Recensione: “Fulgore della notte” di Omar Viel, edito Adiaphora Edizioni. A cura di Alessandra Micheli

RcQuali sono i libri che amo?
È difficile raccontarvelo e farvi conoscere un po’ della mia anima. Molti si chiedono con quali criteri io possa recensire.

Di solito mi limito a raccontarvi il libro e a mostrarvelo attraverso i miei occhi. Apparentemente razionali, apparentemente saggi e antichi.

Apparentemente aperti su un mondo fatto di logica e scienza.

Apparentemente però.

Perché la parte di me più preziosa quella che tento di donarvi con le recensioni, è nutrita dal nettare sublime dell’incanto.

Io vivo con un piede nel mondo del numinoso e da esso traggo sostentamene, piacere e energia.

In quell’universo del fantastico a volte simile a un sogno nebuloso, io mi lascio cadere sparando invisibile agli occhi bramosi della realtà.
I libri che amo sono questi.

Onirici, illogici, assurdamente belli, ma di una bellezza affatto simmetriche, ma quasi crepuscolare ombrosa.

Una bellezza fatta di leggi che sovvertono questo nostro reale, in perfetto equilibrio con un quotidiano che perde il suo grigiore e assume i contorni di un colore impossibile da descrivere.

Un mondo di fate e di esseri magici, in uni un semplice feticcio diviene un tesoro inestimabile eredità di chi al conformismo non sa cedere.

Siamo anime ribelli e questa ribellione non può che lasciarsi cullare dal libro in questione.

Fulgore della notte ha lo stesso sapore del sogno che irrompe quando non deve, quando magari sei a lavoro e ti sembra di vedere una coda spumosa e un sorriso senza volto brillare.

E quella realtà che appare cosi buia, cosi insipida diventa…fulgore.

Il libro di Viel è impossibile da raccontare perché è un testo tattile, un testo che ha la sua voce sussurrata persa nelle rime perfette dei miei adorati poeti (Blake, Keats e Shelley) coloro che conobbero il segreto capace di annullare le distanze tra visibile e invisibile. Ecco che una famiglia si racconta, e le ombre divengono corporee, i misteri danzano allegri in un canto tondo, in un ritmato minuetto dai precisi passi forti eppure leggeri come vento.

Il fantastico irrompe nel testo facendo apparire la trama, tanto cara ai puristi della letteratura, quasi inutile: sono le emozioni, sono gli incanti, sono i segni de numinoso che ti prendono per mano e ti fanno viaggiare a attrarre e ammaliare.

Staccarsi dal libro è perciò impossibile, chi è mai cosi stolto da lasciare un mondo cosi sublime?

Un mondo che ti cattura, che spaventa, che ti bagna come un temporale fino alle ossa fino in fondo al cuore, pompando la sua magia nelle vene:
L’esistenza sembrava tutta euforia ed ebrezza, e lei poteva assaporare la vita nella sua condizione più rarefatta, lontana dal peso dell’immaginazione e dei suoi rozzi emissari. Le fibre nervose che suturavano la coscienza si erano strappate e, all’improvviso, tutto le sembrava possibile, persino l’idea che l’anima avesse preso il volo per vanità.

In questo libro tutto appare possibile, le figure dal soffitto che prendono vita, una tigre che si perde trovando la sua libertà dall’asfissiante circo che mostra come si addomesticano le fiere, la musica che sembra vibrare a ogni passo a ogni attimo di vita che attraversiamo.

E soltanto leggendo che accade il miracolo, la nostra pelle umana si apre e al suo posto nasce qualcosa di straordinariamente diverso:
Quando la gente ci guarda è come se vedesse se stessa per com’è veramente.

Scopre di essere fatta di pelo ispido e zampe caprine e presto si ritrova nell’ imbarazzo di dover mettere in discussione il proprio guardaroba.

Gli uomini hanno la pretesa di essere creature rivolte alla consapevolezza, ma la loro idea di spiritualità consiste nel prendere le distanze dalla sostanza del mondo e questo rende ogni loro sforzo semplicemente ridicolo.
E allora il fatato viene di nuovo respirato e rende liberi i polmoni dallo smog del reale opprimente.

E finalmente si riesce a sentire la leggerezza che accarezza finalmente l’anima.
Ecco cosa deve poter compiere il libro, il miracolo supremo:

“A voi affido il compito di guarire gli uomini dalla loro ignavia. Essi sono smarriti, incapaci di ritrovare la via del corpo nelle catacombe dell’opulenza. Offritegli spettacoli maestosi! Guidateli alla saggezza delle fonti, nelle vaste oscurità della Terra, sul filo tagliente delle rocce muscose!”.

Grazie per avermi fatto di nuovo cadere in quel buco nel terreno ed abbracciare I miei amici di sempre in un folle, pazzo te pieno di non sense e di visioni.

Pieno di assurdità e di oniriche immagini, ma dove io sono la protagonista assoluta di ogni magica azione.

Perché solo quando qualcosa inaridisce la fonte che ci ha nutriti da bambini, con immagini radiose e incantate, allora saremo davvero perduti.

Allora saremo solo stolte marionette in mano del re di turno.

Saziatevi di magia, di bizzarro, di bellezza. Immaginate e lasciate che il fulgore della notte irrompa in voi:
Diventiamo spettatori per saziarci di immaginazione quando abbiamo perduto ogni desiderio di bellezza.

In questo senso, se l’immaginazione è una dotazione umana dal valore evolutivo, lo spettacolo non è che un mezzo particolarmente efficace per alimentare la povertà di spirito degli uomini senza fantasia.

 

 

 

“L’incantatore” di Francesca Compagno, Le Mezzelane editore. A cura di Alessandra Micheli

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Quando mi approccio a un libro, qualsiasi genere sia, cerco sempre di capire se oltre la trama, la fantasia, la storia, possa esistere una motivazione più profonda alla base e fondante la sua struttura.

Perché sono certa e non è facile farmi modificare la mia idea, che dietro l’intento ludico e di evasione esista una forza molto più sottile, forse silente ma al tempo stesso potentissima che spinge qualcuno a mettere le sue visioni su carta.

Anche un testo per bambini, un urban o un semplice delizioso testo umoristico ha una sua necessita pratica capace di influire e educare una parte della nostra anima.

In questo testo, godibile e perfetto anche per un pubblico adulto, si celebrano non solo i valori eterni dell’amore ( ah che sentimento eccezionale!

Capace di invadere con irruenta delicatezza la nostra realtà cosi assurda e disperata!) ma anche quelli del rispetto, della fedeltà ai principi costituenti la comunità a cui si appartiene.

E li, ovviamente è scattato il mio interesse.

Ed è in quella sua intenzione relativa non solo a fornirci finalmente una carrellata di buoni sentimenti (importantissimi in questi tempi cosi difficili, cosi ammantati di oscurità) che si cela, a parer mio, il vero successo del libro della Compagno.

E’ in quella volontà non solo di allietare, di divertire, di porre la mente del lettore in uno stato quasi ipnotico per spingerlo a immergersi nel mondo immaginario, ma sopratutto di fornire modelli, interpretazioni della realtà che possano servire da collante contro la disgregazione sociale che osserviamo oggi.

Con sommo dolore mio e di tanti miei coetanei.

L’incantatore è la storia non soltanto, quindi di un amore contrastato, ma dei danni che crea la volontà caotica di disgregare il patto sociale.

Ci racconta fin dal suo inizio e dal prologo di lotte intestine, di sangue e di dominazione della specie dominante.

E non è un caso che l’autrice abbia usato il simbolo del lupo.

Animale profondamente sociale, dotato di resistenza alle difficoltà dell’ecosistema e quindi della necessaria adattabilità il lupo è da sempre considerato maestro e simbolo della società capace di nascere, prosperare e sopravvivere in condizioni anche estreme.

