Blog Tour “Il senso del limite” di Gianni Zanolin, Rizzoli editore. Terza Tappa “L’ambientazione del romanzo”. A cura di Alessandra Micheli

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Quando un libro è di difficile interpretazione, o scritto con un linguaggio criptico e poco scorrevole, o quando il genere non è ben definito, ci può aiutare, per dare un senso al testo uno dei suoi elementi chiave l’ambntazione. La localizzazione geografica o simbolica di un testo non solo ci dice molto sui personaggi che si muovono in esso, ma spesso racchiude l’intero senso e significato del libro.

E’ nelle descrizioni della città o del paese, che troviamo la pietra d’angolo sui cui si eriga l’impalcatura spesso grandiosa, della fantasia dello scrittore, una fantasia che non è mai solo immaginazione lasciata scorrere libera, ma è e resta, falsificazione del reale, libera percezione di chi, in quei luoghi, si muove e vive o semplicemente li assurge a archetipo di un vizio o di un male di vivere.

Pertanto è proprio in questo dato che il libro di Gianni Zanolin si rivela in modo potente e chiaro: nella descrizione di Pordenone.

Principale città del Friuli,da territorio improntato esclusivamente all’agricoltura (con tutte le conseguenze sociali di quella scelta economica) si sviluppò notevolmente a livello industriale specialmente riguardo al settore tessile, metalmeccanico e del mobile. E fu questo sviluppo iniziato nell’ottocento e proseguito con ferocia con il dopoguerra, che la portò a divenire provincia.

Grazie al boom industriale, la città venne ritenuta una delle più dinamiche di tutto il nord est, fino all’inevitabile declino grazie alla crisi economico finanziaria del 2007, che portò Pordenone e il suo territorio a divenire il simbolo della “crisi italiana.

Ed è proprio da questo nefasto simbolo che si dipana il libro di Zanolin, rendendo vive e reali le parole del sociologo Mongardini:

Il disagio della cultura moderna si manifesta attraverso l’inconsistenza e la disfunzionalità delle sue istituzioni.

Quest’inconsistenza, la si ravvisa nel descrizioni, perfette e inquietanti del nostro baldo autore:

La velocità con cui copro il percorso che ho scelto per andare in municipio mi sembra assurda dentro a questo silenzio e alla luce spezzata dall’umidità che pare rallentare tutto. Ho la sensazione che tutto sia fermo e attonito, quasi in attesa di una tragica notizia che solamente io già conosco. L’essere costretto a correre mentre mi sembra che la città, istintivamente, si sia già bloccata e quasi trattenga il fiato

Inizia con ripetuti accenni a una sorta di nebbia caliginosa e soffocante, diversa dal clima che ci si aspetta, quello frizzante, gelido ma quasi vivo in una città che risulta all’inizio della narrazione, un piccolo angolo di paradiso:

Prima ancora di guardar fuori, ascoltando i rumori che giungono dal parco e dalla roggia, so già che tempo fa, se il cielo è sgombro o piove, se c’è freddo e quanto, se fa caldo oppure no. Una fra le cose che mi ha insegnato mio padre, e di cui gli sono più grato, è che per capire il tempo atmosferico bisogna ascoltare. Fu proprio il silenzio a convincermi definitivamente a comperare questa casa in pieno centro città, che confina col grande parco dei conti di Porcia, da cui è separata solo da una bella roggia d’acqua sorgiva, sempre pulita. L’ascolto mattutino dei rumori della natura e quel mio ragionare su quale sia il tempo che mi aspetta fuori casa è proprio una di quelle cose a cui sento di non poter rinunciare.

Due descrizioni di stridente contrasto, che ci danno subito l’idea di una città che, lungi dal conservare la purezza delle sue tradizioni contadine fatte si di elementi semplici ma anche di una saggezza rara e eterna, si perde lungo la strada verso il “progresso”

Fuori, quando sono sulla strada, provo di nuovo una sensazione di freddo, la temperatura deve essersi ancora abbassata. Guardo il cielo, per quanto mi è possibile per le troppe luci che lo rendono quasi indecifrabile allo sguardo. Si annuncia una notte umida e gelida, simile a quella precedente. Mi viene naturale collegare quel freddo allo smarrimento, all’intorpidimento, allo sbalordimento paralizzante, all’impoverimento e all’attesa in cui inevitabilmente si trova, in questo momento, la mia città.

Ecco che l’ambiente stesso e la narrazione di quelle emozioni che sembrano rendere Pordenone viva nelle parole si, ma distrutta nei fatti, calcano la mano acuendo un senso di angoscia di cui il suicido è solo l’acme.

Avremo una giornata senza nuvole ma, in mattinata, il cielo sarà velato da leggere nebbie e solo nelle ore centrali potremo vedere il sole. Poi, al tramonto, la forte umidità riprenderà il sopravvento, la luce dei lampioni si spezzerà contro miriadi di goccioline d’acqua. Tutto allora sarà destinato a sembrare soffuso, triste, quasi immateriale e impalpabile….

La decadenza è iniziata.

