“Senza far rumore” di Riccardo Castiglione, La Ponga edizioni. A cura di Alessandra Micheli

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Tutti vogliamo attraversare la vita con passo rumoroso.

Vorremmo lasciare un segno, sogniamo grandi slanci.

Ma alla fine tutto il nostro mondo mentale così agile, così ricco, non si manifesta nella nostra realtà di ogni giorno.

E passiamo attraverso questa nostra esistenza senza far rumore.

Troppo presi delle nostre paure, delle nostre frustrazioni, da quei problemi che lungi dallo spronarci, divengono massi enormi che ostacolano il cammino. Sollevarli non è facile, non è da tutti.

Molto meglio rifugiarsi in un mondo di sogno, fino a diventare cosi evanescenti, fantasmi così lievi, così invisibili.

La vita del protagonista, il buon Antonio, è semplicemente una vita scolorita.

Lui cammina, si muove, sogna, legge, ma non esiste.

In realtà, prima del dramma finale non esiste quasi nessuno dei protagonisti. Troppo chiusi in sé, nelle insoddisfazioni, in nodi irrisolti per poter solamente pensare una vita diversa da quella di comparsa.

Mai protagonisti.

Se è vero che spesso la vita vera si realizza negli angoli del mondo, dell’esistenza quotidiana, si sviluppa nelle periferie, in questo caso è una non vita.

Non esistono angoli ma semplici nascondigli sotterranei.

Lì in quella coltre di neve, congelati in un attimo, che non vuole vedersi fuggire, in un sogno, che per paura di esser perso, si cristallizza.

In questo caso i libri, i veri protagonisti del meraviglioso testo di Castiglione, sono solo voci lontane, non più rappresentazioni delle infinite possibilità umane.

Non sono solo immagini lontane e quasi invidiate di grandi gesta, di dolori indicibili, di colori brillanti anche quando essi hanno l’odore ferroso del sangue. Per pagine e pagine, con una strana malia si atrofizza il senso del movimento. Eppure è un qualcosa che rassicura e conquista, seducendo il lettore.

La noia, la ripetizione quotidiana di gesti rassicuranti ha lo stesso sapore antico del ventre materno, lì dove eravamo possibilità e mai azione concreta.

Nascere in fondo è questo: affrontare la sfida della perdita, del male.

Rischiare la morte dell’anima con il dolore che ferisce, ma con la consapevolezza che poi la ferita diviene semplice cicatrice che provoca l’orgoglio del sopravvissuto.

Di chi è passato indenne tra le tempeste della vita.

In un primo tempo non si può non essere ammaliati dalla noia.

E la sensazione di sicurezza, di protezione, lontano dal male, dall’orrore, dalla sofferenza.

Un bozzolo fatto di apparente serenità.

Eppure qualcosa non quadra.

Siamo persone e una parte beffarda di noi pungola.

Stuzzica, si ribella.

E l’inquietudine serpeggia.

Perché vedete per quanto la sicurezza e l’ordine ci possano sembrare un miraggio, senza cadere, senza disordine senza caos, non li si apprezza.

L’uomo deve poter osare, deve poter per un giorno solo, per un attimo sentirsi aquila.

E rischiare.

Senza il rischio la vita non è vita.

Non è esistenza.

Non siamo uomini né persone.

Siamo solo prototipi di idee.

Apparenza, ombre.

Ecco che d’improvviso Castiglione fa precipitare la rassicurante quotidianità nell’abisso.

E l’abisso ci seduce a sua volta, rendendo incomprensibile il nostro passare senza far rumore.

Fatelo il rumore.

Urlate, osate, combattete.

Fatevi male.

Vivete.

Perché soltanto con il coraggio della responsabilità, il coraggio che deriva dal movimento inizia la vita.

La vita inizia con un urlo di rabbia o di dolore.

Un vagito che fa rumore.

Noi iniziamo davvero a essere nel rischio costante che il percorso umano porta con sé.