Fame, carestie, geli non fermano l’avanzata del branco che, anzi, in quei momenti si strige attorno al capo.

Ma badate bene.

L’autorità del leader o del maschio Alfa può essere scalzata qualora non abbia più doti e forza necessaria a assicurare la protezione dell’intero clan.

E ancora.

Durante la loro caccia l’ordine scelto dai lupi è davvero singolare: ossia gli studiosi hanno notato come al centro della fila siano situati i lupi deboli e quelli che hanno maggiore bisogno di protezione.

Ecco perché da sempre il lupo è assurto a simbolo della perfezione di una società ideale, fatta di rispetto, mutuo soccorso e di potenzialità specifiche messe a disposizione dell’intera compagine.

Accanto al simbolo positivi ne abbiamo, anche uno distorto e feroce: spesso il lupo è stato considerato l’archetipo di forze naturali, indomite, selvagge, portatrici di un caos che, a seconda del proprio impiego, può avere effetti anche deleteri.

Lo stesso politologo Hobbes definì la condizione caotica improntata sul mero benessere personale o sul delirio di potere homo lupis.

E al contrario di quest’entità distruttrice se ne contrappone una civilizzata atta alla ricostruzione e alla pacifica convivenza.

Sarà per voi strano comprendere e credere come l’intero percorso ontologico che ruota attorno all’immagine lupo/ società la si ritrova in questo libro, apparentemente dedito a un giubilo adolescenziale.

Il branco si è disgregato di fronte all’avanzare di una consapevolezza, necessaria ma al tempo stesso perniciosa, di potenzialità uniche all’interno di una “razza”.

Lo stesso che è accaduto in pratica, con l’etnocentrismo.

Parti di uno stesso organismo sociale iniziano a combattere ferocemente una contro l’altra per il dominio e per la libera espressione di ogni istinto, sia sano che “basso”.

E questa libertà distorta significa considerare l’altro da se, quindi anche le specie meno simili alla nostra, mera merce se non carne da macello. Ovviamente, questo mondo disordinato ha bisogno di un riequilibratore, che l’autrice pone nella saggezza di alcuni capi scelti per merito e alte capacità intellettuali, pienamente sviluppate, capaci, per dirla alla Potter di pensare prima la bene superiore che ai propri personalismi egoistici.

Ecco la divisione tra raminghi, capaci di inserirsi in un ecosistema ampio e strutturato da più specie in totale armonico rispetto, e rinnegati coloro che al patto sociale proprio non ci stanno, preferendo fa vincere la vendetta, la frustrazione e il desiderio egoico.

Ed è da questa distinzione che si gioca la partita più importante: quale dei due lati del lupo sarà decretato vincitore.

Ed è il tema trattato con abilità e al tempo stesso in modo molto delicato senza eccedere con il moralismo, dalla nostra brava autrice. Ecco che l’incantatore assume più livelli di significato comprendendo sia il messaggio più immediato l’amore che vince (con tutte le sfumature che colorano l’amore dal rispetto, alla fedeltà alla consapevolezza, alla scelta) a quelli più psicologici (la resistenza alla propria natura caotica in virtù del bene comune) a quelli sociali (la necessità di un patto che assicuri a tutti libera espressione, prosperità e pace).

Come leggerlo, come interpretarlo a voi la scelta.

Da parte mia, prediligo l’etica cooperativa: l’isolare il germe della corruzione e del vizio, non può che assicurarci un lieto fine.

Convivere in pace e in armonia sia con i simili che con i “diversi” fa di un mondo oscuro, un universo brillante e stimolante per tutti noi.

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Recensione: “Il bosco delle more di gelso” di Filippo Mammoli. A cura di Francesca Giovannetti

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Se si sceglie come protagonista un commissario livornese trapiantato in Sicilia, il risultato può essere soltanto vincente. Ambientato tra la Spagna e l’Italia, questo libro ha tutti gli elementi che contraddistinguono un giallo ben riuscito e ben costruito. La trama lineare, scorrevole e avvincente. Un delitto macabro e di non immediata risoluzione. Una doppia ambientazione ben tenuta durante tutto lo svolgimento. Personaggi molto caratterizzati e originali.

Il burbero commissario Marcello Tarantini, livornese catapultato a Castellammare del Golfo, arricchisce di una nota “toscanaccia” la già colorata partitura siciliana. Insieme ai suoi collaboratori, la scontrosa Puglisi e l’impacciato Caruso, formano una squadra di lavoro bel oliata; conoscendo a vicenda i rispettivi pregi e difetti, avanzano nelle indagini mantenendo un ritmo deciso.  Il commissario è allergico alle procedure e restìo ai riflettori, lavora nell’ombra dimostrando poca pazienza e una mente brillante; accanto ci sono una poliziotta brusca, che riserva a pochi la dolcezza, e un collega timido ma acuto.

I dialoghi fra i personaggi sono un notevole punto di forza:  coloriti, sarcastici, a tratti quasi irriverenti, mescolano l’irruenza toscana del protagonista con il ritmi meno frenetici del sud. Una miscela assolutamente azzeccata. Al ritrovamento  del un cadavere di uno sconosciuto orrendamente mutilato si aggiunge quello di un bambino traumatizzato che nessuno sembra cercare. Un bambino accompagnato dal sapore e dal colore delle more di gelso, come un filo della memoria che connette il passato con il presente, entrambi confusi nella mente del piccolo.

Il commissario Tarantini dovrà essere affiancato da un’esperta psicologa infantile, che gli insegnerà quanto sia necessaria quella pazienza che poco gli è naturale. Ma per sbrogliare una matassa difficile servono molti tipi di armi. Il tema dell’abbandono è trattato con delicatezza e realismo, mantenendo sempre al centro dell’attenzione la premura dovuta davanti a una vittima così innocente. L’autore, infine, sfodera il colpo da maestro in un finale inaspettato. Un thriller che riesce a toccare anche il tema della malavita organizzata, presentandone il volto al lettore con i tratti essenziali. Una scrittura efficace che catapulta in ogni ambiente con estrema destrezza, creando il giusto contesto con una veloce pennellata. Questa abilità e disinvoltura dell’autore rende la lettura  piacevole  nella sua interezza; non ci sono mai rallentamenti e la curiosità resta sempre in agguato.

Una lettura decisamente consigliata.

 

Recensione: “Unmade – L’eredità dei Lynburn” di Sarah Rees Brennan, edito Triskell editore. A cura di Alessandra Micheli

69919071_909638459374594_4854755315972833280_nIl male non è un fattore che riguarda soltanto la religione.

Non è una questione escatologica o apocalittica. È purtroppo qualcosa di cosi banale da passare quasi inosservato. Aveva perfettamente ragione la Arendt: non si tratta di essere demoniaci, strani personaggi con baffi e pizzetto, o cornuti alieni provenienti da altre dimensioni. Non saranno come in ascensore per l’inferno, panciuti e serafici avvocati che non seduzione ti proporranno palesemente un’agghiacciante scambio. O come nel meraviglioso film “indiavolato” dove una bomba sexy in cambio della tua anima, ti propone una serie di desideri.

Sarebbe molto facile altrimenti poter dire sì o no. Diciamocelo: il demonio faustiano, è un contratto chiaro e facile: ehi, ti dono conoscenza, denaro, potere e mi regali la tua anima? Così palese cosi immediato e tu sei cosciente di poter dire accetto o non accetto. E se consideriamo il male cosi lineare allora non lo conosciamo affatto e ne siamo inevitabilmente vittime.

