“Due cadaveri senza nome” di Karen Katchur, Newton e Compton editore. A cura di Alessandra Micheli

due-cadaveri-senza-nome-x1000.jpg

Ho una grande debito con la Newton e Compton.

Visto il mio immenso amore per i classici e i miei scarsi guadagni, senza l’idea della Newton di creare una collana economica con la mia misera paghetta non avrei mai potuto stringere a me i miei amati Dickens e Woolf.

Ecco che potevo finalmente accostarmi a Wilde a Stevenson.

Eccomi impossessarmi in modo quasi compulsivo delle loro strepitose raccolte horror, avvicinandomi al favoloso Bierce e ai racconti di streghe e fantasmi di tutto il mondo letterario conosciuto.

Addirittura tutta la produzione di Conan Doyle era nelle mie nervose mani, sfogliata e risfogliata, letta appresa quasi a memoria e amata, dio quanto è stata amata.

I Mammut, occhieggiano dalla mia libreria con i nomi dei miei adorati scrittori: Austen, Bronte, Deledda, Poe, Collins.

E ogni scaffale trabocca dei suoi libri a mille lire, sia di saggistica che di narrativa.

Li leggo e ancora oggi avverto quel brivido di felicità nello stringere a me quelle preziose parole, quelle meravigliose trame, quelle favolose mirabolanti capriole letterarie.

La Newton sdoganò la cultura da troppo tempo nascosta nelle polverose biblioteche, nei circoli privati dell’èlite letteraria, regalando a noi giovani libri immortali come cuore di cane o Narciso e Boccadoro.

Tutto alla portata di adolescenti o di malati accumulatori come me. Quindi potete capire come il mio approccio alla Newton sia totalmente diverso dal vostro.

Io ho un debito di somma riconoscenza con loro, perché è grazie alla mission che portarono avanti che io ho potuto leggere, sognare e crescere.

Oggi mi trovo ovviamente a raccontarvi del testo che ho scelto, totalmente differente dai classici che tanto ho adorato e ne sono fiera, perché anche oggi non sono stata affatto delusa.

Sarà che ho sviluppato un certo istinto da cercatore di tesori, ma quando il naso mi prude nel leggere una sinossi, beh allora è quello il libro giusto per me.

E spero per voi.

Due cadaveri senza nome contiene tutto quello che amo in un thriller, non solo l’adrenalina, visto il ritmo lento e quasi immobile che l’autore ha scelto di usare.

Ma soprattutto per il significato, per l’intento del testo che, stranamente, rappresenta uno dei temi a me cari.

In questo viaggio interiore alla ricerca della verità, gli eventi si snodano seguendo una lentezza che potrebbe risultare a tratti stancante ma che, ai fini del significato, si rivela azzeccata: il paese descritto è infatti, immobile, impantanato in una rete di connivenze e di favori tipici di una comunità chiusa.

E tipici ( lo so visto il mio strano e patologico amore per le ricostruzioni dei delitti americani) tipici di una certa America che, pur riconoscendosi nel grande sogno, ne resta tristemente al margine.

Ecco che il patto tra i cittadini e l’autorità, quello di riconoscersi sotto una bandiera e sotto gli ideali che la stessa proclama, diventa una promessa evanescente e totalmente disattesa.

Ecco perché la comunità che si sente tradita dall’autorità centrale, si stringe alle sue convenzioni e ai suoi legami, mantenendo o tentando di mantenere in piedi le sue strutture.

Che non sono strutture realmente politiche, ma sono mentali, sono ideologiche e sono di sentimento.

In un America alienata e distante dal sogno promesso, la comunità rappresenta l’unica fonte se non di benessere, di sicurezza, di certezze e di protezione.

Tanto che, secondo recenti studi sociologici, molte delle cittadine apparentemente perfette e autonome, sono invece altamente chiuse all’esterno, totalmente incentrate sul mantenimento dei propri valori e delle tradizioni anche se questo rischia di cozzare con l’evoluzione dei tempi e della storia.

Nel testo si avverte questa chiusura, una chiusura che, ovviamente si nutre di complicità, di omertà è di segreti.

Segreti che però mimano la purezza dell’idea stessa di organizzazione, ossia un qualcosa che resta unito da legami solidali e affettivi, divenendo soltanto un semplice alibi per giustificare ogni violenza e ogni sopruso. Ecco che in questo scenario claustrofobico la lentezza non fa altro che regalarci questo vuoto interiore, questo mantenere le strutture finto solidali della cittadina, non più per necessità quanto per abitudine.

Tutto deve restare secretato, nessuna verità può emergere all’esterno, pena il disfacimento totale della comunità.

Una comunità che proteggendo la violenza invece di alimentare la cooperazione, in fondo è già morta.

Quella partecipazione tra situazioni e violenza, tra tutori dell’ordine e elementi di disordine nasce dal quel sentirsi estranei al loro paese, come se quella cittadina fosse un elemento di un organismo globale, lasciato a morire al margine di una vita politica che vive bene senza una sua parte. E’ in quel senso di esclusione che si attua un nuovo patto, scellerato, quello tra dominanti e dominati, rendendo la comunità totalmente squilibrata.

Ecco che la ricerca della verità e quindi dell’identità dei sacrificati ( quasi si fosse in presenza di un antico rito apotropaico) diventa importantissima non solo per riappacificarsi con la giustizia ma per rinnovare la comunità stessa.

E’ solo con gli ultimi atti del dramma che il senso di claustrofobia scema per donarci finalmente un senso di libertà.

E’ nel ritrovare i ricordi che il cerchio di chiude e finalmente si può sperare in una nuova possibilità di vita.

