulla da poter chiamare mio, ma dall’istante esatto in cui ho messo gli occhi su Eliza Reynolds, lei è sempre stata mia. Sono diventato dipendente da lei e dalla sua capacità di fornirmi una fuga dalla realtà. Negli anni, lei ha avuto ragazzi e io ragazze, ma non c’è stata una sola notte in cui non abbia sentito la sua voce.

Vedete, incontrare l’amore della mia vita a tredici anni non ha mai fatto parte dei miei piani. Ma dopotutto, neanche diventare sordo a ventuno. Ma entrambe le cose sono successe comunque. 
Ora, mi trovo sul filo del rasoio in una delle battaglie più difficili che abbia mai affrontato. 
Lottare per la mia carriera. 
Lottare contro il silenzio incombente.
Lottare per lei.

 

Dati libro

Data di pubblicazione: 22 agosto

Collana: Romance

Titolo: Fighting silence: incontro con il silenzio
Titolo originale: Fighting silence
Serie: On the Ropes #1
Autrice: Aly Martinez
Traduttrice: Cecilia Belletti

Genere: Contemporaneo
Lunghezza: 344 pagine
Isbn ebook: 978-88-9312-563-5

Prezzo: €5.99

 

 

“Fughe e ritorni” di Anna Maria Castoldi e Miriam Donati, Scatole parlanti editore. A cura di Alessandra Micheli

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Mentre scrivo questa recensione, ho nelle cuffie la musica di Lucio Battisti.

E una canzone in particolare, forse meno blasonata, meno conosciuta ma che mi ha sempre procurato i brividi.

Anche per te

vorrei morire e io morir non so

anche per te

darei qualcosa che non ho.

E perché la rapporto a questo libro?

Perché un libro dovrebbe dare al lettore ciò che non ha.

O che questa società distratta tenta di toglierci.

E non penso solo alla fantasia, all’immaginazione ingabbiata dai sociale e dalle fretta.

Penso alla coscienza, alla consapevolezza e agli ideali.

Perché se non ci accorgiamo che, anche il mondo più incantato nasconde un po’ anzi molto marcio sotto il tappeto e se non impariamo a ascoltare e osservare, allora perdonatemi il termine siamo fottuti.

E penso che lo siamo davvero.

Cosi un libro dovrebbe morire per te lettore, affinché possa rinascere nella tua mente sotto forma di ideale.

Cosi come un bruco muore per rinascere farfalla.

Non a caso il mio adorato Vecchioni, paragona le idee a mille farfalle colorate che non intendono smettere di muovere le ali.

A cui le ali non vengono affatto strappate.

Fughe e ritorni è un adorabile giallo.

Piacevole e scorrevole.

Per tutti e per chi ama una Miss Marple svampita e intelligente, alla faccia dello stereotipo che vuole le vecchine adorabili dispensatrici di torte e di ricami.

Che palle insomma.

No.

Onorina è arguta, è sopratutto curiosa e sa osservare.

Non vedere.

Quello lo sappiamo fare tutti.

Ma entrare come una lama nell’interno del involucro che nasconde l’essenza delle cose.

Sopratutto, e qua parlo ai lettori più smaliziati, la sciura Marple conosce la vita.

Non quella tutti cuori fori e origami.

Quella che scorre tra gli angoli, dove in genere, convinti di non essere visti, i benpensanti nascondo la loro sporcizia.

Perché l’apparenza in un piccolo paese, in un quartiere, in un élite societaria è tutto.

Cosi un furto, o un suicidio nascondo molto di più del colpevole: nascondo il nostro vero volto.

Quello che si bea della sopraffazione e della perversione.

Quello che protegge i vizi e mia le virtù.

Quello intransigente, quella che fallisce ogni volta la sua prova con dio.

E forse la fallisce con se stesso.

Ecco che fughe e ritorni acquista una connotazione dolceamara nelle riflessioni sagge e forse ferite, di una donna che non ha paura di osservare la sua realtà.

Anche se questo significa togliersi gli occhialoni rosa a forma di cuori e iniziare a odorare il nauseabondo odore della colpa.

Perché Odorina la vita la ama.

E solo chi ama davvero la vita, non si fa fregare dalle lusinghe di quel potere tentacolare che tenta di chiuderci gli occhi.

E non lo fa con violenza ma con un ipnotica ninnananna, attutendo il dolore e dando a chi brama scappatoie per non vedersi mai davvero allo specchio.

Beneficenza per nascondere il vizio.

Coscienza di classe per non vedere dove il baratro ci chiama.

Pettegolezzi per non parlare mai davvero con la propria coscienza.

Ecco questo libro da a voi qualcosa che non avete: occhi aperti sul mondo.

E il coraggio di farsi infettare ma di prendere antibiotici in modo da esserne immuni dal male.

Perché chi vi dice di no, vi sta uccidendo dentro.