Perché esso agisce in mondo molto sottile, insinuante, invisibile. C’è ma non puoi vederlo, perché ti aspetti un cornuto dio incazzato perché ignorato e in preda di uno strano e commovente complesso dell’abbandono. Il male è quel sassolino acuminato nascosto nel selciato di una strada immersa in un bosco. Sei così impegnato a vedere la bellezza, così concentrato sulla meta che appare alla fine del percorso, da non accorgerti come esso penetra piano piano nella carne, passo dopo passo e inizia a farti male e a sanguinare. Il male è quell’agguato nell’ombra, improvviso e famelico, che ti coglie in un momento di sonnolenza. Il male è persino nell’ideale che brilla e ti attrae facendoti sentire utile e speciale. Ma non sai che orrori cela dentro, sotto il tappeto, nasconde i suoi tentacoli disgustosi. Noi siamo abituati a Satana, a Lucifero, agli sbuffi di fuoco e polvere, ai Pilato da incolpare.

Ma non consideriamo assolutamente Mammona, quello più defilato, che ti fa magari lavorare, creare, sopravvivere. Quello che si nasconde dietro le luci della ribalta e ti promette successo, protezione, e onori. E tu non vedi il contratto abominevole dietro, perché accecato da queste mirabolanti luci. O magari attratto dal politico di turno che ti indica con un bonario sorriso colui che ha reso la tua vita un inferno, il colpevole della tua disoccupazione, o della tua disfatta. È l’omino innocuo, basso, anonimo che ti sussurra che puoi riscattarti da ogni umiliazione, da ogni dolore, da ogni discriminazione. Ma non saprai mai che per farlo, abbraccerai l’oscurità. Il male non è solo banale, ma si annida nei non detti, nei segreti, nelle inefficienze e in parole sussurrate sottovoce.

È quello in Unspoken (non detto) che lui prospera e ride.

E in quella capacità omertosa di chinare la testa e lasciarsi illudere che il Re sul trono comanda. Non è un dio cornuto è semplicemente dominante. Il male è nella sensazione perniciosa di essere migliori, incompresi, più meritevoli, migliori per casta, etnia, religione o talenti. È nella voglia di mordere la vita senza lasciarne una briciola all’altro. La prima a avvertire i giovani di questa realtà, in contrasto con i dettami religiosi quelli che dovrebbero davvero insegnarti cosa sono i draghi e chi davvero ci avvelena ma che perde il tempo nel raccontare favole, fu la Rowling.

Parlo ovviamente dei tempi moderni. Anche Marion Zimmer Bradley tentò di scagliarsi contro le convenzioni sociali, paraventi dietro cui il male prosperava, ma non credo con la stessa sferzante forza. Nella sua narrazione del male, attraverso le avventure di Harry Potter, lei individuò e nominò la peggiore testa di quella idea della malvagità: la sete di potere. E se notiamo è un quella volontà di riparare ai torti sottomettendo l’altro per sentirsi forti, invincibili, riscattati e per superare i traumi veri o presunti, che possiamo far derivare i peggiori, nefasti accadimenti del nostro secolo breve. La Rowling ebbe il coraggio di nominare il male, di identificarlo in un ragazzino simbolo di tutta la banalità del mondo.

Ma non solo. Non identificò solo nella mancanza di crescita, nella necessità che l’esperienza non fungesse da limite ma da sprone a essere migliori o per dirla alla Guevara a sentire dentro di se ogni ingiustizia commessa contro chiunque in ogni parte del mondo, l’unico scudo contro cui resistere a quelle facili seduzione. No. Ci diede anche strumenti reali e concreti per resistere a quelle stesse fascinazioni:

“A volte bisogna pensare a qualcosa di più della propria salvezza.

A volte bisogna pensare al bene superiore.”

Come, direte voi. Tutto qua? Sì.

Nonostante siete abituati a grandi e pomposi panegirici filosofici, il segreto è solo questo. Pensare che siamo parte di un tutto più grande e che in questo caso l’azione del singolo, salva il sistema.  Che se non si annaffia soltanto il proprio orticello ma anche quello dei vicini, la natura crescerà rigogliosa. Se si agisce per salvare una sola singola persona, si salva il mondo intero.  Se invece del bene personale, della frase il fine giustifica il mezzo, si pensasse alla volontà generale, al bene superiore, la corazza lucente contro il male, che per sua natura disgrega, apparirà scintillante dal nulla.

Perché sono partita dalla Rowling? Perché nell’ultimo capitolo della saga della Brennan ella, consapevole del valore etico della scrittura, rincara la dosa spiegando come sia importante per ciascuno di noi, non pensare solo alla nostra personale salvezza, alla protezione del ristretto nucleo famigliare, nascondendo, come facciamo oggi, la testa sotto la sabbia a mo di struzzo:

«Non possiamo accettare il male senza far niente. Non possiamo assistere alla morte di qualcuno senza muovere un dito,» continuò lei furiosa.

È vero.

Se solo si assiste vigliaccamente a uno schiaffo si è complici. Si legittima la violenza e l’orrore. Si volta la testa e si invoca la responsabilità di pilato. Ma invece è solo esclusivamente la nostra. Perché basta un solo gesto e sopratutto una sola nostra omertosa complicità affinché il male prende possesso non solo del mondo, ma della nostra anima, della piccola comunità e della nostre realtà simbolico sociale. In Unmade, lo sprone ultimo è spingere i giovani a impegnarsi un una causa, anche se questa significa mettere a repentaglio convinzioni, considerazioni di se e persino la propria tranquilla routine. Chi ha paura, chi teme il potere è già completamente in balia delle seduzioni del male

“So che hai agito in buona fede, ma l’unico modo per rimanere al sicuro è smettere di lottare”.

Questa è la frase con cui oggi crescono i nostri giovani. Preda di tante illusioni, di tante finte speranze. Ragazzi che si sentono forti, invincibili, dotati di tante possibilità. Capaci di entrare nel mondo patinato del gossip, di Instagram e dei talent show. Ma intanto dietro le quinte urlano le bombe e il sangue si sparge a fiumi nutrendo una terra che geme. E non è vera la frase “Non toccherà mai a me”. Perché una volta confermato il sistema, tu non potrai più uscirne. Una volta che lo hai accettato e considerato valido, esso si riterrà in dovere di attaccare te, di considerati membro del suo clan. E un giorno di lasciarti nelle retrovie quando non servirai più. Chi accetta il male, come la madre di Kami, ha già perso Non sarà mai sicura perché il potere si nutre di vita e non smette mai di aver fame.

«Assassino,» urlò Kami. «Ecco che cos’è. Ecco cosa siete rimasti a guardare senza muovere un dito. Non si fermerà. Non si fermerà a meno che non siamo noi a farlo.»

È vero. Finché nessuno, ne noi anziani ne voi giovani non decideranno di mettere il bene comune al di sopra, il male non si fermerà. E non servirà un padre Amorth con i suo esorcismi a salvarci. Oggi sfilano tanti giovani contro i cambiamenti climatici. Hanno voglia di far qualcosa, di muoversi e di non restare inermi davanti alle cazzate nostre e dei potenti che NOI abbiamo scelto.

È un passo.

Ma questo passo va rivolto prima di tutto nella vita dei nostri giorni. Scegliere come Kami di non voltare lo sguardo, di rischiare e di pensare all’altro come parte di se stessi.

Solo quando lo faremo allora avremo davvero un futuro. La Breannan oggi non ci regala solo un amabile, perfetto urban fantasy, ci consegna le chiavi della nostra prigione. E usare la nostra testa, non quella dei media, del guru di turno o del simbolo di turno. La vita, la lotta, la ribellione non si serve dei simboli. La lotta assume la sua meravigliosa forza motrice solo quando qualcuno avrà il coraggio di guardare se stesso, la sua vita e partire in cerca di un altra vita, di un altro se stesso. Non avete bisogno né di me, ne del leader, né di influencer che vi dicano come ribellarvi. È tutto già dentro di voi ragazzi:

Quindi siete pronti a incendiare case con dentro dei bambini perché adesso è Rob Lynburn a dirvi cosa fare e avete smesso di usare la vostra testa?» urlò Angela di rimando. «Come osa darle della stupida solo perché rifiuta di comportarsi da pecora?».

