“Tutto sarà perfetto” di Lorenzo Marone, Feltrinelli. A cura di Ilaria Grossi

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Ogni volta che leggo un libro di Lorenzo Marone, mi lascio trasportare dalla musicalità delle sue parole, dalla sincerità che trasuda in ogni piega del libro e dal guardare senza filtri sentimenti ed emozioni.

Ho intrapreso un viaggio con il comandante Libero Scotto e il figlio Andrea, fotografo quarantenne, la sorella Marina e la mania di controllare tutto e tutti, con cane pazzo Tannen, con Ondina, lei anima ribelle dal profumo inconfondibile del mare e con Ciccio e le sue premure.

Un viaggio nei ricordi di una famiglia, nel ricordo di mamma Delphine, con zone di luce ed ombra, parole non dette, silenzi soffocati e abbracci mancati.

Un viaggio in cui ho riscoperto, l’isola di Procida che non ricordavo, profumi e immagini delle palazzine color pastello.

Ed ecco che a metà del romanzo, mi sale il magone alla gola e rallento la lettura. Perché i libri di Lorenzo Marone mi fanno questo effetto, sono come quelle cose così belle che non vorresti lasciar andare via mai.

Il messaggio tra le righe è forte, commovente, profondo.

L’ho capito sai comandante “il coraggio di lasciar andare e non trattenere”.

Eppure sembra così facile con le parole, tanto difficile da mettere in pratica.

Grazie comandante dalla dura corazza per questo viaggio, per aver esorcizzato un po’ la paura della morte.

Grazie per questo viaggio così delicato e così reale.

Grazie per avermi insegnato che anche un attimo può essere “perfetto” e in quell’attimo è racchiuso l’essenza della vita.

Ora tocca a te lettore, scoprire ogni dettaglio, ogni sfumatura e profumo di questa storia, io sento ancora profumo di limoni e la sensazione di sale sulla pelle che non vuole andare via.

“Ricorda: la vita è un chiaroscuro perenne, ma ogni tanto attorno a noi arriva la luce giusta a illuminare le cose e a renderle perfette. Bisogna accorgersene. E’ tutta qui la differenza fra chi campa e chi spreca il suo tempo”

Complimenti Lorenzo Marone.

Buona lettura Ilaria Grossi

per Les Fleurs du mal blog letterario

Recensione “Margini di libertà” di Mara di Noia, La strada per Babilonia Editore. A cura di Alessandra Micheli

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Nonno mi hai lasciato dentro ad un mondo a pile

Centri commerciali al posto del cortile

Una generazione con nuovi discorsi

Si parla più l’inglese che i dialetti nostri

                                                                           Enrico Nigiotti

Mentre leggevo il libro margini di libertà mi risuonava in testa questa canzone. E non potevo far altro che alzare lo sguardo rapito per contemplare l’ambiente in cui le parole di Mara e di Enrico ballavano attorno a me.

Parole, suoni e sentimenti, dolore e rabbia per qualcosa che sembra sfuggirci sempre di più.

E non è solo il dolore di una mancanza, di sogni mai realizzati o di scelte.

E’ qualcosa di più strisciante e penoso, qualcosa che tenta di invadere ogni anfratto e ogni lacerazione di un anima che passa attraverso i tempi e i cambiamenti.

E non puoi che osservare cosa ci manca davvero, cosa abbiamo bisogno, quella sete che rende la gola rauca e arida.

E’ vero.

Siamo dentro un enorme videogame dove qualcuno preme i tasti di un joystick facendoci camminare come schegge impazzite.

Tutti intenti a raggiungere il livello prossimo, irto di difficoltà maggiori e pieno di luci, suoni cacofonici lontani dalla bellezza del suono primigenio.

Siamo in un mondo a pile sempre in cerca dell’acme, sempre in prima linea per farci vedere come se solo l’apparenza possa darci il segno di una vita che stenta a crescere a svilupparsi a nascere e allungare le sue dita ramose verso l’infinito.

Leggo e una malinconia mi perde, quando capisco come sia il testo sia la musica che per me lo rappresenta siano vere:

La vita adesso è un ponte che ci può crollare

La vita è un nuovo idolo da scaricare….

Chiuderò gli occhi su questa realtà

Nigiotti

Siamo ai margini ragazzi.