Diventiamo uomini o donne solo quando l’abisso ci sorride.

E noi sorridiamo a lui.

Sapendo che solo incontrandolo, sfiorandolo, e facendoci preda, potremmo davvero scegliere di combatterlo.

Senza male, senza la scelta di dire no, noi no, siamo che pallide imitazioni di esseri viventi.

Respiriamo.

Ma non viviamo.

Ecco che la storia con la sua carica distruttiva dona qualcosa che non avremmo mai avuto nel nostro tram tram quotidiano: la sensazione che, stavolta, il passo pesante con cui calpesteremo questo sentiero momentaneo, quell’impronta la lascerà.

Stavolta davvero e per sempre.

Accattivante seducente, e poetico, un libro capolavoro che non si dimentica facilmente.

Ma che resta impresso a fuoco dentro di noi.

Tutti vogliamo attraversare la vita con passo rumoroso.

Vorremmo lasciare un segno, sogniamo grandi slanci.

Ma alla fine tutto il nostro mondo mentale cosi agile, cosi ricco, non si manifesta nella nostra realtà di ogni giorno.

E passiamo attraverso questa nostra esistenza senza far rumore.

Troppo presi delle nostre paure, delle nostre frustrazioni, da quei problemi che lungi dallo spronarci, divengono massi enormi che ostacolano il cammino. Sollevarli non è facile, non è da tutti.

Molto meglio rifugiarsi in un mondo di sogno, fino a diventare cosi evanescenti, fantasmi cosi lievi, cosi invisibili.

La vita del protagonista il buon Antonio è semplicemente una vita scolorita.

Lui cammina, si muove, sogna, legge, ma non esiste.

In realtà, prima del dramma finale non esiste quasi nessuno dei protagonisti. Troppo chiusi in se, nelle insoddisfazioni, in nodi irrisolti per poter solamente pensare una vita diversa da quella di comparsa.

Mai protagonisti.

Se è vero che spesso la vita vera si realizza negli angoli del mondo, dell’esistenza quotidiana, si sviluppa nelle periferie, in questo caso è una non vita.

Non esistono angoli ma semplici nascondigli sotterranei.

Li in quella coltre di neve, congelati in un attimo che non vuole vedersi fuggire, in un sogno che per paura di esser perso si cristallizza.

In questo caso i libri, i veri protagonisti del meraviglioso testo di Castiglione, sono solo voci lontane, non più rappresentazioni delle infinite possibilità umane.

Non sono solo immagini lontane e quasi invidiate di grandi gesta, di dolori indicibili, di colori brillanti anche quando essi hanno l’odore ferroso del sangue. Per pagine e pagine, con una strana malia si atrofizza il senso del movimento. Eppure è un qualcosa che rassicura e conquista, seducendo il lettore.

La noia, la ripetizione quotidiana di gesti rassicuranti ha lo stesso sapore antico del ventre materno, li dove eravamo possibilità e mai azione concreta.

Nascere in fondo è questo: affrontare la sfida della perdita, del male.

Rischiare la morte dell’anima con il dolore che ferisce, ma con la consapevolezza che poi la ferita diviene semplice cicatrice che provoca l’orgoglio del sopravvissuto.

Di chi è passato indenne tra le tempeste della vita.

In un primo tempo, non si può non essere ammaliati dalla noia.

E la sensazione di sicurezza, di protezione, lontano dal male, dall’orrore, dalla sofferenza.

Un bozzolo fatto di apparente serenità.

Eppure qualcosa non quadra.

Siamo persone e una parte beffarda di noi pungola.

Stuzzica, si ribella.

E l’inquietudine serpeggia.

Perché vedete per quanto la sicurezza e l’ordine ci possa sembrare un miraggio, senza cadere, senza disordine senza caos non la si apprezza.

L’uomo deve poter osare, deve poter per un giorno solo, per un attimo sentirsi aquila.

E rischiare.

Senza il rischio la vita non è vita.

Non è esistenza.

Non siamo uomini né persone.