Brave le autrici, perché oltre che a un giallo, a una detective sotires in grado di far viaggiare la mente, sanno anche usare le spine delle rose e pungervi, fino a far si che quel sangue che inizia a scorrere formi il vostro personale scudo contro la banalità del male.

“Uomini” di Maria Teresa Cipri, Graus editore. A cura di Alessandra Micheli ( Fonte https://www.letturesalepepe.com/recensione-uomini-di-maria-teresa-cipri/?fbclid=IwAR37i1C6de0u9HNZOLaj7v2kmXnuiWoYDSWOUXkLeTw5ZW6v_IVlI0PU88w)

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Il primo amore di una bambina è senza dubbio il padre.

E’ lui il primo uomo di cui fa conoscenza, prima dei miti, prima degli amori, prima delle illusioni vestite di abiti maschili.

E’ da lui che impara la differenza tra la se stessa cosi aggraziata e quella solidità che le servirà nel corso dell’esistenza, un percorso a ostacoli che in fondo non finirà se non con il lungo sonno stanco di chi ha i piedi così dolenti dal tanto camminare.

E dopo il padre ci sono per chi ha l’anima incantata di una sognatrice, altri personaggi, alcuni irreali, emersi da una TV che elargiva sogni e suggestioni, dalle favole fatte di principesse piangenti e di impavidi principi in calzamaglia, e dai libri i primi scampoli di eternità che, lo spero, ognuno di noi abbraccia.

In questo testo si parla di uomini ma anche di vita, ricordi che si intrecciano con un’ anima assetata di incanti, un’ anima troppo leggiadra per questo mondo che segue le sue regole, ogni secolo più assurde.

Regole che ci fanno passare da donne idealizzate a altre troppo scaltre, ma mai a immagini simili a quelle della nostra vera essenza.

Uomini che escono perfetti dai romanzi su cui anch’io ho sognato, uomini coraggiosi e impavidi.

Uomini reali del passato nostro recente, come Aldo Moro che voleva semplicemente vivere una vita etica a prescindere dal covo di vipere in cui si trovava a viaggiare.

Perfetti e maledetti antieroi come quelli dei fumetti. L’autrice cita Diabolick, io ero innamorata dell’algido, ingenuo Alan Ford, adorabile nella sua purezza che contrastava un mondo così sporco e decadente.

Uomini impersonati da grandi artisti a cui era concesso un po’ di sfrenata follia. E uomini così reali, mai perfetti anzi, direi caricature di quei sogni che da bambine ammantavano l’amore di bellezza.

E noi come novelle Bovary aspettavamo il primo scemo che ci promettesse di fuggire da quella stantia realtà.

Eppure Maria Teresa era in grado e lo si avverte immergendosi in quella poesia che è il suo romanzo, di non aver affatto bisogno di sogni di plastica, come quelli che ogni età ci offre.

E ne ha fatti di sbagli per cercare con insistenza quell’amore decantato da poeti e meravigliosi sceneggiatori.

Chi non vorrebbe essere la protagonista dei sonetti di Shakespeare?

O della dolcezza di un Romeo sotto il balcone?

Eppure, sappiamo che Romeo era una banderuola al vento, portata avanti da un certo narcisismo che negli uomini regna sovrano.

Ecco in fondo la letteratura non è cosi distante dalla vita.

Essa ci presenta il come potrebbe essere, ma ci fa cadere nel così è.

E non è mai un presente brillante.

Non ci sono quasi mai Edmond Dantes a lottare per riparare i torti e amarti di nuovo.

Forse sono solo aridi buzzurri in canottiera e calzini, incapaci di voli pindarici e incapaci di tenere tra le mani un’anima come quella di Maria Grazia.

Una donna in mezzo a tanti uomini, una donna che racconta e si racconta con ironia e soave poeticità, con una cultura superiore perché parte dal cuore.

E forse, in quell’età in cui si raggiungono bilanci, mi sento sua amica, sua compagna in una vita alla ricerca di un autenticità troppo spesso ignorata.

Uomini è più di un romanzo.

E’ semplicemente il ribelle atto di una donna che prima di essere donna, resta e brilla come persona.

E che in fondo, nel suo peregrinare tra suggestioni artistiche e immaginazione cerca solo una cosa:

Finché la Terra continuerà a ruotare intorno al suo asse, millenaria e magnifica nella sua imperfezione, indifferente ai nostri patimenti, malgrado gioie, angosce, incubi, felicità, rinunce, distacchi, ambizioni, segreti, tradimenti e dolore, fluttuazioni e conquiste, uomini e donne saranno sempre uniti dal filo rosso del destino nella spasmodica ricerca l’uno dell’altro, per completarsi, unirsi, dividersi, lottare, riprendersi, lasciarsi ancora. Ed è proprio questa smania che andiamo chiamando Amore…