“Dead sea” di Tim Curran, Dunwich edizioni. A cura di Alessandra Micheli

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Non ho mai amato andare in barca.

Ne mi hanno mai sedotto le crociere.

Diciamo la verità, il mare non fa per me.

Amo la terra ferma.

Amo sentire il suo respiro.

Il mare è strano.

Piatto e calmo e poi all’improvviso le onde di alzano e sembrano entità decise a trascinarti con se.

I suoi fondali sono troppo scuri, troppo silenzio nelle sue profondità.

Un silenzio completamente diverso da quello montano, mai perfetto perché inframmezzato da una varietà di fauna che allietano serate e giornate.

C’è sempre un falco di giorno, o un rosicchiare di ghiri.

C’è una varietà di squittii e cinguettii.

Di grilli e altri movimenti che mi fanno compagnia.

Il bosco non è silente ma brulicante di vita.

E cosa dire di notte?

C’è sempre un gufo, un upupa o una civetta a cantarmi la ninnananna.

Il mare no.

Se uno si immerge sott’acqua non ode nessun rumore.

E sinceramente, la mia mente sensibile provoca strane visioni.

Ho sempre visto guizzi strani, ombre immense solcare i flutti.

E quindi no grazie.

Resto sulla terra ferma in compagnia del Big Foot.

Non voglio sentir parlare di meduse, strani cetacei, e altre bellezze marine.

E ne sono sempre più convinta dopo aver letto Curran.

Come al solito, perché non sono una persona sana di mente, l’ho divorato di notte.

In due notti di autentico terrore.

Credetemi.

Quel Dead Sea si è manifestato nella mia camera attutendo i rumori della mia movimentata notte montana.

Ho visto le ombre serpentiformi, il lezzo maleodorante di quel mare che in realtà sembrava davvero un brodo primordiale.

Ho visto quelle forme potenziali di vita, scartate dalla nostra evoluzione. E la nebbia.

L’ho provata sulla mia pelle, appiccicosa e oscenamente viva.

Ogni volta, leggere Curran procura la sensazione strana e claustrofobica di essere entrati in uno sorcio temporale in un altra dimensione.

I suoi libri sono porte su altri mondi, incubi per noi.

E mi sono trovata su un gommone di salvataggio e osservare allibita i mostri che popolavano quello strano brodo primordiale.

Il mar dei Sargassi è scomparso per lasciare posto a un sistema alieno, eppure perfettamente coerente.

La spiegazione delle ultima pagine, affascina e sconvolge tutte le nostre certezze.

E’ come se il sistema einsteiniano fosse dimostrabile, e osservabile.

Ed eccoci a uno strano elemento che scaturisce dalla lettura di Dead Sea ma anche dei precedenti libri di Tim.

La sensazione principale che i suoi libri dovrebbero darci è soffocante. L’odore dell’universo primitivo dovrebbe proprio darci la nausea. Eppure, non so perché, alla fine quello che mi lasciano i suoi testi non è claustrofobia.

E’ un senso di libertà, quello che da l’immagine di un universo senza fine, laddove l’ordinario come parola e come realtà svanisce.

E resta il mistero.

Orrorifico d’accordo, ma sempre mistero è.

I suoi universi portano alla luce qualcosa di nascosto in ognuno di noi. Istinti bassi e volontà di superare i limiti del consentito.

Quel Dea sea che reclama i suoi morti, diviene quasi una madre che consola dall’orrore del vero inferno: quello della vita di ogni giorno. Quella che ci ha già reso morti dentro, spogliandoci di sogni e fantasia.

I suoi uomini, quelli che lui descrive alla perfezione, sono solo corpi guidati da un istinto primordiale.

I suoi personaggi hanno rinunciato a ogni afflato di infinito.

E sappiamo noi sognatori come esso sia composto da abisso e paradiso. L’arcano non è solo magia, unicorni e folletti.

Ma anche sangue respiro e orrore.

E chi lo abbraccia lo abbraccia nella sua totalità.

Chi decide che la vita debba essere più vasta dei nostri schemi, accetta anche di indagare le pieghe dell’ignoto dove si celano i mostri. Consapevole che, forse, il vero mostro non è quello scarto evolutivo.

In fondo i suoi fantasmi, i suoi aberranti molluschi non fanno altro che rispondere alla loro natura predatoria.

Sono cosi, e non possono altro che assecondare i loro istinti.

Ma l’uomo?

L’uomo dovrebbe spingersi sempre vero l’infinito.

E invece precipita nella bassezza.

E cosi dead Sea in fondo, non fa altro che nutrissi della paura, della violenza di qualcosa che noi uomini già produciamo.

Tanto da non comprendere e provare disgusto per le nature aliene.

Invece di imparare a conoscerle e “rispettarle” nella loro stranezza.

Il Dead Sea fa orrore.

Eppure, alcune anime aperte verso la possibilità e l’imprevedibile, ne sono inesorabilmente affascinate.

Io, come voi, sono rimasto intrappolato in questo luogo abominevole per più anni di quanti vorrei ammetterne. Ma a differenza di voi, il mio esilio in questo vuoto è auto-imposto. Già, è vero… ho scelto di venire qui.Lasciate che mi spieghi meglio. Facevo parte di un gruppo di studiosi e ricercatori, sì, matematici e fisici e teorici quantistici, che erano da tempo a conoscenza delle anomalie spazio-temporali associate all’area del Triangolo dei Sargassi/Triangolo del Diavolo. Betydon, Connors, Imab e io. Abbiamo studiato a lungo queste aberrazioni…

E non posso no n sentirmi vicino al mio personaggio preferito John R. Greenberg e capirlo, comprendere la sua sete di conoscenza:

Morirò, forse.

Ma morirò sapendo.

E in forse chi scegli questa morte, in realtà vive, perché entra a far parte della sapienza.

Ecco perché affermo che, dietro gli orrori esiste nei libri di Tim quel senso di infinito che rende la lettura una malia da cui è difficile scappare.

O forse sono più deviata del mondo morto di Dead Sea.

Un ultima nota.

So che il libro di Tim è molto lungo. Almeno per i profani. Per chi invece è un lettore “compulsivo” come molti amano definirsi, il libro di Curran è solo un libro apparentemente normale.

La sua straordinarietà si cela nella capacità narrativa, raro talento che incanta, seduce e rapisce.

Chi conosce Tim non lo dimentica mai più.

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