“La consapevolezza filosofica” di Valentino Bellucci, le Mezzelane casa editrice. A cura di Alessandra Micheli

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Perché oggi si parla tanto di consapevolezza?

Basta viaggiare un po’ su internet o dare un’occhiata alle librerie per renderci conto di come, i testi sull’autocoscienza siano diffusi. Esoterismo, manuali di pratica buddhista, persino libri che usano i valori espressi da alcuni film, come per esempio star wars.

I saggi consigli del maestro Yoda sembrano essere la risposta giusta ai nostri drammi esistenziali che ci vedono sempre di più alienati da un reale che ha perso il suo sapore di reale.

Come predisse perfettamente Baudrillard, l’eccesso tecnologico, i media e persino internet hanno finito con l’uccidere la realtà, anestetizzando le decisioni, la capacità di scelta e persino la responsabilizzazione delle nostre costruzioni mentali.

Esse sono totalmente estranee a una certa corporeità che rappresenta il mezzo con cui rendere le stesse idee azione feconda e prolifica, per modificare gli assunti culturali sbagliati e impiantarne di nuovi nel fertile terreno delle concezioni ontologiche.

La consapevolezza, dunque, diviene non più un mezzo per ottenere una soddisfazione immediata del bisogno, non è la scoperta di un mancanza di un esigenza, ma diviene condizione in cui l’interiore si fonde con l’esteriore, in cui la mera esperienza diviene profonda e si armonizza con il corpo, con il resto della persona, in un soggetto corrente e sopratutto unico.

E’ cosi che etica, sogni, speranze ideali divengono reali perché esondano all’esterno donando movimento al soggetto che diviene uomo.

La filosofia non è altro che il mezzo con cui si compie la riunione di due elementi che, il nostro occidente ha separato, spezzettato e ridotto in scomparti indipendenti uno dall’altro.

Nel nostro rapporto con il mondo, siamo stati privati dell’originario monismo che rende gli esseri viventi compositi, organismi nel vero senso della parola, in cui ogni l’elemento è unito all’altro dalla presenza di sottilissimi fili, di legami importanti e di interdipendenze manifeste.

Il pensiero da forma la mondo materiale, ma è il mondo materiale che per ironia della sorte dà possibilità al pensiero di manifestarsi e divenire vitale.

E’ il corpo che permette al mondo delle idee di irrompere nel nostro piano esistenziale e divenire azioni.

E’ il mondo materiale che sviluppa tramite il processo cognitivo, il giusto movimento per rendere attiva la vita.

Restare soltanto seme significa rimanere in uno stato di immobilità perenne, un’eterna possibilità che resta evanescente e pertanto non racconta, non forma storie, non dà vita a epoche, non mette in moto l’intera creazione.

Il vero dramma è stato quello di disunire l’indivisibile: da Cartesio che ha reso distanti pensiero e esistenza, rendendo sottomesso il cogito al sum.

Quando in realtà essi sono facce della stessa medaglia, sono parti di uno stesso meccanismo, sono lo specchio uno dell’altro, sono legati: io sono perché penso, ma penso perché sono.

Essere solo a partire dalla cognizione mentale, dal processo neurologico significa rendere vano e rendere evanescente il movimento.

Ma senza esso come può la vita rinnovarsi?

Ecco che leggere il libro di Bellucci può essere un ottimo rimedio per questa distorsione epistemologica, che:

ha reso il corpo una sostanza separata dal pensiero, fino ad arrivare a internet, che non è solo uno strumento tecnologico, come credono gli ingenui, ma rappresenta il punto d’arrivo di una visione idealistica della realtà, visione in cui il corpo è qualcosa di cui si può fare a meno.

Si può davvero fare a meno del corpo?

Cosa nasconde davvero questa spaccatura?

Si tratta infatti di una amputazione, di una deformazione della realtà, in cui corpo e anima, mente e materia non andrebbero separati, ma pensati insieme, “da comprendere come legame del convesso e del concavo, della volta solida e della cavità che essa forma…[…]l’anima è la cavità del corpo, il corpo è il rigonfiamento dell’anima”

Nel pensiero occidentale esiste il terrore del vuoto. E chi conosce l’unità originaria ha come punto di arrivo proprio quel concetto di vuoto che non significa assenza ma presenza.

in tale prospettiva nulla è separabile da nulla, poiché ogni cosa esiste proprio grazie alla sua interdipendenza con tutte le altre. “Se tu consideri che le cose abbiano un’esistenza reale in se stesse, per te allora le cose sono prive di cause e di condizioni […] La vacuità, male intesa, manda in rovina l’uomo di corto vedere.

Il vuoto è semplicemente quella condizione mentale che annichilisce il pensiero basato sulla separazione, sulla contrapposizione, sulla supremazia di una parte sull’altra.

E così via, fino all’epoca della tecnica, in cui la demarcazione tra i soggetti è totale, sistematica. Ognuno nella propria macchina, ognuno nella propria casella di posta elettronica, rinchiuso come un’ape nell’alveare telematico.

In questo caso, la filosofia buddhista e orientale cosi come quella sufi spezza le catene che ci tengo separati uno dagli altri ma anche quelli che dividono l’io dal se, mettendoli in guerresca dialettica e nella condizione in cui uno superi e domini l’altro.

Il vuoto buddhista sperimentato poi da latri filosofi che renderanno di nuovo onore al corpo e al dolore che da esso viene sperimentato come vera esperienza fenomenologica, è semplicemente la felice condizione di chi si rende conto della frammentazione del sapere che porta semplicemente a una maggiore e atroce fragilità dell’essere.

E di conseguenza di tutta la nostra società.

La consapevolezza è… oltre la consapevolezza…

Come il canto… è oltre ogni suono…

Così il filosofo canta, danza, medita. E, a volte, scrive…