Nell’aria solo silenzio frustrato, cittadini impalpabili come spettri si aggirano per le strade di una città vuota, svuotata, quasi destinata all’oblio

Sento solo un gran silenzio. La piazza anti-stante lo storico palazzo del comune è praticamente vuota, anche dentro ai bar vedo poca gente.

e inesorabilmente, questa discesa trascina con se non solo le vite degli abitanti ma sopratutto la speranza:

Voglio vivere in un posto dove la gente ha speranze nel futuro, altrimenti è come essere già morti.

Cosa succede a Pordenone?

Qua l’è il male che l’affligge?

Ecco la viva voce dei suoi ex cittadini

Ma in che brutte mani è Pordenone?» si chiede una terza. Mi vien da pensare che la domanda Ma in che man semo? , in che mani è questa città, verrà pronunciata molto di frequente, questa sera e nei prossimi giorni. L’ultima signora continua. «Da questo colpo, credetemi, noi non ci tireremo più su. La città è in piena crisi, i palazzi si svuotano, nascono sempre meno bambini, i ragazzi se ne vanno via e qui rimangono quasi solo vecchi, sempre più acidi, sempre …..I figli quasi tutti lontani e loro sono soli. Perfino gli immigrati, che pure si accontentano di poco, se ne vanno via. C’è un brutto clima, sento solo persone pessimiste. Siamo depressi e non è solo una questione di soldi. Adesso nemmeno io credo più in questa città

E’, dunque, la mancata credibilità di una politica che si nutre solo di potere a aver deciso la distruzione della solidarietà sociale?

Non solo.

Il fulcro del disagio è nel passaggio da una civiltà “contadina” improntata sui legami di cittadinanza e di comunanza a una improntata soltanto sulla concezione imprenditoriale: ognuno per se e ognuno con lo sguardo fisso sull’orizzonte del guadagno.

Scrive a tal proposito Mongardini:

…una delle istituzioni rimesse in questione sulla decadenza della modernità è lo spazio socialmente rilevante che è stato costituito e strutturato nella fase di espansione della modernità. In quanto spazio fisico sociale e simbolico esso ha giocato un ruolo essenziale nello sviluppo di questa cultura…lo spazio divide e unisce. Rappresenta l’identità dell’io, l’appartenenza e quindi la distanza ma anche l’unità del noi e quindi il prolungamento del’io, l’identificazione e il territorio sul quale si esercita la potenza e il dominio ( la sovranità Ndr.) Tutta la dialettica io -noi-l’altro si svolge nello spazio.

(Carlo Mongardini, Forme e formule della rappresentanza politica)

In sostanza, durante il passaggio dalla modernità alla post modernità ha portato alla grande unificazione degli spazi alla formazione degli stati nazionali e alle unioni multinazionali. Questo è stato possibile soltanto destrutturando l’antica mentalità, riducendo l’individuo solidale in massa informe e controllabile, con una cancellazione dell’identità di cittadino e di persona grazie alla globalizzazione. L’antico senso di comunanza viene, pertanto annichilito, rendendo le persone fragili e indifese davanti all’avanzare del potere non più politico (nel senso di polis ossia di servo della sovranità popolare) ma economico, laddove conta il business a ogni costo:

i pordenonesi si chiederanno se ci sia qualcosa o qualcuno in cui credere, a cui dare fiducia. A me pare che, se non c’è più niente e nessuno in cui riconoscere segni di speranza, questo in realtà accade perché di speranza non ce n’è dentro di noi, e perciò non la conosciamo, non sappiamo cosa sia.

Ecco che le stesse istituzioni, da semplici delegati della volontà generale, divengono entità astratta capaci solo di pensare ai propri inciuci:

Una stupida convenzione ci spinge a pensare solo alle istituzioni che per un attimo rappresentiamo. Così si disumanizza la città, la dimensione pubblica della vita, la polis che deve vivere invece dentro ogni persona, non indipendentemente dalle persone.»

Ecco che la nuova economia non fa altro che portare via il sentimento dalle relazioni sociali in favore di un eccesso di razionalizzazione dei processi della vita collettiva, ridotti a voto, accettazione e ossequio costante dell’autorità. Il primo cittadino, ossia il sindaco, esautorato dalla sua funzione di collante della comunità pertanto diviene non più uno di noi, ma altro da noi e quindi distante, evanescente, fino a morire lentamente di inedia

Chi dovrebbe tenere insieme il tutto, dare il senso di marcia, non ce la fa, proprio per l’incertezza di tutte le persone sul proprio ruolo, che le spinge a presidiare continuamente, ossessivamente, un piccolo orto. Così governare, me ne rendo conto anch’io in questura, è sommare i desideri, al massimo cercare di ancorarli alla realtà. Ma oggi sembra inutile tentare di indirizzarli, di condurli tutti verso una meta che, presumibilmente, sia buona perlomeno per la grande maggioranza delle persone. Non c’è più destino comune e non c’è ruolo per chi lo cerca: chi è chiamato a indicarlo vede quanto ciò sia vano, si rinchiude, si dedica a soddisfare i desideri individuali di altri, dei sodali, i suoi stessi. Chi di tutto questo ha un minimo di consapevolezza si ritrae spaventato, disgustato, a meno che non sia proprio quello, ciò che cerca e vuole ottenere dalla vita pubblica e istituzionale: bruto potere. E denaro.