Siamo solo prototipi di idee.

Apparenza, ombre.

Ecco che d’improvviso Castiglione fa precipitare la rassicurante quotidianità nell’abisso.

E l’abisso ci seduce a sua volta, rendendo incomprensibile il nostro passare senza far rumore.

Fatelo il rumore.

Urlate, osate, combattete.

Fatevi male.

Vivete.

Perché soltanto con il coraggio della responsabilità, il coraggio che deriva dal movimento inizia la vita.

La vita inizia con un urlo di rabbia o di dolore.

Un vagito che fa rumore.

Noi iniziamo davvero a essere nel rischio costante che il percorso umano porta con se.

Diventiamo uomini o donne solo quando l’abisso ci sorride.

E noi sorridiamo a lui.

Sapendo che solo incontrandolo, sfiorandolo, e facendoci preda, potremmo davvero scegliere di combatterlo.

Senza male, senza la scelta di dire no, noi no, siamo che pallide imitazioni di esseri viventi.

Respiriamo.

Ma non viviamo.

Ecco che la storia con la sua carica distruttiva dona qualcosa che non avremmo mai avuto nel nostro tram tram quotidiano: la sensazione che, stavolta, il passo pesante con cui calpesteremo questo sentiero momentaneo, quell’impronta la lascerà.

Stavolta davvero e per sempre.

Accattivante seducente, e poetico, un libro capolavoro che non si dimentica facilmente.

Ma che resta impresso a fuoco dentro di noi.

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“Dead sea” di Tim Curran, Dunwich edizioni. A cura di Alessandra Micheli

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Non ho mai amato andare in barca.

Ne mi hanno mai sedotto le crociere.

Diciamo la verità, il mare non fa per me.

Amo la terra ferma.

Amo sentire il suo respiro.

Il mare è strano.

Piatto e calmo e poi all’improvviso le onde di alzano e sembrano entità decise a trascinarti con se.

I suoi fondali sono troppo scuri, troppo silenzio nelle sue profondità.

Un silenzio completamente diverso da quello montano, mai perfetto perché inframmezzato da una varietà di fauna che allietano serate e giornate.

C’è sempre un falco di giorno, o un rosicchiare di ghiri.

C’è una varietà di squittii e cinguettii.

Di grilli e altri movimenti che mi fanno compagnia.

Il bosco non è silente ma brulicante di vita.

E cosa dire di notte?

C’è sempre un gufo, un upupa o una civetta a cantarmi la ninnananna.

Il mare no.

Se uno si immerge sott’acqua non ode nessun rumore.

E sinceramente, la mia mente sensibile provoca strane visioni.

Ho sempre visto guizzi strani, ombre immense solcare i flutti.

E quindi no grazie.

Resto sulla terra ferma in compagnia del Big Foot.

Non voglio sentir parlare di meduse, strani cetacei, e altre bellezze marine.

E ne sono sempre più convinta dopo aver letto Curran.

Come al solito, perché non sono una persona sana di mente, l’ho divorato di notte.

In due notti di autentico terrore.

Credetemi.

Quel Dead Sea si è manifestato nella mia camera attutendo i rumori della mia movimentata notte montana.

Ho visto le ombre serpentiformi, il lezzo maleodorante di quel mare che in realtà sembrava davvero un brodo primordiale.

Ho visto quelle forme potenziali di vita, scartate dalla nostra evoluzione. E la nebbia.

L’ho provata sulla mia pelle, appiccicosa e oscenamente viva.

Ogni volta, leggere Curran procura la sensazione strana e claustrofobica di essere entrati in uno sorcio temporale in un altra dimensione.

I suoi libri sono porte su altri mondi, incubi per noi.

E mi sono trovata su un gommone di salvataggio e osservare allibita i mostri che popolavano quello strano brodo primordiale.

Il mar dei Sargassi è scomparso per lasciare posto a un sistema alieno, eppure perfettamente coerente.

La spiegazione delle ultima pagine, affascina e sconvolge tutte le nostre certezze.