E’ nel restituire identità e storia ai cadaveri, simboli della perdita di coscienza della società, che la cittadina può avere una speranza di rinnovarsi e recuperare il suo senso unitario.

E una ragazzina ferita, donna resa quasi cinica e spaventata dai sentimenti proprio perché custode involontaria di un terribile segreto, può finalmente trovare pace.

Il libro della Kathcur è la dimostrazione che, il genere è solo un mezzo per raccontare qualcosa di più profondo che una storia di evasione: serve per farci riflettere su noi stessi ma sopratutto sulla realtà che ci circonda. E magari provare a cambiarla.

 

Annunci

Recensione: “La paura in Giappone, Yokai e altri mostri giapponesi” di Marta Berzieri, Edito Caravaggio Editore. A cura di Chiara Iuccy Linaioli.

70249874_909482306056876_5136025010426609664_n

Il grottesco kappa, l’affascinante tengu, la bellissima yukionna, il tanuki e gli altri animali mutaforma, il kirin, che anticipa i cambiamenti epocali: sono solo alcune delle creature animanti il variegato e avvincente mondo degli yokai, dei bakemono, degli oni e degli yurei, le principali figure terrifiche giapponesi. Citando opere letterarie e riportando testimonianze, questo saggio, frutto di un’approfondita ricerca documentaristica e di un’accurata analisi antropologica, illustra con chiarezza un particolare aspetto delle tradizioni popolari giapponesi, legato a tutto quanto è crepuscolare, misterioso, terrifico, nonché, talvolta, commovente e pedagogico.

****

“Il mostro rappresenta lo sconosciuto, l’altro, il diverso che non rispetta le regole fondanti della società”:

questo l’enunciato di un testo avvincente, esauriente – ma non esaustivo – di un mondo (quello degli spiriti sovrannaturali) che vive fianco a fianco al moderno Giappone senza perdere né vivacità, né diffusione.
Essendo il sovrannaturale

“una figura destabilizzante e pericolosa, perché mette in discussione la visione della realtà”,

esso perdura nei grattacieli hightech e lungo le moderne autostrade, compare negli edifici pubblici come nelle private abitazioni restaurate.

Si affianca la consumismo e resiste alla scienza.

Oggi come ieri gli yokai e i kami, in Giappone, sono i vicini di casa degli uomini, che

“…non sono i padroni incontrastati della Terra; la dividono con altre entità, con cui è necessario mantengano rapporti di equilibrata convivenza.”

Questa saggezza (oserei dire) morale accompagna la cultura nipponica dagli albori.

Le principali religioni – scintoismo e buddismo – hanno sublimato un sentire sviluppatosi nei secoli, vuoi per la particolare predisposizione dell’arcipelago giapponese alle catastrofi naturali, vuoi per i lunghi periodi di crisi sociale e politica.
L’irrazionale che tenta di spiegare ciò che la paura non comprende.
E poiché ogni cosa, dall’albero al bollitore del tè, ha un’anima, un kì, ogni cosa può essere kami (divino) o yokai (demoniaco) in base al rapporto che l’uomo instaura con il sovrannaturale.

Bene e Male in Giappone non sono mai schierati: tutto coabita in una zona grigia crepuscolare.

Sicché, è logico il proliferare di superstizioni, riti, festività, tradizioni volte a onorare un reciproco patto di non aggressione con i mostri divini che popolano la nazione.
Il Giappone è definito la nazione con “otto milioni di divinità”.

“Risulta un’impresa quasi disperata cercare di ordinare razionalmente ciò che è frutto dell’irrazionalità”.

L’autrice in parte riesce, dando un assaggio a noi occidentali della varietà incalcolabile di creature sovrannaturali del Giappone.
Questo saggio, abilmente scritto, godibile anche da chi ha poca conoscenza di questo settore, è una vera chicca per gli appassionati di Oriente, di anime e di manga.

Difatti, essendo parte integrante della società, gli yokai proliferano sulle pellicole cinematografiche, nelle opere letterarie, nei cartoni animati, sulle tavole di Shonen Jump, etc…

La ricerca approfondita di fonti di varie epoche è stata corredata di interviste, di visite in location che hanno fatto degli avvistamenti di yokai un business, e di testimonianze dirette.
Consiglio caldamente di approfittare di quest’opera per appassionarsi a ciò che noi occidentali, troppo spesso, abbiamo smarrito.

 

 

Segnalazione: “Tela di Tenebre – Resurrezione”, di Antonietta Filaci.

Antonietta Filaci– Titolo: “Tela di Tenebre – Resurrezione”,

– Autore: di Antonietta Filaci

– Genere: Gothic fantasy
– Disponibile in pdf e mobi.

Sinossi: 

Marcus è un Cacciatore di vampiri. Nient’altro ha mai avuto importanza per lui, eccetto eliminarli dalla faccia della terra. Eppure, negli occhi verdi di Eva ha potuto mettere in discussione se stesso, nel momento in cui le ha salvato la vita, sebbene sia una vampira. Con lei, si ritrova ad affrontare il peggiore dei tradimenti, che invece rimette in discussione tutto il suo mondo, tutte le sue sicurezze.

E nel momento in cui si ritroverà solo a prendere la decisione, la sua determinazione sarà l’unica a guidarlo. Furioso, umiliato, tradito, sconvolto, dove può trovare la forza di sradicare tradizioni fossilizzate nel passato, che rischiano di seppellire lui e tutto ciò che ama?

Come può, da solo, vincere pregiudizi vecchi di secoli? Neppure Eva potrà aiutarlo, perché dovrà affrontare la sfida più grande di tutte: vincere se stessa.