Ecco che l’ambientazione tutta, diviene un feroce atto di denuncia a una post modernità che lungi dall’arricchire il progresso diviene semplicemente regresso. E lo si vede perché Pordenone non perde soltanto speranza ma anche consistenza:

Nessuno in osteria fa più un ragionamento politico pacato, ci sono solo animosità, rabbia, rancore. Anche odio. E quanto più crescono questi sentimenti, tanto più mi pare che si sviluppi un senso di estraneità alla città, una diffidenza sempre più grande, un rifiuto

Ma non è solo una città localizzata geograficamente a subire questo regresso,ma tutta la nostra bell’Italia:

Mi viene da pensare che questo distacco dalla politica, che è anche lontananza della campagna dalle città, sia una costante del nostro tempo, che ha già fatto danni gravi altrove.

In quest’ottica, il dramma che si svolge davanti ai nostri occhi, nella mente di Zanolin non diviene solo un fatto concreto di questa lenta asfissia, ma anche una sorta di possibilità per rinascere, riconoscendo il male, guardandolo negli occhi e cercare di sconfiggerlo in qualche modo:

Sento che quello che sto vedendo è qualcosa di molto importante nella mia vita. Una lezione, un ammonimento. Intuisco per la prima volta che potrebbe essere così per tutta la città

La speranza è nel cambiamento che può essere introdotto grazie alla sensazione di rabbia, che il nostro ispettore osserva un po ovunque, nei caffè, per le strade, nelle periferie:

Mi dico che verrà, prima o poi, una bella bora a portarci l’aria delle steppe russe, ucraine e ungheresi: un freddo secco, vero, che spazzerà via nebbia, smog e questi spettri.

Ed è questa sorta di vento sferzante che, davanti al dramma svelato con coraggio, senza timore, senza accogliere le seduzioni del male, diviene arma di riscatto

Perché vedi, Monique, è possibile che per Pordenone ci sia futuro in ogni caso. Ma io qui ci vorrei proprio vivere, anche se ci si facesssero tanti buoni affari e la disoccupazione fosse bassissima, se tramontasse la speranza di avere perlomeno un po’ giustizia.

Ed è in questa frase che si trova racchiuso il senso dell’intero libro: l’Italia e Pordenone, potranno risollevarsi soltanto qualora, lo stesso suddito tornerà a essere cittadino, usando le emozioni negative ( rabbia, delusione persino odio per il sistema) per alzare la testa da troppo tempo china e riprendersi la propria storia.

Senza essere mai più complici acquiescenti.

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Blog tour “Il sangue di Roma” di Massimo Giulio Tancredi, Fanucci editore. Quarta tappa:”I tatuaggi dei Pitti “. A cura di Alessandra Micheli

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I tatuaggi dei Pitti e i simboli celtici.

Scese in cucina. Morgause era già lì, abbigliata dell’abito più bello: aveva messo a Morgana un vestitino della festa, tinto con lo zafferano, che face-va apparire la bimba ancora più scura, come se appartenesse alla stirpe dei pitti

Marion Zimmer Bradley-Le nebbie di Avalon

Il mio primo incontro con i pitti avvenne proprio grazie alla magia intessuta da Marion Zimmer Bradley. Nella sua ricostruzione al confine tra fantasia e storia, faceva apparire Morgana la fata, come appartenente a una particolare tribù celtica, considerata la più selvaggia che nella fantasia di Marion e non solo ma anche nei racconti orali, veniva assimilata alla stirpe del popolo fatato, anch’esso abituato a dipingersi il corpo di blu.

Appartierni al popolo fatato? Ha il segno azzurro sulla fronte…

Marion Zimmer Bradley-Le nebbie di Avalon

Cosi Ginevra descritta dalla Bradley approcciava una Morgana che appariva stridente con il nuovo corso della storia datoci dai romani conquistatori, e sembrava riecheggiare una storia ancora più antica persa nei meandri del tempo, che l’abilità di tancredi fa riemergere dall’oblio.

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Iniziamo a descrivere questo strano popolo, descritto come battagliero, sanguinario, ferino e selvaggio. I pitti abitarono la parte settentrionale dell’Inghilterra e rappresentavano una parte della variegata popolazione celtica, descritti persino da poeti latini come Claudiano. I pitti sfiorarono la leggenda, divenendo simbolo dell’amor patrio e della ribellione contro il potere dominante a causa delle sue “scorribande” contro i romani. A loro essi si opposero con successo, presentandosi agli occhi del “raffinato”conquistatore come guerrieri barbari dal corpo possente e nudo ricoperto di disegni e tatuaggi.

Una visione che sicuramente colpì la fantasia a volte eccessivamente logica e quasi arida dei miei antenati e che, dopo un periodo di oblio, ritrovarono nel periodo elisabettiano il loro posto di tutto rispetto nell’immaginario collettivo. Specialmente i loro simboli.

