La Triskell edizioni presenta “a qualcuno piace in Kilt”. Imperdibile!

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Trama:

Il destino può giocare davvero brutti scherzi. Un momento hai il mondo in mano e quello successivo vuoi solo trovare un angolo nascosto in cui leccarti le ferite. Lo sa bene Rowan O’Kinley, così come sa che ci sono perdite con cui sembra impossibile venire a patti tanto che l’unica soluzione sembra essere scappare lontano da quel dolore e lasciare dietro di sé ogni cosa che possa ricordartelo. Anche le persone che si amano di più.

Quando un tragico incidente si porta via per sempre il suo migliore amico, Eric McAvoy sa che il buco nella sua anima non si ricucirà mai. Quello a cui non è preparato è perdere anche l’altra metà del suo cuore. Lei se n’è andata, distrutta da un dolore capace di annientare qualsiasi altra cosa. Ora è tornata e lui non le permetterà di lasciarlo mai più.

 

Dati libro

COLLANA: ROMANCE

Titolo: A qualcuno piace in… kilt

Serie: Under the kilt #2

Autrice: Giuditta Ross

Genere: Contemporaneo

Lunghezza: 330 pagine

ISBN ebook: 978-88-9312-556-7

 

Prezzo:  € 5,99 

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“Il collezionista di bambole” di Erika Tamburini, Triskell edizioni. A cura di Alessandra Micheli

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Come sempre la Triskell editore propone, con la sua collana Redrum, un vero gioiello, un ibrido in grado di amalgamare perfettamente il thriller classico con la sua dose di orrori, il noir con la sua attenzione al contesto sociopolitico, e la detective stories, con un investigatore caparbio, deciso ma profondamente umano.

E’ grazie al connubio di più elementi che il lettore resterà avvinto come soggetto a un’arcana malia pagina dopo pagina, sedotto da una molteplicità di emozioni che non lasciano scampo: terrore, indignazione, commozione, rabbia e compassione.

E solo per il fatto di stimolare cosi tanto in profondità l’intelletto umano il libro di Erika per me è un capolavoro indiscusso che oltrepasserà, ne sono certa, i tempi.

Ma, come voi ben sapete, non sono solo questi i dati che mi fanno affermare con decisione il giudizio di capolavoro.

Vari sono gli elementi che definiscono in cotal modo un libro.

Deve esserci un significato in primis, cosi potente da servire per noi, per il passato e per il domani che si dipana ai nostri occhi.

Deve oltrepassare i ristretti confini della sua ambientazione richiamando il filo rosso dei disagi che racconta, come se ci si trovasse di fronte al dedalo intricato del labirinto del Minotauro: passano i secoli, il progresso fa occhiolino, ma il Minotauro è ancora al centro del labirinto e divora le sue vittime.

E pertanto il libro che vuole scovarlo o almeno denunciarne la presenza deve trovare la sua Arianna capace di srotolare il suo gomitolo e creare un percorso che, forse un giorno, porterà un Nuovo Teseo a affrontare il demone.

Deve esserci poi un ambientazione coerente con la trama ma sopratutto con l’intento dell’autore, capace di raccontare con le sue descrizioni i fatti che l’inchiostro fa nascere: sono quelle suggestioni a rendere un libro immortale.

E poi deve essere in grado di costruire un suo mondo, specchio di quello che viviamo, sfumatura della nostra cacofonica realtà.

Ed è il dato più difficile per un libro, più arduo per uno scrittore dare voce alla multiforme realtà che fa nascere i suoi demoni, che li nutre ma al contempo da anche vita alle sue nemesi.

A volte, un thriller, un giallo o anche un noir, si concentra soltanto su un aspetto ed è quell’aspetto a definirne il genere.

Questo perché portare avanti un progetto con più voci, intricato e capace di dare risalto a più elementi, rischia di rinunciare al suo status di perfetta melodia per divenire cacofonico.

Ecco che allora l’autore sceglie di concentrarsi su un elemento o su un personaggio simbolo dell’elemento stesso.

Abbiamo il thriller quando ci si concentra solo sull’isolare il male e il crimine che lo rappresenta.

A volte si sceglie di evidenziare il contesto economico, sociale e storico, con le sue idiosincrasie e le sue imperfezioni che spesso, se non raccontate divengono perniciose proprio per la loro invincibilità che permette di prosperare indisturbate.

Altre si racconta il percorso dell’eroe/ investigatore la sua umanità o la sua aura originale dell’eroe eterno simbolo di un uomo rinnovato ma aleatorio.

O si racconta la vittime e il suo dolore.

O si sceglie di introdurre la storia attraverso personaggi secondari, cosi come fece la buona Charlotte Bronte dando voce alla balia per raccontare il dramma d’amore di Chaterine Heathcliffe.

In questo libro la Tamburini rompe gli induci, distrugge uno schema e si propone il difficile compito di…dare voce a tutti.

Vittime, carnefici, personaggi secondari ma indispensabili al racconto, eroi e persino la società di Chicago dell’epoca con i suoi gasngster, i suo vizi e le sue virtù.

Ecco che tutto si dipana attraverso il punto di vista di una addolorata mater lacrimurum come Mama Blue.

