L’orrore arriva dai mari… E’ finalmente arrivato il nuovo capolavoro di Tim Curran “Dead Sea” Dunwich editore, un libro dalla forza oscura e incredibile!

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Dead Sea è un’ottima lettura quando sei solo, di notte.

(Zombos’ Closet)

Dead Sea è un epico romanzo horror. È deliziosamente claustrofobico e ricorda la tradizione di Lovecraft, un lungo viaggio in un libro genuinamente freddo e nebbioso che tutti i fan del genere dovrebbero leggere.

(Paperback Stash)

 

 

SINOSSI

Il mare non rinuncia mai ai suoi morti.

Preparatevi a un viaggio in un luogo sconosciuto all’umanità. Uno spazio tra gli spazi. Quando la Mara Corday, una vecchia nave da carico, entra nel Cimitero dell’Atlantico, l’incubo diventa realtà. L’equipaggio si ritrova intrappolato in un mondo in cui il tempo non esiste e in cui dimorano orrori inimmaginabili. Persi in quel mare immobile, in un aldilà dove il male si manifesta in forme terribili, i sopravvissuti della Mara Corday hanno l’eternità per trovare una via d’uscita… se prima non saranno uccisi dalle creature che danno loro la caccia.

L’AUTORE

Tim Curran vive in Michigan ed è l’autore di numerosi romanzi. Per la Cemetary Dance ha partecipato a Four Rode Out, un’antologia di novelle weird western insieme a Tim Lebbon, Brian Keene e Steve Vernon. In italiano, sono stati pubblicati i romanzi Cannibal Corpse M/C, Nightcrawlers, Long Black Coffin. Lo trovate online all’indirizzo www.corpseking.com

Dati libro

TITOLO: Dead Sea

AUTORE: Tim Curran

GENERE: Horror

PAGINE: 620

PREZZO: 4,99 ebook (offerta lancio € 2,99 fino al 16/8) 16,90 cartaceo

DATA D’USCITA: 2 agosto 2019 ebook, settembre 2019 cartaceo

LINK D’ACQUISTO:

Amazon – https://amzn.to/2SVimn3

Kobo – http://bit.ly/2K8ZX35

“Dal ritorno al viaggio senza meditazione” di Riccardo Mazzamuto, Eretica editore. A cura di Alessandra Micheli

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Troppo spesso coloro dotati di occhi capaci di vedere oltre il reale, quello preconfezionato da chissà quale burattinaio, si sono sentiti simili al meraviglioso albatros descritto cosi perfettamente da Baudelaire.

Un maestoso volatile, capace di spiegare le sue immense ali e volteggiare soave, seguendo il ritmo arcano e libero delle correnti d’aria.

In quel volo non c’è altro che piacere infinito; non c’è meta, non c’è un perché.

L’albatros deve volare perché è la sua natura.

Deve innalzarsi per poter osservare dall’alto un mondo reso meno minaccioso, meno ostile proprio da quella prospettiva inconsueta.

Ecco che l’albatros simboleggia il viaggio che l’animo sensibile, alieno al materiale cosi privo di significato, compie per potere sviluppare appieno le ali immense della sua immaginazione.

Questo mondo sta stretto.

Troppo limitato, troppo chiuso nelle sue piccole e mefistofeliche ambizioni.

E’ prigionia e immobilismo, reiterazione costante e continua di valori imparati a memoria, mai appresi e mai interiorizzati.

Il mondo è ordinato, lasciando lo straordinario ai bambini e ai folli.

E cosi, il poeta che tenta semplicemente di abbracciare la dimensione onirica, diviene l’essere strambo da osservare con compassione o timore. Ecco che l’albatros disceso in terra, appare goffo e buffo alle menti imprigionate nei triti schemi.

Quello di Riccardo Mazzamuto è pertanto lo stesso percorso poetico intrapreso dal buon Charles, attualizzato con quel senso claustrofobico che questa società, abituata per troppo tempo a rinnegare visioni e magia, ci ha lasciato in eredità.

E’ la vita che, ironia della sorte, diviene morte, morte della fantasia e della fonte a cui attingere per far prosperare la nostra vita interiore.

Ma è anche ritorno dentro di se, instaurando con immaginari volti il dialogo atto a ritrovare la strada che porta al centro di tutto, al cuore, alla mente alla propria essenza più profonda.

Ecco che dialogando con i suoi poeti, Riccardo dialoga con la parte più oscura e al tempo stesso luminosa di se stesso, quell’ombra dove si trova il disgusto ma anche il senso di bellezza, il rifiuto ma anche l’accettazione profonda della propria unicità.

Brilla il corpo degli anni ottanta, sfuso adesso

stanco pensiero oscuro

scappo dalla società

divistica coeva…

Scappo… dalle violenze

mentali e imposte…

Scappo scappo e scappo

dalle assurde bestemmie

dei compagni da ostie…

E la parola scappo che innesca il movimento.

E’ la presa di coscienza orgogliosa e fiera, per nulla sofferta come nei grandi del passato, della differenza vista in questo mondo omologato, non più come fattore di estraneità al mondo, come dissenso e devianza, ma come valore aggiunto, come possibilità di intingere inchiostro dorato nel calamaio e scrivere da soli il proprio finale

E una volta compreso l’arcano mistero che rende il poeta, dio della sua personale storia, possiamo anche essere visti come goffi albatros dai volti confusi nella massa che ci deride, perché ora sappiamo come essi celino soltanto la menzogna.

Basta prigionia

medioevale pretendo

ciò che io decido…

Pretendo svegliarmi

al mattino e agire.

Poesie che sgorgano direttamente dalla fonte primigenia di ogni ispirazione. Oniriche e reali, materiali e rarefatte, capaci di comprendere appieno il senso ultimo dell’esperienza umana, sorpassandola in un intenso respiro che mira alla perfettibilità.

Per chi è assetato di vita, per tutti coloro che piangono sull’incapacità del mondo di raccontare le anime, la poetica di Mazzamuto è un vero e liberatorio sorso di autenticità.