“L’anno senza estate” di Luce Loi, Triskell editore. A cura di Alessandra Micheli

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Ci sono accadimenti che segnano la vita dei protagonisti in maniera indelebile, ma che sfuggono alla storiografia ufficiale.

Eppure sono in quei ritagli di tempo, in quei funestati episodi che la natura umana si rivela e trasborda dai suoi confini fino ad invadere con la sua vischiosità anche la natura circostante.

Ci sono momenti passati quasi in sordina, troppo insignificanti rispetto ai grandi mutamenti epocali.

Eppure esistono e qualche coraggioso autore, o storico o semplice appassionato li riporta alla luce, contribuendo a completare un mosaico che, altrimenti ci appare lacunoso.

E’ cosi la storia.

Non solo grandi gesta, ma piccoli quasi insignificanti attimi, in cui il destino si compie rivelando sotto il tappeto dell’apparente immobilità, le radici non logiche delle nostre azioni.

In questo libro macrocosmo (i grandi eventi storici conosciuti da tutti) e il microcosmo (i piccoli gesti quotidiani) si incrociano, rivelando un interdipendenza essenziale per inquadrare un preciso fotogramma storico.

L’anno senza estate non è più, dunque, un titolo accattivante capace di focalizzare precisamente la tensione del thriller, ma riguarda il motivo per cui il thriller è nato.

I veri protagonisti divengono non tanto i personaggi, ben delineati e figli del loro sociale, ma i segreti, le omissioni, i vizi ( e poche virtù) che da sempre, purtroppo, caratterizzano quest’Italia abbandonata dal dio di turno.

Denaro, potere e brama inondando il paesaggio cosi tranquillo, cosi quotidiano di una coltre innevata color del sangue, quasi a sottolineare la malvagità che come un vulcano sotterraneo borbotta nelle regioni infere. Ecco che la maschera cade, rivelando una verità scomoda, ma che conosciamo bene tutti noi: sotto la serenità si cela il male.

E il male non è un demone ghignante, ma siamo noi, con le nostre ossessioni e la nostra ricerca dell’apparenza.

Per l’italiano medio l’apparenza è tutto.

E’ il modo per sentirsi migliori pur con la coscienza di nutrire una mostruosità aberrante.

E’ la consapevolezza che possiamo mostrare una facciata pulita, conservando intatti i vizi più oscuri.

E sapendo che la complicità del popolo o dei potenti, proteggerà la nostra farsa.

Eppure in quell’anno strano e straordinario, l’immobilità è interrotta da un nume naturale che decide di non tacere, di riversare sulla neve e riflesso negli occhi degli uomini la colpa sperando che, qualche anima coraggiosa raccolga la sfida, rivelando i segreti nascosti sotto il manto. Un manto sanguinolento, color rosso, un manto che urla con la forza di un vento sferzante e di un freddo che penetra nelle ossa, quel freddo di chi è rimasto, per un patto scellerato con gli inferi, senza coscienza.

E’ l’anno 1816.

Un anno importante per l’Europa, un anno di sconvolgimenti politico culturali, un anno di possibilità e di sogni appena sbocciati.

Un vento di rivoluzione ne che inonda anche un Italia abituata a chinar la testa.

E persino un sud reso schiavo dei potenti, legato all’ignoranza e la superstizione.

E quale miglior modo di sfruttare tale mentalità per quel dio beffardo se non di presentarsi in tutta la sua ruggente maestosità?

Nell’evento naturale, per nulla frutto di una maledizione arcana, sembra di udire la voce tonante del dio che si rivolge adirato di fronte all’ipocrisia di Giobbe.

Chi sei tu per infastidire con i tuoi piagnucolii il mio agire?

Chi siete voi, piccoli e fragili esseri, cosi arroganti da interferire con il mio sacro disegno?

E sullo sfondo si agita un umanità piccola, patetica, priva di ideali, dedita solo alla venerazione di Mammona.

Legata a rassicuranti stereotipi e pregiudizi, verso il popolo, la fonte della vera sovranità, verso la dignità dell’altro, considerato solo feccia, verso la donna, considerata un essere inferiore da guardare in modo compassionevole.

Eppure, sarà la donna, colei che dall’altro dei cieli, è stata relegata in un angolo sporco e ammuffito e arricchita di tutte le peggiori colpe.

Una donna che prende su di se il male del mondo e lo deve esorcizzare assurgendo al ruolo di Maddalena redente.

Da chi di colpa si è macchiato le mani.

Lo dimostra quella neve rossa come il sangue, cosi gelida come gelidi sono i cuori dei tanti protagonisti, come gelida è la mano dell’ingiustizia.

E cosi come nell’anno mille, reo di portare con se l’apocalisse, ossia la rivelazione di un sistema errato, il 1816 utilizzo un evento che noi conosciamo e che ignoriamo nella sua forza terrificante come monito per quella società chiusa e claustrofobica.

Dal 5 aprile 1815 ci fu l’eruzione del vulcano Tambora nell’isola di Sumbawa (indie olandesi l’attuale indonesia). Furono le condizioni climatice inusuali a causare questo spettacolare evento naturale vissuto come l’ira di dio sulla terra.

Fu quest’eruzione che diffuse grandi quantità di cenere vulcanica NEGLI STRATI superiori dell’atmosfera. E furono le aberrazioni climatiche a suggerire che ci si trovasse di fronte a una maledizione, la macchia causata da un gesto contro l’umanità.

Da troppi segreti incapaci di tacere.

Da troppe omissioni, da vizi indicibili.

E in un Europa che si stava lentamente riprendendo dalle guerre napoleoniche, cercando di portare tutto a uno status quo rassicurante, l’anno senza estate forse fu la resa dei conti.

Che fece comprendere come non si torna indietro.

E le idee seminate sbocciano.

Le idee seminate prima o poi eruttano e inondando il biancore dell’immobilismo con il colore amaranto del movimento.

E forse l’anno senza estate, celebrato nello spettacolare libro di Luce Loi, sarà monito per tutti noi.

Che continuano a tenere segrete le brutture.

Esse prima o poi risorgeranno.

E ci accuseranno di ogni malefatta, chiedendo semplicemente il risarcimento dei danni.

E forse mi piace pensare che ogni modifica climatica non sia altro che la voce tuonante di dio che ci rimprovera per i nostri sbagli.

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