Siete uomini. Siete stati creati più importanti di stelle e angeli e coronati di stelle e gloria.

Che Unmade vi spinga a rendervene conto.

Se qualcuno ha il potere e la volontà di proteggervi, deve farlo senza chiedere nulla in cambio.

Non dovete niente a nessuno. Chiunque vi abbia detto che i Lynburn avevano il diritto di comandare stava diffondendo una bugia

 

Questa volta non c’è pilato. È andato via

 

Siamo tutti un po’ responsabili

se la vita sarà impossibile,non c’è un alibi che tenga alla follia.

E a quel re con un gran cavallo

dico io quando si balla

e la storia che si ripete non sarà quella.

Orietta Berti

 

 

 

 

 

 

La sezione articoli, Viaggi attraverso la storia presenta ““Una goccia come Sinfonia”. A cura di Alfredo Betocchi

21 marzo dell’anno quattrocentomila a. C., verso le sette di sera.

Il tramonto era sopraggiunto da poco e l’aria era fredda. Sul cielo era sorta una grande luna gialla. I lupi ululavano e i piccoli mammiferi notturni uscivano dalle loro tane per la caccia giornaliera.

La famiglia di Bug

La caverna, dove viveva Bug con la sua famiglia, era accogliente e calda. 

Gab, la sua femmina, era seduta con le spalle alla parete e mordeva una pelle di cervo per ammorbidirla e conciarla. I piccini si rotolavano in terra, mordendosi l’un l’altro e cacciando brevi gridolini di gioia.

Bug era concentrato a tracciare con un sasso disegni ben auguranti sulla scura parete.

Ad un tratto, qualcosa giunse al suo orecchio; la sua mano si bloccò a mezz’aria, i suoi sensi si raffinarono per sentire meglio. Il chiasso dei tre piccoli, però, gli impediva di sentire bene. Si girò verso di loro e grugnì un ordine.

I cuccioli si fermarono di mala voglia, guardando la mamma che non si mosse ma girò il viso verso il marito, con aria interrogativa.

Bug s’avvicinò lentamente, senza fare rumore, verso il fondo della caverna.

Uno sgocciolìo lo attirava sempre più verso l’oscura fine della spelonca:

Plin, plin, plin…” il suono affascinava Bug che sentiva dentro di sé una cadenza sempre più prepotente. Con il sasso in una mano iniziò a battere sulla parete all’unisono con le gocce e la cosa cominciò a piacergli.

Bug

Plin… toc…plin…toc…plin…toc” . Il movimento non dava tregua; poi egli si fermò. “Plin, plin…” Bug battè due volte il sasso contro la parete per ogni goccia che sentiva. “Plin, toc-toc, plin, toc-toc”

Il gioco cominciava a divertire anche i bambini che iniziarono a battere i piedi al ritmo della pietra: “Plin, toc-toc, tump-tump, plin, toc-toc, tump-tump…”

La femmina, seduta, smise di masticare e, affascinata dal nuovo passatempo degli altri, battè la mano su una coscia nuda: “Ciac… ciac!”

Bug sorrideva, i bambini si divertivano e anche la mamma ci prese gusto.

Plin, toc-toc, tump-tump, ciac, plin, toc-toc, tump-tump, ciac!”

Bug, l’ominide, aveva così inventato il Ritmo della Musica.

La musica non è un linguaggio delle passioni, come teorizzavano i filosofi e Darwin stesso nell’800, ma una qualsivoglia sensazione e l’espressione di una energia nervosa la quale, nei primitivi, si realizzò con la ripetizione d’una stessa nota e di un piccolo intervallo, che donava un piacere inconscio e una irrefrenabile voglia di muoversi a quel ritmo.

Nasceva, perciò, insieme al ritmo anche il ballo.

Nelle più antiche raffigurazioni di esseri umani, si trovano spessissimo individui con le braccia slanciate in varie direzioni e i piedi divaricati; cos’è se non il disegno di una persona che balla? Non esiste comunità umana, anche antichissima, che non abbia espresso con il ballo e suoni ritmici l’insopprimibile voglia di muoversi.

I motivi erano generalmente religiosi o guerreschi. Le musiche potevano essere lugubri e lenti o sfrenate e selvagge.

I popoli primitivi scoprirono presto il vantaggio di “accompagnare” il ritmo battendo legni o pietre su rocce o tronchi cavi. La cadenza era facilitata e i piedi si muovevano con più scioltezza.

Gli strumenti a fiato videro la luce quando un cacciatore soffiò a tutta forza dentro un corno bucato di qualche grosso mammifero.

 

Flauto primitivo

Le donne, poi, che hanno una spiccata propensione per il divertimento e sono tendenzialmente più allegre, partecipavano volentieri a questa nuova attività della tribù. Chissà che non siano state proprio loro a inventare il flauto, scavando nelle lunghe sere d’inverno, piccole canne o ossa d’animale. 

 

Sicuramente gli strumenti a corda sono stati un’invenzione maschile. La vibrazione del nervo d’animale vicino all’orecchio del cacciatore quando l’arco rilascia la sua freccia dette l’idea di una nuova dimensione del suono. Quando il nervo fu messo sopra un corpo di risonanza (un guscio di testuggine ?), la sua vibrazione sonora aumentò ed ecco comparire prima la Lyra (secondo i Greci inventata dal dio Ermes) e poi gli altri strumenti più articolati.

Quantunque le notizie sulla musica dei popoli primitivi siano molto scarse, si deve riconoscere che gli archeologi hanno potuto darcene una idea abbastanza esatta grazie ai ritrovamenti di tombe, ai graffiti nelle caverne ed ai primi disegni sulle stoviglie di terracotta. Per molte migliaia di anni la situazione non cambiò: canti ritmici, strumenti a percussione e poche innovazioni musicali. Poi la storia entrò prepotentemente sulla scena e … la Musica cambiò musica!

Già i Greci e i Romani, per non parlare della raffinata civiltà degli Egiziani, fecero fare passi da giganti all’arte musicale. 

 

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Infine la vera invenzione, dovuta ai Greci, che fece scalpore e che mise fine alla preistoria della Musica, fu la “Notazione” ossia il poter trasferire sulla carta i suoni, così impalpabili ed effimeri, rendendoli eterni.

Oggi non ci rimane che ringraziare Bug e la sua famigliola per il geniale contributo all’invenzione del ritmo e alla gioia che hanno donato a tutta l’umanità.

 

 

*****

Alfredo Betocchi, scrittore fiorentino, è l’autore di una Trilogia delle streghe che comprende: “L’OROLOGIO DELLA TORRE ANTICA”, “LA MAGA TARA” e “SELINA, L’ULTIMA STREGA”. Nel 2018 è uscito il suo ultimo romanzo dal titolo “RAMESSE XI”.

Recensione: “Murate vive. Marianna De Leyla e le monache di Monza” di Bruna K. Midleton, Bonfirraro editore. A cura di Alessandra Micheli

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Questa è la recensione più complessa che mi accingo a scrivere e sono consapevole di quanto risulterà politicamente scorretta e avvisa ai “lettori” a cui ho indegnamente rubato la voce.  

Mio intento sarà non denigrare il singolo, ma smontare l’intera impalcatura mentale che esiste dietro il pensiero, per restituire al libro il suo degno posto nella letteratura.

Quindi mi scuso sin da subito se sembrerò odiosa, antipatica e polemica.

Ma i tempi richiedono anche questo.