Anche il nome pitti, assegnato a questa strana tribù dai romani significa, appunto i dipinti e potrebbe essere legato a quello dei pictones una popolazione stanziata sulla costa dell’atlantico, sul golfo di biscaglia menzionati da Cesare e altri. Il nome picti non è esente dalla connotazione negativa che spesso, i dominanti, attribuiscono ai dominati infatti, tale vocabolo compete al gergo militare: secondo alcune fonti esso sarebbe stato coniato verso la fine del II secolo dai soldati per indicare quelle popolazioni vicine al Vallo di Adriano e poi, per esteso a tutti i guerrieri tatuati. Fino a definirli cosi profondamente che anch’essi l conservarono nei loro racconti orali autodefinendosi pitti. Ecco come ce li presenta il nostro autore:

Il silenzio si addensò a tal punto da fargli male alle orecchie, e in esso si insinuò all’improvviso un canto malinconico e sfibrato proveniente dal bosco. Il canto di un druido. L’uomo appeso alla croce spalancò gli occhi di colpo. Occhi castani e pieni di terrore. Gli occhi di un legionario romano. Annio intuì il pericolo e balzò giù dal cavallo, scattando in avanti senza aver modo di riflettere. Gli acquitrini ribollirono e sputarono fuori guerrieri, come se la voce del druido avesse risvegliato Scilla e Cariddi. L’aria si riempì delle grida di battaglia dei pitti e di quelle di sorpresa dei romani. L’impressione che ebbe Annio in quella manciata di istanti fu che i cadaveri crocifissi lungo il sentiero fossero tornati dall’oltretomba per vendicarsi.

Una scena che fa davvero venire i brividi e che rappresenta perfettamente tutte le rappresentazione di un un popolo leggendario…

E’ pur vero che tale raffigurazione (cosi come quella dei galli o dei germani)è frutto di un certo discorso politico che tende a svalutare e a stereotipare il “nemico” relegandolo a semplice accessorio, quasi spersonalizzato, di una compagine più ampia sotto l’ala protettrice dell’impero. Troppi popoli diversi, troppi fieri di se, con troppa storia per poter “convivere” in pace sotto l’Egidia del diritto. Ecco che un certo alone di “selvaggio” veniva usato per porsi come unico rappresentante della vera civilizzazione:

Sperimentare di persona la ferocia dei pitti mi ha fatto capire quanto sia precaria la nostra presenza su queste terre. Non possiamo conquistare la Caledonia, e allo stesso tempo non possiamo lasciare che quei selvaggi mettano a repentaglio il nostro dominio in Britannia. Dobbiamo preservare questo baluardo del mondo civilizzato riservatadalla loro folle barbarie. Se è vero che non c’è modo di sconfiggerli, né di scendere a patti con loro, allora significa che dobbiamo tenerli lontani.

Pertanto in seguito Roma distinguerà tra i Britanni sottomessi e quelli al di là del vallo di Adriano, i selvaggi Pitti.

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E adesso, dopo aver fatto la conoscenza di questo maestoso popolo andiamo a osservare la pratica rituale del tatuaggio.

I suoi muscoli, molto più sviluppati di quelli di Drest, erano solcati da tatuaggi che ricalcavano il decorso delle vene, dando forma all’immagine di un immenso albero aggrappato alla pelle che fremeva a ogni contrazione. Ai rami dell’albero dipinto sul suo corpo stavano appese, come frutti surreali, raffigurazioni di occhi, ossa e organi umani. Era stato il druido a tracciare quei segni su di lui, rammentò Drest, per proteggerlo dal maleficio

La pratica del tatuaggio pittico sembra discendere da un collegamento con gli sciti, gli antichi abitanti delle steppe ( tra Mnogolia e Ungheria) cosi come ci raccontano le fonti greche a partire dal V secolo a.c. Che significato aveva per queste popolazioni la pratica di incidere la pelle?

Erodoto afferma che:

l’essere tatuato si considera un segno di nobiltà e il non esserlo di ignobiltà”

Mentre Strabone scriverà:

Il loro armamento è celtico e sono tatuati come il resto degli Illiri e dei Traci” (Geographica VII 5,4)

Per quanto riguarda i nostri pitti (e tutti i britanni) le interpretazioni sono molteplici. Si tratta di colori cerimoniali di guerra o di veri e propri incantesimi volti a proteggere o donare la forza necessaria alle azioni guerresche.

Fasci di muscoli solcati da tatuaggi, volti che parevano sbozzati dal legno vivo, barbe e capelli fulvi raccolti in lunghe trecce. Erano così diversi dai romani, pensò, guardandoli a sua volta affiorare dalla bruma.

Le fonti più antiche (Tacito) parlano di pitture corporali mentre autori come Pomponio Mela, Solino, Terutullaino, Erodiano descrivono chiaramente alcuni dei loro segni che appaiono identificabili con fiori, alberi, animali e strani ghirigori e spirali.

