“La nuova inquisizione” di Carlo Legalupi, Alter Ego editore. A cura di Alessandra Micheli

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La meraviglia della narrazione di Carlo Legalupi si ritrova nella sua capacità di creare inquietudine persino orrore, senza eccedere in particolari eccessivamente truculenti.

Il suo è un thriller di classe, arricchito da uno stile raffinato, scorrevole, capace di provocare il giusto pathos nel lettore e pieno zeppo di colpi di scena.

Ma, ovviamente, per chi mi conosce, sa benissimo che non sono questi gli elementi che mi convincono in un romanzo.

Di testi scritti bene, organici e coerenti ne passiamo trovare a iosa.

Di racconti che elegantemente rendono omaggio al nostro meraviglioso idioma per fortuna abbondano nelle librerie.

Il problema lo si ritrova quando chi come me, eterno idealista, tenta di ritrovare nascosto nelle parole quel senso etico, di responsabilità civile che è oggi, il vero e unico obiettivo di un romanzo.

Come ha scritto in una prefazione Erri de Luca

Oggi un libro può fare la funzione della torre: trasmettere il grido, suscitare volontà di difesa e forza di riscatto. Come si legge in una delle pagine: quell’area maledetta un giorno sarà trasformata in parco giochi. Non ho misurato la temperatura corporea, prima di leggere. Al termine so lo stesso ch’è aumentata, segno che l’organismo ha alzato le sue difese e ha deciso di battersi.

Erri De Luca

Dovrebbe fare questo ogni addetto all’editoria, curare il significato prima che la forma.

Perché se la forma si può sempre migliorare, il contenuto dipende dalla nostra educazione e dalla nostra coscienza.

E se esso manca, allora le domande che ne scaturiscono possono avere risposte devastanti.

Per fortuna, il mio buon Carlo (dico mio perché è un autore che intendo curare e raccontare nel mio blog) diviene la favolosa eccezione che smentisce la regola e possiamo indagare, oltre alla forma a cui mi inchino, l’universo incantato dell’etica.

Perché ogni azione, ogni rocambolesca avventura serve da corollario e da contorno al vero motivo che regge il libro, il suo perno, la sua pietra d’angolo: scagliarsi contro il fanatismo religioso e ideologico.

Per loro il Sabato è più importante dell’uomo.

Loro sono i Farisei che vendono le vite in cambio di denaro. Loro sono ii rapaci che distruggono il gregge.

Perché la nuova inquisizione, seppur romanzata, seppur frutto di fantasie ha un substrato reale in questo mondo allo sbando, pericoloso e terrificante.

L’ideologia esiste.

E crea mostruosità.

L’ideologa è l’ultima spiaggia per i disperati, per quelli a cui bussa alla portala frustrazione di sogni spezzati e ambizione insoddisfatta.

Quando la nostra unica ambizione dovrebbe essere soltanto quella di vivere.

Quella di costruire quel mondo che è custodito nell’iperuranio di stampo platoniano.

Oggi i talk show pieni di saggi consigli in cui autorevoli psichiatri o life coach che dispensano perle di saggezza su come autorealizzarsi.

E mentre loro tuonano dalle TV nel mondo vero, reale scoppiano bombe o litigano per il dominio di quel dio o dell’altro.

Lottano per la supremazia di qualcosa che dovrebbe essere esiliato dalle faccende umane.

Troppo immerso enormità di una vita che non può assolutamente dividersi in pezzi se desidera sopravvivere.

Se davvero un dio esiste, se davvero il mondo è stato creato da un entità distante e bastante a se stessa, sicuramente non appoggerebbe mai le nostre cazzate.

Fatte solo per emergere dal fango vischioso in cui noi stessi siamo precipitati.

In cui noi vogliamo sostare e accontentarci di osservarle da lontano le stelle.

Invece di raggiungerle.

Il fanatismo, l’ideologia esacerbata sono solo i muri con cui nascondiamo noi stessi e il nostro fallimento societario e mondiale.

Fidatevi, a Dio, Allah, Jahvè, Elohim, Bharma non frega nulla della vostra assurda venerazione.

Non se essa disgrega in modo definitivo lo sforzo creativo della loro eccelsa mente.

E Carlo lo comprende e ci dona un significato capace di risvegliare quelle menti manipolate da un Re assiso sul trono che ride beffardo nel sangue versato per glorificarlo.

Mentre il fucile urla fuoco tutto il giorno

volano avvoltoi nel cielo blu attorno,

avanza il battaglione, brilla il ferro e l’ottone,

e cadono sull’erba mille bravi cittadini.

C’è un re, c’è un re

che non vuol vedere,

c’è un re, c’è un re

che non vuol sapere.

Mentre il cannone lancia lampi nel cielo,

rullano tamburi incalzano zampogne,

insieme nella polvere, sangue e sudore,

e cadono sull’erba mille bravi contadini.

C’è un re, c’è un re

che non vuol vedere,

c’è un re, c’è un re

che non vuol sapere.

C’è un re che dorme rapito dalle rose,

non si sveglia nemmeno quando madri silenziose

unite nel dolore a giovani spose,

gli mostrano un anello con inciso sopra un nome.

C’è un re, c’è un re,

che non scende dal trono,

c’è un re, c’è un re

che non fa nessun dono.

C’è un re, c’è un re

che non scende dal trono,

c’è un re, c’è un re

che non fa l’ultimo dono.

Nomadi

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