 Inizio a parlarvi di murate vive partendo da un libro pubblicato nel 2011 da un certo Carmelo Abate, giornalista coraggioso e avviso ai benpensanti, che stufo di rimandare l’ardita azione decise di svelare i misteri del vaticano.

Non quelli economici, che alla fine sono accettati un po’ da tutti, senza grandi scandali considerati inevitabili appendici del nostro mondo basato sulla finanza.  

Nonostante l’orrido scandalo di Calvi e del banco ambrosiano, scandalo per chi come me alla legalità ancora ci tiene, tutto è stato visto come una goliardica azione di ilari figuri e non come un sistema pernicioso o come un mammona seduto sulle ginocchia di un cristo riluttante.

Calvi era Calvi ma non rappresentava l’intero mondo ecclesiale anche se, in seno a quel mondo, esso si era sviluppato.

Tra scandaletti guardati con un bonario sorriso e un flautato finto rimprovero si arriva al 2011. 

E lì,  infamia, l’indignazione la difficoltà della presa di coscienza di un reale dramma stenta a prendere piede.

Abate è dileggiato, accusato di essere ateo, di minacciare le basi della nostra cultura.

E sapete per quale motivo?

Perché la sua indagine non partiva dai conti della gerarchia cattolica, ma riguardava il viaggio segreto nel regno dei casti.

 E ne veniva fuori un ritratto patetico, irto di vizi e scarso di virtù di sesso sfrenato, di trasgressioni da far impallidire il famigerato 50 sfumature.

Con la differenza che il libro della James è totalmente inventato mentre i racconti qua racchiusi erano provati da documenti incontrovertibili. 

Ecco che il probo credente si sentì addirittura violato, come se il buon Abate avesse gettato un secchio di acqua gelata in fronte del bel addormentato, svegliandolo da un comodo e pacioso mondo dei sogni.

L’orrore si era destato, e in ogni modo si cercava a di arginare la verità emersa: scandali sessuali, orge e festini erano, nel vaticano, prassi abituale.

E seppur infastidivano il pellegrino ottuso, forse potevano essere una fonte di redenzione grazie alla capacità umana di indagare dentro il legame tra gli eventi, ricercandone gli elementi più fragili, modificabili e eliminabili.

Come a dire la realizzazione in terra della frase tanto amata “la verità rende liberi”.

Quello che è emerso è, però, uno scenario deformato che della verità si sbatte preferendo a esse una comoda, rassicurante e obnubilante bugia: va tutto bene e chi dubita di questo tranquillo tran tran è un servo del diavolo. 

Ribaltamento curioso visto che il vero diavolo, spesso in quell’impulso oscurato, represso e quindi sbocciato sotto forma di demone, dovrebbe rappresentare, per il vero credente, l’unico mammona da combattere.

Cosa che non è mai accaduta.

Sex and the vatican è caduto, quasi, nel dimenticatoio, nonostante le numerose notizie di abusi, festini e orge che bellamente ogni tanto facevano capolino nei telegiornali o finti telegiornali.

Essendo, però, notizie amate dagli show nutriti a gossip, essi divenivano, appunto meno credibili. 

Come dire se lo dice la D’Urso è sicuramente una boiata.

Ecco che il malgoverno delle anime è continuato e si è cercato di arginarlo definendolo: mal moderno.

Non tutta la chiesa, dunque ha in se le basi su cui impiantare la depravazione, non è in qualche sua errato assunto culturale o valoriale da rimodernare il problema.

È semmai un piccolo inciampo di una religiosità che si è mantenuta proba e ottimale. 

E via con gli esempi di bontà quasi a far dimenticare la stanza di barbablù piena di orrori. 

Ed ecco che arriviamo al libro Murate vive.

È il 2019, quindi quasi dieci anni dopo Abate.

E la vicenda raccontata da Bruna non è assolutamente frutto del nostro distopico postmoderno.

È del 1600 circa e riguarda un convento e una storia che si dirama intrecciandosi con altre, fino al tragico finale: il monastero di santa margherita.

Anzi ascoltate bene come si chiamava questo ameno luogo: monastero delle Benedettine Umiliate di Santa Margherita di Monza.  

Già dalla definizione possiamo estrapolare tutta la concezione deleteria sulla femminilità, quella che tutt’oggi con la complicità anche di voi benpensanti, ancora di perseguita rendendoci non solo fragili ma convinte di essere prede sacrificabili sull’altera di un maschilismo ossessionato dalla dominazione.

Come non ci credete?

 Spiegatemi perché allora una donna che tenta di trovare la sua liberazione in qualsiasi modo, viene considerata dal compagno, dal marito, dal padre dal fidanzato un pericolo da eliminare. 

Cancellare, e rendere assolutamente invisibile. 

Come era un tempo con le murate vive e con le suore di clausura.

Spiegatemi perché il persistere di tanti cliché di tanti stereotipi e della abominevole convinzione che per protestare per i suo diritti la donna deve mostrare il corpo.

Voi uomini quando protestate per il salario vi tirate giù i pantaloni brandendo il vostro attrezzo?

 Noi donne siamo sulle copertine immortalate in una perfezione che sa di prigionia. Costrette a una maternità che non sentiamo a un amore a ogni costo anche se l’essere di turno di umilia.

Ma l’umiliazione nasce da lontano, quando la prima donna si rifiutò di soggiacere in posizione subordinata a Adamo e fu scacciata con i demoni.

Continuiamo allora alla scoperta della monaca di Monza, simbolo dello sfruttamento costante e consapevole del femminile. 

A quel tempo, cosi divertente, non era affatto strano che bimbe che pesavano nel budget della famiglia venissero sacrificate agli interessi del clero di avere una schiera di penitenti Maddalene da convertire o da gestire a loro piacimento.

Mettendo le donne cosi costrette a una violenza della propria anima a lacerarsi cosi profondamente da lasciare libero spazio a un impulso che, come ci insegna il buon Platone non va affatto nascosto ma gestito.

Nel panorama di quei tempi era norma, conosciuta e tacitamente accettata, il fenomeno delle monacazioni forzate che costringevano alla castità fanciulle che non volevano affatto abbracciare quella vita. La barbara usanza di chiudere le figlie in un chiostro, con la connivenza del clero con questo genere di pratiche, era tanto diffusa da non destare nessun scandalo, a parte qualche timida, isolata e ininfluente condanna della Chiesa. D’altra parte, per rendere meno opprimente e tediosa la vita delle infelici “recluse”, votate loro mal-grado a indossare l’abito monacale, era tacitamente tollerato che esse si prendessero qualche “svago”, spesso con la complicità delle superiore e dei parenti, che in tal modo pensavano di tacitare le proprie coscienze. Sicché, seppur tra artifici e sotterfugi disdice-voli per le “vere” monache, non era infrequente che tra le mura dei conventi si tenessero degli autentici festini o che si lasciasse libero sfogo ai temperamenti sessuali più esuberanti. Tant’è vero che di alcuni monasteri si parlava come di “postriboli” o di luoghi dediti più alla mondanità che alla preghiera e all’astinenza.

E già solo leggendo questa premessa io considererei questo libro una parla miliare nella letteratura di genere con l’intento di sdoganare una storia costruita ad hoc per umiliare le protagoniste.

La monaca di Monza non appare la meretrice, la criminale, la peccatrice che ci ha tramandato il buon Manzoni.

Ci appare una povera infelice, costretta da una società bigotta, oppressiva a operare la peggiore scelta che un uomo è costretto a fare: barattare la propria anima con la sopravvivenza di una società totalmente corrotta. Perché corrotto non era solo il clero, ma persino le famiglie e la popolazione che sapeva dell’orrida usanza ma la considerava giusta.