Alcuni tatuaggi componevano immagini di fiori e alberi sconosciuti tra i seni, lungo il ventre, sulla schiena, dietro le cosce, intrecciandosi con l’armonia di un ricamo.

l giovane sfoggiava un’espressione indecifrabile. Sulla metà sinistra del viso, i tatuaggi di cinque piccoli corvi sembravano spiccare il volo e convergere verso l’occhio, tenendo i becchi socchiusi come per accogliere le sue lacrime.

Ma cosa significava per un guerriero il tatuaggio?

Un simbolo di appartenenza per lo più riferito a una missione o a un sentimento ( proto- patriottico in questo caso) di fedeltà anche alle divinità che proteggevano la loro indole indipendentista, una sorta di magia simpatica per ottenere la capacità di ribellarsi alle leggi umane, oltre che una scelta tattica.

I pitti erano maestri nell’arte di incutere timore, ma a partequesto non si sapeva molto sul loro conto.

Tutte queste sfumature emozionali venivano siglate nel corpo in un patto che aveva radici molto più profonde di quello stipulato solo per il soddisfacimento dei bisogno o per necessità di sopravvivenza. Per i pitti la terra e quindi la fedeltà alla dea sovranità era un fattore sentimentale:

quella foresta era cresciuta bevendo il sangue di intere generazioni di pitti, ma era la loro casa, e senza di essa sarebbero stati perduti.

Ecco che i pitti avevano un corpo su cui prendere appunti, per ricordare le proprie origini e non dimenticare la propria storia affidata, quasi esclusivamente, come ogni popolazione celtica, all’oralità e alla narrazione. Ecco che il tatuaggio è un codice comunicativo con una valenza sacrale: dono del Dio di turno manifestatosi nella magia dei loro sacerdoti, i druidi.

LA RELIGIONE DRUIDICA E L’IMPORTANZA DEI SIMBOLI.

Tra i soldati si mormorano storie sui druidi – riprese il numida, abbassando la voce come se non volesse che le guardie sentissero. – Sono tutti terrorizzati dalla loro magia. Si dice che possano schierare dalla loro parte i fiumi, gli alberi e persino le montagne

Il druida o druido è il dignitario appartenente a una classe sacerdotale dotata di potere sovrano e dirigenziale al quale competevano sia i culti religiosi che la conservazione e la trasmissione del sapere tradizionale. Essi inoltre presenziavano le assemblee politiche e arbitravano le controversie relative alla giustizia civile e penale.

La radice della parola è ancora oggetto di controversie scientifico etimologiche, la teoria più accreditata è, però, quella che fa risalire la parola druido alla parola celtica Duir che vuol dire quercia e vir che significa saggezza. É Plinio a darci una prima etimologia collegandola alla parola greca della parola quercia:

“Orbene, quercia in gallico si dice dervo, daur in gaelico, derw in gallese.” “la parola non può che risalire ad un antico celtico druwides che si può scomporre in dru, prefisso accrescitivo di valore superlativo (che si trova anche nel francese dru “folto”, “fitto”, “forte”).

Naturalis Historia XVI, 249-251).

Poco conosciamo delle loro pratiche religiose ma esse possono essere tratte dai racconti sopravvissuti ai tempi ed esse ci appaiono profondamente legate alle tradizioni, fondamentali per il mantenimento di una sorta di coesione tra tribù fatalmente diverse. Erano questi racconti, quest’arte bardica a raccontare le loro oscure origini.

E’ quindi dalla letteratura orale, dalle canzoni sacre dalle preghiere e dagli incantesimi contenuti nei loro racconti mitici che possiamo, seppur in modo frammentario tracciare un breve excursus delle loro credenze religiose che ci appaino una delle più antiche forme di animismo, praticate in Gran Bretagna prima della venuta dei romani. Era una religione che si basava, fondamentalmente, sulla credenza negli spiriti e nelle divinità della natura, ragione per cui venivano anche chiamati sacerdoti degli alberi. Tra le loro divinità infatti, troviamo molti esseri antropomorfi come Cerunnos, il dio cervo, la dea sovranità una forma di madre terra che concedeva il potere regale al sovrano che era, quindi un suo attendente( una sorta di cerimonia paragonabile a quella dell’intronizzazione egizia), Morrigan la Dea corvo che presiedeva alle azioni di guerra. Ci sono poi divinità che sono state sincretizzate con i santi tacitiani come Brigid (Santa Brigida), ma anche dee divenute crudeli streghe come Cailleach l’oscura ( una divinità paragonabile alla Ecate romana) e la Banshee originariamente uno spirito socievole, femminile, divenuto poi collegato alla morte. Ancora dibattuta resta la pratica del sacrificio umano. Lucano ricorda che i galli usavano effettuare sacrifici: Teutates ( mercurio romano per intenderci) veniva palcato mediante la coercizione di un uomo la cui testa veniva immersa in una tinozza d’acqua. Antichi rimasugli della tradizione celtiche di tenersi la testa del nemico, il culto della testa, sopravvive nella meravigliosa leggenda di Bran il benedetto. Questo nella credenza che il cervello fosse la sede dell’anima e che quindi la conservazione della testa fosse un modo per impadronirsi dell’anima del nemico e impedirne, quindi la metempsicosi.