Si conosce il killer non solo attraverso le sue gesta ma anche attraverso gli occhi delle sue vittime.

Si conosce l’investigatore Aidan non solo grazie al suo impegno ma sopratutto grazie al disimpegno dei suoi colleghi.

Tutto questo crea un quadro perfetto, dai tratti luminosi e oscuri che inchioda Chicago e il mondo intero alle sue colpe.

Colpe mai ammesse e pertanto mai scontate colpe che addirittura risalgono alla cupa epoca vittoriana.

Chicago raccoglie la sua sanguinaria eredita. Perché il collezionista di bambole ha il suo antesignano ossia Jack The ripper, che agì indisturbato nella Londra vittoriana complice la sua predilezione per gli strati dimenticati e scomodi della perfetta società borghese.

Essa lasciava che le vittime di White Chapel lavassero con il proprio sangue quelle oscurità presenti non solo in seno a loro stessi ma anche frutti di una società che tentando di emergere come la migliore, doveva evitare di mostrare al mondo la sua macchia.

Come posso presentarmi come impero dominante, se all’interno di me stesso sto disgregandomi?

Come posso essere portatore di una civiltà in grado di dominare le mie colonie, in nome del progresso, se premetto l’orrore a casa mia, nel quartiere vicino, nelle fabbriche, nei sobborghi?

Lo stesso dramma di White Chapel e dell’Inghilterra intera, rivive oggi nei fatti italiani come L’Ilva di Taranto, la terra dei fuochi, ottimi per fare share, ma pessimi per la reputazione di terra di santi eroi e navigatori. La colpa va sotterrata, lo scarto va ignorato e usato come valvola di sfogo per i capisaldi di una società morente.

Il vizio non è combattuto, lo si mostra al mondo che lo si ostacola, ma serve per dividere l’indivisibile in buono e cattivo, sano e folle, degrado e lusso come monito per chi non si attiene alla regole.

Chicago, la bella città d’America è il prolungamento di questo dramma. Dall’Inghilterra delle fumose fabbriche, al vento gelido sferzante dell’America al tempo del proibizionismo, al tempo dei gangster, delle stragi e della corruzione.

Il tempo dei quartieri eleganti, della vita mondana e dei bassifondi da dimenticare.

Il collezionista è il nuovo Jack, indisturbato si nutre degli scarti di una società che non vuole vedere la sua decadenza e pertanto, in un orrendo canto conosciuto crea il suo olocausto salvifico.

E chi sono i designati partecipanti a questo rito finto redentivo?

I diversi, coloro che mettono a repentaglio quel perbenismo borghese che oggi ci fa tanto ridere, che sa di vecchio, di out, di patetico ma che invece rappresenta ancora oggi un sistema di vita: dominanti e dominati, sottomessi e padroni, scarti e gente proba e retta.

Un bacino umano che serve alla signora impellicciata per fare beneficenza, all’illustre imprenditore per soddisfare la propria depravazione, al padre di famiglia frustrato di essere finalmente se stesso e alla malavita a fare soldi.

Sono coloro che mettiamo alla berlina a cui togliamo lo status di esseri umani, perché rei di compiere chissà quali orrori ai danni dell’armonia di una società.

Un’armonia che non esiste perché la società è oramai marcia dentro. Ecco che il noir si trasforma in coraggioso e fiero atto di denuncia:

Non erano scarti della società a cui non pensare, ma erano vittime. Vittime a cui dare giustizia; ma più di ogni altra cosa, erano ragazzi sventurati, molti nemmeno maggiorenni, costretti a vivere in strada e a vendere il loro corpo per poter sopravvivere.Vittime, che per non morire di fame erano cadute nelle mani di un pazzo sadico.

E ancora:

Perché nessuno capiva che bisognava dare voce anche a quei ragazzi, rendere loro giustizia? Che cambiava con chi andavano a letto o il modo in cui si guadagnavano da vivere? Meritavano di essere uccisi in quel modo e abbandonati in strada come fossero spazzatura solo perché si prostituivano?

In questo libro i complici abbondano.

Chi resta in silenzio, chi volta lo sguardo, chi finge sia una punizione divina, chi si barrica in dietrologie razziste. Ma sullo sfondo di questo mondo fatto di compromessi, persino tra la legge e la malavita (noi italiani sappiamo benissimo come funziona) il coraggio di un uomo solo, non un eroe ma imperfetto, porta al luce nel buio.

Che noi tutti, leggendo questo libro, possiamo acquistare un po di coraggio di quel piccolo ma grande poliziotto, che non si vergogna di se stesso, ne di amare, ne di provare compassione anche per i reietti, per i deviati, per gli abbandonati.

Ecco, l’ho osservata il giorno in cui l’ho conosciuta, in centrale, ma anche sul luogo dei ritrovamenti e mi piace come lavora, come si appassiona ai casi senza discriminare le vittime. Mi piace come ragiona, come segue il suo istinto, ma anche gli indizi, senza lasciare nulla al caso. Non tutti i poliziotti sono così affranti per le vittime, molti preferiscono giudicarle.

Se esiste un dio, prego perché faccia nascere dieci, cento, mille Aidan nelle nostre coscienze.