Ecco che Virginia, accetta il suo destino scegliendo quasi inconsapevolmente di impersonare quello che serviva e che serve oggi: il mostro da condannare, o la peccatrice da redimere, per sentirci migliori si senza mai cambiare i proprio assunti culturali che puzzano di marcio.

Tanto che dopo indicibili sofferenze passate tra un padre anaffettivo, a una modello di madre rassegnata, complicità di chi è costretto a rinunciare il sesso e lo degrada come un qualcosa di sporco e proibito, diventa un nuovo strumento per la libido di un povero insicuro.

Passa da una dominazione all’altra, mentre il mondo cerca di sopprimere la sua carica erotica.

E con erotica parlo di eros che è una forza non prettamente sessuale ma che ci fa avvertire il mondo con tutti i sensi, quelli che odiano le società retrograde. Perché solo un retrogrado considera peccaminoso il senso del tatto, del gusto, dello sguardo e dell’odorato.

Ecco che questa carica prettamente immaginativa e feconda, una vera forza selvaggia come la chiamerebbe la Pinkola Estes deve essere “uccisa” in ogni modo.

Con il senso di colpa, con il sesso fatto per sentirsi viva, lei che come le altre erano semplicemente vere sepolte vive.

Fino a divenire il simbolo perfetto da esibire al popolino (femminile) murata viva, domata, resa forse pazza, perfetto esempio di una santità che di santo non aveva nulla.

Era piuttosto l’odore dell’abbandonato, del senza speranza, dello sconfitto, del morto vivente.

Murata viva essere resterà murata nella follia costruita da uomini che di umano non avevano più nulla.

Neanche il Borromeo che qua si presenta come un angelo luminoso, gode della disfatta emotiva e mentale di una donna costretta a divenire suora.

Bell’angelo.

E tutto questo dramma che mi ha fatto incazzare è stato mirabilmente espresso dalla copertina del libro ( mi rifiuto di usare il termine inglese sono italiana).

E lì che ho compreso quando ancora siamo immersi nell’oscurantismo più acuto.

Se posso accettarlo da un maschio che teme la denuncia dei suoi complici misfatti, mi stupisce che lacune delle stereotipati immagini sessuofobiche della chiesa siano accettate dalle donne.

Come, direte voi, sto usando un gergo femminista?

Ma tesori miei, io sono femminista… 

E dovrebbe esserlo ogni donna che vota, indossa jeans, decide chi sposare, eredita e sceglie consapevolmente se e quando fare sesso e sopratutto con chi sposarsi. 

Nella raffigurazione di questa famigerata copertina c’è un quadro di un certo Heinrich Lossow, 1880, chiamato il peccato.

E lo rappresenta perfettamente.

Perché il sesso li esposto è bestiale (con rispetto per le bestie) deformato, stonato e disturbante.

Ed è quello che il libro vuole comunicare: lo schifo per una pratica che ci scorre nel DNA come un veleno corrosivo.

Perché se ancora oggi quest’immagine non ci fa incazzare ma ci terrorizza, stiamo messi tanto male ragazzi miei.

Nessuno che compreso il libro, ha compreso come anche l’immagine dovesse scioccare per farci reagire.

E stavolta non si tratta di vendere, si tratta di lottare per i nostri diritti.

Perché ieri era Marianna De Leyva, oggi è la monaca violentata a Mumbay da un sacerdote.

Anzi le milioni di bambine nei paesi indiani e africani, povere costrette per fame a entrare in convento, murate vive e a divenire “carcasse a imputridire”.

Esiste ancora quest’aberrazione.

Nella ragazza in piena fase di sviluppo emotivo convinta della chiamata, alla ragazza in crisi attratta dalla pace del convento.

Io stessa ne fui testimone.

La spiritualità mia, veniva corteggiata da un sacerdote per spingermi a diventare suora laica a servizio di quella o l’altra comunità.

Posso raccontarvi io stessa mille e cento episodi.

E allora dov’è l’indignazione? 

Ove sono le voci stimolate dal libro e incazzate a formare con me un coro di sentito no?

Non le vedo.

Anzi spesso scoraggiate dall’immagine pochi hanno avuto il coraggio di aprire il libro, leggerlo e sentirsi coinvolti dalla storia.

 E la cosa che più ferisce è che non sconvolge l’idea dell’aberrazione raccontata sconvolge il quadro e il sottotitolo Sesso, sangue, morte e monache murate vive come carcasse a imputridire. 

Come se lo stesso minacciasse un’ovattata ipnosi.

Sapevo che De Mello aveva ragione e che non volevamo svegliarci, ma questo mi sembra eccessivo davvero.

Altri commenti riguardano l’accusa al libro di essere squallido e volgare.

Beh certo, il racconto di come una ragazzina è costretta a entrare in un convento di clausura è molto chic.

Sarà l’outfit con il velo nero a dare un tocco di glamour.

C’è chi trovava, invece, il dipinto messo in rilievo eccessivo capace di penalizzare il contenuto del libro.

È il contenuto del libro a doverti indignare, non la Manifestazione di un peccato che corrompe il vostro perbenismo.

“Lascivo, triviale di basso profilo scandalistico.

Non storico. Livello infimo”.

Tutti aggettivi volti a difenderci dalla verità che entrambe copertina e testo tentano di far emergere.

Sì, il contenuto è orribile.

E più lo neghi più diventerà una macchia enorme fino a che sarà indelebile. 

 Leggere il libro è un atto di rispetto non solo per la monaca di Monza e le sue sorelle, ma per tutte le figure a cui abate da voce.

A tutti i fatti mostruosi dei giornali, a una religione che è solo lo specchio di un dominio ghignante e pericoloso.

E a chi ha definito la clausura un non annullamento della femminilità dico che costringere una donna a essere cosa non vuole, a agire in modo contrario alla propria natura profonda è vero non annulla.

Distrugge direttamente.

A te che ti ripari dietro questi triti stereotipi.

A te non hai il coraggio di guardare il peccato, perché perderesti la tua zona di comfort, io ti dico che sei un complice di una società che rinnega l’uomo a favore delle proprie stupida idee.

  A valori che sono morali e non etici.

Perché più etico della felicità non esiste. 

Leggeteli i libri che fanno pensare, anche se il pensiero vi ferisce vi fa sanguinare e vi distrugge.

Perché sarete ricostituiti in maniera migliore.

Ricostituiti guardando oltre i vostri limitati sensi, verso quel uomo che DEVE diventare più importante del vostro sabato

la colpa va ricercata nell’infamia della nobiltà e del potere civile e religioso arroccato nei propri privilegi e nell’uso ignobile delle fanciulle. La più vergognosa delle ingiustizie s’era abbattuta sulle monache di Monza forzate al peccato e alle quali era stata chiesta una tremenda riparazione alla santità pretesa e violata. Murate vive avrebbero dovuto essere quelle “ignobiltà” che le avevano forzate al velo

 

Recensione: “Il viaggio di Giò”, di Carolina Cerbini, edito Scatole Parlanti. A cura di Chiara Luccy Linaioli.

 

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“Giò è una ragazza che dedica molto del suo tempo a ricercare risposte alternative a quelle date dalla sola scienza, sentendosi, il più delle volte, sopraffatta da una società che la costringe ad adattarsi piuttosto che lasciarla libera di esprimersi. Da qui nasce il suo bisogno di evadere che la porta a essere protagonista di un viaggio in un mondo straordinario, differente dal suo ma solo in apparenza. Al suo fianco c’è il principe Parsio, proveniente da una dimensione in cui il seme nero ha gettato le popolazioni in un limbo di guerre e cupidigia: l’obiettivo dei due protagonisti è raggiungere Cumb, l’ultimo livello di un universo da salvare. Il percorso permetterà a Giò di esplorare luoghi fantastici e conoscere personaggi incredibili, alleati o antagonisti, dotati delle più disparate sfumature caratteriali: per la ragazza è l’inizio di un processo di crescita interiore e di profonde riflessioni sulla propria natura e sui valori dell’amore, dell’amicizia e del tempo.”