Un altra pratica che ritroviamo nella storia graaliana del Perlesvax serviva per ingraziarsi Esus ( marte). Il sacrificato veniva appeso a un albero a testa in giù, e con un taglio preciso alla gola moriva dissanguato. Altra tradizione tramandataci dai romani che serviva per soddisfare Taranis, consisteva in bruciare vivi i prigionieri in un prigioni di legno. Tale credenza sopravvive nelle campagne inglesi con l’abitudine di bruciare fantocci nei rituali estivi.

La religione celtiche, era quindi una religione che si occupava non solo del viaggio nei campi elisi, ma sopratutto volta a ottenere il successo in questa vita, su questa terra: mandrie abbondanti, lunga vita, successo in battaglia buona salute figli obbedienti.

Tutti gli eventi religiosi ma anche sociali avevano una grande forza simbolica, i simboli erano per i druidi il modo in cui il divino si manifestava sulla terra. Persino la caccia la cerco aveva questo significato archetipo: ossia l’unione dell’uomo con il Dio e la fecondazione della terra. Un giovane prescelto doveva dare la caccia ad un cervo e dopo averlo ucciso indossare le sue pelli e le corna; scegliere la sua sposa e compagna. La simbologia dei celti e quindi dei druidi è un ambito molto complesso e poche sono le conoscenze accertate a causa della loro abitudine di non lasciare documentazione scritta. L’intera tradizione letteraria venne rilegata alla sola trasmissione orale, perdendosi in gran parte con l’estinzione della lingua gallica. Persino il mondo dei racconti e delle leggende è cosi poliedrico da rendere difficile stabilire l’esatta relazione spazio tempo.

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Possiamo però delineare alcuni simboli fondamentali:

Gli alberi:

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Oggetto di divinazione rivestivano per i druidi una particolare importanza religioso politica. Essi erano il simbolo universale della vita: il loro fogliame cade ciclicamente sul terreno divenendo nutrimento, per poi ricrescere scandendo il ritmico susseguirsi delle stagioni, simboleggiando l’eterno. In questa rappresentazione simbolica, le radici che affondano nel terreno, sono il collegamento con i mondi inferiori, il tronco rappresenta il mondo in cui viviamo ed i rami che si protendono verso il cielo sono un legame con i mondi superiori. Le diramazioni chiuse ed i nodi simboleggiano la concatenazione di eventi di cui si compone la vita, gli ostacoli da affrontare e le strade senza uscita che capita di percorrere. Non è possibile individuare un inizio ed una fine della fitta ramificazione dei nodi dell’albero della vita. La loro natura ciclica li porta ad intrecciarsi all’infinito, rappresentando l’eternità della natura.

L’alfabeto di Ogham.

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Collegata agli alberi, era la scrittura segreta utilizzata dai Druidi. Esso indicava i nomi degli alberi e delle piante maggiormente venerati e ogni lettera era associata ad un simbolo grafico ed a un mese dell’anno, motivo per il quale è noto anche come Calendario degli Alberi, il cui tempo era scandito dalle fasi lunari e comprendeva tredici mesi di ventotto giorni. Le restanti sette lettere indicavano giorni di particolare rilievo simbolico: equinozi, solstizi e feste religiose.

L’Aquila

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Animale dai forti legami con la mitologia latina è l’aquila, emblema di Giove sovrano del cielo; durante la conquista romana il dio solare dei Celti si fuse con il nume latino, acquisendone le stesse associazioni simboliche, compresa l’aquila. Nel Mabinogion si racconta che il dio guerriero Lleu, “grande scaltro dalla mano svelta”, ricevuto all’improvviso un colpo fatale si trasformò in aquila e volò tra i rami di una quercia l’albero sacro a Giove.

Cane

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Nel mondo celtico, i cani erano simbolicamente legati alla caccia, alla medicina e alla morte tanto che in tutta l’Europa celtica compaiono dipinti di cani ritratti al fianco di cacciatori, o cacciatrici che se ne avvalevano per difendersi e inseguire le proprie prede. La dea olandese Nehalennia, venerata sulle coste è spesso rappresentata in compagnia di un cane protettore, dall’aspetto piuttosto simpatico: il suo legame con la morte si riferisce invece alla presenza di cani nell’aldilà, nei Mabinogion, Araw, dio degli inferi, è accompagnato da una muta di cani bianchi dalle orecchie rosse.

Il cavallo

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Simbolo di velocità, bellezza e potenza sessuale, il cavallo assunse anche potenti connotazioni religiose presso i Celti, tanto che le sue immagini abbondano nella loro arte. L’animale era strettamente legato al dio solare, che veniva spesso ritratto in groppa a un destriero – vedi l’Arcangelo Michele in molte opere – sulle colonne di Gallia e del centro Europa, ma la più celebre divinità equina fu senza dubbio la dea della fertilità Epona, patrona dei cavalieri; monete risalenti all’età del ferro recano l’immagine di amazzoni o di donne auriga.

