“Il trono del narratore” di Paolo Fumagalli, Edikit editore. A cura di Alessandra Micheli

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Nella mia sofferta tesi di laurea sostenevo il seguente assunto ontologico: ogni mito, ogni storia, ogni leggenda, ogni nostra costruzione mentale non faceva altro che rispondere a suo modo, all’eterno e misterioso enigma della sfinge cos’è l’uomo?

E lo sostengo tutt’oggi anche ora che sto scrivendo la recensione del talentuoso Fumagalli.

E sapete perché lo ritengo importate questo quesito?

Perché la risposta considerata dai più un mero esercizio di evasione filosofica riservato ai radical chic, rappresenta il sistema migliore per affrontare i problemi relatici ai contatti tra i singoli partecipanti alla società.

Significa dare una definizione certa e pertinente alla definizione essere umano.

Nelle storie, infatti, non entra soltanto la componente immaginativa della personalità umana.

Non si tratta solo di mezzi con cui annullare la noia.

Sono delle vere e proprie definizioni di cosa si ritiene umano, quali valori costituiscono questo strano e mortale essere e quali possono ambire a a divenire parte delle premesse valoriali del proprio ordinamento sociale.

Tutti questi elementi li ritroviamo nel testo di Fumagalli.

Il trono del narratore, non è solo un bellissimo fantasy, dallo stile narrativo soave e incantato.

Assume una vera e propria funzione sociale che viene usata per reiterare e legittimare i valori che reggono una o l’altra società, per dare vita a nuove divinità e sopratutto per far si che l’ordinario non divenga mondo stantio ma si arricchisca, sempre grazie allo straordinario.

Sono questi valori, queste premesse, queste storie che divengono una volta raccontate grazie alla meravigliosa tecnica della narrazione, parte stessa del carattere di quanti parteciperanno a questo strano e meraviglioso rito.

Ecco che le risposte che ci forniscono le storie, sia alla nascita dello stato, sia alla consacrazione di pochi al ruolo di eroi, sia alla creazione dell’ordine sociale, diventano anche parzialmente irreversibili.

Le storie auto convalidano il nostro costrutto mentale.

Le storie rendono il reale reale.

Le storie contengono sia elementi di stabilità sia elementi di magia.

Le storie e i miti, divengono il mezzo con cui concepiamo la vita di ogni giorno.

Il bardo, dunque, diviene non solo menestrello ma anche e sopratutto demiurgo.

E sopratutto, compiono l’unica vera incredibile metamorfosi utile a questa società distratta: ricompongono la cesura tra mente e natura, tra ragione e emozione producendo una consapevolezza costante di un mondo che non è affatto diviso in “cogito ergo sum” penso dunque sono, ma è totalità, composta da singole e indispensabilità unità.

Ecco che con le storie raccontate di fronte al fuoco, nelle notti di inverno, o assisi sul trono del narratore, ci si sente parti di un qualcosa di interconnesso.

E ancora.

Nei racconti si assiste alla commedia umana da una posizione privilegiata; rendendo più facile l’osservazione di elementi presenti in seno alla società, all’uomo e ai suoi rapporti conflittuali.

Ecco che, le favole ce lo insegnano, si individuano tramite il linguaggio simbolico le problematiche in seno alla nostra costituzione statale e ci rendono capaci e sopratutto doverosi, di apportare modifiche laddove la comunicazione tra le parti, razionale e irrazionale, crea squilibri.

Nei racconti proposti da Fumagalli, quindi, esistono anche gli avvertimenti della devianza data dal denaro, dal potere, dall’appropriazione indebita, dalla mancanza di rispetto verso la divinità.

E evidenzia la necessità di un contatto con quella parte più oscura, più nascosta che si annida nelle foreste, fonte di energia come di brutalità.

E rispettare l’oscurità come la luce, significa semplicemente essere responsabili di fronte al mondo e alla sua parte nascosta: la faccia oscura della luna ha bisogno dello stesso rispetto che riserviamo al sole.

Credo che l’esaltazione della narrazione espressa nelle narrazioni, sopratutto orali, sia dunque il modo in cui Paolo risponde a suo modo al quesito della sfinge e lo fa con parole che, mai come oggi rivestono notevole importanza:

Ho dovuto accettare l’idea di aver perso per sempre la possibilità di diventare una fata o una ninfa e rassegnarmi a un’esistenza normale. È proprio per questo che ho evitato di diventare una contadina o una cucitrice e ho scelto una vita molto diversa. I viaggi che compio e le storie che posso leggere nei tarocchi sono modi per non sentirmi troppo ordinaria, per mantenere viva la fantasia e superare l’amarezza per ciò che ho perduto.»

questo perché noi abbiamo paura della fantasia, considerata il sommo atto di ribellione e cerchiamo come uno dei protagonisti il monaco guerriero Adalberto di rendere il nostro mondo:

piatto, sicuro e ordinato come per anni avevo cercato di renderlo a colpi di mazza ferrata, e devo ammettere che non è affatto bello quanto avevo immaginato…

Questo testo, oltre che far viaggiare la mente oltre i confini ristretti della nostra carnalità, ci ricorda come fa parte della natura umana apprendere non solo dettagli reali ma anche filosofie inconsce, capaci di rendere reali le nostre maschere, e assumere la forma e le caratteristiche che la nostra cultura ci impone.

Ecco che i miti, le filosofie, le costruzioni sociali in cui la nostra vita è immersa, acquistano credibilità via via che diventano parte di noi.

Il libro ci ricorda che è verso questi miti, verso queste attribuzioni di significato, che siamo responsabili poiché questi forgiano il nostro futuro.

Tutti noi, in particolare filosofi ed sopratutto gli scrittori, narratori, menestrelli e bardi, divengono responsabili verso le risposte che essi danno all’enigma della sfinge:

Che cos’è l’uomo che Tu te ne curi? Perché l’hai fatto un po’ inferiore agli angeli e l’hai coronato di onore e di gloria..”.

E ora sedetevi voi sul trono del narratore e provate a raccontare la vostra di storia, magari modificando il vostro finale…

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