Gio’ è una ragazza con la testa fra le nuvole. Molto riflessiva, non si omologa ai coetanei. Non ha amici. Un giorno, nel collegio che frequenta, compare Parsio: un ragazzo più strano di lei, a cui Gio’ si lega immediatamente. Ma l’amico non appartiene a questo mondo…

Classico fantasy del viaggio.

La “quest” è interiore, in primis, perché la nostra Gio’ verrà fagocitata da un altro mondo e, assieme al principe Parsio, dovrà salvarlo dal misterioso seme nero, affrontando paure e limiti. Libro autoconclusivo, ha diversi livelli di lettura. Un lettore giovane troverà avventura e misteri, un lettore adulto riflessione e simbolismo. La narrazione procede per dialoghi. Ogni personaggio narra le proprie vicende e dà imprescindibili indizi ai viaggiatori per superare i sette livelli che separano gli eroi da Cumb, il cuore del mondo. Brevi ed essenziali le descrizioni. Come in un GdR, a ogni livello superato Gio’ acquista nuovi elementi per la sua squadra, nuovi accessori magici e nuove conoscenze interiori. Grazie a ciascun incontro (che fornisce la soluzione ai problemi che l’avventura propone, come tanti deus ex machina), Gio’ supera facilmente le prove.

Questa struttura narrativa ha un che di dantesco; la protagonista, finita lì per caso, non è certo una predestinata, eppure trova sempre la chiave per proseguire, sotto la guida di chi le si affianca. Ogni livello rappresenta una virtù che il seme nero ha sovvertito. Le dinamiche relazionali fra i personaggi, invece, saranno familiari a chi legge shojo manga di genere. Fushiji Yuji o Rayearth delle Clamp sembrano gli archetipi da cui trae linfa.

“Avevo vissuto sognando, ma solo aprendo gli occhi mi resi conto di sognare davvero” (cit.)

Una parabola fantasy su quanto danno arrechino al mondo (questo, o altri) sentimenti come l’invidia e la non accettazione di sé.

 

 

Recensione. “Le donne, istruzioni per l’uso” di Barbara Parodi. A cura di Micheli Alessandra

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Quando ho iniziato a leggere il libro di Barbara Parodi mi è preso un colpo, cazzo ho detto (perdonate la scurrilità) io non sono una donna. Mi sono guardata allora e si avevo ogni elemento caratteristico delle “femmine” ma io ero totalmente lontana dai cliché con cui ci descriveva il maschio e che Barbara affrontava con una penna ironica ma al tempo stesso bonaria, verso i difetti del suo sesso.

E cosa mi capitava?

Uno. Io in borsa tengo sempre almeno otto libri, più uno stick con l’ammonica (ufficialmente per evitare punture di insetti vari, ma in realtà adoro l’odore. E qua stenderei un velo pietoso). Al ristorante mangio come se fossi appena sbarcata dall’isola dei famosi, specie le bistecche che amo divorare grondanti di sangue.

Fidatevi non è un bel vedere.

Per non parlare di quando ingurgito scampi. Farei impallidire Enzo Miccio e infartare Carla Gozzi.

Non ho buone maniere a tavola, non da signorine sicuramente e alle feste comandate adoro tirare molliche di pane grosse come selci a mio fratello, che ricambia con altrettante bombe di pane, dall’altra parte del tavolo. Una classe che piacerebbe tanto a Csaba di cortesie per ospiti ( si li vedo tutti i programmi trash, mbé?).

E sul fattore cacca?  Quello mi ha davvero sconvolto.

Mentre la femminilità impone di non dare prove certe della nostra azione intestinale, io quando ci vado metto in pratica i manifesti per tutto il quartiere, assumendo persino la banda. E ne vogliamo parlare del famigerato cosa hai e la donna risponde niente?

Se a me chiedete cosa ho, perché sono nera vi rispondo con un laconico “mi girano le ovaie”.

Specificando con dovizia di particolari e colorite espressioni gergali, i motivi per cui il mio altero distacco dal mondo è stato turbato.

Allora cosa succede?  Sono un alieno? Sono un esperimento scientifico di Lemme?

In tal caso vi prego fatemi fuori, subito.  Perché se a me girano e tenti di farmi ridere, probabilmente ti trovi con il setto nasale rotto da una potente capocciata. Perché mi sentirei presa davvero per i regal fondelli.  Magari è colpa di mio fratello, con il quale sono cresciuta imparando a rispondere alle offese con amabili aggettivi, a fare a gara di rutti e sputi… si in effetti cozza molto con la mia immagine di blogger colta.

Ma chi mi ha visto alle fiere dei libri, mentre fingo (fingo davvero?) di attaccare residui nasali sulle copie dei libri, sa.  Allora? Chi mi sa spiegare perché il manuale sembra relegarmi in una fascia evolutiva che sta tra l’homo di neanderthal e l’uomo sapiens? (Neandrthal mi informa di non gradire l’accostamento con me e sono molto offesa).

Perché il libri di Barbara, pur affrontando con umorismo questi tratti direi stereotipati della donna li deride. E li rende cosi comici da farci capire che sono assurdi. Ogni essere umano è fantasticamente diverso. Ci sarà chi amerà leggere e chi si fisserà a cercare il fard color glicine. Chi vorrà tirare di boxe sulla faccia dell’importunatore di turno, e chi si sentirà lusingata dalla sua faccia da pesce lesso.  Chi ama i fiori e chi il cioccolato, chi preferisce un mazzo di carciofi. Chi ride e chi piange, chi sogna di essere madre e sposa e chi invece sogna di scalare l’Everest.

Perché nella vita siamo tutti unici, irripetibili e sopratutto finalmente protagonisti della nostra storia.  Allora quello che emerge dal racconto esilarante di Barbare è solo uno: l’unicità di un essere uomo o donna che sia impossibile da ingabbiare in una categoria, definizione o cliché. E allora ridete con lei, perché è quella risata che frantuma le trite convenzioni di genere che tanto danno hanno creato. E ridete di voi stessi, di come vi vorrebbero, solo perché alcuni hanno paura dell’immensità che si cela nei vostri occhi e nelle vostre anime. Ecco perché vi lascio alla fine di questa sconclusionata recensione con una frase importante:

Accettatevi per quello che siete sempre,

senza cadere nella trappola del “non valiun cazzo.” Siete voi che dovete sentirvi

speciali e solo così è incominceranno a

farlo anche gli altri.

Non ci voleva l’Oreal a dirci che noi valiamo. Siamo quegli esseri fatti più degli angeli e coronati di gloria e stelle. Non scordatelo mai.

 

 

Recensione: “Heart Strings – Il fuorilegge della magia nera” Vol. III, di Domino Finn, Dunwich edizioni. A cura Francesca Giovannetti

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Cisco Suarez scioglierà quasi tutti i nodi della sua intricata vicenda. Dieci anni di oblio e il ritorno al mondo dei vivi hanno sconvolto la sua ben poco banale esistenza. Cisco Suarez è un animista e l’oscurità è la sua materia.

In questo capitolo che lascia spazio a una caccia successiva, si introducono nella narrazione interessanti antagonisti. La magia infatti si  mischia con il mito, dando spazio a sirene, minotauri e satiri. Una scelta decisamente innovativa rispetto ai primi due volumi dove la magia nera voodoo e le pratiche spiritistiche avevano avuto predominanza. L’elemento inserito contribuisce a innovare e a dare movimento alla narrazione, introducendo nuove descrizioni e permettendo all’autore di sbizzarrirsi in maniera più ampia, soprattutto nelle numerose scene di combattimento.