E’ come se il sistema einsteiniano fosse dimostrabile, e osservabile.

Ed eccoci a uno strano elemento che scaturisce dalla lettura di Dead Sea ma anche dei precedenti libri di Tim.

La sensazione principale che i suoi libri dovrebbero darci è soffocante. L’odore dell’universo primitivo dovrebbe proprio darci la nausea. Eppure, non so perché, alla fine quello che mi lasciano i suoi testi non è claustrofobia.

E’ un senso di libertà, quello che da l’immagine di un universo senza fine, laddove l’ordinario come parola e come realtà svanisce.

E resta il mistero.

Orrorifico d’accordo, ma sempre mistero è.

I suoi universi portano alla luce qualcosa di nascosto in ognuno di noi. Istinti bassi e volontà di superare i limiti del consentito.

Quel Dea sea che reclama i suoi morti, diviene quasi una madre che consola dall’orrore del vero inferno: quello della vita di ogni giorno. Quella che ci ha già reso morti dentro, spogliandoci di sogni e fantasia.

I suoi uomini, quelli che lui descrive alla perfezione, sono solo corpi guidati da un istinto primordiale.

I suoi personaggi hanno rinunciato a ogni afflato di infinito.

E sappiamo noi sognatori come esso sia composto da abisso e paradiso. L’arcano non è solo magia, unicorni e folletti.

Ma anche sangue respiro e orrore.

E chi lo abbraccia lo abbraccia nella sua totalità.

Chi decide che la vita debba essere più vasta dei nostri schemi, accetta anche di indagare le pieghe dell’ignoto dove si celano i mostri. Consapevole che, forse, il vero mostro non è quello scarto evolutivo.

In fondo i suoi fantasmi, i suoi aberranti molluschi non fanno altro che rispondere alla loro natura predatoria.

Sono cosi, e non possono altro che assecondare i loro istinti.

Ma l’uomo?

L’uomo dovrebbe spingersi sempre vero l’infinito.

E invece precipita nella bassezza.

E cosi dead Sea in fondo, non fa altro che nutrissi della paura, della violenza di qualcosa che noi uomini già produciamo.

Tanto da non comprendere e provare disgusto per le nature aliene.

Invece di imparare a conoscerle e “rispettarle” nella loro stranezza.

Il Dead Sea fa orrore.

Eppure, alcune anime aperte verso la possibilità e l’imprevedibile, ne sono inesorabilmente affascinate.

Io, come voi, sono rimasto intrappolato in questo luogo abominevole per più anni di quanti vorrei ammetterne. Ma a differenza di voi, il mio esilio in questo vuoto è auto-imposto. Già, è vero… ho scelto di venire qui.Lasciate che mi spieghi meglio. Facevo parte di un gruppo di studiosi e ricercatori, sì, matematici e fisici e teorici quantistici, che erano da tempo a conoscenza delle anomalie spazio-temporali associate all’area del Triangolo dei Sargassi/Triangolo del Diavolo. Betydon, Connors, Imab e io. Abbiamo studiato a lungo queste aberrazioni…

E non posso no n sentirmi vicino al mio personaggio preferito John R. Greenberg e capirlo, comprendere la sua sete di conoscenza:

Morirò, forse.

Ma morirò sapendo.

E in forse chi scegli questa morte, in realtà vive, perché entra a far parte della sapienza.

Ecco perché affermo che, dietro gli orrori esiste nei libri di Tim quel senso di infinito che rende la lettura una malia da cui è difficile scappare.

O forse sono più deviata del mondo morto di Dead Sea.

Un ultima nota.

So che il libro di Tim è molto lungo. Almeno per i profani. Per chi invece è un lettore “compulsivo” come molti amano definirsi, il libro di Curran è solo un libro apparentemente normale.

La sua straordinarietà si cela nella capacità narrativa, raro talento che incanta, seduce e rapisce.

Chi conosce Tim non lo dimentica mai più.