Ai margini di una libertà che non è ami stata nostra e che ci sfugge sempre di più, racchiusi nelle prigioni dei nostri concetti, delle teorie piovute dall’altro, da scelte che sono in realtà imposizioni per mancanza di alternative.

Come si può scegliere se il re di turno decide come un burattinaio come farci ballare?

Una generazione che rinnega ideali e voglia di ricostruire.

Generazione che preferisce ignorare il suo potere trasmutativo quella meraviglia apparentemente sciocca di creare e di usare ciò che hanno definito scarto per dare nuova forma al creato e nuova vita.

Abbiamo paura dell’ombra.

Abbiamo paura di diventare come lo scarabeo che ci appare cosi putrido e invece per l’Egitto era simbolo del sole.

Siamo decisi a nascondere lo sguardo verso il nostro essere un po’ demiurghi, perché troppa responsabilità, troppa fatica, troppo impegno.

Perché noi siamo questo, sappiamo essere solo consumatori ossessivi di gadget.

Consumatori di emozioni e di istinti che però ci passano attraverso come se fossimo fatti di acqua.

Incorporei senza radici e senza identità.

Spettatori della brutalità del potere che reprime ogni nostro atto immaginativo.

Schiavi della finta consapevolezza che solo un mondo votato allo scambio e alla dominazione possa realizzare, come uno strano genio, i nostri desideri.

Ecco che allora siamo cosi intenti a strofinare quella lampada di Aladino, da scordarci che in fondo non conta tanto la realizzazione quando l’atto del desiderare stesso.

Non contano tanto le scelte, alimentari, o lavorative o sociali, quanto l’atto coraggioso di scegliere.

Nel libro si parla di costrizioni, di emarginazione, di categorie gerarchiche.

Ma anche dell’abuso di un potere che non accetta il canto libero dei suoi cittadini, né la forza riformatrice del popolo.

Che non accette possibilità sociali alternative al neoliberismo:

termine beffardo perchè non c’è niente di più vecchio di un sistema fondato per decenni su un presupposto arbitrario ovvero la crescita limitata in un contesto definito invece dalla limitatezza…..beffardo perchè in barba ai richiami liberali quelle politiche diventano un dogma

E la frase che sento dire più spesso da voci stanche e da facce rassegnate è non c’è alternativa.

Margini di libertà

Non c’è amore nei cori, non c’è passione neanche nell’impegno politico. Né nell’arte.

Ci trasciniamo come zombie osservando da lontano, nelle nostre città di vetro, una vita e un mondo che ci è precluso.

E magari abitato da strani esseri che ci terrorizzano per la loro carica innovativa, di chi reso dissidente o deviante trova semplicemente un modo diverso per partecipare al ballo della vita.

Che forse ama più di quanto lo facciamo noi, questa vita sfilacciata.

E cerca di rammendarla con pezze colorate di sogni e tentativi. Di canti e creatività.

Ecco che il racconto dei mutoid coloro che creano vita dal rifiuto è una parabola che lega ogni vicenda del libro.

Che ci fa capire come ciò che il sistema considera non necessario perché nell’ottica della produzione non rientra, è invece la capacità umana di dare nove forme a ogni elemento che tocchiamo.

Persino il rifiuto che visto da un ottica diversa diventa solo un altro materiale.

Ecco che dal caos troviamo arte, opportunità e cambiamento. Ma per farlo dobbiamo iniziare a cambiare la nostra percezione dicendo da ostaggi, da comparse protagonisti della vita.

Per troppo tempo mi sono sentita definire in modo sprezzante: la solita idealista. Quella che ha la testa tra le nuvole e si ferma a osservare tutto ciò che la produttività dissennata getta: rifiuti, persone, ideali, valori, persino arte e musica.

Tutto in un affannosa ricerca di chissà cosa.

E cosa cerchiamo?

Qualcosa di unico e profondamente radicato in noi che

sovverte i comandamenti della società produttiva lavorare e consumare per poi scartare

Forse noi non dobbiamo fare altro che stare in silenzio, appoggiare il libro sulle ginocchia e lasciare che la mente vaghi e diventi tutt’uno con quel cielo, lassù, cosi grande e cosi lontano, ma cosi vicino alla vera essenza di noi stessi. Umani e cosi importanti per qualcuno che ci ha posto qua a proteggere l’immagine dell’altro mondo:

Ma in fondo siamo storie con mille dettagli

Fragili e bellissimi tra i nostri sbagli

Nigotti