D’altro canto la scelta potrebbe suscitare qualche perplessità nel lettore, ma lo scrittore riesce a non far stridere troppo gli elementi fra di loro, inserendo due nuovi piani di ambientazione che nei libri precedenti erano soltanto accennati : l’Altrove e l’Etere. In queste due nuove “realtà parallele” a quella terrestre si svolge la maggior parte della narrazione. Un cambio di rotta interessante e necessario, che quasi ci fa capire che “ciò che non è di questo mondo, può risolversi soltanto fuori da esso”.

La narrazione rimane veloce e dinamica, la descrizione dei personaggi molto ben caratterizzata, le ambientazioni, come già anticipato, innovative e ben descritte.

I tormenti di Cisco Suarez non sono scomparsi, ma decisamente più accettati dal protagonista stesso, che decide di guardare meno al passato e più al futuro.

Un paranormal fantasy dove l’azione è il motore principale; scontri, combattimenti corpo a corpo e fughe rocambolesche riempiono le pagine creando uno stato continuo di suspense.

Cisco Suarez rimane l’emblema dell’eroe solitario, restìo e quasi costretto a dare fiducia. Non lo aiutano certamente i numerosi intrighi, doppi giochi e colpi di scena che si susseguono nella trama. Cisco fatica a comprendere il disegno principale, così come il lettore, che scopre quali sono le carte sul tavolo poco a poco, fino a ricostruire la dinamica di una complicata partita.

Una conclusione parziale assolutamente interessante che chiude un cerchio senza mettere la parola fine alle avventure di questo originale protagonista.

 

Nasce “Lucca città di carta”: il festival dedicato ai libri, Organizzata dalle Associazioni culturali Nati per Scrivere e L’Ordinario, con la condirezione dello scrittore ed editore Alessio Del Debbio e la giornalista Romina Lombardi,

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Lucca, 18 Settembre 2019Lucca Città di Carta si presenta al pubblico e mostra la sua anima decisa: non una fiera del libro ma un vero e proprio Festival culturale di respiro nazionale dedicato interamente ai libri e alla carta che si terrà nella cornice storica del Real Collegio di Lucca il 24 – 25 e 26 Aprile 2020 a INGRESSO LIBERO

lo fa in una prima, simbolica, conferenza stampa aperta a tutti alla libreria Ubik, a cui hanno preso parte, tra gli altri, anche l’Assessore alla Cultura del Comune di Lucca Stefano Ragghianti, il Presidente del Real Collegio Francesco Franceschini, la Vice Direttrice di Lucca Biennale Federica Moretti, Oriana Rispoli e Emanuele Andreuccetti del Premio Carlo Piaggia.

Organizzata dalle Associazioni culturali Nati per Scrivere e L’Ordinario, con la condirezione dello scrittore ed editore Alessio Del Debbio e la giornalista, esperta di comunicazione ed eventi Romina Lombardi, Lucca Città di Carta vuole proporsi come un salotto culturale permanente, un punto di riferimento per intellettuali, scrittori, editori e artisti che trovino nel Festival il loro momento di incontro e di scambio annuale. Un evento che mancava in una città come Lucca, ricca di storia e di cultura e già nota al grande pubblico per eventi di portata mondiale. Una tre-giorni con stand editori, incontri con autori e blogger, presentazione libri, spazi e eventi per bambini, workshop, tavole rotonde su temi d’attualità, una mostra di artigianato di carta, laboratori di scrittura creativa, di giornalismo, di comunicazione, di uso della carta, mostre e spazi artistici con illustratori, fotografi, poeti. Lucca Città di Carta sarà anche una bella occasione per riunire gli operatori di cultura del territorio che da tempo si impegnano fortemente a veicolare gli incontri e i libri come mezzo di libertà intellettuale.

Quando è nata l’idea, ormai due anni fa, sembrava un’utopia – spiega Romina Lombardi, Presidente dell’Ordinario – E invece siamo qui, a chiamare a raccolta tutte le realtà di qualità, per rendere questo evento unico nel suo genere, a cominciare dal logo realizzato appositamente dall’illustratrice vicentina Alice Walczer Baldinazzo. Non vogliamo assolutamente imitare i ben più famosi saloni e fiere del libro, sarebbe assurdo. Il nostro, e la scelta della location lo testimonia, vuole essere un evento che coinvolga il pubblico in prima persona. Il Festival è anche un omaggio chiaro e forte alla carta, simbolo del nostro territorio e icona per eccellenza di sviluppo e comunicazione e un salotto culturale e artistico affinché Lucca diventi, ancora di più, incubatore di nuove idee, di dibattiti, di azioni etiche, di impegno civile e sociale, di una cittadinanza appassionata. Con molta umiltà, un passo alla volta, stiamo tracciando un percorso condiviso che ci auguriamo porti a un appuntamento longevo nel tempo. Il fatto che, alla fine di questa prima fase di lavoro, siano già tantissime le realtà che hanno deciso di appoggiare il progetto, ci fa ben sperare. La Ubik di Gina Truglio è stata la prima, ed è il motivo per cui, simbolicamente, siamo qui. Oggi è anche l’occasione per lanciare una vera e propria call ad altri possibili sponsor e partner, ma anche a chi ha un’idea e contenuti validi da proporci”.

Sui contenuti stiamo ovviamente ancora lavorando, il programma sarà definitivo per il mese di gennaio e lo renderemo pubblico in una conferenza stampa a marzo, con qualche anteprima – prosegue Alessio Del Debbio, Presidente di Nati per ScrivereLa parola d’ordine sarà diversità: molta attenzione ai grandi nomi nazionali, ma anche spazio a progetti originali, inediti e magari di scrittori esordienti, su cui noi crediamo e investiamo molto. Saranno inoltre coinvolti tutti coloro che lavorano nella filiera del libro: editori, agenti letterari, scrittori, illustratori, fumettisti. Ospiteremo generi diversi, dalla poesia alla narrativa, dal fantasy alla storia, per stimolare l’interesse degli appassionati ai libri e incuriosire invece chi non ha ancora trovato il libro giusto. E poi ci saranno loro, gli artisti e artigiani della carta, fotografi, operatori del settore cartaceo. Non vediamo l’ora. Il Real Collegio, in questo, ci offre un aiuto naturale, data la sua struttura polifunzionale, in grado di adattarsi alle più svariate esigenze: ecco allora che il Festival sarà strutturato per aree, per facilitare il percorso ai visitatori. Lucca Città di Carta è un Festival per tutti, perché la cultura appartiene a tutti, non è appannaggio di pochi, è un valore che appartiene a ognuno di noi e che ognuno può incrementare con il proprio contributo”.

Tra le prime anticipazioni, la collaborazione con Lucca Biennale, con l’Ufficio del Turismo per creare itinerari culturali speciali in occasione del Festival, con il Premio Carlo Piaggia, con il Consorzio di promozione Turistica della Versilia e Nessuno [Press] di Brescia. Questi ultimi saranno anche partner tecnici – insieme a NPS Edizioni, La Stagione dell’Arte, Bakemono Lab, Panesi Edizioni, Versiliatoday – dei tre concorsi nati proprio in occasione della prima edizione e dedicati a letteratura (Misteri d’Italia), fotografia (Parole in Posa) e giornalismo (Premio L’Ordinario). Previsto anche un forte coinvolgimento delle scuole con eventi dedicati al tema della Seconda guerra mondiale e della memoria storica e con eventi specifici sulla prevenzione del bullismo e integrazione.

Da oggi è attivo anche il sito ufficiale (www.luccacittadicarta.it)

Per informazioni e materiale stampa:

Romina Lombardi – 347/1917818

rominaeventi@gmail.com