Cervo

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Cernunnos, il nume cornuto, “il Signore di tutti i cervi”, fu fra gli dei più potenti del pantheon zoomorfo dei Celti: la simbologia del cervo andava al di là delle manifeste qualità virili e aggressive. Le sue ampie corna , per via della loro struttura ramificata, apparentavano il re della foresta agli alberi: la loro caduta annuale faceva del cervo una incarnazione del ciclo naturale di crescita-decadenza-ricrescita, e insieme al cinghiale era tra le prede più apprezzate dai cacciatori.

Il Cinghiale

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Il cinghiale selvatico è onnipresente nell’iconografia e nella mitologia celtiche,; con le setole irte sul dorso, appare inciso su monete, trombe, calotte di elmi, dall’Inghilterra fino all’Ungheria e alla Romania. La sua ferocia ne fece una naturale icona bellica, ma la sua valenza simbolica era assai più ampia: preda principale del popolo celtico l’animale godeva di un rapporto privilegiato con gli dei della caccia, come Ardwinna, divinità cacciatrice delle Ardenne, per esempio, dove è raffigurata con una daga in pugno e un cinghiale al fianco.

Croce Celtica

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Perfino in epoca pre-cristiana i Celti avevano impiegato la croce come simbolo religioso, segno questo che indica che tale simbolo ha radici ben più antiche della religione cristiana, e che fu solo usata come segno preesistente. La religione e l’iconografia cristiane, quindi, presero piede facilmente subentrando al passato pagano, e la croce poté ulteriormente affermarsi come motivo centrale dell’arte celtica: è soprattutto in Irlanda che l’era cristiana conobbe il culmine della produzione di croci in pietra. Anche i tradizionali manufatti celtici, come i gioielli e gli oggetti di metallo, furono messi al servizio della nuova fede.

La Testa Tripla

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Il numero tre aveva profonde connotazioni numinose per i Celti, perlomeno per quelli che popolavano la Germania, la Gallia e la Gran Bretagna: tra tutti gli elementi dell’iconografia celtica fu la testa – simbolo di potenza spirituale – ad essere la più rappresentata quale soggetto di una triade. Nella letteratura celtica tradizionale la presenza e la ripetizione del numero tre rafforza la trama del racconto; la dea madre era spesso rappresentata in gruppi di tre figure,

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e ancora la si può trovare nei seguaci della Wicca, religione moderna fondata sui principi stregoneschi.

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La Ruota

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Tradizionale icona religiosa del Nord Europa, in epoca romano-celtica la ruota radiata divenne un simbolo specifico del dio del Sole e delle divinità eliache. Esemplari di ruote furono ritrovati all’interno delle tombe, probabilmente sepolti con i defunti per illuminare il loro viaggio nell’aldilà: certe forme di culto prevedevano che si gettassero miniature di ruote in fiumi o laghi come offerte agli dei.

Il Toro

download.jpgRiconosciute quali maggiori virtù del guerriero celtico, l’aggressività e la forza erano associate ai più potenti simboli animali, dove il toro indomito era venerato in ogni angolo dell’Europa celtica, anche se le sue connotazioni belliche erano temperate dal simbolismo associato dalla sua controparte domestica, il bue, abbondanza della terra. Il toro sembra dunque essere stato anche un simbolo di fertilità come testimoniano alcuni racconti che narrano del sacrificio di tori bianchi offerti dai druidi durante i riti della fertilità.

Torquis

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Una delle figure più notevoli ritratte sul calderone di Gundestrup è quella di Cernunnos, dio dalle corna ramificate, che, attorno al collo, porta un collare aperto, il torquis, e in mano ne regge un altro.

Altre divinità celtiche appaiono raffigurate con questo ornamento: si trattava certamente di un simbolo di dignità e di alto rango (personaggi importanti furono seppelliti con un torquis). Gli scavi archeologici hanno riportato alla luce vari tesori composti da siffatte collane e monete, sepolti probabilmente come offerta agli dei.

Nodi Celtici

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In generale Intrecci e Nodi rappresentano la Continuità della Vita, l’infinito susseguirsi di nascita e morte, giorno e notte, ecc. Per i Celti la Vita non aveva un inizio e una fine, ma procedeva con continuità e infatti non esistono leggende sulla creazione del Mondo nella mitologia celtica.

Gli intrecci e i nodi formati da animali, vegetali ed esseri umani o da semplici linee rappresentano lo scorrere dell’energia divina nelle forme, della Vita Unica che incessantemente riempie e vivifica le molteplici manifestazioni materiali. Pertanto, la morte è solo l’abbandono delle forme da parte di questa energia per trasferirsi altrove, per continuare a scorrere. Gli intrecci rappresentano perciò la Vita, l’energia spirituale, il percorso di crescita, la continuità, la resurrezione, le relazioni con tutti gli esseri (minerali, vegetali, animali, umani e divini), l’immortalità nel movimento, la buona fortuna che deriva dalla capacità di mettere in moto le energie vitali e collaborare coscientemente con esse, ed ecco che vengono spesso usati nei tatuaggi celtici.

 

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A cura di Alessandra Micheli

Blog Tour “All In. Tutto o niente” di Rossella Gallotti. A cura di Francesca Giovannetti

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Introduzione

Scrivere un rosa che sia scevro da stereotipi e da banalità sembra, oggi, un impresa titanica. Molto più semplice diventare un argonauta e andare i cerca del vello d’oro. Manca un po tutto alle nostre fantasiose autrice, trame che divengano simboli universali su come affrontare impervi percorsi di vita, personaggi che lungi dal divenire macchiette a volte comiche, possano ambire a produrre modelli utili a orientarsi in una società cacofonica e troppo complessa.

Manca la volontà di scrivere di accadimenti e emozioni, che oggi ci appaiono scontate e prive di un acme emozionale, come se il vivere stesso fosse solo una giostra impazzita atta a confondere i sensi e a donarci un costante senso, quasi disagiato, di adrenalina.

Per fortuna poi spunta qualcuno che sa osare, che sa sfidare le convenzioni, che decide di narrare non solo la sua visione del reale e dei sentimenti, ma persino domarci qualcosa di più importante della narrazione stessa: la speranza. Speranza che non sia tutto rigido, che non sia tutto scontato ma neanche improntato alla ricerca dell’eccesso. Qualcuno che ci accompagna lungo i solitari sentieri della vita, quelli che si intersecano con la strada chiamata dolore, scelta, decisione e consapevolezza di se.

Ecco che le eroine di Rossella trovano nella loro fragilità non un ostacolo ma un opportunità: quella di conoscersi, di cambiare e di riscrivere secondo i loro desideri, il proibir unico finale. Allora il rosa non è più rosa e incontra la narrativa, con essa danza e si intreccia fino a regalarci non solo emozioni ma pensiero, riflessione e sopratutto senso della meraviglia.

Perchè gli umani raccontati da Rossella non sono ne scontati, ne stereotipi, ne banali.

Sono anime in cerca del loro posto nell’esistenza, della loro personale felicità e nella volontà di lasciarsi trascinare da un amore che sa di concretezza, cosi come di sogno. tutto o niente, non ci sono compromessi ne seduzioni altre. la ricerca è volta alla sola crescita interiore. Che essa sia amore o svelamento della verità poco importa. Importa che finalmente una voce si differenzia dal coro e sa raccontare.

E adesso vi lascio alla perfetta voce narrante di una blogger che fa suo il libro e ve lo dona puro e perfetto a voi lettori.

Buon viaggio

Alessandra Micheli

 

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La storia d’amore fra Jackson e Vivian è emozionante e coinvolgente ma costringere questo meraviglioso libro dentro un confine prettamente rosa sarebbe molto ingiusto.

Il lato passionale e ad alto contenuto erotico è un’impronta profonda. Lo sconvolgimento dei sensi che parte dalla mera attrazione fino a raggiungere la pienezza del sentimento totale coinvolge il lettore fin dalle prime pagine in un crescendo di sensazioni. La descrizione dell’oceano è poesia pura ed elemento quasi simbolico della dinamica della vita. L’oceano è romantico, immenso, volubile, pericoloso e impetuoso, come l’amore.

È una storia d’amore che si intreccia con una storia di dolore in maniera viscerale. Credo che in questo stia l’enorme forza dell’opera. La particolare sensazione che mi ha colto a metà della lettura mi ha lasciato, col senno di poi, veramente sorpresa. Ero infatti convinta di essere giunta all’epilogo e mi sono chiesta : “ e adesso?” E la risposta me l’ha data, sapientemente, l’autrice: adesso comincia la vita, quella vera, quella che si scontra con personaggi perfetti e ci fa scoprire che il “vissero felici e contenti” è solo l’inizio.

I protagonisti si evolvono, si adattano, si plasmano su ciò che la vita in quel momento offre loro. Nessun piedistallo, nessun principe azzurro né principessa , ma un uomo e una donna, innamorati e fragili, forti se stanno vicini, sconfitti se si allontanano.

“Nessuno si salva da solo” e questo l’autrice lo ribadisce con forza ma senza cadere nella banalità. Ed ecco che la tematica della dipendenza da gioco d’azzardo si intreccia con la storia d’amore. Non ci sono mezze misure nel descrivere il baratro. La dipendenza spazza via tutto, la smania, il bisogno incontrollabile del panno verde radono a zero tutto ciò che di buono si è costruito. È una devastazione emotiva totale, non solo per chi la vive in prima persona, ma per tutti coloro che amano chi in questa rete è caduto.

L’autrice è sincera e totalmente implacabile. Con la sua prosa e il suo ritmo riesce a tirare fuori con abilità il meglio e il peggio dai suoi personaggi. Delineati tutti con incredibile precisione e attenzione alle sfumature, mai scontati, sempre rivelatori di nuove sfaccettature e reazioni.

Non si fanno sconti, ognuno deve accettare la sconfitta e decidere della propria vita. Ma essere artefici del proprio destino non implica la solitudine. Ripartire da sé, con l’amore che ci circonda.

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A cura di Francesca Giovannetti

Revisione a cura di F. U